Henry Avery re dei pirati

Henry Avery: la tragica fine del Re dei Pirati

Credevano che il re dei pirati sedesse su un trono d’oro in Madagascar. La verità? Il pirata Henry Avery morì di fame e al freddo in Inghilterra.

L’uomo più ricercato della Terra: un pirata leggendario che l’intera Europa credeva seduto su un trono d’oro in Madagascar, sposato con una principessa indiana e protetto da fortezze inespugnabili. Ma la verità era ben diversa: quello stesso uomo stava in realtà morendo di fame, al freddo, mendicando pochi centesimi sotto falso nome in un porto dell’Inghilterra. Era stato sì un grande, considerato da molti addirittura il re dei pirati. Ma fu tradito e ripulito fino all’ultimo tesoro da quelli che credeva suoi amici. Questa è la pazzesca e tragica storia di Henry Avery, il re dei pirati.

I dettagli che sto per raccontarvi provengono dal libro del capitano Charles Johnson1, pubblicato nel 1724. Un libro scritto da questo autore misterioso, che di pirati ne sapeva a pacchi. Forse, dicono alcuni, perché lui stesso era un pirata, magari in pensione.

la leggenda di Henry Avery

Siamo nella seconda metà del Seicento. Il pirata Henry Avery era una vera celebrità. La gente era impazzita per lui. Giravano voci incredibili: si diceva che avesse fondato un nuovo regno, che avesse sposato la figlia del Gran Mogol, cioè il potentissimo imperatore musulmano che governava quasi tutta l’India, e che avesse accumulato montagne d’oro. La leggenda raccontava che vivesse come un re in Madagascar, protetto da fortezze piene di cannoni e da una flotta di navi private pronte a tutto. 

Addirittura, a Londra scrissero un’opera teatrale su di lui intitolata “Il pirata di successo”. La faccenda era diventata così seria che il governo inglese non sapeva che pesci pigliare. Alcuni ministri volevano mandare la marina militare a sconfiggerlo, altri invece volevano offrirgli un Atto di Grazia, che in pratica era un perdono reale. Volevano dirgli: “Senti, torna a casa con i tuoi tesori e non ti facciamo niente”, perché avevano il terrore che Avery bloccasse tutte le rotte commerciali tra l’Europa e l’Asia.

Ma la verità era un’altra, ed era parecchio triste. Mentre tutti pensavano che Avery stesse per diventare re, lui in realtà stava morendo di fame. La gente ama inventare storie, ma la realtà era che il pirata più temuto del mondo si nascondeva in Inghilterra e mendicava pochi centesimi per sopravvivere.

Dalla Nuova Spagna all’ammutinamento: la nascita del Re dei Pirati

Ma come è iniziata questa avventura? Cominciamo dal principio. Avery nacque nel sud dell’Inghilterra, vicino a Plymouth. Fin da giovane andò a lavorare sulle navi commerciali e diventò un secondo ufficiale di bordo, quindi un marinaio esperto che aiutava il capitano. In quegli anni l’Inghilterra e altre nazioni erano in guerra contro la Francia. C’era però un problema fisso con la Spagna. Gli spagnoli controllavano gran parte del Sud America, che allora chiamavano Nuova Spagna, e avevano una legge rigidissima: nessuno straniero poteva commerciare con le loro colonie o sbarcare lì, a meno che non fosse un prigioniero.

I contrabbandieri francesi però se ne fregavano altamente e commerciavano lo stesso di nascosto. Per fermarli, gli spagnoli usavano le navi della “Guarda del Costa”, una vera e propria guardia costiera che catturava qualsiasi nave straniera nel raggio di circa ventiquattro chilometri dalla spiaggia. Il problema è che gli spagnoli avevano navi deboli e vecchie, e spesso i contrabbandieri francesi le battevano o scappavano.

Allora la Spagna decise di fare una mossa furba: affittare delle navi da guerra straniere per farsi proteggere. Alcuni ricchi mercanti di Bristol, in Inghilterra, fiutarono l’affare. Armarono due grandi navi con più di trenta cannoni e centoventi uomini ciascuna, riempiendole di cibo e munizioni. Dopo aver firmato il contratto con gli spagnoli, ordinarono a queste navi di partire verso il porto di Corunna, nel nord della Spagna. Lì avrebbero dovuto imbarcare dei nobili spagnoli e ricevere i comandi definitivi per partire verso l’America. Ed è proprio su una di queste navi che si trovava il nostro Avery, pronto a cambiare per sempre la sua vita.

Avery si trovava proprio a bordo di una di queste due grandi navi, che si chiamava Duke. Il capo della spedizione era il capitano Gibson, e Avery era il suo primo ufficiale, cioè il secondo in comando, l’uomo di fiducia. Avery era un tipo molto furbo, forse non un leone in quanto a coraggio fisico, ma un vero manipolatore. Iniziò a fare amicizia con i marinai più ribelli e spericolati, sia della sua nave sia dell’altra, la Duchess. Dopo aver studiato bene chi aveva davanti, e capito che erano tutti stufi della vita di stenti, sganciò la bomba: propose di rubare la nave e scappare verso l’India, dove avrebbero potuto fare soldi a palate con la pirateria. Ai marinai non parve vero e l’accordo fu immediato. Il piano scattò la notte successiva, alle dieci in punto.

