L’armata fantasma dei 600 spettri focesi, lo stratagemma ideato dall’indovino Tellia per sgominare gli invasori tessali.
Nella primavera dell’anno 480 a.C. la colossale armata di Serse, il Re dei Re, attraversò l’Ellesponto, lo stretto di mare che separava due mondi, quello persiano e quello greco, per dare inizio all’invasione. Gli stati ellenici si riunirono in una lega fondata sull’impegno di avere gli stessi nemici e gli stessi amici. Un impegno difficile da rispettare per le varie città stato, sempre in guerra tra loro, persino all’alba di un momento cruciale della storia: simbolo dello scontro tra la monarchia dell’impero persiano e i valori di libertà e democrazia delle poleis greche.
Lo storico Erodoto1, ci mostra un esempio di tale litigiosità avvenuto pochi anni prima dell’invasione di Serse. Nel cuore della Grecia Antica, dove si combattevano le guerre sacre per il controllo dei santuari legati alle divinità e agli oracoli, primo tra tutti il santuario di Delfi, sede dell’oracolo del dio Apollo, e situato nella regione della Focide. E dove albergavano gli spettri focesi.
I Guerrieri di Gesso: Chi erano i Focesi?
I Focesi non erano solo guardiani di confini montuosi, ma un popolo che viveva all’ombra del sacro e del terribile. Abbarbicati sulle pendici del Parnaso, questi uomini avevano imparato che quando il bronzo non bastava, bisognava invocare il soprannaturale. Non erano guerrieri d’élite come gli Spartani, ma la loro disperazione li rendeva imprevedibili. La difesa della Focide non era solo una questione di terre, ma di sopravvivenza religiosa: perdere Delfi significava perdere la voce degli dèi.
Delfi, luogo sacro per antonomasia, centro del mondo dove, secondo il mito, persino Eracle s’inginocchiò dinnanzi al tripode su cui sedeva la sibilla, per ottenere un responso. Un responso che gli fu negato. Allora Eracle s’infuriò a tal punto da costringere lo stesso Apollo a scendere sulla terra per rimettere al suo posto l’irascibile eroe.
Un santuario dove i confini del mondo mortale e del mondo divino si assottigliavano, e per questo da considerarsi obiettivo religioso, economico e militare per quei popoli che cercavano di espandersi. Primo tra tutti quello di Tessaglia.
L’antica regione greca situata a nord, composta da grandi pianure dove allevare formidabili cavalli; patria dei Mirmidoni, il cui re omerico era Achille, e di Giasone, ma anche di un folclore fantastico legato alla magia, tra cui figurano creature mitologiche e personaggi misteriosi, come le cosiddette streghe di Tessaglia. Un luogo misterico, i cui abitanti dimostravano un’intensa sensibilità nei confronti del soprannaturale. Aspetto che, in certe occasioni, si dimostrò fatale.
Poiché quando i tessali invasero la Focide, per impadronirsi delle ricchezze di quella regione, e soprattutto, della città di Delfi e del suo santuario, si scontrarono col potere dello stesso oracolo, le cui parole erano proferite dalle sacerdotesse e dagli indovini.
L’esercito di Tessaglia, forte della sua fanteria e soprattutto, della micidiale cavalleria, che contava migliaia di uomini, abili e addestrati, tanti da poter essere schierati in rapporto di uno a due, ovvero un cavaliere ogni due fanti2, spinse i focesi a ritirarsi sul Parnaso, il monte sacro che dominava la città di Delfi e il suo santuario. I difensori non avevano possibilità di affrontare l’armata tessala in uno scontro campale, non senza ricorrere all’aiuto degli dèi, e di qualche stratagemma ben congegnato.
“Ed avendo poi tentato di entrare nel paese la cavalleria nemica, la danneggiarono grandemente. Essi scavarono infatti, proprio nel punto in cui quelli dovevano passare, presso Iampoli, una fossa grande e, dopo aver messo dentro a questa fossa delle anfore vuote e averla ricoperta uguagliandola col resto del terreno, attesero l’assalto dei Tessali. E quelli, trascinati dal loro impeto, cascarono dentro alle anfore e ruppero le gambe dei loro cavalli.”
