Assedio di Forlì e Caterina Sforza

Assedio di Forlì: Caterina Sforza contro Cesare Borgia

La rocca di Forlì trema sotto le bombarde. La storia vera dell’assedio di Forlì e la resistenza leggendaria di Caterina Sforza contro i Borgia.

Dicembre 1499. Le cannonate delle bombarde si schiantano contro le mura della rocca di Forlì. Un esercito imponente ha assediato la città romagnola, già dilaniata da una guerra logorante. La situazione è disperata, tragica, ma tra le file dei difensori si leva una voce femminile, forte e squillante. Sulla sommità dei bastioni compare lei, la signora della rocca, con l’armatura e le armi in pugno. Pronta a combattere insieme ai suoi uomini fino alla fine. Il suo nome è Caterina Sforza, e questa è la storia della straordinaria resistenza di una condottiera in uno degli assedi più grandiosi del Rinascimento.

Assedio di Forlì (1499): La resistenza di Caterina Sforza

Per capire meglio i fatti, voglio riportarvi le parole delle Cronache Forlivesi (Cronache Forlivesi dal 1476 al 1517, di Bernardi, Andrea, 1450-1522), un manoscritto di quel periodo, che ci mostra subito l’identità dell’antagonista, il nemico di questa nostra storia. Ovvero, il papa.

A quell’epoca, il Pontefice era un sovrano a tutti gli effetti, che gestiva territori, eserciti e alleanze diplomatiche. Papa Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia, era l’esempio perfetto di Pontefice-sovrano.

Il suo obiettivo era praticamente quello di dominare l’Italia centrale, assicurando alla sua famiglia, i Borgia, un potere stabile e duraturo. Nel suo mirino finì la Romagna, una terra ricca, strategicamente importante e divisa in una miriade di piccoli stati governati da signorotti locali spesso in conflitto tra loro. Il papa Alessandro VI capì che, se fosse riuscito a riunire tutti quei frammenti sotto un unico comando, avrebbe creato un solido principato nelle mani del suo prediletto: Cesare Borgia. Che come suggerisce il cognome era suo parente. E più specificamente, suo figlio.

Sì, il papa aveva un figlio. Il fatto che il Papa avesse figliato non era di certo considerato un modello di virtù cristiana, ma nell’Italia di fine Quattrocento la distinzione tra il ruolo spirituale degli uomini di chiesa e la loro vita privata era spesso molto sfumata. Accadeva fin dagli albori della religione cristiana. Alcuni preti infatti vivevano apertamente con le proprie compagne. E la nascita di figli illegittimi (perché, da un certo punto del medioevo in poi la pratica fu ritenuta ufficialmente peccaminosa) era una consuetudine abbastanza presente.

Ma ciò che fece il papa, intendiamoci, fu comunque uno scandalo. Sotto ben due punti di vista. Il primo, quello morale e religioso, ovvero che il figlio del papa era un gravissimo peccato, reso ancor più grave dal fatto che era lo stesso papa ad averlo compiuto. Il secondo di natura politica: era visto con odio il tentativo di trasformare lo Stato Pontificio in un principato basato sulla dinastia. 

Il papa, quindi, voleva piazzare suo figlio al comando dell’Italia centrale: Cesare, detto il Valentino per via del titolo di Duca creato per lui dallo stesso re di Francia. E in italiano il Valentino richiamava anche le sue origini spagnole. Perché, e qui si apre un’altra parentesi affascinante, non tutti sanno che la famosa famiglia Borgia, a partire dallo stesso papa Alessandro VI, nasce in Spagna. Papa Alessandro VI era nato in Catalogna (Rodrigo de Borja y Borja). In questa epoca storica italiana le storie e gli eventi interessanti si intrecciano a dismisura, e per quanto meraviglioso conoscere questi dettagli, è meglio restare concentrati sulla protagonista di oggi.

