Venerdì 13 ottobre 1307: Filippo il Bello segna la fine dei Templari. Fu avidità o eresia? Scopri la verità tra i verbali e il sangue dell’epoca.
All’alba di venerdì 13 ottobre 1307 ogni Templare presente nel regno di Francia viene arrestato. I soldati irrompono nelle case dell’Ordine, nei monasteri, nelle torri e nei castelli, prelevando i cavalieri dal manto bianco con la forza: giù dai letti e persino strappati dalle chiese dentro cui stavano pregando. Anche il Maestro, il capo supremo, viene raggiunto nella sede centrale del Tempio, trascinato per le strade buie di Parigi e rinchiuso nella camera della tortura. Attraverso le fiamme di uno dei roghi più sconcertanti di tutto il Medioevo, finisce la storia dell’ordine templare.
Il Venerdì 13 che sconvolse la storia: la fine dei Templari
Per capire perché sia avvenuto tutto questo, di come il re di Francia, Filippo IV detto “il Bello” sia arrivato a impartire un ordine simile nella notte di venerdì 13, un ordine che non ha precedenti nella storia Occidentale, voglio raccontarvi la vera storia di come sono andate le cose. Voi feroci masnadieri che seguite Leggende Affilate sapete cosa intendo ogni volta che uso questo termine. Per “vera storia” intendo le parole dei manoscritti, i testi autentici, scritti da autori dell’epoca, testimoni di quegli accadimenti.
Analizzeremo la cronaca di Guillaume de Nangis, monaco che descrive nel dettaglio anche il grande colpo di scena finale che riguarda proprio il Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay: un epilogo sconvolgente, che ha fatto discutere per secoli. Ma non solo: affiancheremo al punto di vista francese quello di un cronista italiano, Giovanni Villani. Villani viveva a Firenze, la ‘New York del Medioevo’, la città che col fiorino d’oro dettava legge sull’economia occidentale. In quel via vai di mercanti e banchieri, il rapporto tra Firenze e i Templari era strettissimo e complesso. È proprio attraverso gli occhi di un italiano che scopriremo la chiave di volta di tutto, la vera causa scatenante: il denaro.
Filippo il Bello e il debito: perché il Re distrusse l’Ordine
Iniziamo col guardare dentro la testa di Filippo IV, il re di Francia. Filippo ha un problema gigantesco: le sue casse sono vuote. Il sovrano non ha più un soldo bucato. Non solo, è anche pesantemente indebitato. Con chi? Con le banche e le organizzazioni, come accade oggigiorno. La maggior parte delle quali stava, appunto, a Firenze, protette da altri paesi sovrani e indipendenti, che garantivano il loro funzionamento. Un’organizzazione in particolare, però, che deteneva una fetta importante del debito francese, si trovava incredibilmente in Francia, la cui sede centrale era proprio a Parigi. Un’organizzazione che sfruttava un sistema di credito avanzatissimo: depositavano soldi a Parigi e li prelevavano a Roma o Gerusalemme con una lettera di cambio. Avete già capito: costoro erano i templari.
L’Ordine monastico-cavalleresco del Tempio, fondato a Gerusalemme nel XI secolo per difendere la Terra Santa. Ma le crociate sono finite. Nel 1307, i Templari non sono più soltanto i monaci guerrieri che hanno difeso l’Oltremare; sono diventati in pratica una delle più potenti “banche” internazionali d’Occidente. Gestiscono enormi patrimoni, possiedono terre in ogni angolo d’Europa, finanziano sovrani e rispondono, in teoria, solo al Papa.
Ecco che abbiamo già il contesto delineato: da una parte un Re che ha disperato bisogno di oro per mantenere la sua egemonia, dall’altra una potenza finanziaria che prospera in casa sua, e gode di privilegi e immunità date dalla Chiesa che non sono più tollerabili. Filippo il Bello arriva alla conclusione che per risolvere tutti i suoi problemi di soldi non ha bisogno di cancellare il debito. Perché può direttamente eliminare il creditore.
Un’eliminazione che, Filippo era certo, non avrebbe trovato grandi ostacoli, perché l’aura gloriosa che aveva circondato i templari durante l’epoca delle crociate era finita. Erano finite le crociate. Con la caduta dell’ultima città cristiana di Terra Santa, San Giovanni d’Acri, nel 1291, i templari avevano fallito. E ora si erano messi a fare i banchieri, ricchissimi e pure inutili: questo era ciò che dicevano le malelingue.
