Il mito dei licantropi nell’antica Roma: le origini del lupo mannaro nella mitologia greco-romana, da Plinio il Vecchio al morbo di Galeno.
Tra le creature fantastiche che affollano miti e leggende, una figura predominante è quella del lupo mannaro, o licantropo, ancora oggi protagonista delle storie horror e fantasy. Non è raro, infatti, trovarlo abbinato alle atmosfere gotiche che dall’Ottocento in poi hanno accompagnato vampiri, fantasmi, non-morti, streghe e, golem costruiti con pezzi di cadaveri.
Tuttavia, il mito del lupo mannaro, ovvero dell’essere umano che si trasforma in un lupo, e viceversa, è molto antico.
L’antico mito del lupo mannaro
Le prime attestazioni dettagliate nelle fonti storiche, risalgono al mondo greco-romano, un mondo ricchissimo di folclore, superstizione, magia, ancora di più di quel che crediamo oggi, che attribuiamo a quell’epoca ideali di civiltà razionale, illuminata, a dispetto dell’Età di Mezzo che verrà dopo: il Medioevo, gretto, cupo ed esoterico, e anche sudicio.
Il Medioevo, in realtà, così come la letteratura fantastica occidentale con tutti i suoi miti e leggende, deve moltissimo all’Età Antica, soprattutto agli scritti greci e romani.
“Dicono che la testa di lupo invecchiata doni resistenza contro i malefici, per questo motivo la infiggono alle porte delle case di campagna. Allo stesso modo, si ritiene che assicurano questo anche le pelli del collo portate a mo’ di manicotto compatto, poiché l’animale ha una così grande forza, oltre alle cose che abbiamo riportato sopra, che se le loro impronte sono calpestate dai cavalli, questi ultimi sono presi dal torpore.”
Plinio il Vecchio, Storia naturale, volume XVIII, 157
Secondo Plinio il Vecchio, nel suo Naturalis Historia, le teste dei lupi venivano seccate e inchiodate alle porte delle case per scacciare i malefici. Le loro pellicce, se portate al collo, avrebbero inoltre garantito una protezione dal male, vista la grande forza di questi animali. Plinio riporta anche la strana credenza che le impronte lasciate dai lupi, se calpestate dai cavalli, avessero su questi ultimi un effetto di sonnolenza1.
Le superstizioni che circondano la figura del lupo sono quindi numerose, e riguardano svariati aspetti magici, tra cui quello della metamorfosi. Plinio il Vecchio dedica un intero capitolo della sua opera proprio al tema del lupo mannaro, ritenendolo però assolutamente falso: ovvero un avvenimento fantastico, inventato.
“Dobbiamo ritenere assolutamente falso che gli uomini siano in grado di trasformarsi in lupi e di nuovo riprendere il proprio aspetto, o dobbiamo credere a tutte quelle che da tanti secoli sappiamo essere avvenimenti fantastici. Tuttavia sarà indicato da dove provenga questa diceria, radicata tra il popolo al punto che la parola “lupo mannaro” si conserva negli insulti.”
Plinio il Vecchio, Storia naturale, volume II, 195
Il mito del lupo mannaro, e della licantropia, secondo le fonti romane ebbe origine sul monte Liceo, in Arcadia, una storica regione della Grecia antica. Sul monte Liceo sorgeva il santuario più importante della regione, in onore di Zeus, divinità che, secondo le fonti, in quei luoghi pretendeva sacrifici umani. Le viscere delle vittime venivano mescolate con quelle degli animali, per essere date da mangiare ai presenti. La leggenda vuole che i partecipanti del macabro banchetto, divenissero poi dei lupi.
Infatti, Plinio il Vecchio racconta che un tale di nome Demeneto di Parrasia, durante un sacrificio umano al Giove Liceo, mangiò le viscere di un fanciullo e si trasformò in un lupo. “E’ ammirevole fino a dove si spinga la credulità dei Greci!2” dice Plinio, relegando questi racconti alla sfera magico-superstiziosa.
Sempre in Arcadia, i membri di una famiglia, gli Anto, venivano scelti per uno strano rituale. Dopo essersi denudati presso una quercia sulla riva di uno stagno, attraversavano a nuoto lo specchio d’acqua e giunti sull’altra sponda si trasformavano in lupi. Avrebbero tenuto quelle sembianze per 9 anni. Se, durante quel periodo, non si fossero cibati di carne umana, una volta riattraversato a nuoto il medesimo stagno, avrebbero potuto riprendere il loro aspetto originario, ovviamente, di 9 anni più vecchi. Se fossero caduti nella tentazione ferale di nutrirsi di carne umana, invece, sarebbero rimasti per sempre dei lupi.