Caterina Sforza vs Cesare Borgia: il conflitto

Perché a frenare i sogni di gloria dei Borgia c’era un’altra famiglia, rappresentata da una coraggiosa quanto agguerrita signora: Caterina Sforza. Lei aveva ben capito quali fossero gli obiettivi del papa. E non era minimamente intenzionata a cedere a lui, e al figlio Valentino, neppure una zolla di terra romagnola. Quando ti metti contro il papa, però, sappiamo bene cosa succede: innanzitutto vieni bellamente scomunicato. Poi ti piomba addosso un santificato e benedettissimo esercito.

Quando Cesare Borgia, il Valentino, arriva in Romagna al comando di un possente esercito, lo fa in verità come un salvatore. Inizialmente, il figlio del papa si presenta come il giusto, recando con sé le bolle pontificie che dichiarano i signori locali (come Caterina Sforza) dei ribelli verso la Chiesa. Questo gli permette di giustificare l’invasione: lui non sta “rubando” terre, le sta “liberando” per conto del Papa. Una strategia, quella di indire una crociata contro i nemici politici, già in uso da secoli. Cesare arriva in ogni città romagnola e mette i cittadini di fronte a un bivio. “Se vi arrendete subito, sarete trattati bene; se resistete, vi ammazzo”. Spesso, spaventati dalla sua fama di spietatezza e dalla potenza dell’esercito che lo accompagna, gli abitanti preferiscono aprire le porte e consegnargli le chiavi. Ed è proprio quello che accade a Forlì. 

Le autorità cittadine, riunite in consiglio, presero una decisione unanime: consegnare la città a Cesare Borgia. E il Valentino, che era accampato fuori, accettò, prendendo possesso delle chiavi della città. Non tutta però. L’unica parte che rimaneva ancora sotto il controllo di Caterina era la rocca di Ravaldino, ovvero una cittadella fortificata, circondata da possenti mura, che si trovava proprio in mezzo al centro urbano di Forlì. Una fortificazione che lei si ostinava a presidiare. Lei che non voleva arrendersi e ce l’aveva a morte con quei voltagabbana che si erano consegnati al nemico. 

Si legge nella cronaca che per manifestare il suo disappunto, Caterina fece sparare dai bastioni della rocca un colpo di bombarda, ovvero una sorta di cannone in uso alla fine del Quattrocento che sparava grosse palle di pietra o metallo. Ma non sparò in aria, bensì verso la torre del popolo, tra le case. Il proiettile, per fortuna, finì vicino alla chiesa di San Francesco e non causò danni a nessuno. Però, ecco, lei non era affatto contenta. E con questo dettaglio apriamo la via per parlare un po’ di lei, del suo modo di governare, e anche del suo carattere particolare, direi sanguigno: chi era Caterina Sforza?

Caterina era la figlia di Galeazzo Maria Sforza, il potentissimo Duca di Milano. E in principio era una stretta alleata dello stato Pontificio, e nello specifico nel predecessore di quel papa Alessandro VI che la scomunicò. Il papa precedente, Sisto IV, era in ottimi rapporti con lei. Così buoni che gli diede in sposo suo nipote, Girolamo Riario. Nipote che, indovinate un po’, in realtà si pensa fosse proprio il figlio del papa. Doppio colpo di scena: Caterina Sforza era sposata col figlio illegittimo del papa. E poi fu assediata dal figlio illegittimo del papa successivo. Se questa fosse la trama di un romanzo, oltre che complicata, sarebbe giudicata troppo fantasiosa e irrealistica, di sicuro. Come al solito, la storia si dimostra più fantastica delle storie fantastiche.

