pippo spano contro i turchi

Pippo Spano: l’italiano che salvò l’Occidente

Da contabile a leggendario condottiero: la vera storia di Filippo Scolari, l’italiano che difese l’Ungheria e l’Occidente dall’invasione ottomana.

Ci fu un italiano che nel Quattrocento andò a vivere in Ungheria per migliorare le proprie condizioni di vita. Quel che trovò, però, fu molto di più: un’ascesa folgorante che gli permise di diventare tesoriere del re, nonché comandante dell’esercito imperiale nella decisiva guerra contro i turchi: una crociata che lo consacrò come un vero e proprio eroe.

Questa è la storia di Filippo Scolari, conosciuto come Pippo Spano.

Chi era Pippo Spano: l’ascesa del mercante fiorentino

Un ragazzo fiorentino che sul finire del medioevo partì dall’Italia giovanissimo, con poco più di un abaco in tasca, senza sapere che sarebbe finito a governare le finanze e l’esercito di un impero. Le sue gesta sono raccontate nel dettaglio in un volume pubblicato nel 1570, scritto da Domenico Mellini. È da questo testo che partirò col narrarvi i dettagli più straordinari di questo personaggio storico poco raccontato e conosciuto, oggi, ma che merita assolutamente di essere ricordato.

Filippo discendeva dagli Scolari, un ramo cadetto dei Buondelmonti, casata nobiliare tra le più antiche di Firenze. Erano signori feudali che controllavano il territorio attorno al castello di Monte Buoni fin dal 1100. Quando scoppiò la lotta tra guelfi e ghibellini a Firenze, la famiglia dei Buondelmonti si ritrovò coinvolta in prima persona, e il ramo degli Scolari sposò la causa ghibellina, prendendo una posizione politica opposta ai loro stessi parenti Buondelmonti, che guidavano i Guelfi. Tra esili, confische e persecuzioni, la famiglia finì sul lastrico. Il nome Scolari era praticamente svanito, quando un giorno da Secchino Scolari e Madonna Antonia nacque Filippo.

L’infanzia di Filippo fu semplice, trascorsa nella villa di famiglia a Tizzana, un borgo poco lontano da Firenze. Fino ai tredici anni visse lontano dagli sfarzi, imparando però qualcosa che valeva più di una spada: l’aritmetica. Far di conto, per un giovane fiorentino, era una competenza lavorativa decisiva. Nella città medievale dove era praticamente nato il capitalismo, tra banche, assegni e vere e proprie compagnie assicurative, saper gestire i numeri era la chiave per non finire mangiati dal mercato: business.

Fu proprio per perfezionare quest’arte, la matematica, che i genitori lo spedirono a Buda. Buda è la parte collinare più antica della capitale ungherese, Budapest. Filippo doveva lavorare alle dipendenze di Luca Pecchia, un mercante italiano stabilitosi lì. Una gavetta che mise in mostra le abilità del ragazzo, capace di gestire affari complessi con intelligenza e saggezza, ben più avanti rispetto ai suoi coetanei. In poco tempo divenne una macchina da calcolo vivente, capace di distinguere la qualità di un drappo di seta con lo stesso occhio clinico con cui soppesava il rischio di una partita di merci. Perché non si trattava solo di “contare”: il mestiere del mercante era fatto anche di analisi dei rischi, cercare di guadagnare su ciascuna operazione commerciale senza errori: perché gli errori si pagavano cari, anche con la bancarotta.

Grazie al suo contributo, l’attività mercantile di Luca Pecchia esplose. E il talento di Filippo non sfuggì a un uomo importante, giunto in città per un carico di forniture. Costui era il tesoriere del re d’Ungheria Sigismondo di Lussemburgo. Il funzionario reale si trovò a commerciare con Filippo e rimase incantato dalla sua rapidità nel maneggiare numeri e valutare i tessuti. Iniziò a fare pressione su Luca affinché gli cedesse il giovane, promettendo di trattarlo come un figlio. Luca, fiorentino astuto, capì che non era il momento di opporsi: cedere Filippo significava ingraziarsi il Tesoriere e, soprattutto, suo fratello, l’Arcivescovo di Strigonia, uno degli uomini più potenti di tutta la regione.

