La Battaglia di Arsuf del 1191: la tragica marcia crociata sotto le frecce di Saladino e la tattica geniale di Riccardo Cuor di Leone.
Nel settembre del 1191, la piana di Arsuf si trasforma in un mattatoio a cielo aperto sotto la canicola della Terra Santa. L’esercito crociato, guidato da Riccardo Cuor di Leone, avanza in una camminata della morte lungo la costa dell’odierno Israele, tallonato dalle forze di Saladino. La flotta cristiana scivola silenziosa a poca distanza dalla riva, mentre la fanteria e la cavalleria subiscono una pioggia incessante di dardi. I soldati marciano con le armature trafitte da frecce, avanzando senza poter reagire per ordine tassativo del sovrano inglese.
Questa tragica storia deriva da un manoscritto 1del XII secolo che descrive la rovinosa marcia dell’esercito crociato. Una marcia infernale perché mentre camminavano erano bersagliati dal nemico saraceno senza possibilità di difendersi. Per capire come mai i cristiani si erano ritrovati in quella terribile situazione facciamo un passo indietro e riprendiamo da qualche istante prima dell’attacco.
Una camminata della morte sotto la tempesta di frecce
La strategia di Saladino non prevede uno scontro campale immediato, bensì un logoramento sistematico condotto da ondate rapide di arcieri turchi, beduini e guerrieri della “nidiata nera”. I saraceni colpiscono e si dileguano, sollevando nubi di polvere e scatenando un baccano infernale di trombe, tamburi e sonagli. L’esercito cristiano avanza tra mille insidie, rischiando di sprofondare in un intero corso d’acqua abilmente mascherato dai nemici con rami e terra. La fame estrema spinge persino i cavalieri a contendersi la carne dei cavalli caduti, consumata con disperato appetito dopo che le scorte si erano esaurite durante gli assalti.
L’avanzata della colonna crociata e le trappole di Saladino
Per scongiurare il disastro e impedire che la cavalleria leggera nemica spezzi lo schieramento, Riccardo suddivide l’armata in cinque battaglioni serrati. In testa marciano i Templari, seguiti dai Bretoni, dagli Angioini, dalle truppe di Guido di Lusignano e dai Normanni con gli inglesi a difesa dello stendardo reale. A chiudere lo schieramento ci sono gli Ospitalieri. La colonna attraversa una vasta area boscosa potenzialmente colma di imboscate, sbucando infine su una grande pianura dove i ricognitori stimano la presenza di trecentomila nemici. I crociati mantengono i ranghi stretti, subendo in silenzio i colpi per sfinire la pazienza dei turchi in attesa del momento propizio per la carica generale.
La tensione nella retroguardia e la furia degli Ospitalieri
La pressione sulla retroguardia guidata dai cavalieri dell’Ospedale diventa insostenibile. Le frecce oscurano il sole e la terra si copre di una coltre di dardi raccoglibili a manciate. Gli Ospitalieri, decimati e impossibilitati a rispondere, implorano ripetutamente il re di poter caricare, scontrandosi con il fermo rifiuto del sovrano. La vergogna cocente e la furia repressa spezzano infine la disciplina: il maresciallo dell’ordine e un cavaliere gallese rompono i ranghi, spronando i cavalli contro i ranghi saraceni al grido di san Giorgio.
La carica decisiva e la vittoria dei cristiani ad Arsuf
Alla vista del gesto isolato, l’intero esercito perde ogni freno e si rovescia sul nemico in una carica devastante. Riccardo Cuor di Leone asseconda il movimento suonando le trombe e si getta nella mischia, aprendo ampi varchi tra i turchi con colpi mortali. La polvere densa acceca i combattenti, portando persino a scontri fratricidi prima della rotta definitiva dei saraceni. Settecento guerrieri scelti guidati dal nipote di Saladino tentano un ultimo disperato assalto, ma vengono spazzati via. Sul terreno rimangono trentadue emiri e settemila soldati nemici, annientati dalla resilienza delle pesanti armature in ferro dei franchi.
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- Itinerarium Peregrinorum et Gesta Regis Ricardi, libro IV, capitolo 14 ↩︎

