Edward England il pirata gentile

Il pirata più GENTILE: Edward England

La vera storia di Edward England, il pirata più gentile della storia che finì tradito dalla sua ciurma. La dura lezione dell’Età d’oro della Pirateria.

Gli sfracellarono bottiglie di vetro addosso, riducendogli la pelle a brandelli, per poi sferzarlo a frustate sul ponte del vascello. E infine, gli piantarono una pallottola in testa. Questo era il trattamento riservato a chi osava incrociare la rotta di Edward England, un pirata che, incredibilmente, era in realtà molto gentile. Il pirata più gentile dei Caraibi. Una gentilezza che però si doveva scontrare con la cruda realtà del suo stesso equipaggio, capace di compiere gesti di una crudeltà disarmante. Ma com’era possibile che un pirata dall’animo buono, definito addirittura “gentile” dai resoconti dell’epoca, potesse diventare uno dei più infami dell’Età d’oro della Pirateria? E come andò a finire?

Per saperlo, vi racconterò il resoconto del capitano Charles Johnson1 scritto nel 1724 e pieno di meravigliosi dettagli. 

Dettagli che ci fanno capire cosa succede quando si è in balia di un gruppo (in questo caso un equipaggio) in aperto contrasto e, direi, in posizione di supremazia rispetto allo stesso capitano. Quando colui che dovrebbe essere al comando non è riuscito a imporsi. E questa storia può far comodo anche a noi, nel quotidiano, oggigiorno. A chiunque oggi non abbia un metodo per imporsi, senza essere travolto da chi gli sta intorno.

Chi era Edward England, il pirata gentile

La storia del pirata gentile ebbe inizio quando England scelse di abbandonare la carriera di ufficiale rispettabile per abbracciare la vita pirata. Si stabilì a New Providence, il cuore nero delle Bahamas, un covo di disperati dove la legge del più forte era l’unico codice vigente. England non era un mostro di natura, ma viveva in ostaggio del suo equipaggio. Erano uomini feroci, pronti a sgozzare chiunque mettesse in dubbio il loro distorto onore, e lui, troppo accondiscendente per domarli, finì per diventare lo strumento della loro ferocia. Quando la Corona Britannica tentò di ripulire le Bahamas offrendo il perdono regio, England rifiutò. Puntò la prua verso l’Africa, dando il via a una scia di sangue che avrebbe segnato per sempre le rotte commerciali dell’oceano.

Presso la Sierra Leone incrociò il Cadogan, un brigantino a due alberi proveniente da Bristol. Al comando c’era il capitano Skinner. Tra i pirati di England, infatti, si nascondevano alcuni ex marinai di Skinner che avevano un vecchio conto in sospeso. Tempo prima, dopo un violento litigio a bordo, Skinner li aveva denunciati alla marina da guerra britannica, facendoli arruolare a forza e, per giunta, trattenendo le loro paghe arretrate. Quei disgraziati erano riusciti a disertare, erano fuggiti nelle Indie Occidentali e si erano uniti a England.

Non appena Skinner vide la bandiera nera capì di non poter opporre resistenza, ammainò le vele e salì sulla lancia per consegnarsi. Messo piede sul ponte della nave pirata, incrociò lo sguardo del suo vecchio nostromo. Il pirata che aveva fatto parte della sua vecchia ciurma gli ringhiò in faccia che finalmente lo aveva in pugno per ripagarlo con la stessa moneta. Skinner cominciò a tremare, conscio che da quel ponte non sarebbe sceso vivo. Il nostromo e gli altri pirati lo afferrarono, lo trascinarono al centro del ponte e lo legarono stretto all’argano, la pesante colonna di legno che serviva a sollevare le ancore. Poi cominciò il massacro. Presero decine di bottiglie di vetro vuote e gliele fracassarono addosso, riducendogli la pelle a brandelli. Subito dopo impugnarono i gatti a nove code e lo sferzarono lungo tutto il perimetro della nave, ignorando le sue urla e le sue preghiere, fermandosi solo quando ebbero le braccia troppo stanche per colpire. Alla fine, con un’ironia che solo dei macellai potevano avere, commentarono che dopotutto Skinner era stato un buon comandante, e che meritava una morte rapida. Gli puntarono la pistola alla tempia e gli spiaccicarono il cervello sul ponte.