Il passaggio di consegne fu rapidissimo. Filippo si ritrovò di punto in bianco a gestire la complessa macchina finanziaria del Tesoriere del re. Un sistema economico caotico, pieno di inefficienze che Filippo riuscì a individuare e correggere, trasformando il caos finanziario del regno d’Ungheria in un orologio perfetto. Il tesoriere, soddisfatto, lo premiò affidandogli l’amministrazione di un intero feudo: Simontornya, territorio piccolo ma che garantiva rendite costanti (che Filippo poteva intascare). 

Insomma, il ragazzo partito da Firenze per imparare a fare il mercante era diventato ufficialmente un alto funzionario del Regno d’Ungheria, visto che si trovava a gestire e amministrare un feudo.

Dalla penna alla spada: la carriera militare di Filippo Scolari

La vera ascesa, però, avvenne tra le mura di Strigonia, una città al confine con la Slovacchia, lungo le sponde del Danubio. Durante un banchetto, il Re Sigismondo e i suoi principi stavano discutendo di un piano disperato contro il nemico micidiale che avanzava da Est: i turchi. Sigismondo voleva radunare dodicimila cavalieri per arginare le conquiste islamiche, che avevano appena inghiottito la Serbia e minacciavano i confini lungo il Danubio. La discussione tra il sovrano e i nobili, però, si arenò di fronte alla contabilità. Nessuno sapeva quantificare in fretta quanto oro servisse per nutrire e armare una simile massa di soldati. L’Arcivescovo fece cenno a Filippo, che partecipava anche lui al banchetto. Il ragazzo arrivò al tavolo tra nobili e cavalieri, e davanti al re, con la penna in pugno, snocciolò il conto esatto in pochi istanti.

Seguì il silenzio. Qualcuno mise in dubbio il risultato, dopotutto ci aveva messo troppo poco tempo. Ma il conto era esatto. Sigismondo, sovrano che sapeva fiutare il valore negli uomini come un segugio, fissò quegli occhi vivi e intelligenti. Capì che il destino di quel fiorentino era troppo grande per restare confinato a fare i conti per il tesoriere. Per metterlo alla prova, il Re gli consegnò le chiavi del suo potere reale: l’amministrazione delle miniere d’oro, la vera riserva di ricchezza dell’Ungheria. Filippo accettò l’incarico senza il minimo timore. Gestì l’estrazione e il flusso di metallo prezioso con una lealtà così assoluta da scalare in un soffio i gradini della corte. Ogni giorno che passava, la sua fama cresceva, e con essa l’oro e gli onori piovuti da un Re che, in quel giovane mercante, aveva trovato il suo braccio destro.

Il braccio destro di Sigismondo: Pippo Spano e la difesa dell’Ungheria

La folgorante ascesa di Filippo non passò inosservata. I baroni e i principi ungheresi, divorati dal risentimento nel vedere uno straniero scalare la gerarchia reale, iniziarono a tramare nell’oscurità. Ma Filippo era prudente. Invece di cedere alla rabbia o di sfidare apertamente i suoi detrattori, fece finta di essere cieco e sordo davanti alle loro maldicenze. Sorrideva, offriva banchetti, elargiva regali e parlava bene di chiunque, perfino dei suoi nemici giurati. Fu una mossa da maestro: trattando i suoi avversari con questa benevolenza, riuscì a trasformare l’odio in alleanza, smorzando sul nascere le trame che miravano alla sua rovina.