L’Arcadia, dunque, e soprattutto il monte Liceo sacro a Zeus, sembra aver conferito al mito la forma che conosciamo oggi, a partire dal termine stesso. Licantropia deriva dal greco lýkos (lupo), e ánthropos (uomo), ovvero uomo lupo: lupo mannaro. Il termine lýkos, che condivide la propria radice con il monte su cui venivano svolti questi rituali, è legato anche a un controverso personaggio mitologico: Licaone.
Il mito di Licaone: il primo lupo mannaro della storia
Licaone rappresenta l’archetipo del licantropo punito. La sua trasformazione non è un dono, ma una condanna divina per aver infranto il tabù supremo: il sacrificio umano. Questo mito ci insegna che per gli antichi il confine tra uomo e bestia era sottile, pronto a spezzarsi davanti alla crudeltà più estrema.
Ce ne parla Ovidio, nel I secolo dopo Cristo, descrivendo una variante del mito del Giove Liceo e dei licantropi3. Un giorno, Giove scese dall’Olimpo sotto sembianze umane, perché era venuto a conoscenza di azioni malvagie, perpetrate proprio nell’Arcadia, forse in riferimento ai riti sacrificali e ai macabri banchetti. Al suo arrivo, tutti lo riconobbero e si misero subito a pregare, ma il sovrano arcade, il re Licaone, volle verificare che si trattasse veramente di un dio. Il re diede da mangiare a Giove carne umana e poi tentò di ucciderlo nel sonno. Ma Giove se ne accorse e lo punì, facendogli crollare la casa e trasformandolo in un lupo.
“Le vesti trapassano in pelame, le braccia in zampe: diventa lupo, e serba tracce della forma di un tempo. La brizzolatura è la stessa, uguale è la grinta rabbiosa, uguale il lampo sinistro negli occhi, uguale l’aria feroce. Una casa è crollata, ma non una sola meritava di andare distrutta. Dovunque si estende la terra, impera selvaggia la Furia! Si direbbe la congiura del crimine. E allora, al più presto paghino tutti la pena che meritano! Così è deciso!”
Ovidio, Metamorfosi, pp. 14-17.
Lo storico Pausania nel II secolo dopo Cristo riporta lo stesso mito, sostenendo però la sua infondatezza, considerandolo nient’altro che superstizione, proprio come Plinio il Vecchio.
“Si dice che dopo i tempi di Licaone, in seguito al sacrificio offerto a Zeus Liceo, un uomo si trasformi ogni volta in lupo: non lo resterebbe, però, per tutta la vita, ma, quando è un lupo, se si astiene dal mangiare carne umana, al decimo anno dicono che di nuovo da lupo ridiventa uomo. Se invece ne assaggia, rimane bestia per sempre.”
Pausania, Periegesi, Libro VIII
Anche Publio Virgilio Marone, massimo poeta di Roma, colui che nel Medioevo farà da guida per la discesa infernale del Sommo Poeta di Firenze, descrive un lupo mannaro, divenuto tale grazie a erbe e veleni raccolti nel Ponto.
“Queste erbe e questi veleni raccolti nel Ponto
Bucolioche, Publio Virgilio Varrone, Ecloga VIII
lo stesso Meri me li diede (nel Ponto ne nascono moltissimi);
con questi io vidi spesso Meri diventare un lupo
e celarsi nelle selve, vidi spesso evocare le anime dai sepolcri profondi,
e trasportare le messi seminate da un campo in un altro luogo.
Riportate a casa dalla città, o miei canti, riportate Dafni.”
Se tutti questi racconti, però, possono sembrare frutto di superstizione, o addirittura di facili credulonerie, vi è un autore di fama indiscutibile che si occupa della questione dal punto di vista medico. Si tratta di Galeno. Claudio Galeno, medico greco tra i più famosi dell’Antichità, il cui lavoro ha dominato lo studio della medicina occidentale e orientale per secoli, anche oltre il Medioevo: opere tradotte in moltissime lingue, studiate da cristiani e musulmani indistintamente.
La licantropia come malattia: il morbo di Galeno
Oltre al mito, esiste la clinica. Galeno analizza il fenomeno con occhio scientifico, spogliandolo del sovrannaturale. Per lui, il lupo mannaro è un malato di melanconia profonda. È affascinante vedere come la medicina antica cercasse di curare con salassi e bagni caldi quella che oggi definiremmo una vera e propria patologia psichiatrica.
Galeno descrive le caratteristiche della licantropia, e di un vero e proprio lupo mannaro.
