James Douglas, soprannominato Black Douglas: il cavaliere nero scozzese che terrorizzò il Medioevo; tra leggende, battaglie e imprese eroiche.
Nel freddo di una notte medievale, un guerriero si arrampica sulle mura di un castello. Sta per raggiungere la cima, quando la luna fa riflettere un bagliore d’acciaio, sopra di lui. Una guardia si affaccia giù, nella sua direzione, e agguanta la corda per farlo cadere di sotto.
Questa che voglio raccontarvi è una missione di conquista notturna avvenuta il 19 febbraio 1313, in Scozia. Missione guidata da un vero e proprio cavaliere nero: James Douglas, conosciuto da tutti come Black Douglas. Un cavaliere che il nemico temeva più della peste, letale con la spada quanto con l’ingegno, che gli servì per compiere delle imprese da film, esattamente come l’assalto notturno di quella fredda notte di febbraio.
La cronaca di tale impresa non deriva da un film, bensì da un manoscritto del 1395, scritto dal poeta medievale John Barbour. Cronaca che ci racconta della guerra di indipendenza scozzese, che tutti conosciamo grazie alle gesta di William Wallace, Robert the Bruce e, in questo caso, del protagonista di questa leggenda affilata: Black Douglas. Chi era questo cavaliere nero?
Chi era Black Douglas, il cavaliere nero che terrorizzava l’Inghilterra
Per capire chi fosse Douglas, bisogna fare un passo indietro nel caos della Scozia del Trecento. La nazione è devastata da decenni di guerre contro l’Inghilterra. Dopo la morte di William Wallace, la resistenza è guidata da Robert the Bruce, incoronato re ma braccato dagli inglesi. I castelli strategici del paese sono saldamente in mano agli invasori, che li difendono con guarnigioni bene armate e agguerrite.
Gli scozzesi non hanno eserciti abbastanza grandi o equipaggiati per espugnare quei castelli con gli assedi tradizionali. È qui che entra in gioco Black Douglas.
Gli inglesi lo chiamavano Black Douglas per la sua fama sinistra e per l’abitudine di colpire nell’oscurità. Incuteva così tanta paura che si narra che le madri inglesi usavano il suo nome per spaventare i bambini disobbedienti. Lui era, insomma, l’origine dell’uomo nero. Anzi, il cavaliere nero.
Robert the Bruce, il re di Scozia, riconobbe subito il genio militare di Douglas, perciò gli affidava le missioni più disperate e impossibili. Missioni che lui portava a termine con successo grazie alle tattiche di guerriglia: imboscate, inganni, assalti notturni; combattimenti da affrontare con una manciata di masnadieri fidati, letali, e cattivissimi.
L’assalto notturno al castello di Roxburgh del 1313
La missione che voglio raccontarvi oggi riguardava un obiettivo specifico: il castello di Roxburgh, al confine tra Scozia e Inghilterra. Una fortezza difesa da mura massicce e guarnigioni inglesi agguerrite. Poiché prenderla con la forza bruta è impossibile, Black Douglas decide di affidarsi alla sua tattica migliore.
Chiama a raccolta John Ledhouse, un uomo scaltro e abilissimo quando si tratta di pianificare le imprese più disperate. Ledhouse costruisce delle scale speciali, fatte di corde intrecciate con pioli di legno: facili da trasportare e robuste, che avrebbero facilmente retto il peso di un uomo in armatura. Per completare l’opera, forgia un rampino di ferro squadrato, progettato per agganciarsi alle merlature delle mura e reggere la tensione della salita senza cedere di un millimetro.
A questo punto, con l’attrezzatura pronta, Douglas chiama a raccolta sessanta masnadieri fidati, gente spietata e abile nel combattimento corpo a corpo. Siamo nel bel mezzo dell’inverno, esattamente alla vigilia del Martedì Grasso, la festa che precede la Quaresima in cui tutti gozzovigliano e bevono dentro le roccaforti, abbassando la guardia. Il momento perfetto per colpire.
Le tattiche di guerriglia e l’ingegno degli scozzesi
Sul far della notte, la compagnia si muove nel buio. Nel Medioevo, quando non c’era inquinamento luminoso, sotto il cielo notturno senza nuvole la visibilità era molto buona. In svariati episodi di Leggende Affilate ho raccontato di combattimenti avvenuti sotto la luce della luna, quando magari è bella piena e di luce ne fa eccome. I raggi della luna sono luminosi e fanno riflettere l’acciaio, perciò i masnadieri di Black Douglas si coprono le armature con mantelli scuri di lana ruvida, che li mimetizzano alla perfezione nelle tenebre. Cavalcano fino a un certo punto, poi lasciano le bestie. Da lì in poi si procede a piedi, e non camminando normalmente: quando si avvicinano al perimetro del castello, Black Douglas e i suoi si buttano a terra e procedono carponi, muovendosi con le mani sul terreno, imitando il passo, il ritmo e la postura delle vacche e dei buoi che di solito pascolano liberi nei prati intorno alla fortezza, così da sembrare bestiame.