Per farla breve, il marito di Caterina fu assassinato da una congiura. Lei rimase sola al comando dei suoi domini romagnoli e si diede un gran da fare. Tanto che alcuni cronisti dell’epoca la definiscono una tiranna. Si legge nelle cronache forlivesi, che Caterina era implacabile. Non permetteva a nessuno, né agli altri potenti d’Italia né ai suoi stessi sudditi, di sfidarla. Questa sua determinazione si trasformò in una spietata repressione: fece giustiziare moltissimi uomini, donne e persino sacerdoti che si erano opposti al suo dominio. E per portare avanti questa lotta continua, assoldare condottieri e soldati, imponeva tasse continue su qualsiasi cosa: sul grano, sul vino, sulla legna, sulla carne, sul latte, persino sui tessuti. Non solo si faceva pagare tutto a prezzi che decideva lei, ma si appropriò anche di beni pubblici e mulini che appartenevano alla comunità. Una buona dose di malcontento, insomma, si era diffuso nella sua città ormai da tempo. 

E qui torniamo alla venuta del Valentino e alla resa del consiglio cittadino di Forlì. Capite perché tutti si vollero consegnare subito a quel Cesare Borgia? Perché si sentivano oppressi dal pugno di ferro di Caterina e speravano di passare dalla parte migliore. Ma quello che non sapevano è che si trattava di una scelta azzardata.

Perché non appena il Valentino fece entrare in città alcune squadre di soldati per porre d’assedio la rocca e tagliare tutte le vie di rifornimento per prenderla per fame, il clima si fece subito teso. Immaginate la scena: da una parte abbiamo una città che si è arresa senza combattere, dentro cui vi è una cittadella fortificata e presidiata dalla signora, Caterina Sforza, e tutti i soldati, i quali combatteranno eccome; dall’altra abbiamo l’esercito nemico guidato da Cesare Borgia che ha ottenuto l’accesso in città, ma non può farsene nulla finché non espugna la cittadella interna. E immaginate che questo esercito invasore è composto da migliaia di soldati e mercenari. Gente che, nonostante la tregua con gli abitanti che si sono arresi, era in armi, pronta combattere e incline a farlo alla minima occasione. Insomma, sarebbe bastata una scintilla per far scoppiare un incendio.

Gli abitanti della città, stretti in questa tenaglia tra Caterina e gli invasori, non si sentivano affatto sicuri. E cominciarono ad armarsi pure loro. Furono schierate delle truppe cittadine per mantenere l’ordine e prevenire le angherie dei soldati invasori, che ovviamente si lasciavano scappare a prepotenze di vario genere. La guardia cittadina si compose di 200 uomini, i quali avevano proprio il compito di presidiare le strade e le piazze e tenere d’occhio gli invasori, per far loro rispettare la tregua. Un gioco al riarmo, insomma, che contribuì a far crescere ancora di più la tensione. Di contro, si formarono alcuni gruppi di ribelli che non erano assolutamente d’accordo nel far entrare il Valentino. La città era quindi divisa internamente, in molteplici fazioni. 

Nel frattempo, dalla rocca dove si trovava ancora Caterina Sforza, partirono quattro colpi di bombarda. Non puntavano contro le truppe avversarie, dice la cronaca, ma cercavano di colpire la torre dove suonava la campana del popolo, nel tentativo di far tacere quella voce che annunciava la fine del suo dominio. Uno dei proiettili finì addirittura su una casa privata. Parrebbe insomma che la signora di Forlì ce l’avesse più con gli abitanti che si erano arresi, piuttosto che col nemico vero e proprio. Ferita profondamente nell’orgoglio.

A quel punto, Cesare Borgia decise che era arrivato il momento di entrare ufficialmente in città per prendere possesso di Forlì. Ordinò quindi alle autorità cittadine di trovare alloggi adeguati per i suoi capitani e per tutto il suo seguito di nobili. Per assicurarsi che tutto filasse liscio, inviò i suoi uomini in avanscoperta, che segnarono con delle croci tutte le porte delle case scelte per ospitare i comandanti. Scelta dal sapore biblico.

A quel punto, il Valentino si mosse con tutto il suo immenso esercito. Cesare Borgia in persona si stabilì in una bella casa di Forlì, accompagnato da cavalieri, soldati e anche monsignori, balivi e capitani di ventura. Ogni casa importante fu occupata da una schiera di uomini pronti alla guerra, dai nobili spagnoli ai comandanti mercenari tedeschi.