Tutto, insomma, andava alla grande. Ma mentre Filippo acquisiva potere all’interno della corte, Re Sigismondo si ritrovava sempre più problemi da gestire. Siamo nel 1401, e la nobiltà ungherese e boema ribolliva di rabbia contro il sovrano. Sigismondo, infatti, aveva usurpato il trono di Boemia nientemeno che a suo fratello Venceslao IV, noto per le sue stravaganze, e prendeva ogni decisione circondandosi di consiglieri stranieri, isolando i nobili locali. Proprio come aveva fatto con Filippo. Ed ecco che la sua fiducia nei confronti del fiorentino possiamo leggerla anche come una strategia globale di controllo dei suoi domini: circondarsi di stranieri fedeli gli avrebbe consentito di amministrare il regno senza il rischio di trovarsi nobili dissidenti tra le mura di casa: gente che magari patteggiava per il sovrano usurpato.

Questa situazione storica è affascinante quanto complessa, perché in gioco ci sono numerosissimi elementi e personaggi che hanno influenzato le vicende di quel tempo. Compreso il nemico che minacciava costantemente i confini: i turchi.

Turchi dell’impero Ottomano, che nell’ultima battaglia di soli 5 anni prima avevano riportato una vittoria schiacciante a Nicopoli. In quell’occasione, l’esercito crociato guidato da Sigismondo era stato annientato dal Sultano ottomano Bayezid I, un massacro che aveva distrutto il prestigio del Re e spalancato le porte ai dubbi sulla sua capacità di proteggere il trono. Sigismondo riuscì a salvarsi a stento, fuggendo in mare su una nave veneziana. Il trauma di questa disfatta lo segnò profondamente: tornato in Ungheria si ritrovò anche circondato da nobili ungheresi che lo ritenevano responsabile del fallimento e del massacro di Nicopoli.

Nobili che avevano atteso ben 5 anni per ottenere vendetta.

In pratica, dopo Nicopoli, i nobili ungheresi avevano congiurato per strappare la corona dalla testa di Sigismondo e avevano persino radunato un esercito. A Buda, Sigismondo viveva in una bolla. Gli arrivavano voci di tradimenti, ma lui scuoteva la testa, incapace di concepire che gli uomini da lui colmati d’oro potessero mordergli la mano. Quando giunse voce che l’esercito dei congiurati era alle porte, il castellano supplicò il re di barricarsi. Sigismondo, con una sicurezza che rasentava la follia, rifiutò ogni difesa. Si dichiarò innocente, convinto che il suo buon governo parlasse per lui. E il nostro Filippo era lì, con lui, a pagare il prezzo di un errore fatale.

I ribelli attraversarono il fiume, entrarono nella fortezza e si trovarono davanti a lui. Sigismondo pretese una spiegazione per quell’intrusione armata. Il capo dei baroni, con sprezzo, gli comunicò che erano stanchi del suo dominio. Il Re, furioso, estrasse il pugnale per colpire l’insolente, ma il barone schivò il fendente. Uno dei capi della congiura ne approfittò per calargli un colpo di spada micidiale sulla testa. Sigismondo si scansò d’istinto, chinando il collo; il colpo andò a vuoto, ma la corona, tempestata di gemme, cadde sul pavimento. Segnale che il suo regno era finito. Scoppiò una battaglia tra le stesse mura del castello.

Lo stesso Filippo combatté come un leone a difesa del suo sovrano, finché non fu sopraffatto. Quando ormai stava per essere ammazzato dai ribelli, fu l’Arcivescovo di Strigonia a salvarlo in extremis. Il prelato impedì ai congiurati di scannarlo sul posto.

Sigismondo fu catturato, ma riuscì a evadere e a riparare in Boemia. Filippo invece rimase a Buda. In quel momento di caos, il regno era spaccato in due, diviso tra i ribelli e i lealisti. Filippo era certo di quale fosse il suo posto, così come era certo di dover fare qualcosa. Perciò, da questo punto in poi, comincia la sua seconda carriera: quella militare. Da mercante che finora aveva soltanto amministrato al livello logistico ed economico gli eserciti del re, si ritrovò a comandarli in prima persona. E, forse, fu proprio questa sua formazione di natura “matematica”, così diversa dalla solita gavetta dei condottieri fatta medievali fatta di galoppate e colpi di spada, che consentì a Filippo Scolari di guidare con successo un’intera campagna militare.