I pirati non toccarono quasi nulla del carico del Cadogan. Dimostrando una strana forma di generosità criminale, regalarono l’intero brigantino e le sue merci a Howell Davis, che fino a quel momento era stato il secondo ufficiale di Skinner, e al resto dei marinai superstiti. England, in tutto questo massacro, non disse e non fece nulla. Piuttosto, mise gli occhi su un’altra preda, una nave chiamata Pearl. La assaltò e fece un cambio di proprietà immediato: si tenne la Pearl, la riempì di bocche da fuoco, la ribattezzò Royal James e ci si mise a cacciare mercanti di ogni nazione tra le Azzorre e l’arcipelago di Capo Verde.

L’Età d’oro della pirateria: tra ferocia e codici di bordo

Nella primavera del 1719, i predoni decisero che era tempo di tornare a battere le coste africane. Cominciarono dalle foci del fiume Gambia e discesero la costa verso Cape Coast, nell’odierno Ghana. Quella striscia di terra era la Costa d’Oro, un inferno di febbri tropicali e rotte commerciali ricchissime, dove l’unica legge era quella dei cannoni. Tra marzo e giugno, la Royal James scatenò il panico. Il 25 marzo intercettarono l’Eagle, un “pink”, cioè un’imbarcazione a vela con la poppa stretta e piatta ottima per i bassifondali, che viaggiava con sei cannoni e diciassette uomini. Sette marinai decisero che la vita da pirata pagava meglio e cambiarono bandiera. A maggio ne abbordarono altre otto, molte delle quali furono saccheggiate e date alle fiamme, lasciate a bruciare in mezzo all’oceano. Altre due invece furono trasformate in navi da guerra da affidare a capitani pirata in seconda. Ribattezzate Flying King e Queen Ann’s Revenge.

Chi di voi ha già ascoltato altri episodi di Leggende Affilate a tema pirateria, conosce bene questo nome. La Queen Ann’s Revenge è universalmente riconosciuta come la nave di un solo pirata, il più celebre di tutti: Edward Teach, soprannominato Barbanera. E allora? Come mai un altro pirata come Edward England ha rinominato una sua nave esattamente come quella di Barbanera? Le spiegazioni sono varie, e tutte molto semplici. Per prima cosa, dobbiamo capire che i nomi delle navi non sono unici e brevettati. Ognuno poteva chiamare la propria nave come voleva. E visto che talvolta i nomi erano semplici e “parlanti”, allora succedeva che alcune navi si ritrovavano con lo stesso nome. La Fancy, la Rose, la Revenge: tutti nomi abbastanza semplici, che ritroviamo spesso. Capitava con i pirati, ma anche con le marine da guerra di regni e imperi. Nomi che richiamavano concetti come “Vittoria”, “Conquista”, “Sovranità” erano comuni. Così come i nomi che richiamavano i regnanti contemporanei. Molte marine da guerra chiamavano le proprie navi come i regnanti. I pirati spesso schernivano questa consuetudine prendendo in giro gli stessi regnanti. Ciò che accadde col nome “Queen Anne’s Revenge, che per essere corretto dobbiamo tradurlo come “La Vendetta contro la regina Anna”.

Il secondo motivo era di natura psicologica. Ma non quello che vi aspettereste, ovvero spaventare il nemico. Perché il nome di una nave non era dipinto sulla fiancata tipo cartellone, non esistono fonti storiche che lo dimostrano. Solitamente una nave poteva avere una targa di legno a poppa, oppure a prua. Se ce l’aveva. Una targa cui nessuno avrebbe fatto caso durante un assalto, tra il fragore dei cannoni e le schegge di legno che volano dappertutto. Insomma, quando una nave ti veniva addosso, non gli fluttuava sopra il nome come nei videogiochi. Il motivo psicologico per scegliere un nome ganzo serviva allo stesso equipaggio che viveva a bordo. Sapere che la propria nave era la Queen Anne’s Revenge contribuiva a dare un senso di appartenenza, oltre magari a un’iniezione di morale e adrenalina.

