La Battaglia degli Speroni d'Oro, Courtrai 1302

Battaglia degli Speroni d’Oro: Massacro Totale

1302: migliaia di cavalieri francesi massacrati da operai e contadini armati di “goedendag”. La cronaca brutale della Battaglia degli Speroni d’Oro.

L’11 luglio 1302, migliaia di cavalieri coperti di ferro giacciono accatastati in un fosso, fatti a pezzi in una mattanza senza precedenti. Macellati in una battaglia campale contro un gruppo di agguerriti contadini, tessitori e operai. Gente del popolo che quel giorno aveva deciso di alzare la testa contro i potenti signori di Francia, armati di rozzi bastoni chiodati e mazze, per spezzare l’invincibile cavalleria medievale a suon di botte da orbi, e guadagnare un incalcolabile bottino fatto di preziose spade, elmi lucenti e speroni d’oro.

Oggi vi racconto una storia incredibile di ribellione e coraggio, quella che ha visto il popolo fiammingo scontrarsi contro la potenza del re di Francia. Una cronaca di battaglia ripresa dall’originale manoscritto di Giovanni Villani, un cronista fiorentino dell’epoca. La Battaglia degli Speroni d’Oro.

La Battaglia degli Speroni d’Oro: Quando i contadini annientarono i cavalieri

La Battaglia degli Speroni d’Oro comincia a Bruges, una delle città più importanti di Fiandra, una regione che oggi corrisponde a una parte del Belgio. Gli abitanti si sono ribellati violentemente uccidendo i francesi che occupavano la loro città in un massacro che ho narrato del precedente episodio di Leggende Affilate. Una vittoria schiacciante, che ha reso la città e tutte le località circostanti libere dall’occupazione francese. I capi di questa rivolta sanno di aver fatto qualcosa di enorme, che in verità è solo l’inizio di una vera e propria guerra, perché il re di Francia non lascerà correre un affronto simile.

Così, cercano aiuto e inviano messaggi in tutto il paese. Il numero di persone che si unisce alla causa dei ribelli cresce in maniera esponenziale. Persino alcuni nobili decidono di schierarsi con la rivolta popolare, prendendo le redini della campagna militare fiamminga, una vera e propria opera di riconquista di tutte le località che ancora erano in mano francese. Guido di Namur, figlio del conte di Fiandra, e Guglielmo di Juliers diventano i veri capi di questa insurrezione contro il re di Francia. La loro forza aumenta ancora, arrivando a contare un esercito di quindicimila fanti fiamminghi. Un’armata poderosa, che si dirige alla volta di Courtrai.

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Courtrai 1302: L’assedio che cambiò la guerra medievale

Questa città rappresenta, all’epoca, una delle chiavi strategiche più importanti della regione. Posizionata lungo il fiume Lys, Courtrai fungeva da snodo vitale per i commerci tessili e per il controllo dei confini. Le sue mura imponenti e la posizione geografica la rendevano un obiettivo imprescindibile per chiunque volesse dominare le Fiandre. Tuttavia, impadronirsi di Courtrai significava misurarsi con una fortezza quasi inespugnabile, protetta da guarnigioni fedeli al re e pronta a resistere a ogni assedio. 

Infatti, l’armata fiamminga riesce a conquistare l’intera città, ma non il castello. I francesi chiusi nel castello non si arrendono. Si difendono con grande tenacia e, usando macchine da guerra e armi d’assedio, riescono a distruggere e bruciare buona parte dell’abitato di Courtrai. Il loro problema principale è il cibo. Non avendo fatto scorte sufficienti, le provviste iniziano a scarseggiare. Disperati, inviano un messaggio urgente al re di Francia chiedendo aiuto. E il sovrano risponde subito, perché si era già mosso per conto suo. La rivolta andava sedata, la Fiandra doveva bruciare.

Il re manda il grande conte d’Artois, suo zio, un uomo di altissimo rango. E al suo seguito parte un esercito spaventoso: secondo il cronista, l’esercito contava settemila cavalieri nobili, tra duchi, baroni e conti, insieme a quarantamila soldati a piedi, tra cui diecimila balestrieri. 

Una forza terrificante. E qui sorge una domanda: come faceva a essere sostenibile, economicamente? Quanto costava?