Ammutinamento a bordo della Duke

Il capitano Gibson, che era un grandissimo amante del punch – una bevanda super alcolica a base di liquore, zucchero e spezie, molto di moda all’epoca – di solito passava le serate a terra a ubriacarsi nelle taverne. Quella sera, per sfiga, rimase a bordo. Il piano rischiava di saltare? Nemmeno per sogno. Il capitano si scolò la sua solita dose di alcol direttamente in cabina e crollò in un sonno profondo prima dell’ora X. Anche i marinai che non facevano parte del complotto andarono a dormire nelle loro amache, le tipiche reti sospese che i marinai usavano come letti per non soffrire il rollio della nave. Sul ponte rimasero solo i cospiratori.

All’ora stabilita, una scialuppa partì di nascosto dalla Duchess e si avvicinò alla Duke. Avery fece il segnale di riconoscimento gridando nel buio, e gli uomini sulla barca risposero con la parola d’ordine: “Il vostro nostromo ubriaco è a bordo?”. Avery rispose di sì, e sedici marinai robusti e armati fino ai denti salirono a bordo per dare manforte.

A quel punto, i ribelli presero il controllo. Per prima cosa bloccarono i boccaporti, cioè le botole di legno che collegavano il ponte superiore con i ponti inferiori, intrappolando di fatto chi dormiva sotto e impedendo qualsiasi reazione. Poi, con una calma surreale, tirarono su l’ancora senza far rumore, spiegarono le vele e presero il largo. Nella baia c’erano molte altre navi ormeggiate, tra cui una potente fregata militare olandese da ben quaranta cannoni. Le autorità offrirono un sacco di soldi al comandante olandese per inseguire i fuggitivi, ma questo “Mynheer” – che è semplicemente il modo in cui in olandese si dice “Signore” – non ne volle sapere. Forse per pigrizia, o forse perché non voleva rischiare la pelle per una nave non sua, si fece i fatti propri e lasciò che Avery andasse dove voleva.

Nel frattempo il capitano Gibson si svegliò, svegliato dal dondolio insolito della nave e dal rumore delle carrucole che muovevano le vele. Confuso, suonò il campanello della cabina per chiamare aiuto. Avery entrò insieme a due complici. Il capitano, ancora mezzo ubriaco e spaventato, chiese: “Che succede? La nave sta andando alla deriva? C’è tempesta?”. Pensava che un’onda avesse spezzato le corde dell’ancora. Avery, gelido, rispose: “Nulla”. Il capitano insistette: “Ma come nulla, siamo in mare?”. Avery allora lo guardò e gli disse: “Sì, siamo in mare aperto, il tempo è bellissimo e il vento è a favore. Ma non ti spaventare: mettiti i pantaloni e ascoltami bene. Ora il capitano di questa nave sono io, e questa è la mia cabina, quindi devi sloggiare. Sto andando in Madagascar a fare la mia fortuna e quella dei veri duri che mi hanno seguito”.

Il capitano Gibson, che cominciava a smaltire la sbornia, capì finalmente cosa stava succedendo e morì di paura. Avery, vedendolo così terrorizzato, cercò di tranquillizzarlo: “Senti, se vuoi unirti a noi sei il benvenuto. Se torni sobrio e fai il tuo dovere, con il tempo potrei persino farti diventare il mio secondo in comando. Se invece non ti va, la scialuppa è qui di fianco e ti rimandiamo a terra”.

Il capitano fu ben felice di avere salva la vita e scelse la terraferma. Avery allora radunò tutto l’equipaggio sul ponte per fare un sondaggio: chi voleva scendere con il capitano e chi voleva tentare la fortuna con i pirati? Alla fine, solo cinque o sei marinai decisero di abbandonare l’impresa. Furono fatti salire sulla barca insieme al capitano e lasciati andare verso la costa come meglio potevano.

Avery e i suoi rimasti navigarono dritti verso il Madagascar, un’enorme isola africana che all’epoca era il paradiso dei pirati perché fuori dal controllo di qualsiasi governo. Durante il viaggio non incontrarono navi da rapinare. Quando arrivarono nella zona nord-orientale dell’isola, videro due piccoli sloop ormeggiati. Gli sloop erano imbarcazioni agili e veloci, molto usate dai pirati. Appena videro la grande nave di Avery, gli equipaggi di questi due battelli si spaventarono a morte: pensarono che fosse una nave militare inviata a cacciarli. Così tagliarono le corde delle ancore, fecero arenare di proposito le barche sulla spiaggia e scapparono a gambe levate nei boschi. Si trattava di pirati fuggiti dai Caraibi, le Indie Occidentali, che non avevano i cannoni necessari per combattere contro una nave grossa come quella di Avery.