Le due nuove navi corsare mollarono England sulla costa africana e fecero vela verso i Caraibi per mettersi in proprio. Accumularono bottino e si rifugiarono in qualche baia isolata per fare la carenatura, l’operazione vitale e faticosissima di tirare la nave in secca per raschiare via le incrostazioni e le alghe dallo scafo e restituire velocità al legno. Ma appena terminata l’operazione e rimessa la nave in mare, dalll’orizzonte caraibico spuntò una nave da guerra portoghese. Era un vascello pesante, veloce come il vento. La Queen Ann’s Revenge riuscì a scappare sfruttando il vento. Per la Flying King non ci fu scampo. Con il cacciatore portoghese alle costole, il capitano pirata in seconda decise di fare una manovra incredibile, che di solito non viene mai descritta in questi resoconti: arenare la nave sulla spiaggia a tutta velocità. Praticamente puntò dritto contro la spiaggia. Dei settanta uomini a bordo, dodici morirono nell’impatto e nello scontro a fuoco che ne seguì, quando il vascello portoghese si accostò alla spiaggia e comincio a cannoneggiare. I restanti cinquantotto vennero catturati mentre cercavano di dileguarsi. I portoghesi non persero tempo con i processi: alzarono le forche sulla spiaggia e ne impiccarono trentotto sul posto. Trentadue erano inglesi, tre olandesi, due francesi e uno era un portoghese che aveva tradito la sua stessa patria per la bandiera nera.

Mentre i suoi ex compagni si facevano impiccare nei Caraibi, England continuava a scendere lungo la costa africana. Intercettò due navi, una delle quali era troppo bella per mollarla: la prese per sé e la unì alla flotta.

Arrivati nella rada di Cape Coast, i pirati avvistarono due navi mercantili all’ancora. I capitani delle due prede, terrorizzati, non persero tempo: tagliarono i cavi delle ancore e si rifugiarono sotto la protezione del castello di Cape Coast, una massiccia fortezza di pietra controllata dagli inglesi che dominava la baia con le sue batterie di cannoni. England e i suoi, furiosi per essersi fatti sfuggire il bottino, decisero di vendicarsi. Presero un vascello catturato da poco, lo riempirono di polvere da sparo, pece e legno secco per trasformarlo in una vera e propria bomba galleggiante, e lo lanciarono contro le navi nemiche. Se il piano avesse funzionato, le prede sarebbero andate in fumo e i pirati non avrebbero guadagnato un solo centesimo, ma a quel punto contava solo distruggere. Le cose però andarono male per i predoni: le mura del castello videro la minaccia e aprirono un fuoco d’inferno. Le palle di cannone cominciarono a sollevare colonne d’acqua intorno alle navi di England, costringendolo a battere in ritirata.

Dopo questo smacco, England cercò un porto sicuro. Tirò in secca le navi per raschiare gli scafi e armò di tutto punto una nuova nave che chiamò molto semplicemente Victory (come vi avevo detto poco fa). In quel rifugio isolato, i pirati persero ogni freno. Per settimane vissero di espedienti e alcol, spassandosela con le donne indigene. La convivenza forzata diventò presto feroce: i pirati cominciarono a trattare i nativi con tale brutalità da scatenare una guerriglia. Finì nel sangue. I pirati uccisero diversi del posto e, per dare una lezione ai sopravvissuti, diedero alle fiamme un intero villaggio, riducendolo in cenere prima di riprendere il mare.

Una volta a bordo, la ciurma si riunì sul ponte per decidere dove dirigersi. Ed è la maggioranza a decidere con il voto. Vinse l’ala più ambiziosa: si votò per fare rotta verso le Indie Orientali. 

Qui dobbiamo un attimo soffermarci sul ruolo di comando del capitano England e le leggi dei pirati. Diciamo che il diritto di voto faceva parte di queste leggi, e talvolta la ciurma veniva chiamata a votare su certe questioni. Il fatto, però, è che nel caso di England sembrerebbe che lui si affidi un po’ troppo democraticamente alla sua ciurma. Che le votazioni siano in realtà la norma, adombrando il suo diritto a comandare. Cosa che, poi, segnerà la sua rovina.