Il costo è quasi impossibile da stimare, ma c’è un dettaglio che le cronache ci raccontano per farci capire quanto fosse estremo lo sforzo richiesto per radunare simili eserciti. Per pagare le spese enormi di questa spedizione del 1302, il re di Francia prende una decisione che viene vista come una vera e propria truffa verso il suo popolo. Inizia a coniare la moneta del regno con una percentuale di metallo prezioso inferiore, abbassando il valore reale fino a un terzo rispetto all’originale. Così facendo, il re riesce a pagare tutti quanti, ma finisce per attirarsi l’odio dell’intera cristianità. Quella che venne definita come una vera e propria falsificazione causò un disastro economico senza precedenti, mandando in rovina mercanti e banchieri che, da un giorno all’altro, si ritrovarono con in mano monete di metallo vile anziché i guadagni sperati. 

Di solito siamo portati a credere che il Medioevo fosse un’epoca rozza, ma questa manovra ci dimostra il contrario: in fondo, quella del re non fu altro che una truffa bancaria, a conferma che l’avidità di potere non cambia mai, che si usino monete d’oro medievali o bitcoin. 

Quando i soldati di questo esercito incredibile arrivano, si accampano su una collina che domina la zona, a meno di un chilometro dal castello. Messer Guido, giovane coraggioso e determinato, vede arrivare l’immenso esercito francese. Capisce subito che non può scappare: se abbandonasse l’assedio di Courtrai per tornare a Bruges, la rivolta si spegnerebbe. Il suo non è un esercito di mestiere, e averlo radunato lì è già un mezzo miracolo. Quei cittadini, artigiani, conciatori, prima o poi sarebbero tornati a casa, dalle loro famiglie.

Così, ordina a tutti gli alleati di correre da lui, per mantenere la posizione. L’esercito di ribelli fiamminghi arriva a contare ventimila fanti, e nient’altro. I cavalieri sono così pochi che non vengono nemmeno conteggiati. I nobili e i mercenari, infatti, erano tutti dall’altra parte dello schieramento.

I fiamminghi si affidano a Dio e a San Giorgio e decidono di incontrare il nemico in battaglia. Lasciano Courtrai, attraversano il fiume e si posizionano su un terreno pianeggiante. Qui scelgono la posizione con grande intelligenza tattica. Davanti a loro scorre un fosso profondo tre braccia e largo cinque, che raccoglie l’acqua della zona e la porta verso il fiume. È un ostacolo insidioso perché non si vede da lontano: chi arriva di corsa rischia di caderci dentro senza nemmeno accorgersi della sua presenza. I fiamminghi si schierano lungo questo fosso formando una linea curva, quasi a mezzaluna. E i pochi cavalieri che avevano a disposizione scendono tutti da cavallo.

Una tattica, questa, semplice quanto efficace, che la ritroviamo in tantissime altre cronache di battaglia. Dopotutto, è normale; direi quasi insito nel nostro istinto di sopravvivenza: in situazione di pericolo, trovare riparo dietro qualcosa è forse la strategia più antica del mondo. E può fare la differenza anche in contesti così sbilanciati, laddove questa forza di ribelli, apparentemente, non ha alcuna speranza. Nel mio ultimo romanzo “Il Flagello degli Eretici” metto in scena una battaglia simile, dove uno schieramento decide di ripararsi proprio dietro un fosso, che sono frequentissimi in ogni paesaggio. Uno schieramento in netta inferiorità numerica, proprio come quello fiammingo, munito di balestre. Mentre invece i fiamminghi no: loro non sono muniti di balestre ma di un’arma decisamente particolare.

Goedendag: L’arma segreta dei fiamminghi contro le armature

Ogni soldato fiammingo schierato quel giorno di luglio del 1302 è armato con armi lunghe, in asta, che impugnano con la stessa tecnica usata per cacciare i cinghiali, ovvero piantandole ben salde contro il terreno per respingere le devastanti cariche di cavalleria e reggere l’urto. Ma la vera arma particolare è un lungo bastone che termina con una mazza dotata di una punta acuminata. Praticamente una mazza in cima a una lunga asta, chiamata in lingua locale goedendag, un termine che tradotto letteralmente suona come “buongiorno”. Quasi a voler dire che quel colpo sarebbe stato il primo e ultimo saluto.