La composizione di questa massa di gente era davvero varia. Stando a quanto riportato, l’esercito papale comprendeva circa ottomila tra tedeschi e svizzeri, duemila francesi e quattromila tra spagnoli e guasconi. A loro si aggiungevano altre duemila persone, tra preti, frati, artigiani, cuochi e una quantità enorme di prostitute che seguivano costantemente il movimento delle truppe. In totale, parliamo di quattordicimila soldati più persone al seguito che, da un giorno all’altro, si riversarono tra le mura e nelle campagne intorno a Forlì.

Quattordicimila soldati che gravavano su una città medievale rappresentavano un carico logistico spaventoso, quasi raddoppiando la popolazione residente abituale.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

Il Duca fece il suo ingresso trionfale giovedì 19 dicembre 1499, verso le dieci di sera, mentre pioveva a dirotto. Cesare Borgia apparve in sella a un cavallo bianco, completamente armato, con una piuma bianca sul cappello e una veste di seta sopra l’armatura, confezionata secondo la moda francese. Teneva un dardo in mano. Al suo fianco cavalcava monsignor d’Alegre. Davanti a lui camminavano due giovani paggi vestiti di seta alessandrina, decorati con gigli davanti e dietro, seguiti da tre trombettieri che annunciavano il suo passaggio tra i soldati.

Un ingresso più o meno glorioso, che ruppe completamente ogni equilibrio. Perché l’occupazione delle case da parte dei soldati, come possiamo ben immaginare, creò non pochi problemi. Prima di tutto, gli artigiani della piazza furono cacciati via, subendo danni enormi alle loro merci. Un calzolaio, ad esempio, subì il furto di beni per un valore di centotrenta lire solo perché non era riuscito a sgomberare la bottega in tempo, e per giunta prese anche delle gran bastonate. Lo stesso destino toccò a sarti e altri artigiani. Le botteghe vennero occupate da osti, salumieri, calzolai, maniscalchi e sellai dell’esercito invasore. Persino il Palazzo dell’autorità cittadina fu devastato: nella sala dei nobili rappresentanti del governo fu aperta un’osteria, dove bruciarono tutti i banchi per scaldarsi. Dove prima c’erano gli uffici della guardia e della gabella, installarono una macelleria, bruciando tutto ciò che trovavano e riducendo quegli spazi a luoghi di sporcizia, in un gesto di totale disprezzo.

La situazione era identica in ogni luogo della città. Tutti gli artigiani furono costretti a chiudere le botteghe. In ogni quartiere e in ogni vicolo c’erano così tanti soldati che pretendevano di alloggiare che non c’era più spazio; le porte venivano sfondate e chiunque si trovasse all’interno veniva cacciato via con la forza. Qualcuno provò a barricarsi, ma non servì a nulla: i soldati usarono le armi per rompere ogni serratura e ogni porta. Questa situazione durò per tutta la notte, sotto una pioggia incessante che continuò anche nei giorni successivi. Una volta presi possesso degli alloggi, i soldati pretendevano le chiavi di ogni stanza e nulla poteva essere mosso o venduto senza il loro permesso. Si presero tutto, persino le armi che trovavano, e se qualcuno si opponeva, veniva percosso con il piatto delle spade.

Forlì occupata: la vita sotto le truppe papali

Venerdì 20 dicembre dei soldati francesi si radunarono attorno alla nalla statua di San Mercuriale che sedeva sopra un monumento. Dicevano che quel “poltrone” lassù, riferendosi al santo, stava lì a guardare con arroganza. Un’icona sacra che dava fastidio. Salirono sul monumento e iniziarono a colpire la figura del santo con le armi. E urlavano: “Vattene giù, poltrone!”. Con un gran fracasso, fecero precipitare a terra nel fango la statua. Mentre facevano scempio del monumento, ci furono soldati che, pur facendo parte di quella massa, cercarono di mantenere la calma e si opposero. Altri mandarono a chiamare i religiosi affinché portassero via i resti del santo in una chiesa, ma nonostante la rabbia profonda che provavano i cittadini, nessuno ebbe il coraggio di aprire bocca per protestare contro quel sacrilegio.