Per prima cosa raccolse settecento cavalieri, uomini fedeli al re e pronti a tutto, e si lanciò come una furia contro la roccaforte di un ribelle, facendola cadere in un soffio. Poi inviò messaggeri ovunque, chiamando a raccolta le armi in nome del Re legittimo. Il suo esercito crebbe a vista d’occhio e iniziò a battere le campagne come una tempesta, travolgendo i ribelli in una serie di scontri rapidi e brutali. Il terrore che seminava era la sua arma migliore: dove arrivava lui, l’obbedienza al sovrano tornava a essere l’unica legge valida. Nel raggio di cento miglia, la nobiltà che fino al giorno prima tramava contro Sigismondo, di fronte alla ferocia e al successo di Filippo, decise saggiamente di cambiare casacca e giurargli fedeltà.

La ribellione cominciò, quindi, a dissolversi. E Filippo guidava la riconquista del regno, con la penna per far di conto in una mano e la spada nell’altra. Scrisse a Sigismondo, intimandogli di rientrare in Ungheria: il morale dei fedeli era alto e il nemico era in rotta, ma solo la presenza fisica del Re avrebbe sigillato la vittoria. Sigismondo acconsentì, e rientrato nel paese chiamò Filippo al suo cospetto. Fu un incontro solenne. Il Re lo guardò negli occhi riconoscendo in quell’uomo la salvezza della sua vita e della sua corona. 

Re Sigismondo conferì al ragazzo partito da Firenze per fare il mercante di tessuti, il titolo di Spano, che nella lingua locale significa Conte. È una derivazione dallo slavo župan. Ed ecco che da quel momento, Filippo Scolari da Firenze divenne Pippo Spano, il Conte ungherese. Inoltre, l’imperatore gli regalò un castello di inestimabile valore. Da contabile a eroe: l’ascesa era appena cominciata. 

E ora, voglio aprire una doverosa parentesi: com’era descritto questo Pippo Spano? Come dobbiamo immaginarlo?

Le descrizioni ci sono, e anche abbastanza dettagliate. Innanzitutto era di media statura. Portava la barba lunga e i capelli alle spalle, come voleva la moda ungherese e aveva lo sguardo luminoso, carismatico. Vestiva sete orientali che lo rendevano un perfetto signore del Danubio, pur mantenendo intatta la tempra toscana. Si vedeva che era forestiero, che era un italiano. Anche se parlava benissimo molte lingue. Oltre al fiorentino, si destreggiava bene con l’ungherese, il tedesco, il polacco, il boemo, lo slavo e il valacco. Lingue che aveva imparato negli anni trascorsi a mercanteggiare, e che padroneggiava con abilità.

Pippo Spano, però, adesso non era più un mercante. Era un condottiero, per giunta rigoroso e molto severo. Trasformava ogni sosta in un addestramento serrato, pretendendo disciplina assoluta in marcia e sotto il fuoco nemico. La certezza matematica era la base della sua tattica. Voleva uomini pronti, capaci di obbedire a un singolo cenno, non soldati arroganti o violenti che sprecavano energia in risse da taverna. Chi osava offendere un compagno finiva punito senza pietà. Sapeva che un esercito diviso al suo interno è già una battaglia persa.

Pippo Spano si trovò quindi al comando dell’esercito reale, ricongiungendosi a Sigismondo mentre il Re rientrava verso Buda. Puntarono dritto alla roccaforte di uno dei capi della congiura. L’assalto fu spietato: le mura vennero sfondate, gli abitanti passati per le armi senza distinzione di sesso, e la città ridotta a un cumulo di macerie fumanti. Quando la notizia del massacro e della distruzione della sua casa giunse al signore ribelle, questi morì all’istante, spezzato dal dolore. Quell’orrore servì da monito atroce per chiunque avesse ancora dubbi sul destino che attendeva i traditori. Non sappiamo se questa mossa così spietata fosse stata ordinata da Sigismondo, o dallo stesso Pippo Spano, che oltre a comandare aveva imparato anche la legge del ferro. Sicuramente, se guardiamo alla storia con realismo, non possiamo chiudere un occhio sulla violenza e i fatti di sangue: i guerrieri erano guerrieri, e se Pippo Spano aveva imparato a esserlo, allora probabilmente lo era fino in fondo.