Il goedendag è un’arma pensata per affrontare i cavalieri pesantemente corazzati. Grazie alla combinazione tra la massa pesante della testa in ferro e la punta affilata, è capace di agire in due modi: la punta può perforare le maglie di ferro e le giunture tra le piastre, mentre l’impatto della pesante testa di ferro, sfruttando la leva della lunghezza dell’asta, può stordire o addirittura frantumare le ossa del cavaliere anche attraverso la corazza. È l’arma perfetta per un fante che deve affrontare un nobile a cavallo, semplice ed economica.Questi ribelli fiamminghi non hanno praticamente difese, e non sono professionisti della guerra, ma sono disperati e pronti a morire piuttosto che cadere nelle mani dei francesi e subire torture atroci.

Per prepararsi al momento decisivo, fanno passare per tutto l’accampamento un prete che mostra l’ostia consacrata. Invece di ricevere la comunione, ogni soldato raccoglie un pizzico di terra e se lo mette in bocca, per sentire il sapore della propria patria prima dello scontro finale. Messer Guido e Guglielmo di Juliers passano tra le file per incoraggiarli, ricordando loro quanto siano arroganti i francesi e quale terribile destino li attende se dovessero perdere. Spiegano che devono combattere per la propria vita e per quella dei loro figli, puntando tutto su una strategia precisa: colpire i cavalli dei nemici per far cadere i cavalieri. Prima di dare inizio alle danze, Messer Guido nomina cavaliere quaranta uomini del popolo, promettendo a tutti loro terre e onori in caso di vittoria.

La tattica suicida dell’esercito francese

Il conte d’Artois, comandante supremo delle forze reali, osserva dall’alto della collina i fiamminghi schierati nella pianura. È il momento di schiacciare quei poveri disgraziati: il conte decide di abbandonare le posizioni elevate e scende verso la pianura, ordinando ai suoi uomini di disporsi in dieci imponenti ondate di attacco. La scena è impressionante, un concentrato della potenza bellica medievale.

La prima schiera è composta da millequattrocento cavalieri scelti. Sono mercenari veterani, soldati di mestiere provenienti da ogni parte d’Europa, tra cui provenzali, guasconi, navarresi, spagnoli e lombardi, ovvero cavalieri del nord Italia. La seconda ondata segue con cinquecento cavalieri. Al centro di questo spiegamento di forze marcia la terza schiera, settecento cavalieri guidati dal conestabile di Francia, ovvero l’uomo che detiene il massimo grado militare dell’intero regno. La quarta schiera conta ottocento cavalieri. Subito dietro, il conte d’Artois in persona guida la quinta ondata con mille cavalieri scelti. La sesta, settima, l’ottava e la nona schiera sono composte da altre centinaia di cavalieri. Infine, l’ultima schiera chiude questo schieramento monumentale con duecento cavalieri, diecimila balestrieri e trentamila fanti pesanti, tra cui i letali schermagliatori con i giavellotti. A guidare questa retroguardia ci sono tra i capitani anche Simone di Piemonte e Bonifacio di Mantova, due condottieri italiani che avrebbero potuto cambiare le sorti dell’intera battaglia, e lo vedremo fra poco. Questo straordinario schieramento rappresentava la potenza bellica occidentale: un esercito micidiale, pronto a schiacciare la ribellione fiamminga in un colpo solo.

A questo punto, però, poco prima del segnale d’attacco, alcuni dei comandanti più esperti dello schieramento francese chiedono di parlare urgentemente con il conestabile di Francia. Si tratta di figure di grande carisma e competenza, uomini che conoscevano bene l’arte della guerra per anni passati sui campi di battaglia come capitani di ventura. Mi riferisco proprio ai due condottieri italiani: Simone di Piemonte e Bonifacio di Mantova. Questi capitani erano abituati alle dure guerre del Bel Paese, abilissimi nel leggere il terreno e a calcolare i rischi. Infatti, capiscono subito che lanciarsi a testa bassa contro una massa di contadini disperati e trincerati dietro fossi e campi di fango sarebbe stato un suicidio. 

I condottieri italiani spiegano al conestabile che i fiamminghi sono uomini che non hanno più nulla da perdere, pronti a morire o a vincere, ma hanno commesso un errore: hanno lasciato dentro la città tutte le loro provviste e i loro rifornimenti. Il consiglio è questo: mantenere la cavalleria francese ferma e protetta, mentre i fanti mercenari, i balestrieri e i reparti di fanteria leggera, che sono numericamente il doppio dei nemici, aggirano lo schieramento avversario e si frappongono tra i fiamminghi e la città. In questo modo potrebbero tenere il nemico sotto costante minaccia, tormentandolo con continui attacchi mordi-e-fuggi per tutta la giornata. Il digiuno e lo stress li avrebbero presto logorati, portandoli inevitabilmente a rompere le righe per la stanchezza e la fame. Solo in quel momento, con il nemico sbandato e stremato, la cavalleria pesante sarebbe intervenuta per dare il colpo di grazia, ottenendo una vittoria totale senza mettere a repentaglio la nobiltà del regno.