Sabato 21 dicembre fu imposto a tutta la popolazione e a chiunque si trovasse in città di portare una croce bianca cucita sul petto. Nessuno fu risparmiato: l’ordine valeva per i preti, per i frati, per i bambini e per gli anziani. Chiunque venisse sorpreso senza il segno distintivo veniva duramente picchiato o ferito, senza alcun riguardo nemmeno per il clero o per gli ebrei. Quello stesso giorno, alcuni soldati assaltarono il monastero delle monache di San Domenico, abbattendo le mura sul lato verso Ravenna. Le monache suonarono le campane a martello e gridarono invocando aiuto, ma ben pochi tra i cittadini ebbero il coraggio di intervenire. Quando il Duca Valentino venne a sapere di tale disordine, ordinò immediatamente di smetterla. I responsabili dell’assalto furono severamente bastonati e feriti, e il Valentino emanò un bando: da quel momento in poi, chiunque avesse osato disturbare i luoghi pii e religiosi sarebbe stato condannato alla forca. Tentava di mantenere l’ordine in quella difficoltosa situazione, insomma. Ma non riusciva. Cesare Borgia non riusciva a trovare pace per il numero infinito di povera gente che si presentava al suo cospetto: chi mostrava le braccia tumefatte o la testa rotta, chi piangeva perché gli avevano rubato le cose, chi gridava di non avere più nulla in casa, chi lo supplicava di aver bisogno di sfamare la famiglia. Altri ancora si disperavano perché non avevano più manco i vestiti.

La situazione era drammatica: in molti casi, invece di migliorare le cose, gli ufficiali inviati dal Valentino per sistemare le cose, le peggioravano, perché si facevano coinvolgere nei tumulti. 

“Gente mia, abbiate pazienza per amore mio” disse il Valentino, rivolgendosi al popolo. “Perché se uscirò vivo da questa impresa e rimarrò il vostro Signore, vi giuro sulla mia fede che vi ripagherò di tutto”.

Abbiate pazienza, disse loro.

Arrivati a questo punto, con tutti questi bellissimi dettagli che mai vengono raccontati quando si narra di assedi e battaglie, che ci permettono di capire nel profondo come avveniva davvero le cose nel concreto. Ecco, non per vantarmi, ma vi sfido a trovare un altro glorioso format come questo. Ma dove le trovate cronache simili? Leggende Affilate è un fuoco di speranza e conoscenza in mezzo a una gran massa oscura di cagate e superficialità. Ecco, se volete tenere viva questa fiamma, dovete per forza entrare a far parte della Masnada. È tutto nelle vostre mani.

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Tornando alla strategia di Valentino. Oltre ad attendere la naturale resa della rocca, che prima o poi, per forza di cose, sarebbe avvenuta. Perché cibo e acqua finiscono. Il condottiero figlio del papa non stava con le mani in mano. Si fece portare delle potenti artiglierie provenienti da Imola e moltissimi carri carichi di munizioni e polvere da sparo. Si preparava, insomma, a dare il colpo di grazia. Perché attendere a oltranza è pericoloso, sia per chi attacca che per chi difende.

La Rocca di Ravaldino durante l’assedio

Arriva poi il giorno di Natale, quando dalla rocca Caterina Sforza decise di farsi sentire di nuovo. Come? Con la voce tonante delle sue artiglierie. A Natale, la signora sparò diversi colpi verso la città, che ormai era in mano al nemico. Uno di questi, esploso da una grossa colubrina, finì proprio vicino alla casa occupata dal Valentino.

Una mossa, questa, pericolosissima al livello di reputazione. Perché Caterina aveva ancora molti abitanti che pendevano dalla sua parte, e che magari si sarebbero schierati con lei. Ma prendere a cannonate la città nel giorno della nascita del bambin Gesù no, non si può fare. Si dice che a dare l’ordine non fosse stata Caterina, ma il comandante delle artiglierie della rocca. E che Caterina andò subito da lui per dirgli di cessare il fuoco. La verità non la sapremo mai, come al solito.

