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Battaglia di Cascina: Michelangelo e l’Inganno di Acuto

La battaglia di Cascina del 1364 combattuta dai pisani di Giovanni Acuto (John Hawkwood) contro i fiorentini di Galeotto Malatesta: tra asini impiccati, bagni in Arno e campanari fastidiosi

Si pronuncia Càscina, l’antico borgo fortificato situato sulla principale strada di collegamento tra Firenze e il porto di Pisa. Una località importante, che per via della sua natura strategica ospitò numerosi scontri della storia medievale toscana, fra cui l’episodio di cui voglio parlarvi oggi: la battaglia di Cascina, per l’appunto.

Nel burrascoso mare della divulgazione storica sul web non sono molti ad aver affrontato il racconto di una battaglia così marginale rispetto alle “grandi battaglie della storia” (sempre le solite, quelle che vengono copia/incollate negli articoli dei siti brutti). Io però, ormai mi conoscete, sono un tipo strano. I fatti “marginali” sono il mio pane quotidiano perché ricchi di spunti e dettagli per i miei romanzi. Dettagli interessanti, di quelli che vale la pena di raccontare.

Nel mio romanzo “La stirpe delle ossa”, gli avvenimenti che spingono le famiglie feudali a combattersi l’una con l’altra tra i putridi acquitrini sono apparentemente stupide. Ma si tratta solo di apparenza. Perché la realtà è proprio così: tanto complessa da sembrar stupida. E capita di farsi la guerra per un motivo stupido oppure, come nel caso della battaglia di Cascina, per via di alcuni asini impiccati sotto le mura di Firenze.

“I Pisani aveano corso il palio al ponte a Rifredi, fatti cavalieri, battuta moneta, impiccati asini, e fatte molte altre derisioni e scherne a’ Fiorentini.”

Nuova Cronica, Filippo Villani, Capitolo XCVII

L’afa di Cascina: fango, sangue e l’inganno dei Pisani

L’antefatto della battaglia di Cascina ha origine negli interessi economico-politici che logoravano le due città, Firenze e Pisa, sfociati più volte in episodi di “cavalcate”: ovvero rapide incursioni a cavallo da risolversi nel giro di qualche giorno. Una di queste cavalcate aveva portato i pisani così vicino a Firenze che, travolti dall’entusiasmo, si erano messi a impiccare asini per schernire i loro nemici. Cosa che ai fiorentini non piacque affatto.

Firenze elesse capitano di guerra Galeotto Malatesta, signore e condottiero famoso, che il diciassette di luglio, nell’ora concordata dagli astrologi per ottenere il favore delle stelle, s’insediò al governo della città con l’intento di muovere guerra a Pisa.

Una delle sue prime mosse fu quella d’ingraziarsi i soldati, specialmente il gran numero di mercenari su cui faceva affidamento Firenze (come facevano gran parte delle città italiane) con l’allettante promessa di “paga doppia e mese compiuto”, ovvero il raddoppio dello stipendio fino alla fine del mese, anche se l’impresa fosse terminata prima. Tali promesse erano frequenti1 ma non erano condivise da tutti, poiché i mercenari sono tipacci molto esigenti, come vedremo poi in questo stesso episodio.

Michelangelo e la battaglia di Cascina: perché dipingere soldati nudi?

L’affresco perduto nel Salone dei Cinquecento

Michelangelo non scelse un momento di gloria, ma uno di caos. Il suo affresco per il Salone dei Cinquecento doveva immortalare l’istante in cui i soldati fiorentini, sorpresi a fare il bagno nell’Arno per l’afa, balzano fuori dall’acqua nudi e bagnati per impugnare le lame. È un’esaltazione dell’anatomia e della tensione: il genio del Rinascimento usa la cronaca brutale del 1364 per mostrare corpi contratti dal terrore e dalla rabbia. Quel bozzetto, oggi perduto e noto solo attraverso copie, racconta l’anima della battaglia di Cascina meglio di mille cronache: un misto di vulnerabilità umana e ferocia guerriera.

Il 29 luglio 1364, Galeotto Malatesta, capitano di guerra di Firenze, al comando di un’armata composta dai tre terzi della città (che di solito venivano sorteggiati singolarmente per gli scontri di minore portata, ma in questo caso furono chiamati tutti e tre), nello specifico di 11.000 fanti e 4.000 cavalieri tra mercenari, alleati e fiorentini stessi, si accampò nel borgo in cui si sarebbe consumata la battaglia di Cascina.

Tuttavia, dato il gran caldo, l’armata aveva deposto le armi per fare un tuffo nell’Arno e riposarsi “al meriggio, e chi disarmandosi in altro modo prendea rinfrescamento”. Una situazione pericolosa, visto che il nemico non era così lontano.