Sulle mura del castello due sentinelle scrutano i campi intorno al castello, infastidite dal freddo. Una di loro guarda verso il prato e scuote la testa. Indica le sagome scure che si muovono carponi là fuori, e dice al compagno che il pastore deve proprio essere ubriaco per aver lasciato tutto quel bestiame fuori a pascolare a quell’ora. L’altro risponde che il pastore si sente al sicuro ai piedi del castello. Che loro due, le sentinelle, fanno la guardia anche per lui. Allora l’altro replica che nessuno dovrebbe stare tranquillo di quei tempi, neppure il pastore: perché potrebbe passare Black Douglas a rubargli i buoi. Ridono di gusto, mentre i masnadieri scozzesi si avvicinano sempre di più.
Black Douglas, che fa finta di essere un bue come gli altri, sente ogni singola parola pronunciata dalle sentinelle. Le osserva mentre voltano le spalle e si allontanano lungo il cammino di ronda per continuare a chiacchierare. A quel punto dà il segnale. Gli scozzesi si alzano e si precipitano sotto la pietra della cinta muraria. Tirano fuori la scala e la lanciano verso l’alto. Il rampino di ferro vola nel buio e si incastra con un tonfo metallico dietro la merlatura.
Il rumore rimbomba nel silenzio della notte. Una delle guardie lo sente e torna indietro verso quel settore delle mura. Ma John Ledhouse, l’artigiano che ha costruito quella scala con le sue mani, non perde un attimo. È il primo a partire. Si aggrappa ai pioli di legno e si arrampica come un gatto. Arriva quasi in cima quando la sagoma della sentinella sbuca all’improvviso. La guardia si sporge verso di lui e lo spinge giù, per scaraventarlo di sotto nel vuoto. Si avventa con tanta foga che nemmeno urla e dà l’allarme, forse perché colta dall’istinto di affrontare il nemico sbucato dal nulla, che non si aspettava minimamente di trovare lì appeso. Ma Ledhouse non ha alcuna intenzione di morire così. Arrivato quasi in cima pianta i piedi sul bordo di pietra, afferra la gola della guardia e la pugnala allo stomaco, spingendo fino in fondo, finché il respiro dell’inglese si spegne.
Il corpo senza vita si accascia. Ledhouse lo fa scivolare giù di sotto e si issa sul camminamento delle mura. Si affaccia verso i compagni rimasti giù nel buio, e fa cenno di sbrigarsi. La strada è aperta e i sessanta masnadieri di Black Douglas iniziano a salire in massa uno dopo l’altro, aggrappati alla corda.
Mentre i compagni arrancano sulla corda, un’altra sentinella spunta sul cammino di ronda e si ritrova davanti a Ledhouse. Capisce al volo che quello non veste i colori inglesi e si lancia all’attacco. Ledhouse, che abbiamo capito essere un guerriero dotato di una forza bestiale, infilza la guardia in punta di spada e la spedisce all’inferno. Questa volta, però, il grido del soldato inglese riecheggia nel cielo. Le guardie si accorgono dell’assalto e corrono incontro agli assalitori.
Lassù sul camminamento di pietra si scatena una mischia furiosa, finché Black Douglas in persona guida i suoi sessanta masnadieri attraverso la linea di difesa degli inglesi. Riescono a sgominarli tutti e scendono le scale verso l’interno della fortezza. Senza perdere un secondo, s’infilano di corsa nei corridoi bui puntando dritti verso la torre principale.
Mentre avanzano con le lame sguainate, dentro la grande sala del castello prosegue il banchetto. Gli inglesi se la godono alla grande, immersi nei festeggiamenti del Martedì Grasso, cantando, ballando e ridendo a crepapelle, convinti di trovarsi nel posto più sicuro del mondo. Il fatto è che con tutto il baccano che fanno a cena, nessuno di loro ha sentito le grida delle guardie.