Non mancarono anche le occasioni per parlamentare. Il 26 dicembre, Cesare Borgia si recò a cavallo fino ai fossati della rocca, e parlò a lungo con Caterina per cercare un accordo. Accordo che si risolse in un nulla di fatto, perché quello stesso giorno le artiglierie tuonarono di nuovo. Stavolta però furono quelle dell’esercito attaccante, dritte contro le mura della rocca. Volevano aprire una breccia, e dopo aver ammorbidito col fuoco di sbarramento, i soldati iniziarono a scavare una via coperta che correva lungo il bordo dei fossati fino ad arrivare alla rocca. Per questo lavoro furono impiegati moltissimi addetti allo scavo fatti venire appositamente da Cesena, che si occuparono anche di trasportare numerosi carri pieni di assi di legno per costruire le fortificazioni e i ripari necessari all’assedio. Il Valentino stava accelerando i tempi, insomma. Bisognava farla finita alla svelta.

Il 28 dicembre, sabato, tutte le colubrine, i falconetti e le bombarde dell’esercito papale iniziarono a sparare numerose palle contro la rocca. In totale erano circa sessanta bocche da fuoco. Tra queste spiccava una bocca da fuoco lunga circa 3 metri, che sparava proiettili di 20 centimetri. L’avevano chiamata la “Tenerina”. Perché ti sfondava il cranio col rombo di tuono, teneramente. Accanto alla Tenerina c’erano altri sei cannoni dello stesso diametro, ma leggermente più corti. Il resto dell’artiglieria era composto da falconetti che portavano incise le insegne dei re Carlo e Ludovico. Erano tra le più belle e potenti bocche da fuoco mai viste ai quei tempi: l’interno era ampio un palmo ed erano state lucidate tanto da brillare. Sembravano fatte d’argento.

A quel punto il Valentino proclamò un bando: ogni cittadino doveva consegnare le proprie armi presso sotto pena di morte. La stretta era sempre più serrata, si concedeva sempre meno. Adesso l’occupazione era totale e i cittadini dovevano subire, e zitti. Lo avevano invitato loro, dopotutto. E il bombardamento riprese.

Anche Caterina però aveva le sue artiglierie. E una colubrina rispose al fuoco degli attaccanti, centrando in pieno il luogo dove erano posti i cannoni del Valentino e uccidendo il mastro artigliere, che era giunto da Bologna per comandare i cannoni. Un monsignore che accompagnava l’esercito papale, vedendo la precisione del tiro partito dalla rocca di Caterina, ebbe a dire: il re di Francia “pagherebbe diecimila corone per un genio simile”.

Nel frattempo continuavano i problemi tra esercito occupante e cittadini occupati. Il 30 dicembre, lunedì, fu giustiziato un cittadino di Forlì, accusato di aver avvelenato un francese che era morto in casa sua. Fu arrestato e sottoposto a un duro interrogatorio, fino a quando, quel giorno stesso, fu estratto dalla prigione e condotto nella sua abitazione. Lì gli fu tagliata la mano destra, che venne inchiodata alla colonna sotto il portico, affinché tutti la vedessero. Successivamente, visto che non bastò, fu legato sopra un carro, con i piedi verso l’alto, e fatto trasportare fino al luogo dell’esecuzione. Lì fu decapitato e la sua testa fu esposta sulle forche vicine; il corpo fu appeso alla catena che solitamente stava sotto la loggia per pesare le mercanzie, legata a un palo piantato in terra. E infine diedero pure fuoco al palo su cui era ficcata la testa.

La testa rimase esposta per molti giorni, finché una mattina nebbiosa cadde a terra da sola. Un parente la prese, la nascose sotto il suo mantello e la portò al cimitero dove fu seppellita.