Infatti, come abbiamo anticipato all’inizio, England non era un mostro. Lui non voleva le torture e le uccisioni. Era semplicemente incapace di gestire la pressione del suo ambiente, proprio come chi oggi cerca di destreggiarsi in ufficio o in famiglia, quando certi parenti ti mettono i piedi in testa e ti obbligano alla loro visione del mondo. Al capitano England, e a molti di noi oggi, manca la volontà di resistere ai propri valori; di rifiutarsi di cedere a queste pressioni. Qualità che, invece, ritroviamo in tutti i grandi capitani e guerrieri e condottieri (e masnadieri) di cui ho parlato nei vari episodi di Leggende Affilate. Chi è padrone di sé stesso e non si fa trascinare a fondo da chi gli sta intorno, allora può farcela. Può mantenere intatta la sua identità e vivere liberamente e, direi, felicemente. 

I pirati di England quindi doppiarono il Capo di Buona Speranza e all’inizio del 1720 gettarono le ancore in Madagascar. Giusto il tempo di imbarcare acqua dolce e carne secca, e i pirati puntarono dritto verso la costa del Malabar, una terra ricca e lussureggiante che si estende nel sud dell’India, formalmente sotto l’Impero del Gran Mogol ma governata da principi locali. Era una zona strategica, stretta tra mercanti musulmani facoltosi e gli avamposti fortificati dove gli inglesi e gli olandesi gestivano i loro commerci più preziosi.

I pirati erano arrivati fin lì, completando il giro di mezzo globo. Sulla costa indiana fecero scempio della flotta locale, catturando diverse navi indigene e un vascello europeo di proprietà olandese. Scambiarono quest’ultimo con una delle loro navi più logore e, carichi di spezie e tessuti preziosi, fecero ritorno a Madagascar.

Tornati sull’isola, England mandò a terra un forte contingente di uomini armati di tende, piombo e polvere da sparo. Il piano era stabilire un campo base e cacciare cinghiali e selvaggina per rifornire le stive di carne fresca. Mentre erano nei boschi, ai marinai saltò in testa un’idea: cercare i vecchi coloni di Henry Avery, il leggendario “re dei pirati” che anni prima si era ritirato a vivere a Madagascar con un bottino immenso.

Un gruppo di pirati camminò per giorni nell’entroterra selvaggio, spaccandosi le gambe tra la vegetazione tropicale, ma dovettero tornare alla spiaggia con un palmo di naso e le scarpe rotte. I reduci di Avery, infatti, si erano stabiliti dalla parte opposta dell’isola, ben protetti e invisibili. Del regno segreto dei pirati, non trovarono nulla.

Dopo aver pulito nuovamente le carene delle navi, England non perse altro tempo. Fece vela verso le rotte commerciali dell’Oceano Indiano e avvistò tre navi che stavano uscendo in mare aperto: due appartenevano alla potentissima Compagnia delle Indie Orientali inglese. I pirati caricarono i cannoni e si lanciarono all’attacco. Ne seguì un combattimento disperato e furibondo, che possiamo conoscere nei minimi e sanguinosi dettagli grazie a una lettera2 scritta dal capitano di una delle navi inglesi che fu attaccata, quel giorno.

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Assedio e sopravvivenza: la battaglia della Cassandra

Eravamo pronti a salpare il 17 agosto verso le otto del mattino, quando l’orizzonte si fece nero, scrive Macrae, capitano della Cassandra. Due navi pirata stavano entrando nella baia: una da trentaquattro cannoni e l’altra da trenta.

Una delle navi inglesi spiegò tutte le vele e si allontanò dalla Cassandra il più velocemente possibile. A quella vista, il capitano della terza nave, che aveva promesso di combattere al loro fianco, fece lo stesso e scappò. Entrambe si allontanarono di circa tre miglia, fermarono la nave e rimasero a guardare lo spettacolo come se fossero al teatro, lasciando la Cassandra preda dei pirati, che già sventolavano le loro bandiere nere e rosse, simbolo di morte senza quartiere.