(Erodoto, VIII libro, capitolo 27-28)
“… avendo sepolto idrie di terra cotta, coprendole sopra con terra, attesero la cavallerìa de’ Tessali: questi siccome nulla sapevano dell’astuzia de’ Focesi non si avvidero di spingere i cavalli sulle idrie. Ivi i cavalli si azzoppicavano entrando i piedi loro nelle idrie, e gli uomini erano morti, e cadevano dai cavalli.”
Periegesi della Grecia, Pausania. Libro decimo. Delle cose fociche. Capo primo
Infatti, aspettandosi un attacco frontale da parte dell’armata tessala, i focesi individuarono il punto in cui il nemico si sarebbe lanciato alla carica con la moltitudine di destrieri da guerra, e scavarono delle profonde fosse per poi riempirle di idrie, ampie urne di terracotta, fragili e vuote, tutto ricoperto di terra.
Nel giorno della battaglia, la cavalleria tessala si lanciò al galoppo su quel campo preparato con astuzia dai focesi, e cadde nella trappola: i cavalli finirono con le zampe nelle fosse, si azzopparono e si rovesciarono al suolo, trascinando con loro gli ignari cavalieri, con tutte le loro armi. La micidiale carica di Tessaglia s’infranse tra i cocci delle idrie focesi.
L’armata fantasma della Focide: Tattiche e Terrore
I nemici sconfitti, però, non rinunciarono all’invasione. Riorganizzarono l’armata, raccogliendo uomini in tutte le città della Tessaglia per tirar su un numerosissimo contingente di fanteria. Mentre i focesi, in vista di un nuovo attacco, si rivolsero alla sacerdotessa, per conoscere l’esito dell’intera guerra.
“L’immortal col mortale alla tenzone Da me si guida ed ambo alla vittoria; Ma più il mortale favorisco in quella.”
Questo fu il responso dell’oracolo, una profezia che alludeva a uno scontro tra mortali e immortali. Criptico come sempre avveniva al momento della consultazione con gli dèi. Ed è per questo che esistevano gli indovini, e i capi spirituali e militari: per interpretare le parole olimpiche che per mezzo delle sibille, raggiungevano le orecchie degli uomini. Interpretazione che, stavolta, ebbe un tragico esito per i focesi.
Perché i focesi, interpretando la profezia dell’oracolo di Delfi, mandarono in avanscoperta trecento uomini scelti, guidati dal condottiero Gelone, a rappresentare la schiera mortale pronta a combattere contro gli apparenti immortali tessali, giunti a migliaia per invadere la terra di Apollo. Così facendo, si pensava di favorire gli esiti profetizzati dalla sibilla.
I trecento di Gelone si mossero, quindi, di notte, studiando il nemico segretamente, senza ingaggiare battaglia per via della loro inferiorità numerica. Tuttavia, furono avvistati e inseguiti. Gli ultimi cavalieri tessali, sopravvissuti allo stratagemma dei cocci, sempre veloci e mortali, li travolsero tutti, compreso Gelone stesso.
Il loro sterminio fu una disgrazia che colpì così duramente i focesi rimasti al sicuro sul monte Parnaso, che una volta ricevuta la tragica notizia, vennero radunate le donne e i figli, con tutti i loro beni, compreso l’oro e l’argento, per poi preparare una grandissima pira: se i guerrieri di Delfi avessero perso un’altra battaglia, e quindi fossero finiti sottomessi al dominio tessale, i loro cari, con i figli e i beni preziosi, si sarebbero gettati tra le fiamme.
I difensori si radunarono per l’ultima grande battaglia, lo scontro che avrebbe deciso le sorti dell’intera Focide. Uno dei comandanti focesi, però, colui che era rispettato per la sua devozione, l’indovino Tellia, non riusciva a togliersi dalla mente le parole dell’oracolo. Sapeva bene che la sconfitta di Gelone e dei suoi trecento non era dovuta all’errore divino, ma a quello umano: il responso doveva essere interpretato correttamente, e lui intendeva farlo prima della grande battaglia, per evitare una ancor più tragica sconfitta, la quale avrebbe portato alla perdita della terra, del santuario, e all’immolazione degli abitanti.
L’astuzia contro i Tessali: il trucco del bianco di calce.