Avery capì al volo la situazione e mandò a terra alcuni emissari disarmati per lanciare un messaggio di pace: “Siamo pirati anche noi, uniamoci per difenderci meglio”. I fuggitivi si erano appostati nel bosco con i fucili spianati e avevano piazzato delle sentinelle. Quando videro arrivare solo due o tre uomini senza armi, li lasciarono avvicinare. Dopo le dovute verifiche, gli ambasciatori proposero un incontro pacifico in spiaggia, promettendo che anche il capitano Avery si sarebbe presentato disarmato. I pirati del bosco si fidarono e l’accordo fu fatto: in breve tempo nacque una grande amicizia, con feste e scambi di visite tra le navi e la terraferma.

I pirati degli sloop erano felicissimi di questo nuovo alleato. Le loro barche erano troppo piccole per attaccare i ricchi mercantili pesantemente armati, quindi fino a quel momento avevano rimediato solo miseri bottini. Ora, insieme ad Avery, potevano puntare a prede molto più grosse. Anche Avery era entusiasta di quel rinforzo per i suoi piani ambiziosi. Certo, più uomini significava dover dividere il bottino in più parti, ma Avery aveva già in mente un trucco per non rimetterci un centesimo, come vedremo più avanti.

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L’arrembaggio della Ganj-i-Sawai: il tesoro del Gran Mogol

Dopo una riunione strategica, decisero di fare squadra e salpare insieme verso le coste dell’Arabia. Arrivati vicino alla foce del fiume Indo, la vedetta in cima all’albero maestro urlò di aver avvistato una nave. I pirati si lanciarono all’inseguimento. Più si avvicinavano, più si rendevano conto che era un vascello enorme. All’inizio pensarono a un ricco mercantile olandese, ma la realtà superava ogni immaginazione. Quando Avery sparò un colpo di avvertimento per farli fermare, la nave rispose issando la bandiera del Gran Mogol e si preparò a combattere. Avery, a dire il vero, preferì cannoneggiare da lontano, tanto che alcuni suoi uomini iniziarono a dubitare del suo coraggio. Gli sloop invece non persero tempo: uno si portò davanti alla prua e l’altro si posizionò dietro, vicino alla poppa. I pirati saltarono a bordo della nave nemica con un arrembaggio fulmineo e violentissimo. Travolto dall’attacco, l’equipaggio indiano si arrese immediatamente.

Colpo grosso: era una delle navi personali del Gran Mogol. A bordo viaggiavano altissimi funzionari della corte imperiale e persino una delle figlie del sovrano. Erano diretti alla Mecca, la città santa in Arabia, per fare il pellegrinaggio che ogni musulmano deve compiere almeno una volta nella vita. E, cosa ancor più interessante per i pirati, portavano con sé un tesoro immenso fatto di ricche offerte d’oro e d’argento da donare al santuario di Maometto.

I nobili orientali erano famosi per viaggiare con una magnificenza assoluta. A bordo di quella nave c’erano servitori, schiavi, abiti principeschi, gioielli spettacolari, stoviglie d’oro e d’argento, oltre a una quantità di denaro liquido impressionante che serviva a pagare le spese del lunghissimo viaggio via terra una volta sbarcati. Calcolare il valore totale di quel saccheggio era praticamente impossibile: era una ricchezza fuori dal comune.

Dopo aver trasferito tutto l’oro e l’argento sulle proprie navi e aver rubato ogni genere di prima necessità, i pirati lasciarono andare l’imbarcazione indiana. Questa, ormai troppo danneggiata per proseguire verso la Mecca, fu costretta a fare marcia indietro. Quando la notizia del saccheggio arrivò alle orecchie del Gran Mogol, l’imperatore andò su tutte le furie. Saputo che i colpevoli erano inglesi, minacciò di mandare un esercito colossale a distruggere a ferro e fuoco tutte le basi commerciali che l’Inghilterra aveva sulle coste dell’India. A Londra, i direttori della Compagnia delle Indie Orientali – la potentissima società privata che gestiva tutti i commerci inglesi in Asia – sudarono freddo per il terrore di perdere i loro affari miliardari. Fortunatamente, col tempo riuscirono a calmarlo promettendo che avrebbero fatto di tutto per catturare i pirati e consegnarglieli. Fu proprio il caos internazionale scatenato da questo assalto, sia in Asia che in Europa, a far nascere tutte quelle leggende esagerate sulla presunta grandezza regale di Avery.

Subito dopo il colpo, la flotta dei pirati decise di fare rotta verso il Madagascar per nascondere il bottino. Volevano usare l’isola come magazzino centrale e costruirci una piccola fortezza, lasciando un gruppo di uomini a terra per difendere il tesoro dagli attacchi delle tribù locali. Avery, però, aveva piani del tutto diversi e fece saltare questo progetto prima ancora di arrivare.

