Un monaco, un orso addestrato e una maledizione mortale. Scopri la storia di San Fiorenzo nei Dialoghi di Gregorio Magno. Storia, mito e disciplina.
Un eremita viveva solo in mezzo ai boschi vicino a Norcia, in Umbria. Ma in verità non era proprio solo. Al suo fianco c’era sempre un orso enorme. Un animale che ubbidiva a ogni suo comando e che addirittura faceva da guardiano alle pecore. Sembra una fiaba, ma si tratta di un autentico testo medievale, che narra di come questa amicizia tra monaco e orso diede origine a un vero e proprio massacro. Con tanto di maledizione e gente ammazzata. Perché, nonostante quel che pensiamo comunemente, i monaci incattiviti ci andavano giù pesante e sapevano essere davvero sanguinari.
Il manoscritto in cui è contenuto questo bellissimo frammento di cronaca soprannaturale è stato redatto nientemeno che da Gregorio Magno.1 Un papa vissuto nel VI secolo. Autore eccellentissimo che, sono certo, vi regalerà una storia meravigliosa di cui non avete mai sentito parlare.
- 1. San Fiorenzo e l’orso: la cronaca medievale di un patto insanguinato
- 2. Il miracolo del pascolo: quando la natura obbedisce alla fede
- 3. L’invidia dei monaci: il prezzo del male nei Dialoghi di Gregorio Magno
- 4. La giustizia dell’eremita: una maledizione che squarcia il cielo
- 5. Dalla solitudine al Codice del Masnadiero: la tua guida oggi
San Fiorenzo e l’orso: la cronaca medievale di un patto insanguinato
Tutto ebbe inizio in una solitaria chiesetta dell’Umbria alto medievale. Un monaco di nome Fiorenzo faceva l’eremita, ovvero viveva da solo per devozione. Ma non lasciatevi ingannare: quella di Fiorenzo era una vita dura, frutto di una disciplina estrema che richiedeva un controllo ferreo su ogni pensiero e desiderio. Il punto è proprio questo: mantenere la volontà necessaria al distacco. Perché allontanarsi non è affatto facile. Non si tratta di una fuga, ma di una deliberata e costante prova di resistenza. Perché la società è attraente quanto pericolosa. Una verità che vale ancora oggi. E forse anche di più.
Perché nonostante il livello di benessere elevatissimo che abbiamo oggi, viviamo costantemente bombardati da cattive notizie, sempre messi a confronto con paragoni fintissimi messi in mostra sui social, dove tutto è sempre più bello e migliore di te (e, ripeto, fasullo). Mi meraviglio che ancora non ci siano grandi movimenti per fuggire da tutto questo, per prendere il più possibile le distanze. Ma me li aspetto. Se dovessi fare il Nostradamus de noialtri, direi proprio che nel brevissimo futuro mi aspetto ondate di gente che non ce la fa più e decide di mettere un muro tra la propria sopravvivenza (fisica e mentale) e il caso del mondo moderno. Nuovi eremiti, come Fiorenzo. Che, però, come dicevo all’inizio, in verità non era esattamente solo. Perché la sua vita era durissima. E infatti, un giorno, sopraffatto dalla solitudine, si inginocchiò e chiese con forza al Signore di mandargli un compagno, qualcuno che potesse dividere con lui le giornate e la fatica. Proprio in quel momento accadde il miracolo.
Appena uscì dalla porta della chiesa, Fiorenzo si trovò davanti un enorme orso. Chiunque sarebbe scappato terrorizzato, ma l’animale non sembrava affatto aggressivo. Aveva la testa bassa, era calmo e non mostrava la minima intenzione di attaccare. Fiorenzo capì subito che quello era il segno che stava aspettando. In quel luogo c’erano quattro o cinque pecore che non avevano nessuno che le portasse al pascolo o le tenesse al sicuro dai pericoli. Allora il monaco guardò l’orso e, con naturalezza, gli diede un ordine preciso. Gli disse di guidare le pecore per portarle a brucare in mezzo al verde e poi tornare da lui a mezzogiorno. E l’orso obbedì. Portò le pecore al pascolo, le fece mangiare, e tornò per mezzogiorno. Comprendendo persino l’orario esatto del ritorno, cosa che non sarei in grado di fare io, senza un orologio.