Fallimentari, ricchi, inutili: nessuno avrebbe pianto quei mercanti con l’armatura e il manto bianco. Non se le voci che giravano sul loro conto sarebbero state gravate da infamanti accuse, di quelle che, una volta pronunciate, non potranno mai più essere cancellate, e rimangono addosso, per sempre. Lo vediamo ancora oggi, è un meccanismo sociale inarrestabile: una volta che l’opinione pubblica ti infama di qualcosa, non importa se tutti i giudici del tribunale decretano la tua innocenza: tale accusa, purtroppo, ti rimarrà addosso per tutta la vita.
Ed ecco che tali crimini presero forma, sempre più concreti e dettagliati. Il peggio del peggio che si poteva immaginare per l’epoca. Le accuse erano scioccanti per chi viveva in quell’epoca profondamente religiosa. Innanzi tutto, cominciò a girar voce che, quando un nuovo membro entrava nell’ordine del Tempio, doveva compiere dei riti segreti nel cuore della notte. Durante questa cerimonia di ingresso, il nuovo cavaliere doveva baciare il suo superiore sulle natiche. Era un gesto considerato vergognoso e umiliante, che serviva a mettere alla prova l’obbedienza cieca verso i capi.
Le accuse infamanti: dal Baphomet alla sodomia
Poi si cominciò ad andare sul pesante. Si accusavano i Templari di odiare la fede cristiana. Si diceva che sputassero sulla croce e addirittura che la calpestassero. Questo gesto significava rinnegare Gesù Cristo. Inoltre, si vociferava che i templari venerassero in segreto una testa misteriosa. Non viene descritta in queste cronache principali, purtroppo. Ma in alcuni frammenti di documenti e verbali compare un termine che sarà poi ripreso e ingigantito per diventare un pilastro dell’intera vicenda. Baphomet, ovvero l’entità oggetto dell’adorazione templare. Forse una storpiatura del termine Mahomet, rendendo i templari dei veri e propri rinnegati che avevano tradito la fede cristiana per convertirsi alla religione musulmana.
Idolatria, blasfemia. Accuse che non risparmiavano neppure i sacerdoti dell’ordine, che ricordiamolo era un’organizzazione religiosa cristiana ufficiale, e aveva i propri sacerdoti. Si diceva che durante la messa, i preti templari fingevano di celebrare il rito ma in realtà non lo rendevano valido modificando le parole, oppure omettendo passaggi della liturgia. Infine, l’accusa più infamante, la pietra tombale che affossò per sempre la loro reputazione: si diceva che i cavalieri, che avrebbero dovuto rispettare il voto di castità, avessero rapporti sessuali tra loro. Sodomia: un peccato gravissimo nonché reato punibile con la morte.
Il cronista francese, Guillaume de Nangis, descrive la scena: siamo a Parigi al termine di questa mastodontica operazione di arresto. I templari sono in catene, quelli che sono riusciti a fuggire sono dispersi, alcuni hanno addirittura lasciato il paese A questo punto, il re di Francia decide che è arrivato il momento di passare alla fase due del piano. Davanti a una folla sbigottita, il sovrano fa leggere ad alta voce le terribili accuse che pesano sui Cavalieri Templari. Il popolo intero ottiene quindi una conferma diretta dall’autorità francese riguardo le accuse.
Jacques de Molay: tra confessioni e roghi
Il Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay, viene portato davanti alla prestigiosa Università di Parigi per rilasciare una sua dichiarazione ufficiale riguardo le accuse e, incredibilmente, lui confessa. O meglio, confessa solo in parte. Ammette alcune colpe, ma nega con forza il vizio sodomitico, ovvero l’omosessualità, e sostiene di aver sputato non sulla croce, ma solo per terra, di fianco. Il Maestro scrive persino delle lettere ufficiali ai suoi compagni sparsi nelle case e i castelli di tutto l’Occidente, invitandoli a pentirsi e a collaborare con il re per la risoluzione del processo. Il maestro ha capitolato.
