50.000 soldati persiani inghiottiti da una tempesta di sabbia nel deserto egiziano. La leggendaria armata perduta di Cambise.
Cinquantamila uomini, l’élite dell’esercito persiano, svaniti nel deserto. Ingoiati dal khamsin, un vento che scatena colossali tempeste di sabbia rovente che seppellisce tutto ciò che incontra.
Questa è la cronaca di un’intera armata che ha trovato la sua tomba nel deserto egiziano, nel 524 a.C., una delle più terrificanti tragedie della storia antica. Cronaca narrata dallo storico greco Erodoto1, ma che oggigiorno è oggetto di studi e ricerche archeologiche che hanno riportato alla luce qualche testimonianza. Quella che sembra una leggenda, parrebbe infatti essere una storia vera: la storia dell’armata perduta di Cambise.
Il Casus Belli dell’armata perduta di Cambise
La storia dell’armata perduta di Cambise comincia nel VI secolo a.C. quando Ciro il Grande, il re dei re persiano, pretende dal faraone Amasis il miglior oculista d’Egitto. Tra le cause scatenanti di tutte le guerre del mondo, forse questa è la più stramba. All’epoca i medici egizi godevano di una fama straordinaria per la loro bravura, ed era consuetudine che le superpotenze dell’epoca imponessero tributi o favori ai regni vicini per dimostrare la propria supremazia; nel caso specifico, Ciro soffriva di gravi problemi agli occhi e fece richiesta di un medico al faraone egizio.
Il faraone Amasis, sapendo che l’Impero Persiano era una macchina da guerra inarrestabile e che un rifiuto avrebbe rovinato i rapporti geopolitici tra i due paesi, s’impegna per soddisfare la richiesta del re persiano. Sceglie quindi un rinomato medico che sapeva curare i mali agli occhi e lo spedisce alla corte straniera (in Persia). Un’imposizione, nei confronti del medico, che dobbiamo leggere quasi come una condanna. Perché quell’uomo si vide strappato alla sua famiglia, ai suoi cari e al suo paese per un viaggio potenzialmente letale fino alla corte persiana senza sapere se sarebbe mai tornato. Immaginiamo quanto fosse contento il medico d’essere stato scelto per l’incarico.
Infatti, quando Ciro il Grande muore, il medico rimane in Persia a servire la corte e, soprattutto, il figlio di Ciro: Cambise II. Per lui, forse, diventa impossibile tornare a casa. Ed ecco che per vendetta nei confronti del faraone escogita un piano. Con la confidenza che solo un medico di corte può avere, insinua nei pensieri di Cambise un’idea: chiedere in sposa la figlia del faraone.
Questa idea, dal punto di vista del medico, era un vera e propria vendetta poiché di fronte a una richiesta simile il faraone sarebbe finito in trappola. Se Amasis avesse accettato, si sarebbe umiliato cedendo la propria figlia al sovrano straniero che l’avrebbe trattata come una concubina, e se si fosse rifiutato, avrebbe rovinato i rapporti con la Persia, arrivando magari a una guerra. Come dicevo, è forse il casus belli più strambo della storia del mondo.
Come se la cava il faraone Amasis? A sua volta, pure lui, escogita un piano. Per non cedere sua figlia al re di Persia, il faraone manda a chiamare la figlia dell’ex faraone Aprie. Un faraone che Amasis stesso aveva giustiziato per prendere il possesso del trono d’Egitto.
Questa donna di nome Nitetis era alta, bellissima, nonché unica sopravvissuta di quella stirpe reale. Perfetta per ingannare Cambise e tutti i persiani. Amise la fa vestire d’oro e di stoffe preziose e la spedisce in Persia spacciandola per la sua vera figlia. Per anni l’inganno regge, finché un giorno Cambise, viene a sapere la verità. Chiede spiegazioni e la stessa Nitetis gli racconta che Amasis l’ha presa, l’ha agghindata come un animale da mercato e l’ha rifilata al re dei re per prenderlo in giro. È questa frase a far saltare i nervi a Cambise, che non tollera di essere preso per fesso. Il re dei re, quindi, raduna l’esercito persiano e si mette in marcia per cancellare l’Egitto dalla mappa, verso l’epilogo rovente e sabbioso che ho già anticipato.