Passarono quindi vari giorni in cui non si sparò né da una parte né dall’altra; si spargeva la voce che la Signora fosse in trattative con Cesare Borgia grazie all’intercessione di Lorenzo de’ Medici da Firenze, che era sempre dappertutto e si occupava di tutte le questioni di mezza Italia. Tuttavia, non era la verità; erano solo dicerie. Il Valentino stava ridistribuendo i cannoni per posizionarli meglio davanti alla rocca, in modo da bombardarla bene nel punto in cui avrebbe potuto aprire una breccia.

Le angherie ai danni dei cittadini però continuarono. Sono davvero tante e se le raccontassi tutte rischiamo di arrivare a due ore di episodio. Però alcune ve le devo proprio dire.

A gennaio, per festeggiare, alcuni nobili dell’esercito papale organizzarono un grande banchetto. Perché anche durante gli assedi più duri i momenti di svago non mancavano. Gli elementi che componevano quel banchetto, però, come potete immaginare, furono razziati alla gente del posto. Per due giorni interi mandarono uomini a saccheggiare il contado intorno a Forlì per raccogliere polli, agnelli, uova e formaggio; capitava anche che pagassero col denaro, ma il più delle volte la moneta di scambio erano delle sonore bastonate. Il 2 gennaio, sotto i loro portici e in una parte della strada vicina, prepararono un ricco banchetto. Chiusero tutti i passaggi sotto i portici con assi di legno per occupare quell’angolo di Forlì, con l’obbligo tassativo per chiunque passasse di cambiare strada; chi non lo faceva riceveva bastonate e veniva gettato nel fango.

Nonostante il brutto tempo e la nebbia, arrivarono tutti gli invitati, insieme a una folla di fanti e prostitute, accompagnati da tamburi, pifferi e altra musica. Quando furono nel pieno del banchetto, iniziarono a dare le loro “benedizioni” alle tavole in questo modo: prima un soldato salì in capo alla tavola, si calò le calze e, ascoltate bene, si infilò un fascio di paglia nel culo. Poi un altro gli salì in groppa con una candela accesa in mano per bruciare quel fascio di paglia. Si misero a correre tra un capo e l’altro delle tavole, facendo cadere a terra gran parte del cibo e rompendo ogni stoviglia. Il cibo che avevano razziato, con la forza o con la minaccia, e le tovaglie e piatti di grande valore dalle case dei nostri concittadini.

Poi alcune di quelle prostitute si sdraiarono sopra le tavole e i soldati ci si buttarono sopra per darsi da fare. Ovvero, per ficcare. E poi cantavano a squarciagola canzoni oscene e distrussero ogni cosa: le tavole, i cavalletti, il pane, il vino e la carne, tutto gettato all’aria e calpestato. L’unico sollievo fu per alcune poverette del popolo, che a festa finita ne approfittarono per portarsi a casa quelle vivande rimaste. 

L’assalto finale e la caduta della rocca

Intanto, Caterina Sforza, nella rocca, vedendo che gli avversari si preparavano a colpire pesantemente, aveva rinforzato i torrioni con palizzate di legno riempite di terra, creando dei veri e propri bastioni che potessero attutire i colpi delle cannonate. E anche gli assedianti si fortificavano per ripararsi dalle cannonate che provenivano dalla rocca.

Infine, il 9 gennaio ricominciarono a sparare da entrambe le parti. Fu una tempesta di colpi devastante, così fitta che le nuove misure di difesa non servirono granché. Molti uomini rimasero feriti o uccisi da entrambe le parti a causa del continuo fuoco incrociato. 

E il giorno dopo, il Valentino passò in rassegna le truppe e iniziò a distribuire la paga. Cosa significava questa mossa? Una cosa soltanto: che voleva sferrare l’attacco decisivo. Quando il condottiero passa a dare il soldo, vuole che i suoi masnadieri siano pronti e con la pancia piena, contenti di andare all’assalto.