Il grande tradimento: come Avery fregò la sua stessa flotta

Durante la navigazione, mandò una scialuppa a chiamare i comandanti dei due sloop per una riunione strategica a bordo della sua nave. Quando i due capitani arrivarono, Avery sfoderò la sua parlantina e fece una proposta apparentemente vantaggiosa per tutti. Spiegò che l’unica cosa di cui dovevano avere paura era perdere quel tesoro pazzesco durante il viaggio di ritorno. Disse loro di riflettere bene: se una tempesta avesse separato la flotta, gli sloop sarebbero rimasti isolati. Essendo barche piccole, se avessero incontrato una nave da guerra nemica sarebbero stati catturati o affondati, e il tesoro sarebbe andato perduto per sempre.

Al contrario, la sua nave era talmente grossa e armata da poter affrontare chiunque. Anche se si fosse imbattuta in un nemico troppo forte, sarebbe comunque riuscita a scappare perché era un vascello velocissimo, capace di navigare a vele spiegate anche con il mare grosso, cosa che gli sloop non potevano fare. Per questo motivo, Avery propose di trasferire tutto l’oro a bordo della sua nave capolista. Per garantire la massima sicurezza e onestà, propose di chiudere le ricchezze in casseforti sigillate: ogni capitano avrebbe messo il proprio sigillo di cera sulle serrature e avrebbero stabilito un punto di ritrovo segreto nel caso in cui una tempesta li avesse divisi.

I capitani degli sloop ci cascarono in pieno. La proposta di Avery sembrava così logica e sensata che accettarono subito. Pensarono: “Se uno di noi affonda, almeno l’oro è al sicuro sulla nave grande”. Detto, fatto: tutto il tesoro venne trasferito a bordo della nave di Avery e i bauli vennero chiusi con i sigilli di cera di tutti i comandanti.

Le navi viaggiarono insieme per due giorni con il mare calmo. In quelle quarantotto ore, Avery fece il lavaggio del cervello ai suoi marinai. Disse loro: “Ragazzi, ormai siamo ricchi sfondati. Chi ce lo fa fare di rischiare ancora? Sbarchiamo in qualche paese lontano dove nessuno ci conosce e godiamoci la vita”. I suoi uomini capirono al volo dove voleva andare a parare: l’idea era di tagliare la corda e fregare i compagni degli sloop. Nessuno dei marinai di Avery ebbe il minimo senso di colpa o scrupolo d’onore. Così, approfittando del buio pesto della notte, la nave grande cambiò rotta all’improvviso. La mattina dopo, degli sloop non c’era più traccia.

Potete solo immaginare la rabbia, i sudori freddi e le bestemmie dei pirati rimasti sugli sloop quando, alle prime luci dell’alba, si accorsero che Avery era sparito. Il mare era liscio come l’olio e la rotta era stata concordata, quindi era fin troppo chiaro che si trattava di un tradimento pianificato a tavolino. Ma lasciamo i pirati truffati al loro destino e seguiamo Avery.

Avery e i suoi complici decisero che la mossa migliore era fare rotta verso l’America. Uno dei marinai conosceva bene quelle zone: il piano era dividersi il bottino, cambiare nome e sbarcare alla spicciolata in punti diversi per comprarsi dei terreni e vivere nel lusso. La prima terra che videro fu l’isola di New Providence, nelle Bahamas, che all’epoca era una colonia nata da poco. Rimasero lì per un po’, ma poi si fecero due conti. Se fossero andati nel New England – cioè la zona nel nord-est degli Stati Uniti dove c’erano grandi città come Boston – una nave da guerra così imponente avrebbe attirato troppi sguardi. Qualcuno arrivato dall’Europa avrebbe potuto fare due più due, ricordandosi della nave rubata a Corunna. Decisero quindi di sbarazzarsi del grande vascello proprio a New Providence.

Avery si inventò una scusa: raccontò in giro che la nave era stata armata per la guerra di corsa, cioè che era una nave privata autorizzata dal governo a dare la caccia ai nemici, ma che gli affari erano andati male e i proprietari gli avevano ordinato di venderla. Trovò subito un compratore e, con il ricavato, acquistò uno sloop, molto più piccolo e anonimo.

A bordo di questa nuova barca, Avery e i suoi toccarono varie coste americane senza destare il minimo sospetto. Molti marinai scesero a terra e si sparsero nei vari villaggi dopo aver ricevuto la loro parte di bottino. “La loro parte”, si fa per dire: Avery, infatti, intascò di nascosto la maggior parte dei diamanti grezzi presi sulla nave indiana. Durante il saccheggio, i marinai non ci avevano fatto troppo caso perché non ne conoscevano il reale valore, e Avery ne approfittò per tenerseli per sé.

Alla fine il capo pirata arrivò a Boston. All’inizio voleva stabilirsi lì e alcuni dei suoi uomini scesero a terra per rifarsi una vita. Avery, però, cambiò idea all’ultimo minuto e convinse i pochissimi compagni rimasti a bordo a tentare la traversata dell’Oceano Atlantico per tornare in Europa, precisamente in Irlanda. Aveva capito che l’America non faceva per lui: gran parte della sua immensa fortuna era ormai formata da quei diamanti rubati e, se avesse provato a venderli o a scambiarli a Boston, le autorità lo avrebbero arrestato immediatamente con l’accusa di pirateria.