“Coloro i quali vengono colti dal morbo, chiamato lupino o canino, escono di notte nel mese di febbraio, imitano in tutto i lupi o i cani, e fino al sorgere del giorno di preferenza scoprono le tombe. Tuttavia si possono riconoscere le persone affette da tale malattia da questi sintomi. Sono pallidi e malaticci d’aspetto, e hanno gli occhi secchi e non lacrimano. Si può notare che hanno anche gli occhi incavati e la lingua arida, e non emettono saliva per nulla. Sono anche assetati e hanno le tibie piagate in modo inguaribile a causa delle continue cadute e dei morsi dei cani; e tali sono i sintomi.”
Galeno, Opera omnia, t. XIX”
Un morbo, dunque, che come tale, può essere curato.
“E’ opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia: che si potrà curare, se si inciderà la vena nel periodo dell’accesso e si farà evacuare il sangue fino alla perdita dei sensi, e si nutrirà l’infermo con cibi molto succosi. Ci si può avvalere d’altra parte di bagni d’acqua dolce: quindi il siero di latte per un periodo di tre giorni, parimenti si purgherà con la colloquinta di Rufo o di Archigene o di Giusto, presa ripetutamente ad intervalli. Dopo le purgazioni si può anche usare la teriaca estratta dalle vipere”.
Versipellis: il racconto del lupo mannaro nel Satyricon
Se vogliamo trovare, però, l’origine della licantropia in quanto leggenda affilata, ovvero storia avventurosa con tanto di spade sguainate e scontri soprannaturali, dobbiamo sfogliare il Satyricon di Petronio, del I secolo dopo Cristo, al cui interno si cela un racconto nel senso moderno del termine, dove appare proprio un lupo mannaro.
Petronio ci regala la prima vera “storia horror” della letteratura. Qui compare il termine Versipellis, letteralmente “colui che cambia pelle”. Non è solo folklore: è il racconto di una metamorfosi fisica e brutale che avveniva tra le ombre delle necropoli romane, dove la magia nera era di casa.
Il protagonista di questa storia è un uomo che all’epoca era ancora uno schiavo, quindi una persona di proprietà di un padrone, senza libertà legale. Viveva in un quartiere popolare chiamato Vico Stretto. In quel periodo iniziò a frequentare Melissa, la moglie di un oste di nome Terenzio. Melissa veniva da Taranto ed era una donna bellissima, ma non era solo l’aspetto fisico ad attirare il nostro protagonista.
Lui amava Melissa perché era una persona generosa e leale. All’epoca, per chi viveva in schiavitù o in povertà, trovare qualcuno di cui fidarsi ciecamente era raro. Se Melissa guadagnava anche solo una piccola moneta, ne dava subito la metà a lui. Tra i due c’era un patto di fiducia totale e si dividevano ogni guadagno senza mai imbrogliarsi. Il loro era un legame fatto di sostegno reciproco in un mondo difficile dove la sopravvivenza dipendeva spesso dalla solidarietà.
Un giorno però accadde un imprevisto drammatico. Mentre Melissa si trovava fuori città, in una villa di campagna, suo marito morì improvvisamente. Il testo dice che il suo uomo tirò le cuoia, un modo colloquiale per dire che passò a miglior vita. A quel punto il protagonista decise che doveva raggiungerla a ogni costo per aiutarla nel momento del lutto. Fece letteralmente l’impossibile, muovendo mari e monti, perché era convinto di una cosa fondamentale. Gli amici veri si riconoscono solo quando le cose vanno male e c’è un reale bisogno di aiuto.
Inoltre, per l’appunto, il suo padrone parte per Capua, una città importantissima all’epoca, famosa per il commercio e per essere una tappa fondamentale lungo la via Appia. Il padrone va lì per vendere della vecchia mercanzia e Nicerote ne approfitta subito per farsi una gita.
Non vuole però viaggiare da solo perché le strade romane di notte sono pericolose e piene di insidie. Convince allora un ospite della casa a venire con lui. Questo compagno di viaggio è un soldato, un uomo massiccio e coraggioso. Partono prestissimo, quando il gallo canta per la prima volta. La luna è talmente alta e luminosa che sembra quasi giorno, permettendo loro di vedere la strada senza torce.
A un certo punto arrivano in un cimitero. Dovete sapere che per i Romani i cimiteri si trovavano fuori dalle mura cittadine, lungo le strade principali, ed erano posti carichi di suggestione e paura. Qui accade qualcosa di assurdo. Il soldato si ferma vicino a una lapide, si spoglia completamente e posa i suoi vestiti a terra. Nicerote rimane a guardare, confuso e spaventato, mentre il suo compagno inizia a urinare tutto intorno ai vestiti. Questo non è un gesto folle, ma un vero e proprio rituale magico per proteggere i propri averi e segnare il territorio.