Prima che abbiano il tempo di realizzare cosa sta succedendo, la porta della sala viene spalancata e Black Douglas irrompe urlando a squarciagola, seguito dai suoi sessanta scozzesi assetati di sangue. Gli inglesi sono in superiorità numerica lì dentro ma completamente colti alla sprovvista. Il terrore li paralizza all’istante. Vedere Black Douglas apparire come un fantasma nel cuore della notte, con la lama già lucida di sangue, basta a spegnere ogni istinto di sopravvivenza. Nessuno prova a brandire un’arma o ad abbozzare una difesa decente.
Gli uomini di Douglas si scatenano in un massacro senza quartiere, menando fendenti a destra e a manca finché non prendono il controllo totale della sala, mentre i superstiti scappano in preda al panico totale, terrorizzati dall’idea di morire lì sul pavimento. Il castellano capisce che la partita è persa e trascina i suoi fedelissimi verso la grande torre fortificata. Sprangano il massiccio portone d’ingresso in un secondo. Chi è rimasto fuori dalla torre viene catturato o fatto a pezzi. Alcuni disperati preferiscono il salto nel vuoto giù dalle mura pur di non finire sotto le spade scozzesi.
Per tutta la notte i masnadieri di Black Douglas passano al setaccio ogni angolo del castello conquistato, mentre fuori il cielo comincia a tingersi delle prime luci dell’alba. Dentro la grande torre, il castellano inglese non ha alcuna intenzione di arrendersi. È un comandante duro, ma si ritrova bloccato in uno spazio angusto con i suoi sopravvissuti, bersagliati senza sosta dalle frecce scozzesi che piovono ogni volta che si affacciano fuori.
Finché, quella stessa mattina, una freccia lo centra in pieno volto. La ferita è profonda. Il castellano, sfigurato e ferito gravemente, si rende conto che è arrivato alla fine. L’unica possibilità di sopravvivere è arrendersi per raggiungere subito un medico. Chiede di parlamentare con Black Douglas per un accordo di resa onorevole: cedere il castello per avere salva la vita, ottenendo una scorta armata per rientrare sani e salvi in Inghilterra. Black Douglas acconsente.
Il castellano con i suoi soldati rimasti abbandona quindi la torre e si mette in marcia verso l’Inghilterra. La ferita, però, è davvero troppo grave. Arrivato a casa, resiste solo per pochi giorni prima che l’infezione lo trascini nella tomba.
Con la fortezza ormai conquistata, Black Douglas manda John Ledhouse direttamente alla corte scozzese di Robert the Bruce per comunicare il resoconto dell’impresa. Il masnadiero che aveva ideato la corda con i pioli e scalato per primo le mura racconta ogni dettaglio di quella eroica azione. E il re, meravigliato, lo ricopre d’oro. Decide, inoltre, che le fortezze catturate al nemico inglese devono essere rase al suolo. Perché gli scozzesi non erano sicuri di mantenere il possesso di ciascun castello conquistato.
Il re manda sul posto un’armata di demolitori. Arrivano con picconi e torri di legno, e lavorano giorno e notte con una violenza implacabile. In pochissimi giorni, le massicce mura perimetrali, i bastioni e la torre principale vengono ribaltati e buttati giù, ridotti a un cumulo di macerie che non potranno più offrire riparo a nessun invasore inglese. Almeno finché, pochi anni dopo, gli inglesi non tornarono per costruirci sopra un castello… che gli scozzesi buttarono giù. E poi gli inglesi lo ricostruirono e gli scozzesi lo ributtarono giù. Avanti così, finché non fu demolito un’ultima volta nel XVI secolo. Oggi giorno, se capitate da quelle parti, potete scorgere le sue rovine, a testimonianza di tutte le volte in cui inglesi e scozzesi si sono scannati vicendevolmente.
La fine del cavaliere nero e il cuore di Robert the Bruce
La leggenda di Black Douglas crebbe col suo nome. Le imprese di cui fu protagonista sono tantissime, e non si fermarono ai campi di battaglia scozzesi: dopo la morte di Robert the Bruce, Douglas partì per le Crociate portando con sé il cuore del re racchiuso in una teca d’argento. Aveva infatti promesso a Robert che lo avrebbe seppellito nella Città Santa. Si racconta, però, che Black Douglas non riuscì mai a raggiungerla. Nella sua ultima e disperata battaglia contro i saraceni, il cavaliere nero scagliò il cofanetto regale verso il nemico, gridando: “Va’ avanti, cuore coraggioso, come hai sempre fatto; Douglas ti seguirà o morirà!”
Black Douglas si lanciò contro il nemico e quella fu la sua ultima carica.
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