Sbigottiti da tanta ferocia, i congiurati, ormai disperati, si rivolsero a Filippo. Sapevano che, dietro la corazza, lo Spano nascondeva una natura più incline alla clemenza rispetto all’ira del Re. Lo pregarono di intercedere, implorando perdono e la fine di quella carneficina fratricida. Filippo, misurando con freddezza il peso della gloria che Sigismondo avrebbe ottenuto dalla clemenza, si presentò al sovrano. Sostenne che la sottomissione dei colpevoli valeva più della loro testa. Inizialmente, Sigismondo rispose solo con un silenzio carico d’odio. Ma, proprio mentre si preparava a negare ogni grazia, dal collo gli scivolò a terra un monile d’oro: un serpente che si morde la coda, simbolo antico che significava l’eterno ritorno, unito al crocifisso inciso con la parola “misericordia”.

Il Re si fermò. Raccolse il monile e, come illuminato da quella scritta, dichiarò a Filippo che avrebbe imitato il Padre delle Misericordie. Questa scena esageratamente romanzata mi sembra difficile da credere. Sta di fatto che i ribelli vennero ammessi al suo cospetto, umiliati e in lacrime, e ricevettero il perdono proprio in nome dello Spano. Persino il congiurato che aveva tentato di squarciargli la gola col colpo di spada, causando la caduta della corona, fu risparmiato, a patto di sparire per sempre dalla vista del sovrano.

Sovrano che perde sempre tutti i gioielli, tra l’altro. Gli cade la corona, gli cadono i monili e crocifissi.

Pace fatta, il Re rientrò a Buda, e tutti vissero felici e contenti. Oppure no? Ricordiamoci del nemico numero uno, che fino a quel momento non stava di certo a girarsi i pollici: il Sultano ottomano, che aveva approfittato della guerra civile ungherese per varcare il confine bosniaco. Sigismondo, senza perdere tempo, ordinò la mobilitazione totale.

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Pippo Spano e le battaglie decisive contro l’Impero Ottomano

Pippo Spano fu nominato Capitano Generale e prese in mano le redini del comando dell’operazione più difficile del tempo: difendere la frontiera sud-orientale dell’Occidente contro la pressione incontenibile dell’Islam. L’espansione dell’impero ottomano che minacciava di sfondare proprio in quel punto.

Filippo organizzò una vera e propria linea di difesa, un sistema di fortezze lungo il Danubio che furono teatro di scontri feroci e continui contro i Turchi. Non una sola battaglia campale, ma una lotta continua per frenare l’avanzata “valanga”. Una logorante guerra di frontiera che durò anni. Anni in cui il ragazzo fiorentino diventò uomo e imparò a combattere il nemico più minaccioso dell’epoca, riuscendo a contenerlo il più a lungo possibile. Una difesa decisiva, che frenò l’avanzata dell’Impero Ottomano.

Nello studio della storia ci troviamo spesso di fronte alle cosiddette “battaglie decisive”. Moltissimi scontri vengono definiti come momenti determinanti, il cui esito ha contribuito a forgiare il presente, la realtà in cui oggi ci troviamo. E se volete sapere la mia, penso proprio che sia così. Vedete, negli ultimi decenni la storiografia accademica (occidentale) ha assunto troppo spesso una posizione così politicamente corretta da non sbilanciarsi mai, soprattutto su questi temi considerati scomodi. Molti storici hanno paura di sembrare “di parte”. Eppure, è innegabile: se oggi viviamo in un certo modo, è perché qualcuno, secoli fa, ha impedito una conquista che avrebbe riscritto la nostra realtà. 

