Federico Barbarossa è morto davvero? La verità storica sulla Terza Crociata e l’origine della leggenda dell’imperatore dormiente sotto la montagna.
Si racconta che Federico Barbarossa, l’imperatore del Sacro Romano Impero, non sia davvero morto. Ma che, anzi, sia nascosto da qualche parte in Germania, nelle viscere di una montagna, nell’attesa di tornare alla guida di un esercito scintillante per salvare il suo popolo. Un racconto storico, tramandato nei secoli fino a giungere nientemeno che alle orecchie dei fratelli Grimm, gli stessi che, tramite le loro ricerche, hanno dato forma e immortalità ai miti e alle leggende popolari; coloro che hanno raccolto e salvato un patrimonio narrativo incalcolabile, che non riguarda solo Biancaneve e Cenerentola, ma anche personaggi più affilati come, appunto, Federico Barbarossa.
Affascinati da questa figura titanica, studiarono la leggenda dell’imperatore e la inserirono nei loro libri. Ed è proprio da qui che voglio cominciare la sua storia, dalla raccolta di Saghe Tedesche1 pubblicata tra il 1816 e il 1818.
Il mito dell’Imperatore dormiente: Barbarossa e i fratelli Grimm
Dicono i fratelli Grimm che dalle parti di Frankenhausen, nella Germania del Nord, un pastore si trovava a pascolare le pecore ai piedi del versante meridionale del massiccio montuoso del Kyffhäuser. Aveva sentito le storie su Federico Barbarossa e, forse per gioco, imbracciò la sua zampogna. Suonò una melodia che credeva degna di un re e, gonfiando il petto, urlò verso le rocce che quella musica era un tributo all’Imperatore. Non ebbe nemmeno il tempo di riprendere fiato che l’aria si fece densa, coperta di nebbia. Davanti a lui comparve un uomo, un signore dall’aspetto regale che non apparteneva a quel secolo. Gli chiese a chi fosse dedicato quel concerto improvvisato e, quando il pastore rispose tremando che era per Barbarossa, lo sconosciuto sorrise. Gli ordinò di seguirlo per ricevere la ricompensa che un sovrano deve sempre al suo suddito. Il pastore esitò, preoccupato per le sue pecore, ma il misterioso figuro lo rassicurò: le bestie sarebbero state al sicuro.
Il pastore obbedì e si lasciò condurre mano nella mano con lo sconosciuto verso una fenditura nella roccia che prima non esisteva. Una pesante porta di ferro incastonata nella pietra si spalancò su una sala sotterranea vasta e illuminata. All’interno c’era una corte di signori in armatura e servitori avvolti da un silenzio tombale. Lo sconosciuto signore allora offrì al pastore un dono in cambio di quella musica. L’uomo, terrorizzato e confuso, provò a rifiutare, ma il sovrano fu irremovibile. Gli indicò un bacile d’oro massiccio, un pezzo di artigianato cerimoniale usato dai nobili per il lavaggio delle mani prima dei banchetti. Quell’oggetto era immenso, fuori scala rispetto a qualsiasi cosa un mortale avesse mai visto. Il pastore dovette staccare con fatica uno dei piedi di quell’opera d’arte per poterselo portare via. Prima di rispedirlo in superficie, lo sconosciuto gli fece fare un giro tra gli arsenali sotterranei. Gli mostrò armature antiche, belle e scintillanti, spade affilate come rasoi e archibugi pronti al fuoco. Erano strumenti pensati per una guerra santa mai finita, destinati alla riconquista del Santo Sepolcro che, presto o tardi, sarebbe avvenuta. Il pastore emerse poi dalla montagna, confuso e con quel pezzo d’oro massiccio tra le braccia. Il mattino dopo, portò il tesoro ad un orefice ottenendo conferma che non era stato un sogno: l’oro era autentico, pesantissimo e di una purezza che non esiste più. Il pastore lo vendette e ci fece un mucchio di soldi, ma non riuscì mai più a ritrovare l’ingresso per quel regno sotto la montagna.
Questa è la leggenda di Federico Barbarossa, imperatore che attende sotto la montagna il giorno in cui tornerà a camminare su questa terra, per guidare un esercito di non-morti alla conquista del Santo Sepolcro e verso la fine del mondo. Una leggenda che, per quanto affascinante, non ha niente di medievale. Perché cominciò a diffondersi a partire dal XVII secolo, per concretizzarsi con il lavoro dei fratelli Grimm, i fratelli che scrissero nero su bianco le storie di natura popolare, soprattutto le fiabe.