A quel punto si scatena il caos. Alcuni templari iniziano a confessare tutto spontaneamente, spesso tra le lacrime. Altri venivano spinti a confessare con promesse di salvezza, altri ancora venivano sottoposti a torture atroci o chiusi in prigione finché non cedevano. C’era però anche chi non cedeva affatto. Alcuni templari urlavano la loro innocenza, e lo fecero fino alla fine. E accadevano altre situazioni ancora: certi cavalieri, che avevano confessato sotto tortura, finivano poi per ritrattare tutto appena potevano. E infine, molti morirono direttamente durante gli interrogatori.
Questo è ciò che viene narrato nel manoscritto francese di Guillaume de Nangis. Ma c’è qualcosa di strano, vero? Io in quest’ultimo frammento non ho detto niente, ma è evidente: qualcosa non quadra. Come se mancassero dettagli. Come se tutto fosse raccontato da un certo punto di vista. Quale? Quello dell’autorità ufficiale, naturalmente. Il buon Guglielmo era un monaco dell’abbazia di Saint-Denis, luogo che faceva da mausoleo dei re di Francia, il cuore dell’ideologia monarchica. E per questo, schierato decisamente a favore del sovrano, Filippo IV il Bello.
Avete notato quanto fosse strana la confessione del maestro dell’ordine? E il fatto che nel suo caso non venga mai menzionata la tortura? Non che rendesse meno valido il processo, nel medioevo la confessione era legalmente valida se ottenuta sotto tortura, a patto che fosse ratificata in un secondo momento dal prigioniero in condizioni di libertà. Ecco che, siccome noi sappiamo che Jacques de Molay ritrattò più volte, anche negli ultimi istanti della sua vita, la sua confessione sotto tortura non sarebbe stata ritenuta valida.
Anche le sue parziali ritrattazioni, come la confessione di aver sputato sì, ma non direttamente sulla croce, bensì accanto, per terra; ecco, sono viste dagli storici come il tentativo retorico di accontentare i torturatori e, al tempo stesso, evitare la blasfemia. Salvo le negazioni ferme e dirette delle accuse più pesanti, quali la sodomia.
Ecco che, a questo punto, direi di fare entrare in scena un altro punto di vista storico, molto lontano geograficamente, ma vicinissimo al livello finanziario. Giovanni Villani di Firenze.
Nell’anno di grazia 1307, il re di Francia accusò e denunciò al Papa – dietro istigazione dei suoi ufficiali e spinto dalla bramosia di impossessarsi dei loro beni – il Maestro del Tempio e l’intero Ordine. Comincia così lo spaccato di cronaca italiano, con il movente scritto nella prima frase: la bramosia di impossessarsi dei loro beni.
E non solo, Villani spiega che le accuse erano false e inventate di sana pianta. Perché lui ha le prove e conosce persino la bocca eretica da cui sono nate. Qui tenetevi pronti perché entriamo in un intrigo internazionale pazzesco nel quale gli italiani, come al solito, c’erano dentro fino al collo.
Noffo Dei e il complotto: le ombre italiane dietro la fine del Tempio
Tutto nasce nel buio di una prigione di Parigi, pochi anni prima. Un uomo è in catene. Si tratta del priore della magione templare di Tolosa, ovvero un confratello dell’ordine che aveva la responsabilità di una precettoria, l’unità amministrativa locale dell’organizzazione, che aveva bisogno di questa struttura gerarchica per amministrare beni e terreni ovunque. Costui, che era un templare di una certa rilevanza, era in prigione perché eretico e criminale, ed era stato incatenato dallo stesso maestro dell’ordine. Al suo interno, un’organizzazione così vasta e ramificata aveva spesso delle mele marce, le quali venivano giudicate e sistemate internamente, oppure consegnate alla giustizia, se i reati erano crimini punibili per legge.
Insieme a questo templare cacciato via dall’Ordine, rinchiuso nella stessa prigione, tenetevi forte, c’era un italiano, e più precisamente un mercante fiorentino. Un certo Noffo Dei. Il quale non era manco lui uno stinco di santo, bensì un criminale corrotto, eretico, spregiudicato. Questi due, sperando di uscire di galera e magari guadagnare qualcosa, inventano di sana pianta una serie di accuse terribili contro l’ordine. Confessano queste menzogne ai funzionari del re e, alla fine, arrivano fino al sovrano.