Il miracolo del pascolo: quando la natura obbedisce alla fede
Da quel momento, la vita di Fiorenzo cambiò. L’orso diventò un vero e proprio pastore. Anche se per natura era una bestia feroce e abituata a cacciare, ubbidiva a ogni comando dell’eremita senza protestare. Non toccava nemmeno una pecora. Anzi, le proteggeva e le guidava. Fiorenzo gestiva il ritmo delle giornate in base alle sue necessità di preghiera. Se il monaco decideva di digiunare, ordinava all’orso di tornare nel pomeriggio, verso le tre. Se invece non aveva intenzione di digiunare, gli chiedeva di tornare a mezzogiorno. Così mangiavano insieme. L’orso non sbagliava mai un colpo. Era incredibilmente preciso, ubbidiva sempre agli ordini del suo padrone e rispettava alla lettera gli orari, senza mai creare problemi.
La notizia di questo miracolo quotidiano si sparse in fretta in tutta la regione. Tutti parlavano di questo monaco capace di domare una bestia feroce. Ma dove c’è del bene, dice Gregorio Magno, spesso arriva anche l’invidia. Il testo chiama questa minaccia “il lavoro dell’antico avversario”, ovvero il diavolo, che non sopporta la bontà e usa le debolezze degli uomini, come l’invidia appunto, per rovinare tutto.
L’invidia dei monaci: il prezzo del male nei Dialoghi di Gregorio Magno
Quattro monaci di un monastero lì vicino iniziarono a provare invidia. Non riuscivano ad accettare che Fiorenzo, lasciato solo in quel posto sperduto, fosse diventato famoso per quel prodigio, trattato quasi come un santo che faceva miracoli. L’invidia divenne odio e, alla fine, i quattro decisero di agire nel modo più crudele che si possa immaginare: tesero una trappola all’orso e lo uccisero. Povera bestia.
Quando arrivò il momento in cui l’orso doveva rientrare e non lo vide arrivare, Fiorenzo iniziò a preoccuparsi. Aspettò fino a sera, chiamando il suo compagno animale, che chiamava affettuosamente fratello. Non gli aveva dato un nome, ma lo considerava come un fratello.
Il giorno dopo, Fiorenzo si mise a cercarlo per i campi, finché infine non trovò la carcassa dell’animale. Capì subito cosa era successo e scoprì anche chi erano i colpevoli. Fiorenzo soffriva, sia per la morte del suo fratello orso che per la cattiveria dei suoi altri fratelli, i monaci.
L’abate del monastero, saputa la notizia, chiamò Fiorenzo da lui per consolarlo, ma il dolore era troppo forte. Fiorenzo, in preda a una rabbia profonda, decise di farsi giustizia da solo e lanciò una maledizione terribile. Chiese al Signore di far pagare ai quattro colpevoli il male che avevano fatto a una creatura innocente, facendo sì che tutti potessero vedere la punizione per la loro malvagità.
La giustizia dell’eremita: una maledizione che squarcia il cielo
Il castigo arrivò all’istante. Appena Fiorenzo ebbe pronunciato quelle parole, i quattro monaci furono colpiti da una malattia terribile chiamata elefantiasi. Per spiegarvi di cosa si tratta, era una patologia che causava una gravissima deformazione del corpo e dei tessuti, accompagnata da infezioni profonde e dolorose. Morirono poco tempo dopo, tra atroci sofferenze, con il corpo completamente rovinato dalla malattia. Li fece marcire e imputridire, insomma. Una morte terrificante, che spaventò l’intera comunità. Compreso lo stesso eremita.
Appena vide gli effetti devastanti della sua preghiera, Fiorenzo rimase sconcertato. Si rese conto di aver chiesto una punizione troppo dura e passò il resto dei suoi giorni a piangere e a tormentarsi. Si sentiva responsabile della morte di quei quattro monaci.
E qui dobbiamo fare una precisazione riguardo questo aspetto, che sembra stonare al livello di dottrina cristiana, soprattutto se scritto da un autore come papa Gregorio Magno. Il fatto è che l’invocazione vendicativa dell’eremita non è stata una “cosa buona e giusta”. Anzi, nel testo si specifica che non si deve mai invocare vendetta contro nessuno, nemmeno quando si perde il controllo. Chi lancia maledizioni non avrà posto nel regno dei cieli.
Dopo la morte di fratello orso, in ogni caso, la fama del monaco era cresciuta così tanto che un diacono, che viveva molto lontano, decise di mettersi in viaggio per incontrarlo e chiedergli una benedizione. Quando il diacono arrivò nei pressi della piccola cella di Fiorenzo, si bloccò terrorizzato: il terreno era completamente coperto da una quantità impressionante di serpenti.
Poi comparve Fiorenzo. Alzò le mani e lo sguardo verso l’alto e chiese al Signore di liberarlo da quell’infestazione. Nemmeno il tempo di finire la preghiera che un tuono potentissimo squarciò il cielo limpido. Quella scossa sonora fu così micidiale da uccidere istantaneamente tutti i serpenti che circondavano il posto.