Galeotto Malatesta, grande condottiero ma “attempato” e “ancora libero non era della terzana” (ovvero una specie di febbre da malaria2), se ne andò a riposare nella sua tenda e non si preoccupò molto dei soldati che avevano mollato le armi per farsi il bagno nel fiume. Cosa che invece l’avrebbe condotto alla rovina se non fosse stato per il valente cavaliere Manno Donati che, presa in mano la situazione, irrobustì le difese dell’accampamento, ordinò di montare la guardia ai migliori soldati fiorentini, aretini e della masnada dei Conti di Casentino. Si concentrò sulla difesa della strada, la via principale che conduceva fino al porto di Pisa e, non contento, mise di guardia pure quattrocento balestrieri genovesi, i migliori tiratori di cui si poteva disporre nelle guerre italiane (assoldati anch’essi).

I preparativi per la battaglia di Cascina erano terminati. Tuttavia, mentre i fiorentini facevano il bagno protetti dalle difese dell’accampamento, il condottiero dei pisani si fece avanti per attuare il suo piano d’attacco. Lo chiamavano Giovanni Acuto, ma il suo vero nome era John Hawkwood, cavaliere inglese che assieme alla sua compagnia mercenaria d’oltremanica aveva percorso l’Italia in lungo e in largo, per menar di spada e far soldi.

Giovanni Acuto: l’astuzia inglese contro la campana di Firenze

John Hawkwood: il condottiero che terrorizzò la Toscana

Giovanni Acuto venne a sapere delle condizioni precarie del campo fiorentino. Ma siccome era “astuto come una volpe” non si lasciò trasportare dall’entusiasmo dei pisani, che pensavano di travolgere i nemici a bagno nell’Arno in un’improvvisa carica devastante. Piuttosto, organizzò l’armata dei cittadini assieme ai suoi mercenari inglesi e li guidò in una serie di brevi attacchi, tre in totale, per punzecchiare il nemico.

Sembrerebbe una tattica stupida, quella di mostrarsi pochi alla volta, in brevi schermaglie, senza mai dare inizio a una mischia vera e propria (specialmente in un momento in cui il nemico appare impreparato). Invece no. Perché nel campo fiorentino dopo una serie di attacchi non portati a termine i difensori cominciarono ad abbassare la guardia. A ogni attacco, infatti, il campanaro suonava l’allarme inutilmente, poiché gli inglesi si facevano appena vedere e poi se ne andavano. Giunti al terzo allarme, lo stesso capitano di guerra di Firenze, Galeotto Malatesta, uscì infuriato dalla tenda per prendersela col campanaro, che non s’azzardasse a suonare “senza licenza sua”, pena: la prigione.

Fu a quel punto, quando i fiorentini si erano ormai abituati agli assalti inconcludenti dei pisani, che Giovanni Acuto diede l’ordine dell’attacco vero e proprio. E la battaglia di Cascina ebbe inizio.

Giovanni Acuto attese che il sole arrivasse alle sue spalle per “fedire i nemici negli occhi”, inoltre fece smontare tutti i suoi cavalieri inglesi. Perché la piana era molto polverosa e, secondo l’autore della cronaca, così facendo si sarebbe assicurato d’arrivare al campo fiorentino senza esser visto. Cosa non semplice perché quei veterani inglesi delle guerre di Francia dovettero essere convinti a suon di bugie, ovvero che i fiorentini erano poco più di quattrocento “e del tutto ignoranti dell’arme”. Nessuno abbandonava volentieri il proprio destriero3.

Il capitano di guerra fiorentino non si accorse dell’arrivo dell’armata nemica, e si ritrovò assalito dal grosso delle forze pisane, alla cui testa vi erano i mercenari inglesi, che con il loro impeto diedero il via alla vera e propria battaglia di Cascina.

I fanti fiorentini, gli aretini e i balestrieri genovesi posti a guardia dell’accampamento scorsero le forze nemiche quando era ormai troppo tardi. Gli inglesi furono loro addosso ma, nonostante l’inferiorità numerica, i difensori non si persero d’animo. Mantennero la posizione senza cedere di un passo, coi balestrieri riparati tra le rovine di alcune case abbandonate, intenti a tirar piogge di verrettoni sul nemico. La battaglia di Cascina era ormai iniziata, ma il grosso dell’armata fiorentina era ancora nel campo, impreparata, soprattutto a causa della campana silente, che non suonava più.

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Le grida e il clangore delle armi furono l’unico allarme a diffondersi nel campo, poiché al campanaro era stato proibito di suonare ancora. Dunque, il capitano di guerra fiorentino raccolse i suoi a furia di urlare.

Il primo a prestare soccorso alle barricate fu Manno Donati, colui che aveva salvato l’accampamento con le efficaci misure preventive. Radunò i suoi cavalieri e uscì per cogliere il nemico sul fianco “facendo loro danno assai”. Arrigo di Monforte, il quale era stato insignito dello stendardo dei feditori, ovvero i primi cavalieri ad aprir battaglia (fra i quali aveva combattuto lo stesso Dante Alighieri, a Campaldino4), assieme ai conti e agli altri signori a cavallo, lanciò una carica fuori dalle barricate, nel centro dello schieramento nemico, subito raggiunto dal conte Arrigo coi suoi mercenari tedeschi, i quali sfondarono le linee degli inglesi così in profondità da raggiungere i carri delle salmerie che provenivano da Pisa, carichi di vino speziato per i soldati.

