La vera storia del cavallo di Troia, stratagemma di Ulisse per superare le mura della città troiana: dono degli Achei o macchina d’assedio?
L’inganno di Ulisse: Verità dietro il Cavallo di Troia
La leggenda del cavallo di Troia è una tra le storie più famose al mondo. Ottenne gran risalto grazie al poema epico di Virgilio svariate centinaia di anni dopo la scomparsa di Omero, nell’Eneide (perché l’Iliade si conclude col funerale di Ettore). E’ lo stesso Enea che ci narra della caduta di Troia a causa dell’astuto stratagemma di Ulisse. Secondo la leggenda, un pugno di uomini (che variano dai 13 ai 50, a seconda della fonte storica1) si nascondono nel ventre del cavallo e aprono le porte della città dopo che gli stessi troiani li trasportano dentro le mura. Ma siamo sicuri che la storia sia andata proprio così?
E’ risaputo quanto agli uomini piaccia ricamare sopra le questioni che li riguardano. Lo facciamo tutti, anche per le cose più stupide. Virgilio potrebbe aver fatto la stessa cosa, potrebbe aver pompato questa leggenda del cavallo di troia per farla diventare, appunto, leggendaria. E allora noi che facciamo? Siccome ci piace spulciare la roba vecchia, andiamo a vedere le varie teorie che girano intorno al cavallo.
La teoria più semplice, e anche la più realistica, è quella di Pausania. Egli era uno scrittore greco che intorno al II secolo dopo Cristo se ne esce dicendo che chiunque non consideri il popolo troiano incredibilmente stupido sa che il cavallo era una macchina d’assedio2. Secondo Pausania il cavallo di Troia era un semplice ariete. Magari l’ingegnoso macchinario ricordava la forma di un cavallo a causa della copertura per proteggersi dalle frecce e del battente di legno dalla testa equina.

Esiste un’altra via: il mare. Le navi fenice chiamate Hippos avevano la prua a forma di testa di cavallo e venivano spesso usate per pagare tributi o trasportare guerrieri. È possibile che il “Cavallo” fosse una nave da sbarco mimetizzata o l’offerta di un nemico arreso? In un’epoca dove il mito si fonde con la salsedine, il legno delle carene potrebbe aver pesato quanto quello dell’ariete.
L’archeologia del mito: i resti di Troia VIIa
Oggi gli archeologi non cercano un ammasso di legna marcia, ma i segni della cenere. Troia VIIa, lo strato che coincide con il periodo dell’assedio, mostra tracce di una distruzione violenta, resti umani non sepolti e punte di freccia sparse tra le rovine delle mura. Il Cavallo potrebbe essere la metafora poetica di una breccia reale, un punto debole nelle difese dei Dardanidi che il genio tattico degli Achei ha saputo sfruttare per scatenare l’inferno tra le strade della città.
LA Teoria del cavallo di Poseidone
Ma la teoria che preferisco è quella di Amos Nur, geofisico e professore della Standford University. Egli sostiene che Troia fosse caduta in seguito a una terrificante serie di terremoti e che gli stessi greci ne abbiano approfittato per oltrepassare le mura distrutte e conquistare la città3.
Che la città di Troia fosse stata colpita da terremoti è confermato dalla stratificazioni di ben dieci città che si sono sovrapposte durante lo scorrere dei secoli4, ma l’elemento più interessante è la giustificazione che gli stessi Achei potrebbero aver dato al cataclisma.
Se dopo anni di assedio riesci a conquistare la città nemica solo grazie a un terremoto, mi sembra doveroso ringraziare la divinità dei terremoti. Tale divinità era Poseidone. Ma che tipo di omaggio avrebbe compiaciuto il dio? I greci erano soliti fare gigantesche statue per rappresentare i simboli sacri delle divinità. E, indovinate un po’, il simbolo sacro di Poseidone è Il cavallo.
Insomma, secondo questa teoria il cavallo di Troia non era altro che un gigantesco tributo. Una scultura votiva lasciata sulla spiaggia per ringraziare Poseidone e il suo terremoto distruttore.
Il massacro notturno: l’astuzia contro le mura
Non fu una sfida cavalleresca, ma un’esecuzione. L’astuzia di Ulisse non servì a vincere un duello, ma a annullare il vantaggio delle mura. Una volta dentro, l’esercito greco cercò lo sterminio sistematico. Entrare nel ventre del cavallo significava accettare una missione suicida: restare chiusi nel buio, tra l’odore di sudore e legno, sapendo che un solo colpo di tosse avrebbe segnato la fine.
La tattica vinse dove la forza bruta aveva fallito per dieci anni.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