Fiorenzo, guardando quella distesa di rettili morti, rivolse di nuovo lo sguardo al cielo e chiese al Signore chi si sarebbe occupato di portarli via. Aveva appena finito di parlare che successe un altro fatto prodigioso. Arrivò uno stormo di uccelli: erano tanti quanti i serpenti uccisi. Ogni uccello prese nel becco un serpente e volò via per buttarlo lontano, ripulendo in poco tempo tutto lo spazio intorno alla casa di Fiorenzo.
A questo punto, potremmo chiederci come mai Dio fosse sempre così pronto a rispondere a ogni singola richiesta di Fiorenzo. Innanzitutto, perché era un santo. L’avrete sicuramente capito, ma ve lo confermo. Costui divenne poi san Fiorenzo, canonizzato dalla Chiesa. Ma c’è un altro motivo che permetteva alle sue parole di essere così efficaci.
Papa Gregorio Magno spiega che è una questione di sintonia. Quando le persone scelgono di vivere distaccate dalle distrazioni del mondo e imparano a usare le parole con attenzione, senza sprecarle in chiacchiere inutili che sporcano l’anima, diventano più simili al loro Creatore. È proprio questa somiglianza spirituale, fatta di cuore limpido e pensieri puri, a rendere le loro preghiere così potenti e ascoltate.
E poi, in mezzo a tutto questo, ci regala un insegnamento preziosissimo ancora oggi, al netto di dottrina e religione. Qualcosa che arriva al cuore della questione, e del significato di essere eremiti, ovvero prendere le distanze dalla società. Perché è davvero difficile non farsi “sporcare l’anima” quando viviamo immersi in un mondo fatto di chiacchiere inutili e cattive. Quando ascoltiamo in continuazione discorsi nocivi e, senza accorgercene, iniziamo a farli nostri. Così, un po’ alla volta diveniamo parte del caos.
Questa filosofia medievale è sempre vera. Il detto popolare lo conferma: se vai con lo zoppo, impari a zoppicare. Oggigiorno, in questa società sempre più caotica, in mezzo a notizie sempre più allarmanti e a un contesto sempre più minaccioso, che mette in discussione quelli che sono stati i valori dell’umanità per decine di migliaia di anni, e ci impedisce ad esempio di fare figli (e l’Italia, in questo, si sta posizionando in maniera preoccupante come una nazione che al livello demografico sta andando verso l’estinzione). Una società che annienta intere generazioni e le rende completamente rassegnate, prive di fiducia. Una rassegnazione che si riflette su tutto quanto, dalla voglia di mettere su famiglia, di cercare lavoro, di trovare il proprio posto nella comunità e, in senso lato, di far parte della comunità. La comunità in certi contesti, soprattutto le grandi città, non esiste neanche più. E in questo ambiente così dannoso, è molto difficile fiorire. Ecco la forza dell’eremita: il prendere le distanze dal marcio per elevarsi a un livello superiore.
Ma non è solo questione di distacco fisico. Altrimenti sarebbero tutti eremiti. Il distacco fisico è solo uno dei modi per arrivare al risultato. Ve n’è un altro più immediato, che si può applicare in qualsiasi contesto, ed è quello di darsi una regola. Disciplina. Cosa che ho deciso di fare io stesso.
Dalla solitudine al Codice del Masnadiero: la tua guida oggi
Seguendo Leggende Affilate, sapete che ho trascorso anni a studiare le strategie del passato, soprattutto quelle dei cavalieri e dei grandi condottieri. E queste centinaia di articoli, episodi, video e podcast mi hanno permesso di creare la regola definitiva, applicabile oggi nel nostro mondo pieno di benessere e, al tempo stesso, di minacce. L’ho chiamato il Codice del Masnadiero: un insieme di regole per gestire lo stress come facevano i templari, divenire resistenti, dalla volontà incrollabile e, soprattutto, smettere di essere pedine in un mondo che vuole divorarci. Possiamo definirlo un percorso di addestramento, breve ma denso di contenuti storici applicati alla vita moderna, scritto in maniera semplice e supportato da video lezioni, dove io stesso con la mia voce spiego i 13 articoli del Codice del Masnadiero. Decine di voi lo stanno già mettendo in pratica con grande soddisfazione, soprattutto al livello morale. Perché la storia è maestra di vita, e lo è davvero. Basta darsi da fare.
Trovate il link qui sotto. Restate affilati.
È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.
È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.
- Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), a cura di Salvatore Pricoco, testo critico di Manlio Simonetti, 2005 ↩︎