Gli sforzi di Pippo Spano nel difendere i confini occidentali hanno contribuito eccome a forgiare il nostro mondo. E lo voglio dire chiaramente: in senso positivo. Per quanto possiamo sempre criticare l’Europa, e l’Italia soprattutto (che non merita questo nostro perenne e costante lamento), il benessere sociale che viviamo oggi, in questo paese, è oggettivamente superiore a qualsiasi paese islamico, secondo indicatori internazionali riconosciuti, che misurano indici di libertà individuale, sviluppo umano, diritti civili.

Il nostro continuo lamento nei confronti dell’Italia, paradossalmente, è l’indice di quanto noi siamo liberi di dire quel che ci pare. Il dissenso e la protesta, in quei paesi, sono perseguiti.

L’opera di Pippo Spano, dunque, fu davvero decisiva. E l’intero regno ne era consapevole. Il sovrano Sigismondo, al termine di tutti questi anni di lotta di confine, celebrò l’uomo che aveva difeso l’Occidente conferendogli il titolo di Cavaliere e Guardiano dell’Ungheria.

Filippo Scolari (detto Pippo Spano) scalò la gerarchia ungherese fino a diventare protettore del regno, consigliere del sovrano nonché il condottiero che difese la cristianità intera. La sua ascesa era completa. Anche perché adesso, quello stesso Sigismondo, re di Ungheria di Boemia, fu chiamato da Papa Giovanni XXIII per diventare imperatore del Sacro Romano Impero. E Pippo Spano si trovò sul punto di essere proiettato dalla corte reale a quella imperiale, per ricoprire una delle cariche più influenti dell’Occidente.

Sigismondo l’imperatore Incaricò il suo braccio destro, Pippo Spano, di correre in Italia per spianare la strada alla sua incoronazione a Roma e ottenere il titolo di Augusto. Il viaggio di Filippo non poteva non prevedere una tappa a casa. Il 21 giugno 1411, lo Spano fece il suo ingresso trionfale a Firenze, scortato da trecento uomini d’arme e un seguito che sembrava non finire mai. Si stabilì nella sua casa di Borgo degli Albizi, all’angolo con via dei Giffoni. Vi rimase per quaranta giorni. Quaranta giorni che, come il Cristo nel deserto, gli fecero venir voglia di andarsene e non tornare mai più.

Durante quella sosta, Filippo organizzò banchetti sontuosi, mischiando i nobili più influenti al popolo comune. Ma si scontrò con la diffidenza dei suoi concittadini. L’ingresso di un uomo così potente, consigliere dell’Imperatore, aveva scatenato il panico tra i repubblicani: temevano che potesse puntare a sovvertire il governo popolare. Ecco perciò che gli rifiutarono le insegne. Firenze non accolse Pippo Spano con i propri stendardi, riducendolo quindi a un visitatore qualsiasi, che non merita l’accoglienza istituzionale.

Per lo Spano, quel rifiuto fu l’ultima lezione su come la sua patria trattasse i suoi figli. E per tornare al discorso precedente sul fatto che ci lamentiamo dell’Italia, be’ questa è sicuramente una pecca che, evidentemente, ha radici storiche secolari. La fuga dei cervelli, in fondo, non è nata nel XXI secolo.

Dopo aver lasciato Firenze, Pippo Spano rientrò in Ungheria, riprendendo il suo posto come guardiano del regno. Un regno che si trovava alle porte d’Oriente, e aveva bisogno del suo condottiero. 

I Turchi avevano lanciato un nuovo attacco al despotato di Serbia e minacciavano la Valacchia, nell’odierna Romania. Se non fosse arrivato un soccorso immediato, gran parte dei balcani sarebbero caduti in mano ottomana, spianando la strada verso il cuore dell’Ungheria. Sigismondo stesso balzò in sella e, scortato dai grandi elettori e dagli alti prelati del Concilio, galoppò verso il palazzo di Filippo, lo Spano. Quel che trovò, però, non fu rassicurante.