Prima ancora della guerra e della tragedia, però, gli egiziani provano a ribaltare la frittata raccontando una versione ben diversa, in modo da evitare lo scontro diretto. Volano accuse di concubinaggio e addirittura di incesto per screditare Cambise. Tutto inutile e, forse, pure dannoso. Perché l’Egitto viene travolto dalle dicerie e dal malcontento; e un condottiero greco decide di tradire il faraone che aveva servito per tutti quegli anni e compiere un lungo viaggio fino al cospetto del re dei re persiano, per spifferare tutti i segreti che si nascondono sotto le piramidi.
Tradimento e Patti di Sangue nel Deserto
Fanes si chiamava, un uomo freddo, calcolatore e di una tempra eccezionale. Un bravo guerriero che aveva permesso al faraone di vincere numerose battaglie. Per ragioni sconosciute, Fanes sale su una nave e scappa in cerca di Cambise per vendergli i segreti del regno egizio. Amasis però se ne accorge. Lui sa benissimo quanto quel greco valga sul campo di battaglia e quanto conosca i punti deboli delle sue linee di difesa, così non perde un secondo e manda all’inseguimento il più fidato dei suoi eunuchi a bordo di una galea da guerra. L’eunuco lo intercetta in Licia ma si fa fregare come un principiante: Fanes fa ubriacare le sue guardie fino a farle stramazzare al suolo e sparisce nel nulla, dritto verso la Persia. L’arrivo del disertore è una manna dal cielo per Cambise, che ha un gigantesco esercito e un altrettanto gigantesco problema: la strada per l’Egitto è sbarrata da un deserto mortale. Svariati giorni di marcia in un inferno di sabbia e roccia senza una sola goccia d’acqua, dove gli uomini muoiono di sete prima ancora di vedere il nemico.
Fanes gli suggerisce di mandare subito un’ambasceria al re degli Arabi per comprare la pace e il diritto di passaggio attraverso il suo regno. Per “re degli Arabi” Erodoto non indicava le popolazioni della penisola arabica nel senso moderno del termine, ma le popolazioni nomadi e seminomadi di stirpe semitica che abitavano il deserto tra la Siria, la Palestina e la penisola del Sinai. Sostanzialmente le tribù del deserto, che erano gruppi beduini organizzati, non sottomessi a nessun impero, che conoscevano alla perfezione le piste carovaniere, i pozzi, le oasi. Il re degli arabi accetta senza fare storie, e tra i due sovrani viene siglato un patto che spiana la via alle armi persiane.
Erodoto ci descrive anche come venivano stipulati patti così importanti tra le tribù del deserto. Quando due uomini vogliono giurarsi amicizia eterna, si piazzano ai lati di una terza persona che impugna una pietra affilata e si aprono un taglio netto sul palmo della mano. Subito dopo, strappano un lembo dalle loro vesti, lo inzuppano nel sangue congiunto e bagnano sette pietre disposte in cerchio nel terreno, invocando le loro divinità. Da quel momento, chi ha fatto il giuramento affida il nuovo alleato a tutta la sua gente e nessuno oserà mai tradire la parola data. Non saprei dire se questo narrato da Erodoto sia il primo patto di sangue in senso letterale della storia, rappresentato da un taglio sulle mani che poi devono essere serrate insieme. Però è interessante sapere che quello che conosciamo anche noi, oggigiorno, e vediamo talvolta pure al cinema, esiste da così tanti secoli.
Il re degli arabi mette in piedi una logistica incredibile per consentire il passaggio all’esercito dei Persiani. Prende un mare di otri fatti con la pelle di cammello, li riempie fino all’orlo, carica ogni singola bestia che possiede e spinge la carovana dritta nel cuore del deserto, piantando le tende e aspettando l’arrivo dell’armata. Erodoto riporta anche un’altra versione persino più assurda, parlando di un fiume immenso dell’Arabia chiamato Corys che si getta nel Mar Rosso, da cui il re avrebbe fatto costruire una conduttura mostruosa cucendo pelli di bue e di altri animali per dodici giorni di cammino, trascinando l’acqua fino a grandi cisterne scavate nella sabbia attraverso tre tubature separate, ma la verità è che sono i cammelli del re a fare la differenza.
Cambise arriva finalmente in Egitto ma viene sconvolto da una notizia. Il faraone Amasis, dopo quarantaquattro anni di regno, è morto. Al suo posto c’è il giovane figlio Psammenitus, un giovane re che parte subito col piede sbagliato. Perché si racconta che alla sua venuta sul trono sia stato accompagnato da un presagio spaventoso: nella città di Tebe, in Egitto, inizia a piovere. Goccioloni pesanti che cadono sulla pietra rovente come un cattivo presagio mandato dagli dèi per annunciare la fine di un’era. E dire che la pioggia a Tebe è praticamente un miracolo mai visto. Ancora oggi, climaticamente, l’area dell’Egitto meridionale dove sorgeva l’antica Tebe, corrispondente all’odierna Luxor, ha un clima desertico tra i più aridi del pianeta. Le medie annuali delle precipitazioni sono vicine allo zero.