Il 10 gennaio, le grandi bombarde iniziarono a martellare la facciata della rocca; continuarono a sparare giorno e notte senza interruzione, finché non aprirono due brecce tra i cordoni delle mura. Tra le due brecce era rimasto in piedi solo un pilastro, un maschio murario; così concentrarono il tiro su quel punto e tutto crollò al suolo, portando con sé le piombature e i cordoni difensivi. Subito dopo continuarono ad abbattere il resto delle mura, tanto che entro sera i tre quarti di quella facciata erano stati ridotti in macerie. Per tutta la notte continuarono a sparare attraverso le brecce, per impedire a chi stava dentro di innalzare difese.

La mattina presto del 12 gennaio 1500, il Valentino fece pubblicare un bando: chiunque volesse bene alla sua Signoria doveva recarsi vicino alla rocca per trasportarvi le fascine preparate dai guastatori, che sarebbero servite per riempire il fossato. Allo stesso modo, chiunque avesse delle scale, le doveva portare alla rocca, poiché era stato ordinato di sferrare l’assalto finale nei giorni immediatamente successivi. Così, prima dell’ora di pranzo, fu portata una gran quantità di fascine. Cittadini e artigiani, e chiunque altro, si recarono in massa a collaborare. Lo facevano perché non ne potevano più. Coloro che erano rimasti in città, visto che tantissimi se n’erano andati, volevano farla finita. Vennero presentate anche due barche, fatte arrivare per il fiume da Ravenna, per essere usate come ponti nel fossato insieme alle fascine, in preparazione della battaglia vera e propria.

La voce si sparse rapidamente, e poco prima di sera gran parte della fanteria si mosse per tentare un assalto alla rocca. Il fossato fu riempito con fascine, le scale appoggiate sulle mura. Arrivati davanti alla breccia, gli attaccanti iniziarono a gridare: “Venite fuori, poltroni!”. Dall’altra parte, i difensori della cittadella si erano già schierati pronti alla battaglia, spianando le lance. La difesa era temibile, con i cannoni dei torrioni puntati sul nemico. E si scatenò l’inferno.

I cannoni sparavano contro gli assedianti, che si lanciavano sulle mura e nella breccia. Fu un combattimento durissimo, tra palle di bombarda e incendi che si levavano tra le macerie. Caterina Sforza stessa si dice che partecipò attivamente alla difesa, armata col ferro, gomito a gomito con i suoi uomini. Una resistenza gloriosa, che fece parlare per secoli a venire. Ma il nemico era semplicemente soverchiante.

I masnadieri del Valentino oltrepassarono la breccia, sciamarono dentro e sulle mura. Nel giro di poche ore, la rocca fu presa. Madonna Caterina, signora della rocca, si arrese.

Cesare Borgia s’incontrò con lei, ed ebbero un lungo colloquio. Tanto lungo che si fece notte e dovettero accendere le torce. Infine, Caterina fu costretta a uscire passando dal fossato coperto di fascine, con l’acqua alle gambe.

Così, nel fango di un gennaio gelido, si chiudeva il capitolo di una resistenza straordinaria: l’assedio di Forlì. Caterina Sforza usciva dalla rocca come una condottiera che aveva costretto il Valentino e l’intero esercito papale a uno sforzo sovrumano per avere la meglio. La sua tenacia e la sua fierezza avrebbero continuato a risuonare ben oltre le mura di Forlì, garantendo alla sua figura un posto eterno nell’immaginario collettivo. E non solo, il suo sangue combattivo continuò ad attraversare i campi di battaglia cinquecenteschi di un’Italia squassata dalla guerra, nelle vene del suo discendente più fiero. Il figlio Giovanni, che divenne un grande condottiero a capo di una compagnia di mercenari alle armature annerite: le Bande Nere.

Ma la sua è un’altra storia, che ho già narrato in Leggende Affilate e vi consiglio di recuperare. Perciò unitevi alla Masnada e iscrivetevi adesso, aiutatemi a diffondere il verbo affilato. Alla prossima.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

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