La verità su Federico Barbarossa e la sua morte, narrata nelle cronache medievali dell’epoca dell’imperatore, è ben diversa. E, se vogliamo, più macabra. La morte stessa dell’imperatore, ovvero le circostanze in cui abbandonò l’anima al Creatore, è intrisa di mistero.
La tragica marcia nella Terza Crociata
Per scoprire come andarono le cose voglio narrarvi i dettagli contenuti nel manoscritto del XII secolo sulla storia della spedizione dell’imperatore Federico2. La spedizione che narra della campagna militare di Terra Santa avvenuta tra il 1189 e il 1190, ovvero la Terza Crociata. La Crociata dei Re, definita così per il gran numero di sovrani che vi presero parte. Spesso finendo in tragedia, come nel caso di Barbarossa.
La cronaca riporta che l’esercito imperiale arrancava su per monti così alti e impervi che persino gli stambecchi faticavano a scalarli. A ogni passo, il terreno cedeva sotto il peso di armature e bagagli. Alle loro spalle, lungo quelle gole strette e maledette, i corpi dei soldati turchi abbattuti negli scontri precedenti ricoprivano il terreno.
Quando finalmente l’esercito raggiunse la sommità del passo, dovette affrontare la discesa verso la valle, che fu altrettanto difficoltosa della salita. Infine, si accampò vicino a un corso d’acqua, il fiume Saleph, dove i cavalli poterono abbeverarsi e brucare erba fresca. Dopo due giorni di riposo in un campo spazioso, la fame tornò a mordere i crociati con una ferocia tale da costringere molti soldati a nutrirsi dei loro stessi cavalli, com’era già accaduto in passato, nei momenti più bui delle spedizioni crociate.
Sulle rive del Saleph arrivarono i messaggeri di un signore delle montagne armene. Uomini esperti di quei territori aspri, che si presentarono con gli inchini di rito e misero le risorse della regione a disposizione dell’Imperatore. Federico Barbarossa sfruttò la loro conoscenza del terreno facendo domande su ciò che li attendeva lungo il viaggio, ma ciò che apprese gli gelò il sangue. La strada che avevano davanti era un incubo di rocce acuminate e precipizi.
Per non fiaccare il morale di un esercito già stremato, l’Imperatore scelse di mentire, ordinando che nessuno parlasse della difficoltà del cammino. Ai pellegrini vennero promesse giornate di abbondanza e riposo, ma la realtà era ben diversa.
Il 9 giugno, durante quella marcia infernale, la disciplina dell’esercito andò in pezzi. Davanti all’impossibilità del sentiero, i portatori delle insegne abbassarono gli stendardi, creando confusione e scompiglio. L’ordine di marcia venne meno e le formazioni si sciolsero. Ogni soldato si spinse dove meglio credeva. Dobbiamo immaginare quell’esercito in marcia come una lunghissima colonna che serpeggiava tra le rocce. Così lunga che non era possibile vedere contemporaneamente l’inizio e la fine. Molti affrontarono un monte altissimo che incombeva proprio sopra il fiume Saleph nel pieno della notte. Fu una fortuna, in un certo senso, perché l’oscurità impedì loro di vedere la profondità degli abissi che costeggiavano. Coloro che si trovavano dietro, in fondo alla colonna, e percorsero quello stesso sentiero il giorno seguente, alla luce del sole, ebbero il terrore di guardare giù, rendendosi conto che l’avanguardia era sopravvissuta a quei passaggi solo grazie alla cecità imposta dalla notte. Occhio non vede…
Il fiume Saleph: l’ultima fatica di un sovrano
Si legge nella cronaca che bisognava avere un cuore di pietra per non piangere, in quei giorni. Vescovi e cavalieri, uomini che avevano fatto della forza la loro ragione di vita, erano ridotti a ombre, costretti a farsi trasportare come sacchi di grano sul dorso dei muli. Il sentiero era stretto tra la parete di roccia e il dirupo, cosparso di sassi instabili dove un solo passo falso del cavallo significava precipitare nel vuoto insieme al suo cavaliere. In quello strazio, si distinsero degli scudieri così fedeli e forti da arrivare a sorreggere i propri signori, magari più anziani, che invece erano crollati dalla stanchezza.
L’avanguardia dell’esercito aveva raggiunto le pianure vicino a Seleucia già l’8 giugno, ma il resto della truppa era ancora disperso tra le rupi, bloccato in un terreno dove solo gli stambecchi e gli uccelli avrebbero osato muoversi. Sotto un sole feroce che cuoceva le armature e bruciava i polmoni, la colonna si trascinava avanti in un silenzio rotto solo dal rantolo dei moribondi. Fu allora che l’Imperatore, insofferente a quella lenta agonia, prese una decisione dettata da un coraggio che sfiorava l’imprudenza.