Durante la traversata verso l’Irlanda, Avery e i pochi rimasti decisero di non rischiare: evitarono il Canale di San Giorgio, cioè il braccio di mare più frequentato che separa l’Irlanda dall’Inghilterra, dove pullulavano le navi di pattuglia. Passarono da nord e si rifugiarono in un porto isolato. Lì si sbarazzarono dello sloop, scesero a terra e si divisero per non dare nell’occhio: alcuni andarono a Cork, altri a Dublino. Pensate che diciotto di questi ex pirati, muovendosi sottotraccia, riuscirono persino a ottenere un perdono ufficiale da Re Guglielmo III, il sovrano d’Inghilterra dell’epoca.

Avery invece rimase in Irlanda per un po’, ma aveva le mani legate. Aveva le tasche piene di diamanti ma non poteva venderli: chiunque, vedendo un marinaio qualunque con delle pietre preziose del genere, avrebbe fatto domande e la polizia lo avrebbe scoperto. Ragionando sul da farsi, si ricordò di avere dei vecchi conoscenti a Bristol di cui poteva fidarsi.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

il re dei pirati ridotto a mendicante

Bristol era una grandissima città portuale, piena di trafficanti. Decise quindi di rischiare il tutto per tutto e tornare in Inghilterra. Sbarcò nel Devonshire e mandò a chiamare uno di questi amici a Bideford, una cittadina tranquilla. Si confidò con lui e insieme trovarono quella che sembrava la soluzione perfetta: affidare i diamanti a dei ricchi mercanti della zona. Essendo uomini d’affari stimati e al di sopra di ogni sospetto, nessuno avrebbe mai fatto indagini sulle loro merci. L’amico gli assicurò che conosceva le persone giuste: in cambio di una buona percentuale, avrebbero riciclato il tesoro in totale segretezza.

A quel punto Avery accettò, anche perché non aveva scelta. Non poteva mica andare al mercato a vendere l’oro del Gran Mogol. L’amico tornò a Bristol, parlò con i mercanti e questi andarono a Bideford a incontrare Avery. Dopo aver giurato sul proprio onore che rigavano dritto, si fecero consegnare tutto il tesoro: diamanti grezzi e coppe d’oro massiccio. In cambio diedero ad Avery una piccola somma in contanti, giusto per le spese quotidiane, e si salutarono.

Il pirata cambiò nome e iniziò a vivere a Bideford come un uomo qualunque, senza lussi, così che nessuno si accorgesse di lui. Solo un paio di parenti stretti sapevano dove si nascondeva e andavano a trovarlo. Ben presto, però, quei pochi soldi finirono. Dai mercanti di Bristol, intanto, tutto taceva. Avery iniziò a scrivere lettere su lettere per riavere il suo denaro. Dopo molte insistenze, i mercanti gli mandarono una miseria, a malapena sufficiente a pagare i debiti accumulati per mangiare. La situazione andò avanti così per un po’: le rimesse di denaro – cioè i pagamenti inviati a distanza – erano talmente scarse che Avery non aveva il pane in tavola, e per averle doveva pregare e supplicare. Disperato e stufo di quella vita da fuggiasco pezzente, decise di andare di persona a Bristol per affrontare i mercanti. Lì ricevette una doccia fredda clamorosa. Quando Avery chiese il conto dei suoi beni, i mercanti lo minacciarono apertamente: “Se non stai zitto, andiamo dritti dalle autorità e ti facciamo impiccare come pirata”. In pratica, quei ricchi signori si dimostrarono dei pirati da terraferma persino peggiori di quanto Avery lo fosse stato in mare.

Terrorizzato dalle minacce e con la paura che qualcuno lo riconoscesse per strada, Avery scappò di nuovo in Irlanda. Da lì continuò a supplicare i mercanti per avere anche solo pochi spiccioli, ma ricevette solo porte in faccia. Ormai era ridotto a fare il mendicante per strada. All’estremo delle forze, decise di tornare in Inghilterra e consegnarsi ai suoi complici-truffatori, qualunque fosse il finale. Non avendo un soldo, si fece assumere come marinaio su un mercantile per pagarsi il viaggio fino a Plymouth lavorando a bordo. Da lì si mise in marcia a piedi, come un vagabondo, fino a Bideford. Arrivato in città, resistette solo pochi giorni: si ammalò gravemente e morì in assoluta povertà, senza nemmeno il denaro necessario per pagarsi una bara di legno. E così finì la storia del re dei pirati, fregato da quelli che credevano fossero suoi amici.

Questa è la vera storia di Henry Avery, ripulita da tutte le leggende esagerate sulla sua presunta vita da re. Alla fine dei conti, le sue imprese furono persino più piccole di quelle di altri pirati arrivati dopo di lui, anche se nessuno riuscì mai a fare lo stesso clamore internazionale.

Ma che fine fecero i pirati truffati a bordo dei due piccoli sloop? Torniamo indietro nel tempo.