Gli inglesi vendettero cara la vita. Si difesero per tre ore. Riuscirono a piazzare diverse palle di cannone sulla linea di galleggiamento della nave pirata più grande, costringendola ad allontanarsi per non colare a picco. L’altro vascello pirata cercava in tutti i modi di abbordare, muovendosi a forza di remi. Arrivo a un palmo dalla fiancata, ma gli inglesi tirarono contro i remi e li fecero a pezzi, bloccandoli sul posto. Verso le cinque del pomeriggio, la situazione sul cassero del capitano, il ponte rialzato a poppa dove stanno gli ufficiali, era un macello: quasi tutti gli inglesi erano morti o mutilati. La nave pirata più grande, riparate le falle, stava tornando sotto per dare il colpo di grazia, sparando bordate continue a meno di duecento metri. Senza alcun segno di vita da parte delle navi alleate, il capitano inglese decise di fare l’unica mossa disperata rimasta: far incagliare la Cassandra sulla spiaggia. In questo caso, far incagliare la nave serviva a uno scopo ben preciso, eliminare le possibilità di accerchiamento del nemico.

Una volta bloccata sulla spiaggia, una nave sarebbe risultata immobile come un castello, con la fiancata piena di cannoni rivolta verso il mare. I pirati avrebbero potuto assaltarla solo da quella direzione, senza poterci girare attorno. Ed ecco che la battaglia navale, fatta di posizionamenti e accerchiamenti, si sarebbe tramutata in un assedio statico. Cosa che avvenne.

Anche perché la nave inglese era più grande e pesante, e pescava quattro piedi d’acqua più del pirata, ma Dio volle che la nave pirata finisse su una secca ancora più alta della nostra e quindi si bloccarono senza potersi direzionare bene, con la prua rivolta verso il nemico. In questo caso, gli inglesi potevano contare su un’intera fiancata piena di cannoni da far tuonare contro la nave pirata che era rivolta verso di loro di punta, con molti meno cannoni da far sparare.

Iniziato il cannoneggiamento, gli inglesi stavano sventrando la nave pirata. E il capitano ripensava ancora ai suoi maledetti alleati, che se fossero intervenuti li avrebbero aiutati di certo a vincere. Ma così non avvenne. I pirati, invece, avevano una seconda nave su cui contare, da cui partirono delle lance piene di pirati. A questo punto, la situazione era davvero disperata. Una volta saliti a bordo avrebbero massacrato tutti.

Con metà dell’equipaggio ridotto a un ammasso di cadaveri e feriti, il capitano inglese decise quindi di abbandonare la nave. Calò pure lui le lance e i sopravvissuti che ancora sapevano stare sulle loro gambe si dileguarono verso la riva, sfruttando il fumo dei cannoni che permeava l’aria.

I pirati indemoniati salirono a bordo della Cassandra e fecero a pezzi i marinai feriti rimasti sul ponte. Gli inglesi rimasti sbarcarono e marciarono nella giungla per venticinque miglia fino alla città del re nativo dell’isola. Il capitano stesso ci arrivò che era più morto che vivo, lacerato da quattro ferite da arma da fuoco e da taglio. Molti erano praticamente nudi, senza cibo e senza una camicia di ricambio, con zero speranze di rivedere l’Inghilterra, persi com’erano in quell’isola sperduta. Allora, piuttosto che rimanere per sempre con gli indigeni, il capitano prese una decisione drastica: tornare a bordo dei pirati a parlamentare.

Insomma, rimanere nudi con gli indigeni nelle capanne di legno era peggio che morire.

Sventolando bandiera bianca, il capitano inglese salii sul ponte della nave pirata del capitano England. L’aria era tesissima. I pirati discutevano se sgozzare l’ospite o lasciarlo vivere, finché un pirata dall’aspetto terrificante salì sul cassero sbraitando. E qui parte una descrizione che non vi immaginerete mai. Tale pirata della ciurma di Edward England aveva un paio di baffi enormi ed era pieno di pistole infilate nella cintura. Inoltre, meraviglia delle meraviglie, aveva una gamba di legno. Questo pirata cliché urlò una bestemmia e si avvicinò a muso duro al capitano inglese. Il capitano si preparò a ricevere la pallottola decisiva, ma il vecchio lupo di mare gli strinse la mano e giurò che era felice di vederlo vivo. Colpo di scena.