“Allora Tellia escogitò il seguente stratagemma: cosparse di gesso seicento dei più forti tra i focesi, loro e le loro armi…”
L’indovino Tellia, radunò seicento guerrieri focesi3, i più forti dell’esercito, comandando loro di cospargersi di gesso bianco. Il piano era di muovere verso il campo nemico, di notte, e irrompere come un’armata spettrale, candida come i bianchi sudari dello stigio Averno.
I guerrieri tessali, appena scorsero i seicento spettri della focide, ne furono terrorizzati, pensando a chissà quale prodigio. E nel campo si scatenò il panico. Tanto che i focesi poterono assaltare un esercito ben più numeroso di loro, trovando poca resistenza, sterminando chiunque non fosse tinto di bianco.
Secondo Erodoto, al termine dell’assalto notturno, gli spettri focesi uccisero 4000 uomini, eliminando la totalità della fanteria tessala. Il nemico, privo della cavalleria e della fanteria, non poté più portare avanti la sua invasione e si ritirò tra le ampie distese della Tessaglia.
L’indovino Tellia, quindi, era riuscito a interpretare correttamente l’oracolo, dando vita a uno scontro tra mortali e immortali, laddove però, coloro che sembravano usciti dall’Oltretomba erano in realtà tinti di gesso, e quindi mortali: i favoriti dagli dèi.
La Guerra Sacra e l’eredità di un popolo indomito
Di lì a qualche anno, i focesi furono costretti a radunare di nuovo l’esercito, stavolta per fronteggiare una minaccia ben peggiore, quella del Re dei Re, venuto da Oriente per sottomettere i popoli liberi delle città stato greche. Alla battaglia delle Termopili, saranno proprio i guerrieri di Delfi a proteggere il sentiero che serpeggiava alle spalle di Leonida e dei suoi trecento spartani. Tuttavia, in quel frangente i guerrieri benedetti da Apollo non ricorsero ad alcun stratagemma, se non quello di salvarsi la pelle.
Poiché non appena scorsero il nemico persiano sul sentiero, si ritirarono sulle montagne per lasciarlo passare. Dando origine, così, a uno dei sacrifici più leggendari della storia umana, e al mito di Sparta. Sebbene al fianco di Leonida e dei suoi 300, vi fossero probabilmente anche molti altri greci.
In ogni caso, i seicento spettri focesi non comparvero mai più nelle fonti storiche. Ma di armate fantasma, nel corso dei secoli, ne sono apparse un’infinità, oltre l’Età Antica, fino all’epoca medievale, quando gli avvistamenti di infinite colonne di cavalieri neri terrorizzavano gli abitanti d’Europa, all’origine del mito della caccia selvaggia.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- l’episodio della guerra tessala focese del V secolo avanti Cristo viene riportato da Erodoto, Pausania il Periegeta e Plutarco. Come interpretato da Marta Sordi, in “Scritti di storia greca”, le fonti, sebbene discordanti, ci permettono di ricostruire una sola guerra tra tessali e focesi, avvenuta pochi anni prima dell’invasione di Serse, e provocata da una rivolta generale dei focesi contro l’occupazione tessalica. Questa guerra ebbe una sola battaglia campale, che impegnò forze di cavalleria e di fanteria e fu combattuta presso Cleone di Iampoli, ed alcuni scontri secondari, di cui il primo, contro la sola cavalleria tessala, avvenne, probabilmente, all’inizio della campagna, al confine con la Locride, e gli altri, almeno due (quello sfortunato di Gelone e quello di Tellia) dovettero svolgersi in prossimità di Parnaso, sul quale i focesi si erano ritirati con le loro donne e i loro bambini, fra pattuglie focesi in ricognizione e forze tessale. ↩︎
- Cavalleria e Cavalieri – Enciclopedia Italiana (1931) ↩︎
- Cinquecento, secondo Pausania: “Imperciocchè mentre si accamparono gli uni contro degli altri nell’ingresso della Focide, cinquecento soldati scelti de’ Focesi osservando il cerchio pieno della luna assalirono nella notte i Tessali, essendosi tinti di gesso, e rivestiti di armi imbiancate dal gesso. Allora dicono, che grandissima fu la strage de’ Tessali riputando di essere più qualche cosa di divino, che un assalto de’ nemici, quello che nella notte avveniva. Fu Tellia Elèo, che macchinò queste cose pe’ Focesi contro i Tessali.” ↩︎