La colonia dei truffati: i pirati rimasti in Madagascar

Dopo essere stati piantati in asso nel cuore della notte, gli uomini degli sloop continuarono a navigare. Alcuni speravano ancora che la nave di Avery fosse solo più veloce e che si sarebbero rivisti al punto di ritrovo concordato. Quando però arrivarono sul posto e non trovarono nessuno, ogni speranza svanì. Dovevano decidere in fretta il da farsi: il cibo stava per finire. Sull’isola c’erano riso, pesce e uccelli selvatici, ma senza il sale per conservare gli alimenti non potevano affrontare lunghi viaggi in mare.

Non potendo più andare a caccia di navi, decisero che era il momento di stabilirsi a terra in Madagascar. Sbarcarono tutto il carico, usarono le vele per costruire delle tende e tirarono su un accampamento, protetti da un arsenale pieno di fucili e munizioni.

Proprio in quel posto incontrarono un gruppo di altri pirati connazionali. Erano i membri dell’equipaggio di un’altra nave fuorilegge guidata dal capitano Thomas Tew. Ma come erano finiti lì? La loro è un’altra avventura incredibile che vale la pena raccontare.

Thomas Tew e la via del Mar Rosso

Qualche tempo prima, il capitano George Dew e il capitano Thomas Tew avevano ricevuto delle patenti dal governatore delle Bermuda. Le patenti erano autorizzazioni ufficiali del governo che permettevano a navi private di attaccare i nemici della corona. Il loro compito era navigare fino al fiume Gambia, in Africa, e assaltare una base commerciale francese sull’isola di Gorée, con l’aiuto della Reale Compagnia Africana, una potentissima società inglese che gestiva i commerci e le tratte in quella zona. Poco dopo la partenza, però, una tempesta violentissima danneggiò la nave del capitano Dew e separò i due comandanti. Dew fu costretto a tornare indietro per riparare i danni, mentre il capitano Tew decise di fare di testa sua. Se ne fregò degli ordini ricevuti, superò il Capo di Buona Speranza nel sud dell’Africa e puntò dritto verso lo Stretto di Bab-el-Mandeb, la porta d’ingresso del Mar Rosso.

Lì, Tew intercettò una nave gigantesca e stracolma di ricchezze, che viaggiava dall’India verso l’Arabia. A bordo c’erano marinai e ben trecento soldati armati, ma Tew ebbe il fegato di tentare l’arrembaggio e conquistò la nave. Quel colpo fruttò una fortuna pazzesca: ogni singolo marinaio intascò circa tremila sterline, una cifra enorme per l’epoca. I prigionieri rivelarono che altre cinque navi ricchissime stavano per passare da quella stessa rotta. Tew voleva attaccarle tutte, ma il suo quartiermastro e il resto della ciurma si tirarono indietro. Nelle navi pirata il quartiermastro era una figura fondamentale: veniva eletto dall’equipaggio per controllare il capitano, gestire la disciplina e dividere i bottini. Questa divisione di vedute creò forti tensioni a bordo, così decisero di chiuderla lì con la pirateria. Il Madagascar era il posto perfetto per godersi i soldi, e lì sbarcarono. Il capitano Tew e pochi fedelissimi, invece, ripartirono poco dopo per l’America, verso Rhode Island, dove Tew riuscì persino a ottenere un perdono ufficiale dal governo.

Ed è proprio con i marinai rimasti a terra della banda di Tew che gli uomini traditi da Avery si unirono, pronti a iniziare una nuova vita sulla terraferma.

I signori della guerra di Nosy Boraha: harem e schiavi

Bisogna dire due parole su come era fatto il Madagascar all’epoca. Gli abitanti dell’isola erano neri, ma diversi da quelli della Guinea, cioè dell’Africa occidentale: avevano i capelli lunghi e la pelle di un nero meno intenso. Non c’era un unico governo, ma un’infinità di piccoli re locali che si facevano continuamente la guerra tra loro. Chi perdeva diventava schiavo del vincitore, che poteva venderlo o ucciderlo a suo piacimento.

Quando i nostri pirati si stabilirono sull’isola, questi re indigeni fecero a gara per averli come alleati. I pirati iniziarono a combattere un po’ con uno e un po’ con l’altro, e chi li aveva al proprio fianco vinceva sempre. Il motivo era semplice: i nativi non avevano armi da fuoco e non sapevano nemmeno come usarle. In breve tempo, i bianchi divennero un vero e proprio incubo per la popolazione locale. Bastava che due o tre pirati si facessero vedere da una parte del campo di battaglia perché l’esercito avversario scappasse a gambe levate senza sparare un colpo.

Grazie a questo terrore, i pirati diventarono potentissimi e ricchi di schiavi, che erano i prigionieri di guerra catturati nei vari scontri. Presero come mogli le donne più belle dell’isola, e non una o due: ognuno se ne prese quante ne voleva, creando dei veri e propri harem giganti, degni del Gran Signore a Costantinopoli, ovvero il ricchissimo Sultano dell’Impero Ottomano. I pirati usavano gli schiavi per coltivare il riso, pescare e cacciare. C’era poi tantissima gente del posto che decideva spontaneamente di vivere sotto la loro protezione e di pagare loro dei tributi in cibo o lavoro, pur di non essere attaccata dai re vicini.