Ignorando i consigli di chi lo circondava, convinto di poter domare la natura come aveva fatto con i nemici sul campo di battaglia, decise di scendere fino alla sponda del fiume e attraversare a nuoto il Seleucia. L’unica via alternativa a quei sentieri rocciosi tra i dirupi, ma non per questo meno pericolosa.
Il fiume era una furia di correnti gelide e vortici assassini, una trappola mortale. Il risultato fu una tragedia che si consumò in pochi istanti.
Come morì davvero Federico Barbarossa: la verità storica
Non si sa esattamente cosa successe. Nella cronaca non viene descritto il motivo concreto. Sappiamo soltanto che durante la traversata del fiume, l’imperatore Federico Barbarossa, ad un certo punto, andò giù, sott’acqua. Gli uomini del suo seguito, nobili e veterani di mille battaglie, si tuffarono in suo soccorso, riuscendo infine a ripescarlo dalle acque, ma non ci fu niente da fare. Una morte assurda per un imperatore nel pieno di una campagna militare.
La notizia della morte di Barbarossa si diffuse. Il morale dell’esercito, già logorato dalla fame e dalle rocce, crollò definitivamente. E qui, leggiamo con una certa esagerazione letteraria tipica delle cronache medievali agiografiche, ovvero relative ai santi, di alcuni soldati incapaci di accettare che il loro capo fosse svanito tra le correnti del Saleph che si tolsero la vita sul posto; altri, convinti che Dio avesse voltato le spalle alla loro crociata, gettarono via la croce, rinnegarono Cristo e disertarono tra le file dei gentili. Il campo si trasformò in una veglia funebre interminabile.
In mezzo a quella confusione il figlio Federico, Duca di Svevia, fu acclamato comandante dell’esercito. Attenzione, non si trattava di Federico II, lo Stupor Mundi, sovrano del regno di Sicilia che tutti conosciamo, ma si trattava di Federico VI di Svevia. Perché da Federico I Barbarossa arriviamo a suo figlio Federico VI? Perché la numerazione va su due binari differenti, ed è qui che le dinastie medievali diventano un gran caos difficile da comprendere. Il fatto è che Federico Barbarossa era primo del suo nome in quanto imperatore del Sacro Romano Impero. Mentre in quanto Duca di Svevia, era terzo del suo nome: ovvero, Federico III. Il Federico VI che prese il suo posto al comando dell’esercito crociato era il figlio, ma nato dopo altri due duchi di Svevia, pure loro di nome Federico, rispettivamente il numero IV e il numero V. Federico imperatore e sovrano di Sicilia, anni dopo, era il secondo del suo nome in quanto imperatore, nipote del Barbarossa, ma settimo del suo nome in quanto duca di Svevia.
Semplice, no? Scherzo, non lo è.
Sepoltura e smembramento: il destino del corpo di Barbarossa
In ogni caso, il figlio del Barbarossa, che era il sesto del suo nome, si trovò a gestire l’orrore burocratico di quel decesso secondo la tradizione germanica dello smembramento: pratica che consentiva di trasportare i pezzi del cadavere per poterlo seppellire cristianamente in punti simbolicamente importanti. Come ad esempio Gerusalemme: era lì che volevano portare il cadavere del Barbarossa. Federico VI trasportò il cadavere imperiale fino a Tarso, in Cilicia. Lì le viscere vennero rimosse e sepolte. Ma non fu possibile raggiungere l’obiettivo di Gerusalemme. Il corpo svuotato dell’Imperatore, quindi, venne seppellito ad Antiochia.
Non fu neanche possibile eseguire l’ultimo desiderio dell’imperatore. Aveva ordinato di amputare la sua mano destra e di portarla a Würzburg, definita come la seconda capitale del suo regno. Ma nemmeno in questo la sorte fu clemente: durante il viaggio di ritorno, i messaggeri incaricati di trasportare quella reliquia la smarrirono lungo la strada. Quel pezzo di corpo, destinato a diventare simbolo e monumento, finì dimenticato nel nulla.
E voglio credere che sia stato lo smarrimento di quest’ultimo “pezzo” a dare origine alla leggenda di un imperatore che, in fondo, non è mai davvero morto, ma solo sperduto, sospeso nel limbo di un possibile ritorno; quando i suoi sudditi ne avranno maggiore bisogno.
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È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.
È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.