Parrebbe, quindi, che le accuse siano nate dal basso, dalla volontà di due malfattori di uscire di prigione. Altre ipotesi forse più verosimili vogliono che siano state le stesse autorità a chiedere a un ex-templare di “cantare”, visto che Filippo il Bello aveva tanta voglia di sistemare i suoi debiti. Insomma, il piano era organizzato a monte, pianificato meticolosamente da mesi. E non una fortunata coincidenza.
Il re però ascolta quelle menzogne e si lascia convincere dalla propria avidità. Oltre che voler ristabilire la supremazia del potere regale su quello religioso. Si rivolge quindi al papa e ottiene la segreta promessa di smantellare l’intero Ordine dei Templari
Il Papa, dice il cronista italiano, acconsente solo per togliersi di torno l’insistenza del sovrano francese, che in quel periodo premeva affinché venisse condannato il ricordo di un precedente pontefice, Bonifacio VIII. È un gioco di scambi di favori politici, poco importa se giusti o sbagliati.
Il Papa emana bolle ufficiali che raggiungono ogni angolo della cristianità. L’ordine è immediato: tutti i Templari devono essere catturati e i loro beni devono essere posti sotto sequestro in attesa di giudizio. La notizia si diffonde per il mondo, ma la situazione varia molto da regno a regno a seconda di quanto i monarchi locali siano disposti a seguire il Papa o a assecondare il re di Francia.
In molti territori i Templari vengono colti di sorpresa. I cavalieri, abituati a essere una potenza quasi autonoma e rispettata da tutti, si ritrovano improvvisamente trasformati in ricercati. In alcuni regni, i re accolgono l’ordine del Papa con entusiasmo, vedendo in quel sequestro di beni una ghiotta opportunità per riempire le proprie casse vuote, proprio come ha fatto Filippo il Bello. In questi casi, i cavalieri vengono arrestati brutalmente, rinchiusi nelle prigioni e sottoposti a processi sommari e rapidi.
In altri regni invece, i sovrani sono più prudenti o addirittura scettici. Alcuni monarchi non si fidano delle accuse infamanti arrivate da Parigi e temono che il Papa stia agendo sotto una pressione indebita. In questi territori, i Templari trovano spazi di resistenza. Cercano di difendersi provando a dimostrare la propria innocenza attraverso canali legali o chiedendo protezione ai vescovi locali che conoscono bene la loro condotta. Si creano così situazioni paradossali dove, in una regione, i Templari vengono trattati come criminali incalliti mentre, pochi chilometri più in là, vengono lasciati liberi.
Per i cavalieri diventa, in ogni caso, una lotta per la sopravvivenza su scala globale. Senza un comando centrale capace di reagire in modo coordinato, ogni magione o insediamento templare, deve decidere come comportarsi. Molti si rifugiano nei loro castelli, che sono fortezze difficili da espugnare, cercando di guadagnare tempo. Altri si sciolgono, cercando di nascondersi tra la popolazione civile. Mentre il Papa tenta di mantenere il controllo formale sulla procedura, la realtà dei fatti è una rete complicata di interessi personali, alleanze politiche e paura, che trasforma i protettori del Santo Sepolcro in prede da braccare in tutta Europa.
Alle varie accuse eretiche, inoltre, il cronista italiano racconta che ne furono aggiunte altre, forse ancora più “gravi”, come l’accusa che fossero stati proprio i Templari, con il loro comportamento, a far perdere la Terra Santa e tutte le campagne crociate, causando anche, in una specifica occasione, la cattura del re Luigi IX durante una crociata in Egitto avvenuta decenni prima. Insomma, si rivangava il passato per trovare colpe sempre peggiori.
Villani, poi, dice chiaramente che il maestro Jacques de Molay e i cavalieri catturati a Parigi furono sottoposti a svariati tormenti affinché confessassero; aggiungendo di non aver trovato notizia alcuna che essi abbiano confessato tali colpe.
A questo punto, torniamo al testo francese di Guillaume de Nangis. Il cronista schierato dalla parte del sovrano francese racconta di un processo durato anni. A partire dall’ottobre del 1310, quando si tiene a Parigi un importante concilio, una riunione dei vertici della Chiesa locale. L’obiettivo è decidere la sorte dei cavalieri imprigionati. Esperti di legge divina e di diritto canonico passano al setaccio ogni singola posizione. Il verdetto è individuale, basato sulla gravità delle accuse e sul comportamento tenuto dai singoli templari durante i processi. Alcuni vengono assolti, altri tornano liberi dopo aver scontato una penitenza, altri ancora finiscono in prigioni sorvegliate. Molti vengono condannati al carcere a vita, rinchiusi per sempre dietro muri di pietra.