A un certo punto, i pirati decisero di dividersi. Ognuno si costruì la propria tenuta e iniziò a vivere come un re indipendente, circondato da mogli, schiavi e guardie. Ma si sa, il potere e i troppi soldi danno alla testa e creano invidie. I pirati iniziarono a litigare tra loro e ad attaccarsi a vicenda, mettendosi alla testa dei rispettivi eserciti di indigeni. In queste guerre civili molti di loro ci rimisero la pelle. Poi, però, successe un imprevisto che li costrinse a fare di nuovo squadra per salvarsi la vita.

La congiura dei nativi e la tattica del dividi e impera

Il problema è che questi ex marinai, diventati ricchi tutto d’un tratto, si erano trasformati in tiranni spietati. Erano diventati incredibilmente crudeli: per il minimo sgarro, facevano legare i loro sottoposti indigeni a un albero e piantavano loro una pallottola dritto nel cuore. Poco importava che la colpa fosse grave o una sciocchezza, la condanna era sempre la morte. Stufi di queste violenze, i nativi organizzarono una colossale congiura segreta per sgozzare tutti i pirati in una sola notte. Visto che i pirati vivevano isolati ognuno nella propria terra, il piano avrebbe funzionato alla perfezione. Ma i congiurati non avevano fatto i conti con l’amore: una donna indigena, che era la compagna di uno dei pirati, corse per quasi trentadue chilometri in appena tre ore per dare l’allarme. I pirati si radunarono a tempo di record e, quando gli indigeni arrivarono per attaccarli, trovarono gli ex marinai barricati e armati fino ai denti. Sorpresi, i nativi preferirono ritirarsi senza combattere.

Questo scampato pericolo aprì gli occhi ai pirati, che da quel giorno diventarono furbissimi e adottarono una strategia politica davvero diabolica per proteggersi. Capirono infatti che la forza lorda non bastava: anche l’uomo più forte del mondo può essere ucciso nel sonno dal più debole.

Per prima cosa, decisero di applicare la regola del “dividi e impera”. Cominciarono a fare di tutto per fomentare guerre tra i vari reati vicini, rimanendo però neutrali. In questo modo, chi perdeva la guerra scappava da loro a chiedere protezione per non essere ucciso. Così facendo, i pirati aumentavano costantemente il numero dei loro difensori fedeli. Quando non c’erano guerre ufficiali, i pirati si inventavano pettegolezzi e facevano nascere faide private tra i singoli indigeni. Spingevano le persone a vendicarsi per ogni minima offesa e prestavano loro pistole e fucili carichi per fare fuori il rivale. La conseguenza? Chi commetteva l’omicidio era costretto a scappare e a rifugiarsi dai pirati per salvare la pelle, portando con sé moglie, figli e parenti. In questo modo, i villaggi dei pirati si riempivano di persone che dipendevano totalmente da loro per sopravvivere.

Questi nuovi arrivati erano gli alleati più fedeli che i pirati potessero desiderare. La loro stessa vita dipendeva dalla sopravvivenza dei bianchi: se i loro protettori fossero caduti, i nemici li avrebbero fatti a pezzi. D’altronde, i pirati erano diventati così spaventosi che nessuno nell’isola aveva il coraggio di affrontarli in campo aperto.

Nel giro di pochi anni, grazie a questi trucchi, la comunità dei pirati crebbe a dismisura. Ormai erano troppi per stare tutti nello stesso posto, così decisero di separarsi per avere più terre a disposizione. Si divisero in vere e proprie tribù. Ognuno si stabilì nella sua zona con le proprie mogli, i tantissimi figli nati nel frattempo e la propria fetta di sudditi e servitori. Se avere il potere assoluto e comandare a bacchetta gli altri significa essere un principe, beh, questi ex marinai avevano tutte le carte in regola per sentirsi dei re. Ma avevano anche gli stessi identici incubi che tormentano i tiranni: il terrore costante di essere uccisi o spodestati. Lo si capisce chiaramente dal modo maniacale con cui proteggevano le loro case.

Tutti i pirati dell’isola copiavano lo stesso identico sistema di fortificazione. Le loro dimore non erano semplici capanne, ma vere e proprie cittadelle inespugnabili. Sceglievano una zona immersa nella boscaglia più fitta, vicino a un fiume, e scavavano intorno un fossato altissimo e profondo, con le pareti talmente dritte che era impossibile arrampicarsi senza scale da assedio. C’era un unico passaggio segreto che portava dentro il bosco. La capanna vera e propria si trovava nel cuore della macchia, mimetizzata così bene che non la vedevi finché non ci sbattevi contro.

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Ma il vero colpo di genio era il sentiero per arrivarci. Era una stradina strettissima, dove si poteva camminare solo uno alla volta, in fila indiana. Soprattutto, era progettata come un labirinto perfetto, pieno di curve, vicoli ciechi e deviazioni. Chi non conosceva la strada a memoria poteva girare a vuoto per ore senza mai trovare la casa. Come se non bastasse, ai lati del sentiero i pirati conficcavano nel terreno delle spine enormi e appuntite, prese da un albero locale, con le punte rivolte verso l’alto. Se qualcuno avesse provato ad avvicinarsi di notte, si sarebbe infilzato come un tordo. Nemmeno il famoso filo che Arianna diede all’eroe Teseo per uscire dal labirinto del Minotauro lo avrebbe salvato da quelle trappole.