La battaglia di Cascina da questo momento in poi dilagò per l’intero territorio, poiché i fiorentini si gettarono all’inseguimento dei nemici che lo stesso Giovanni Acuto condusse in ritirata, soprattutto i pisani, lasciati soli dagli inglesi.

Lo stendardo del capitano di guerra di Firenze fu lanciato in prima linea, all’inseguimento del nemico ormai sconfitto, in fuga per le campagne. Quello era il momento decisivo di ogni battaglia, quando le schiere sono rotte e si fugge per la vita: quando si fanno morti e prigionieri.

La vittoria fu così decisiva che per “alcuni valenti e pratichi d’arme” sembrava l’occasione di spingersi fino a Pisa e conquistarla. Ma Galeotto Malatesta non volle rischiare. Temeva che i “sagaci nemici” si riorganizzassero più avanti per tendere loro un agguato, dunque preferì accontentarsi della vittoria sul campo e gridare alla “ricolta”. Le armate fiorentine si raccolsero in strada e i nemici non ancora catturati e “fediti” fuggirono fino a Pisa, alcuni con ancora i verrettoni dei balestrieri genovesi conficcati nelle membra “e in pochi giorni gran numero ne perì”.

Nei giorni seguenti furono molti i corpi ritrovati nelle fosse e nelle vigne; i corpi di coloro che avevano tentato di fuggire e, feriti, si erano abbandonati a terra, per morire dissanguati nella notte o annegati nell’Arno, che li condusse fino a Pisa. L’autore stima più di 1.000 caduti e 2.000 prigionieri. Ma al ritorno da Firenze il capitano di guerra dovette sopportare un altro attacco, quello dei suoi stessi mercenari. Poiché al tempo del suo insediamento al governo l’anno prima aveva promesso quella famosa “doppia paga e mese completo” riservata alle imprese importanti, e la masnada di mestiere se lo ricordava bene.

Il costo del sangue: la rivolta dei mercenari dopo la vittoria

La richiesta era ovviamente esigente e per via di un’escalation di rabbia e avidità, l’armata finì per ribellarsi, poiché “presa la speranza della detta promessa gran quantità di ricchi e buoni prigioni i soldati trabaldarono, e feciono con poca di cortesia riscuotere”. E per non rischiare di finire schiacciata dai suoi stessi mercenari, la città pagò “centosettantamila fiorini e più”.

Accadeva di frequente nell’Italia trecentesca di dover pagare i mercenari anche solo per tenerli lontani5. Questi doni per stipulare tregue e patti di non aggressione (talvolta con contratti validi un certo periodo da misurarsi in mesi) contribuirono al mito del Bel Paese ricco di moneta sonante, che attirava masnade prezzolate da ogni angolo del mondo.

In ogni caso, la battaglia di Cascina si concluse con una vittoria decisiva (anche se molto costosa) e seguirono festeggiamenti e onori. Nella cronaca si menzionano pure due addobbamenti sul campo, di tali Piero de’ Ciaccioni di san Miniato, e Bestolino de’ Bostoli d’Arezzo fatti cavalieri a seguito delle loro imprese nella mischia contro i pisani e gli inglesi di Giovanni Acuto. Bravi, ragazzi!

La battaglia di Cascina è conosciuta soprattutto per l’affresco incompiuto di Michelangelo Buonarroti, che avrebbe dovuto abbellire il Salone dei Cinquecento, a Firenze, assieme a un’altra grande opera mai terminata di Leonardo da Vinci, riguardo la battaglia di Anghiari. Nella visione artistica Di Michelangelo, la rappresentazione della battaglia di Cascina era manifestata nella scena più teatrale di tutte, ovvero quell’esercito di fiorentini a bagno nell’Arno che si armano alla svelta per incontrare il nemico in battaglia.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Nella guerra di Chioggia contro Genova, i veneziani ottennero il permesso del saccheggio, paga doppia e mese completo, “Le milizie terrestri, di Hannelore Zug Tucci, Storia di Venezia, 1997] ↩︎
  2. Febbre che compare a giorni alterni (ossia ogni terzo giorno se nel conteggio si calcolano entrambe le giornate in cui si verificano 2 accessi febbrili consecutivi); è propria della malaria. Enciclopedia Treccani ↩︎
  3. Di cavalieri smontati per combattere a piedi ci sono molti altri episodi della storia medievale inglese, soprattutto nel corso della Guerra dei cent’anni, con il culmine nella battaglia di Agincourt ↩︎
  4. Epistola perduta di Dante Alighieri, riportata da Leonardo Bruni “Della vita, studi e costumi di Dante”, XV secolo ↩︎
  5. Una cosa simile avviene nelle cronache di Neri di Donato da Siena dal 1352 al 1381. “I sanesi posero una presta (tassa) alla città e al contado per cagione della malvagia compagnia del Conte Lando a fiorini 2 per migliaio. Colse la città 40 mila fiorini d’oro e il Contado seimila. ↩︎
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