Il grande condottiero era a letto, piegato in due dai dolori della gotta. L’eroe d’Ungheria era piegato da una malattia terribile. Il Re, senza cerimonie, gli espose la tragedia che si stava consumando al confine. Pippo Spano, pallido e sofferente, provò a declinare: il corpo non rispondeva più agli ordini del cervello, la malattia era una prigione. Ma Sigismondo sapeva che il potere di Spano non risiedeva solo nella forza del braccio, ma nel terrore che il suo solo nome incuteva ai nemici. “La tua presenza basterà a vincere”, gli disse il sovrano, ricordandogli che per gli Ottomani, Pippo Spano era un guerriero che avrebbe spaventato a morte chiunque se lo fosse trovato davanti. Messo di fronte al destino di un intero confine, il condottiero non poté sottrarsi. Si alzò dal letto, vincendo il dolore più lacerante.

Nonostante fosse divorato dalla gotta, incapace quasi di muoversi, non si arrese. Si fece caricare su un carro coperto e affrontò dieci giorni di viaggio infernale, tra sobbalzi che dilaniavano le membra martoriate. Raggiunse il campo di battaglia e si fece sollevare per poter guardare gli eserciti schierati. Ormai faceva fatica persino a parlare, ma nonostante fosse ormai in fin di vita riuscì a schierare a guidare i soldati ungheresi. Al segnale, la carica travolse i Turchi come una valanga. E la battaglia fu uno massacro: ventimila turchi persero la vita. Ma morirono anche tantissimi cristiani, tra cui ottocento cavalieri crociati che furono ritrovati con i mantelli bianchi macchiati di rosso.

L’eredità di Pippo Spano: un guardiano dimenticato dell’Occidente

Nella cronaca, questa viene descritta come una singola battaglia decisiva, anche se probabilmente si tratta dell’accorpamento di un’intera campagna militare, l’ultima, che vide Pippo Spano alla difesa dei confini.

Perché dopo aver protetto l’Ungheria ancora una volta, Filippo fu trascinato da un medico all’altro, per tentare di bloccare quest’altra minaccia, più insidiosa e che nessuna spada poteva fermare: la malattia. Ma fu tutto inutile. Il 27 dicembre 1426, a cinquantasette anni, Pippo Spano consegnò l’anima a Dio.

Quando la notizia della morte di Filippo raggiunse Vienna, Sigismondo vestì l’intera corte a lutto, in un dolore che non aveva nulla di cerimoniale: piangeva l’uomo più grande che avesse mai incrociato sul suo cammino, un condottiero che non aveva eguali da generazioni. L’Imperatore galoppò fino a Lippa per recuperare la salma e la scortò personalmente fino alla città ungherese di Alba Reale. Lì, nella basilica dove venivano incoronati e sepolti i monarchi, gli riservò l’onore supremo: una cappella riservata, accanto a quelle dei Re. Fino al 1543, chiunque visitasse quel luogo poteva leggere sul marmo il nome del Magnifico Signore Filippo degli Scolari, Conte di Temesvár, chiamato da tutti Pippo Spano.

Ancora oggi, dice il cronista che scrive nel XVI secolo, nelle valli e nelle pianure dove un tempo il suo nome faceva tremare gli invasori, la gente canta ballate in suo onore, celebrando il fiorentino errante che divenne il guardiano dell’Ungheria.

Finisce così la sua storia, così com’è iniziata. Dal nulla arrivò e dopo di lui il nulla, visto che non ebbe neppure un erede legittimo. Restano solo le gesta che sono contento di avervi raccontato, oggi, per farvi conoscere qualcuno che non ha avuto paura di esporsi, di prendere una netta posizione. Un valore che, oggigiorno, vedo sempre più mancare per paura dei giudizi. Vi invito, innanzitutto, a prendere posizione e diffondere il verbo ferreo di Leggende Affilate a più masnadieri possibili. E se volete trovare altre storie che non hanno paura di risultare scomode, o politicamente corrette, acquistate i miei romanzi di storia, misteri e spadate: La Stirpe delle Ossa, La Canzone dei Morti e il più recente Il Flagello degli Eretici. Trovare il link qua sotto. Restate affilati.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

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