All’improvviso il soldato si trasforma in un lupo mannaro. Inizia a ululare verso la luna e scappa via, scomparendo nella boscaglia fitta. Nicerote resta pietrificato dal terrore e si sente morire. Cerca di recuperare i vestiti lasciati a terra, ma tocca qualcosa di incredibile. Quei panni non sono più di stoffa, sono diventati pesanti e duri come la pietra. È il segno inequivocabile di un sortilegio che ha legato l’anima dell’uomo alla forma animale.
Nicerote è nel panico più totale. Tira fuori la spada e inizia a colpire l’aria, dando fendenti alle ombre come se stesse combattendo contro fantasmi invisibili. Mentre corre verso la casa della sua amica Melissa, recita preghiere e scongiuri per tenere lontani gli spiriti maligni. Arriva a destinazione tremando, con il cuore che batte all’impazzata per aver visto con i propri occhi quello che oggi chiameremmo un lupo mannaro, una creatura che la mitologia antica chiamava versipellis, ovvero qualcuno capace di cambiare pelle.
Lui entra in casa che sembra un cadavere. Non ha più fiato in corpo, il sudore gli cola ovunque e ha lo sguardo completamente perso nel vuoto. Resta lì imbambolato per un bel pezzo prima di riuscire a connettere i pensieri. La sua amica Melissa lo guarda stupita perché non è normale vederlo in giro a quell’ora della notte. Gli dice subito che, se fosse arrivato poco prima, avrebbe potuto aiutarli. Un lupo enorme è entrato nel recinto del bestiame e ha fatto una strage di pecore, proprio come un macellaio inferocito. Melissa però aggiunge un dettaglio importante: la bestia è scappata, ma non se l’è passata bene. Un servo della fattoria è riuscito a colpirla con forza, trapassandogli il collo con una lancia.
Dopo aver ascoltato questo racconto, lui non riesce a chiudere occhio per tutta la notte. È troppo agitato, così appena spunta la prima luce dell’alba scappa verso casa del suo padrone Gaio. Corre veloce come un oste che è stato appena derubato e vuole mettersi in salvo. Lungo la strada deve passare di nuovo nel punto dove, poco prima, il suo compagno di viaggio si era spogliato e i vestiti erano diventati di pietra. È un momento di pura magia nera, un fenomeno inspiegabile dove gli abiti si trasformano in roccia per impedire a chi si è trasformato di tornare umano. Arrivato lì, però, non vede più nulla. Al posto dei vestiti di pietra c’è soltanto una pozza di sangue fresco che macchia il terreno.
Arriva finalmente a casa e trova il soldato, il suo compagno di viaggio, disteso sul letto. L’uomo è grosso e pesante come un bue, immobile, mentre un medico gli sta medicando una profonda ferita sul collo. In quel preciso istante lui capisce tutto: quell’uomo non è un soldato qualunque, ma un lupo mannaro. Nell’antichità si credeva che queste creature, chiamate versipellis, potessero cambiare pelle e che le ferite riportate in forma animale rimanessero visibili anche sul corpo umano.
Da quel giorno giura a se stesso di non sedersi mai più a tavola con lui, nemmeno per un pezzo di pane, a costo della vita stessa. Chi ascolta può pensare quello che vuole, ma lui è pronto a farsi maledire dagli dei protettori della casa, i Lari, se sta dicendo una bugia. E il racconto finisce così.
Oltre Roma: uomini-belva nel mondo antico
Quella greco-romana, non è l’unica cultura del mondo antico ad aver conosciuto la figura del lupo mannaro: uomo lupo o simile trasmutazione bestiale. Nelle tradizioni slave si racconta di alcune persone che correvano per i boschi con indosso una pelliccia di lupo, nelle notti di luna piena. In America centrale e meridionale erano diffusi, invece, gli uomini-giaguaro, mentre in Africa, gli uomini-leopardo. (J. C. Cooper, Dizionario degli animali mitologici e simbolici)
La paura dell’uomo che si trasforma in predatore è universale. Dai guerrieri orso del nord agli uomini-leone africani, il mito del mutaforma attraversa i continenti. È il riflesso della parte animale che ogni cultura, in modo diverso, ha cercato di dominare o esorcizzare attraverso il racconto.
In ogni caso, per i romani il simbolo del lupo, o meglio della lupa, non è negativo, anzi è un simbolo che alimenta la gloria della Città Eterna a partire dal mito della sua fondazione.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Credenza contenuta anche nel De natura animalium, di Eliano: “Se un cavallo inavvertitamente calpesta le orme di un lupo, si narcotizza. Se uno getta l’astragalo di un lupo contro dei cavalli che stanno trascinando una quadriga, questa si ferma di colpo, come paralizzata, se i cavalli lo calpestano”, e anche in Panfilo, Geoponica ↩︎
- Storia naturale, volume II, p. 194 (Nat. 8, 82). ↩︎
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