La sentenza più severa e drammatica riguarda però chi viene considerato recidivo. Nella terminologia dell’epoca, essere ricaduti nell’eresia significava aver ritrattato la confessione fatta in precedenza o aver negato le accuse dopo averle inizialmente ammesse. Per questi uomini non c’è scampo. Vengono consegnati al braccio secolare, ovvero le autorità civili. La Chiesa, per legge, non poteva versare sangue, quindi passava i condannati al re, affinché fosse lui a eseguire la sentenza di morte. Prima però, chi tra loro aveva ricevuto ordini sacri, come i preti templari, doveva subire la degradazione: un rituale in cui il vescovo rimuoveva ufficialmente il loro status ecclesiastico, spogliandoli di ogni protezione e rendendoli, agli occhi della legge, semplici peccatori pronti per il patibolo.
Cinquantanove di questi cavalieri vengono bruciati vivi sul rogo. Nessuno di loro si piega. Non ammettono alcun crimine e non chiedono perdono. Il cronista francese lo scrive, nero su bianco: non ritrattarono, determinati e coraggiosi, davanti a una folla esterrefatta. È una scena che lascia il segno nella storia, che voglio descrivervi meglio con le parole del cronista italiano.
Fuori dalle mura di Parigi, gli ufficiali del re fanno costruire un enorme recinto fatto di pali di legno. Qui, cinquantasei poveri Templari vengono legati ognuno al proprio palo. I carnefici iniziano ad accendere piccoli fuochi ai piedi e alle gambe di ogni uomo, procedendo a rilento. L’obiettivo è piegare la loro volontà tramite il dolore. Mentre bruciano, i parenti e gli amici accorsi sul posto li implorano tra le lacrime di ammettere le colpe di cui sono accusati, pur di salvarsi la vita e smettere di soffrire in quel modo orribile.
Nonostante le torture atroci e le grida di dolore, nessuno di quei cinquantasei uomini cede. Gridano di essere innocenti e di essere sempre rimasti fedeli cristiani. In questo modo, consumati dalle fiamme e restando fedeli alle loro convinzioni, trovano la morte.
La situazione cambia invece per i vertici dell’ordine. Il Maestro dei Templari, insieme ad alcuni alti ufficiali che gestivano le casse del tesoro del re, viene portato a Poitiers. Lì, alla presenza del Papa e dello stesso re di Francia, vengono messi sotto pressione. Il re promette loro che, se ammetteranno i peccati di cui sono accusati, avranno salva la vita. Di fronte a questa promessa di clemenza, sembra che alcuni di loro cedano per firmare una parziale ammissione. Così viene messa per iscritto la confessione: i templari sono colpevoli.
Qualche anno dopo, a Parigi, arrivano due legati pontifici inviati direttamente dal Papa, per leggere la sentenza definitiva emanata dalla Chiesa di Roma e condannare ufficialmente l’ordine dei Templari. Davanti alla cattedrale di Notre Dame, di fronte a una folla immensa, vengono allestiti dei grandi palchi di legno usati dai predicatori per parlare al pubblico. Mentre viene letto il lungo documento con i capi d’accusa contro i cavalieri, succede l’impensabile. Il colpo di scena di cui vi parlavo all’inizio dell’episodio: il Maestro, che tutti credevano ormai sottomesso per via di quella confessione firmata da alcuni suoi fratelli e pronto ad accettare la condanna, si alza improvvisamente in piedi interrompendo la lettura. Grida a gran voce che vuole essere ascoltato da tutti i presenti, deciso a raccontare la verità prima che sia troppo tardi.
Il silenzio cala improvviso sulla piazza. La folla, che prima rumoreggiava, si blocca per ascoltare il Maestro. Lui parla forte e chiaro. E ritratta tutto. Dice che le eresie e i peccati di cui li accusano non sono mai esistiti. Giura che l’Ordine del Tempio è sempre stato santo, giusto e fedele alla Chiesa. Ammette però di essere ben degno di meritare la morte e di essere pronto ad accettarla, ma precisa che le confessioni fatte in precedenza erano solo bugie. Confessa di aver mentito per paura e perché il Papa e il re lo avevano ingannato con false promesse di salvezza. Lui, insomma, non chiede salva la vita. Sa di essere nel giusto, pertanto le fiamme non gli fanno alcuna paura.