Il conestabile di Francia ascolta il piano e ne riconosce immediatamente la validità. Convinto, si reca insieme ai condottieri dal capo supremo dell’armata, Roberto d’Artois, per convincerlo ad adottare questa strategia. È un consiglio tattico che il cronista definisce, senza mezzi termini, una garanzia di vittoria. Ma aggiunge, subito dopo, che non fu minimamente preso in considerazione dall’arrogante conte d’Artois, il quale aveva perso il senno e addirittura il favore divino.

Roberto d’Artois non vuole sentire ragioni. Davanti alla proposta dei condottieri, esplode in un insulto violento: li accusa di essere ingannatori, ovvero di fare il doppio gioco, e accusa lo stesso conestabile di tradimento, insinuando che fosse leale ai fiamminghi solo perché sua figlia era sposata con Guglielmo di Fiandra.

Il conestabile, colpito nel profondo del suo onore di cavaliere da un’accusa infamante, risponde che se il conte dubita del suo valore, allora lui si spingerà in prima linea, in una posizione dove il conte potrà vedere chiaramente se lui sia un codardo o meno. E quindi, sopraffatto dalla rabbia, il conestabile ordina di muovere le insegne. Il segnale viene annunciato con squilli e tuonare di tamburi. La Battaglia degli Speroni d’Oro ha inizio.

L’errore fatale: il fosso trappola e la carica cieca

I cavalieri francesi si lanciano al galoppo in una carica furiosa. Come già accaduto altre volte nella storia medievale, questa prima e gloriosa carica viene scagliata impulsivamente, con furia cieca. E finisce subito in tragedia.

I cavalieri della prima schiera non si accorgono del terreno che calpestano, non vedono il fosso nascosto che taglia la pianura e, travolti dal proprio orgoglio e dall’irruenza, si gettano dritto verso la trappola mortale preparata dai fiamminghi.

Quando i cavalieri francesi raggiungono il ciglio del fosso sono costretti a fermarsi, impantanati, bloccati, e i fiamminghi, che sono asserragliati e compatti lungo l’argine, passano all’attacco: con i loro micidiali goedendag, colpiscono con violenza disumana le teste dei destrieri. I cavalli si impennano, crollano all’indietro travolgendo i propri cavalieri.

Nel frattempo, il conte d’Artois e le restanti schiere, vedendo il conestabile all’attacco in prima linea, lo seguono a briglia sciolta, convinti di poter travolgere le linee nemiche con la sola potenza d’urto. Ma la spinta di chi arriva da dietro è così travolgente che finisce per colpire i primi reparti, compreso quello del conte e del conestabile, sempre più avanti. E così, i cavalieri in prima linea finiscono dentro il fosso. È un effetto domino devastante: i cavalieri si spingono a vicenda, precipitando uno sopra l’altro in un macello.

Il calpestio alza una nuvola di polvere così densa da oscurare la vista, mentre il rumore delle urla e degli scontri è talmente assordante che chi si trova nelle file posteriori non capisce affatto la gravità del disastro. Ed è un’escalation senza fine. Credendo di essere vicini alla vittoria, i nobili dei reparti dietro continuano a spronare i propri cavalli avanti, calpestando i compagni che sono appena caduti. Si crea così un ammasso di corpi così fitto che la maggior parte dei cavalieri francesi muore schiacciata dai propri stessi fratelli d’arme, soffocata dal peso di uomini e bestie, senza nemmeno aver avuto l’opportunità di sguainare la spada o calare la lancia.

I fiamminghi, saldi sulla riva del fosso, praticamente non devono fare altro che mantenere la posizione e uccidere i pochi cavalieri che riescono a emergere dalla carneficina, sventrare i cavalli che ancora tentano di divincolarsi e squartare quelli che cadono a terra. In pochissimo tempo, il fosso si riempie di cadaveri coperti di ferro e carcasse. È una scena di orrore apocalittico: i francesi, intrappolati dalla spinta furiosa dei compagni, finiscono per sterminarsi a vicenda. La più orgogliosa cavalleria d’Europa finisce annientata nel fango.