Il pirata con la gamba di legno fece l’entrata in scena come se avesse voluto ammazzarlo e infine si dimostrò suo amico e vecchio conoscente. Proprio come accade nei film. Girandosi verso la ciurma, mise mano alle armi e gridò che Macrae era un galantuomo, che aveva navigato con lui in passato e che avrebbe ammazzato sul posto chiunque avesse osato torcergli un capello. E a questo punto, lo stesso capitano pirata, Edward England, si impose. England ordinò alla ciurma di risparmiare il capitano inglese. Costui era un uomo rispettabile, che si era fatto valere in battaglia e aveva avuto il coraggio di tornare a parlamentare. Dunque meritava rispetto.

Ed è qui che Edward England conquistò la fama di pirata gentiluomo. Fece dono al capitano inglese di una nave (vecchia e mezza distrutta, ma tant’è), insieme a tutto quel che serviva per sopravvivere. Tranne i vestiti personali del capitano inglese, di quelli non restituì manco un calzino. Perché Edward era un gentiluomo e come tale voleva vestire.

Il capitano inglese fu dunque lasciato andare. Ma la ciurma di pirati non era assolutamente d’accordo su questa decisione. Molti erano ancora infuriati per aver combattuto una battaglia così dura, contro quel capitano che era stato lasciato in libertà ma che fino a qualche ora prima tirava loro addosso il fuoco dell’Inferno.

A bordo della Cassandra, divenuta parte della flotta pirata, Edward England faceva quindi il possibile per salvare la sua autorità. Missione resa ancor più dura dal fatto che il suo capitano in seconda, quello della seconda nave della flotta, era divenuto il preferito della ciurma. Si chiamava Taylor, ed era un individuo dalla ferocia bestiale, diventato il preferito della ciurma proprio perché era il più spietato, un bruto senza un briciolo di umanità.

E la brutalità, in quel contesto piratesco, ebbe la meglio.

Il marooning: la punizione dei pirati abbandonati al destino

Il capitano Edward England, per la generosità dimostrata verso il capitano inglese, fu accusato di aver violato le severe leggi interne della pirateria, un ordinamento che non tollerava debolezze e che interpretava quel briciolo di umanità come un tradimento della causa. E dunque, con un rapido colpo di mano, i pirati deposero England dal comando. E lo abbandonarono a terra, vittima del marooning, la punizione che consisteva nel lasciare un traditore isolato su una spiaggia deserta, insieme ad altri tre fedelissimi. Lo lasciarono sull’isola di Mauritius, che era un paradiso selvaggio pieno di pesci, cervi e maiali selvatici, un posto dove non si rischiava di morire di fame. Sulle sue coste abbondavano persino il corallo e l’ambra grigia, una sostanza rarissima secreta dai capodogli che all’epoca valeva una fortuna per l’industria dei profumi. Ma i pirati non avevano tempo per raccogliere conchiglie. England e i suoi tre compagni non rimasero ad aspettarli. Usando vecchie doghe di botti e assi di abete lasciate sulla spiaggia da vecchi naufraghi, costruirono una barchetta di fortuna. Con quel relitto miracoloso riuscirono a navigare in mare aperto fino al Madagascar, dove Edward England sopravvisse unendosi ad altri pirati finiti sull’isola. Poi con un colpo di fortuna fece ritorno in Inghilterra ma, come capitava a tutti i grandi pirati che ritornavano in patria, cadde nella più completa povertà, inglobato dalla città industriale che non perdonava nessuno. E dopo anni di stenti e disgrazie, morì nella maniera più miserabile.

Il pirata gentile, era stato gentile una volta di troppo.

La lezione di Edward England per il mondo moderno

La fine di England ci insegna che l’esitazione e la mancanza di rigore si pagano care. E può capitare a tutti noi. Ecco perché ho condensato 10 anni di studi e battaglie in una strategia ripresa dai condottieri più di successo della storia. Si chiama il Codice del Masnadiero: un metodo sotto forma di video-lezioni in cui racconto i segreti di mentalità dei masnadieri di una volta, che sopravvivevano in mezzo al caos più disperato, e vincevano pure.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

  1. Charles Johnson, A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates, Londra, 1724. (Opera storicamente attribuita a Daniel Defoe o a un capitano pirata sotto pseudonimo) ↩︎
  2. LETTERA del capitano James Macrae, datata Bombay, 16 novembre 1720 ↩︎

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