A quel punto, i cardinali e gli ufficiali presenti, spiazzati e confusi, se ne vanno via senza riuscire a leggere la sentenza ufficiale. Non se lo aspettavano. Loro avrebbero dovuto procedere presupponendo la colpevolezza data dalla confessione scritta. Ma adesso che il maestro aveva preso la parola e aveva ritrattato ogni cosa, non si poteva più fare. Gli ufficiali ecclesiastici si riuniscono subito con il re di Francia per decidere il da farsi. E la decisione è una sola. Nel marzo del 1314, il Maestro Jacques de Molay e gli ultimi cavalieri dal manto bianco vengono portati davanti al palazzo reale, dov’è allestita una grande catasta di legna e dei pali per il rogo. A questo punto, alcuni di loro, terrorizzati, scelgono di riconfermare le accuse per salvarsi. Anche se poi, dice il cronista, morirono comunque miseramente. Il Maestro, invece, viene legato al suo palo e bruciato. Lentamente. Fino all’ultimo respiro continua a ripetere che il suo Ordine è innocente e giusto, finché le parole non si perdono tra le fiamme.
La voce che gira in Occidente, quella che sente raccontare prevalentemente il cronista italiano, è che tutto questo massacro sia stato combinato solo per un motivo: rubare le immense ricchezze dei Templari. Forse, anche per sopprimere questa voce, il Papa assegna i beni dell’ormai finito Ordine Templare all’Ordine dell’Ospedale, un altro grande ordine religioso che poi sarebbe diventato l’ordine dei cavalieri di Malta. Tuttavia, per rientrare in possesso di quei tesori, gli Ospitalieri dovettero pagare cifre enormi al re di Francia e agli altri signori. Si dice che, proprio per questo debito, l’Ordine dell’Ospedale fosse addirittura caduto in povertà. Quasi come se Dio avesse voluto provare che i beni dei templari, sottratti con l’inganno e la malvagità, fossero portatori di disgrazie.
Infatti, dice il cronista, anche il re di Francia e i suoi figli vengono colpiti da una serie di sventure e umiliazioni pubbliche. Affermazione, questa, che dà origine alla leggenda letteraria della “maledizione templare”. La notte stessa dell’esecuzione, poi, accade qualcosa di significativo: alcuni frati e uomini di chiesa si avvicinano di nascosto al luogo del rogo. Raccolgono i corpi e le ossa dei martiri templari, trattandoli come se fossero resti di santi, e li portano via per dar loro una sepoltura degna in luoghi sacri. Segno che gli spettatori di quel tragico processo erano schierati da una parte soltanto.
Così, nell’anno del Signore 1314, sparisce per sempre la ricca e potentissima organizzazione dei Cavalieri di Gerusalemme: la fine dei templari.
Fermi, fermi. Ci stiamo dimenticando del templare rinnegato che in quella prigione di Parigi ordì le menzogne che portarono alla caduta del Tempio. E, soprattutto, del suo malefico compare, il mercante fiorentino Noffo Dei. Cosa accadde ai due criminali eretici? Ce lo dice Villani: Noffo Dei fu impiccato e il templare rinnegato ucciso a fil di spada.
Queste che vi ho appena narrato sono le testimonianze che ci sono pervenute. Si tratta, dunque, della pura verità? Ovviamente no, perché noi la verità non possiamo saperla e non la sapremo mai. L’inchiostro scritto sulla carta del XIV secolo è la testimonianza storica, e bisogna partire necessariamente da quella. Dopo, e solo dopo, si fanno interpretazioni, critiche, speculazioni, le quali restano e resteranno sempre probabili ricostruzioni in continua negoziazione. Perché non appena qualcuno propone la sua tesi interpretativa, matematicamente arriva qualcun altro che cercherà di smentirlo portando nuove interpretazioni. Villani stesso non è esente da opinioni personali. Lui è un altro cronista di parte, notoriamente guelfa, come lo erano tutti del resto. Nemmeno la sua può essere considerata come la verità sulla fine dei templari.
Perciò, cosa rimane? Una bella storia, questo è sicuro.
È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.
È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.