I pirati vivevano così, da tiranni, odiando tutti e terrorizzando chiunque. Fu in queste condizioni che li trovò il capitano Woodes Rogers, un famoso navigatore inglese che anni dopo arrivò in Madagascar al comando della Delicia, una grande nave da quaranta cannoni. Rogers era lì per comprare schiavi da rivendere agli olandesi a Batavia – l’odierna Giacarta, in Indonesia – o nella Nuova Olanda, che è il vecchio nome dell’Australia. Il capitano sbarcò in una zona dell’isola dove non si vedevano navi europee da quasi otto anni e incontrò i vecchi pirati. Ormai erano lì da più di ventisei anni. Avevano una marea di figli e nipoti di ogni sfumatura di colore, anche se dei pirati originali ne erano rimasti in vita solo undici.

Quando videro spuntare quella nave gigantesca, i pirati pensarono subito al peggio: “Ecco la marina militare che ci viene a catturare”. Così scapparono a rintanarsi nei loro labirinti fortificati. Ma quando videro che gli uomini della nave sbarcavano tranquilli, senza armi e con l’intenzione di commerciare, i vecchi lupi di mare presero coraggio e uscirono allo scoperto. Vennero trattati da tutti come dei veri sovrani. E in effetti erano dei re nei fatti, possedevano il potere assoluto sul territorio, quindi era giusto considerarli tali.

C’era però un dettaglio parecchio ridicolo. Dopo venticinque anni su un’isola selvaggia, i loro vestiti europei erano diventati stracci da un pezzo. Questi “re” erano ridotti malissimo. Non erano proprio nudi, ma si coprivano solo con pelli di animali non conciate, cioè grezze e ancora piene di pelo. Non avevano né scarpe né calze. Sembravano la parodia dei quadri di Ercole avvolto nella pelle del leone. Con le barbe lunghe fino al petto e i corpi ricoperti di peli, erano l’immagine della selvaggia purezza.

Ma l’eleganza ritornò in un lampo. I pirati vendettero un gran numero di indigeni ai marinai della nave in cambio di vestiti nuovi, coltelli, seghe, polvere da sparo e piombo. Diventarono subito molto amichevoli, tanto da salire a bordo della Delicia per curiosare e chiacchierare con l’equipaggio, invitando tutti a terra a fare festa. In realtà, come confessarono in seguito, era tutto un trucco: volevano capire se fosse possibile assaltare la nave di notte. Pensavano che se la guardia a bordo fosse stata bassa, con le loro barche e i loro uomini avrebbero potuto catturarla facilmente. Una nave del genere avrebbe permesso loro di tornare a fare i pirati in grande stile. Ma il capitano Rogers non era uno sciocco: mangiò la foglia e tenne sempre i suoi uomini armati e schierati sul ponte.

I pirati capirono che l’attacco frontale era impossibile e cambiarono strategia. Iniziarono a corteggiare i marinai che scendevano a terra, cercando di convincerli a fare un ammutinamento: “Voi catturate il capitano di notte, noi saliamo a bordo al vostro segnale e poi ce ne andiamo in mare a fare i miliardari”. Fortunatamente, Rogers si accorse che i suoi uomini stavano diventando troppo intimi con quei selvaggi e stroncò la cosa sul nascere, vietando a chiunque di parlare con loro. Quando mandava le scialuppe a terra per caricare gli schiavi, i marinai dovevano restare rigorosamente a bordo della barca. Poteva parlare con i pirati solo l’ufficiale incaricato delle trattative.

Alla fine, vedendo che non c’era modo di fregare il capitano, i pirati stessi vuotarono il sacco e confessarono tutti i loro piani di attacco. Rogers finì i suoi affari e salpò, lasciandoli esattamente come li aveva trovati: immersi nella loro sporca e bizzarra regalità. Avevano solo qualche suddito in meno, visto che ne avevano venduti parecchi come schiavi, ma se la felicità sta nell’ambizione di comandare, quegli uomini erano felici. Pensate che uno di questi grandi principi del Madagascar, prima di diventare un fuorilegge, faceva il semplice barcaiolo sul fiume Tamigi a Londra. Dopo aver commesso un omicidio era scappato nei Caraibi e si era unito alla banda degli sloop. Tutti gli altri erano marinai semplici, gente che stava a prua a faticare, e nessuno di loro sapeva né leggere né scrivere. Persino i loro segretari di Stato indigeni erano analfabeti quanto loro. Questa è la storia dei re del Madagascar, e chissà che qualcuno dei loro nipoti non regni ancora oggi su quelle spiagge.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

  1. Charles Johnson, A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates, Londra, 1724. (Opera storicamente attribuita a Daniel Defoe o a un capitano pirata sotto pseudonimo). ↩︎

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