A questo punto, i fiamminghi scatenano l’attacco finale. Messer Guido di Fiandra e Guglielmo di Juliers, che fino a quel momento hanno combattuto a piedi in prima linea per mantenere il possesso della sponda, capiscono che è giunto il momento decisivo. Guidano i loro uomini oltre il fosso e accerchiano i francesi. In quel momento, caste e privilegi sociali si rovesciano: un semplice contadino, un “vile villano” come lo chiamerebbero i nobili, si ritrova con il potere di tagliare la gola ai più grandi signori e cavalieri di Francia. E lo fa, eccome, senza alcun ripensamento. Nessuno ha intenzione di far prigionieri e chiedere riscatto. C’è solo voglia di vendetta.

La strage è totale. Di quella schiera ricchissima non si salva quasi nessuno. Il conte d’Artois, vero colpevole della disfatta, finì travolto nel fosso insieme alle prime schiere. E con lui il conestabile, che si era praticamente sacrificato con tutti i suoi cavalieri solo per dimostrare di non essere un codardo. Solo una manciata di nobili, signori e baroni riescono a scampare alla morte, riuscendo a fuggire insieme a pochissimi seguaci. Si racconta che riuscirono a salvarsi solo perché, in quel caos, non si lanciarono mai nel vivo dello scontro. Tuttavia, quella salvezza diventerà per loro una condanna: per il resto della vita porteranno addosso l’onta della vergogna e il disprezzo di tutta la Francia per essere sopravvissuti mentre il fiore della loro nobiltà veniva annientato.

Il bilancio del massacro e la fine di un’era

Tutti gli altri duchi, conti, baroni e cavalieri restano uccisi sul campo della Battaglia degli Speroni d’Oro. Molti altri, tentando una disperata fuga tra i fossi e le paludi circostanti, finiscono comunque per morire tra il fango. Il bilancio è spaventoso: più di seimila cavalieri e un numero imprecisato di fanti giacciono morti sul terreno. Il massacro è completo e segna la fine di un’era per la cavalleria francese, travolta dai bastoni dei contadini fiamminghi.

I fiamminghi erano tessitori, operai della lana e lavoratori di mestieri umili, persone che non avevano mai visto un campo di battaglia. Per questo, fino a quel momento erano stati scherniti e chiamati con disprezzo “conigli pieni di burro”. A rimarcare la loro condizione docile e servile.

Dopo questa incredibile vittoria, però, la fama dei fiamminghi crebbe a dismisura. Il mondo intero cambiò idea su di loro: si sparse la voce che, da quel giorno, un singolo fiammingo a piedi, armato soltanto del suo goedendag, fosse diventato capace di affrontare e sconfiggere ben due cavalieri francesi in armatura. Quegli uomini armati solo di coraggio e di mazze ferrate, avevano abbattuto i signori della guerra più potenti di Francia e raccolto un bottino incalcolabile. Si racconta che centinaia di speroni d’oro, che i nobili francesi portavano in battaglia come simbolo di supremazia, ricchezza, certi della vittoria, fossero portati nella cattedrale di Courtrai, in onore della Vergine che aveva permesso la vittoria.

Così, si conclude la Battaglia degli Speroni d’Oro. Però rimane un’ultima cosa da capire. E i condottieri italiani? Tali Simone di Piemonte e Bonifacio di Mantova? Il testo li elenca tra i capitani della decima schiera (la retroguardia) e narra il loro tentativo di far ragionare il comandante francese. Poi però i loro nomi non appaiono più nella cronaca. Siccome il testo specifica chiaramente che “tutti i cavalieri furono morti sul campo” e che non fu fatto alcun prigioniero nobile, si deduce che anche loro trovarono la morte durante la battaglia, magari, essendo ultimi, inseguiti nella disastrosa fuga finale.

Simone e Bonifacio appartengono a quella vasta categoria di condottieri e capitani di ventura italiani che, nel primo Trecento, offrivano i propri servigi alle corti europee. Spesso la loro presenza nelle cronache è legata esclusivamente all’episodio in cui vengono citati, e basta. Non essendo principi o grandi feudatari, le loro vicende biografiche non sono state oggetto di documentazione. E quindi, sulle loro vite, non sappiamo praticamente niente.

Ma non preoccupatevi, perché io sono qui per voi, per raccontarvi della breve comparsata nella storia umana di Simone di Piemonte e Bonifacio di Mantova e di tutti gli altri eroici masnadieri che non troverete di certo da nessun’altra parte se non qui.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

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