Per un antico egizio di Tebe che poteva passare tutta la vita senza mai vedere l’acqua cadere dal cielo, assistere a un acquazzone era un evento talmente sconvolgente e innaturale da poter essere interpretato solo in due modi: un miracolo inspiegabile o un terribile presagio mandato dagli dèi.
La Battaglia di Pelusio e il Mistero dei Teschi
I Persiani, quindi, sono finalmente giunti in Egitto. Emergono dall’inferno rovente di sabbia e piantano le tende proprio di fronte alle armate egiziane del giovane Psammenitus, pronti allo scontro finale. Dall’altra parte, le truppe mercenarie greche al soldo del giovane faraone non hanno dimenticato il tradimento di Fanes e vogliono fargliela pagare nel modo più feroce possibile, colpendolo dove fa più male. Fanes ha lasciato i figli in Egitto: i mercenari li trascinano davanti agli occhi del padre, tirano fuori un grande recipiente di metallo e, nello spazio di terra che separa i due eserciti schierati, sgozzano i ragazzi uno dopo l’altro lasciando colare il sangue nel catino. A quel punto, i soldati aggiungono acqua e vino, bevono tutti da quel calice intriso del sangue dei figli del traditore e si lanciano alla carica con la bava alla bocca.
Inizia così la grande battaglia tra l’esercito del re dei re Persia e quello del faraone d’Egitto.
La battaglia è un macello senza esclusione di colpi. Non viene descritta nel dettaglio, lasciandoci immaginare uno scontro durissimo, in condizioni climatiche estreme, tra uomini che non vedevano l’ora di scannarsi. Il combattimento dura per tutta la giornata, finché il terreno non rimane coperto da un gran numero di cadaveri e la prima linea egiziana viene completamente sbaragliata. L’esercito del faraone si dà alla fuga.
Erodoto non scende nei dettagli tattici dello scontro, ma preferisce farci sapere una curiosità che poi è divenuta tra le più celebri dei suoi libri. Racconta d’essere stato lui stesso a vedere il campo di battaglia, dove i locali avevano radunato in due grosse montagne i crani dei soldati defunti: da un lato i teschi egizi, dall’altro quelli persiani. Teschi che nascondevano un segreto.
In pratica, bastava un sassolino lanciato contro un teschio persiano per sfondarlo come un guscio d’uovo, mentre per scalfire un cranio egiziano ci voleva una martellata furiosa. E pure prendendoli a martellate, i crani egizi difficilmente si spaccavano. La spiegazione medica e fisica di questo mistero, dice Erodoto, è figlia delle abitudini quotidiane: gli egiziani fin da piccoli portano la testa completamente rasata, e il sole feroce batte sulla pelle indurendo l’osso, un trattamento che peraltro azzera quasi del tutto la calvizie in quelle terre. Dice lui. I persiani, invece, crescono con la testa fasciata e protetta da pesanti turbanti che tengono al riparo dai raggi solari, ritrovandosi con ossa sottili e fragili come cocci.
Naturalmente, questa è una leggenda priva di qualsiasi fondamento scientifico. È probabile che Erodoto abbia visto per davvero i cumuli di teschi, ma la differenza di fragilità stava in altri fattori casuali, come il tipo di conservazione, l’età dei caduti, e chissà cos’altro. Per non parlare del fatto che in Egitto fossero tutti pieni di capelli perché stavano sotto il sole. Per tutti gli uomini, come me, che sono in ascolto e lottano contro l’incessante perdita dei capelli: non andate sotto il sole cocente d’estate e, anzi, copritevi sempre la testa con un cappellino. Lasciate perdere Erodoto e gli antichi egizi e proteggete i vostri follicoli piliferi dai raggi UV.
Gli egiziani in rotta si precipitano a Memphis, chiudendosi dietro le mura della fortezza con il loro faraone. Cambise non perde tempo e manda un araldo persiano per intimare la resa, ma la folla impazzita si riversa fuori dalla cittadella, attacca l’araldo, fa a pezzi i suoi uomini e trascina i corpi smembrati dentro le fortificazioni. È l’atto che segna la condanna della città. I persiani stringono d’assedio Memphis e la città cade in mano al nemico.
La notizia della fine della capitale fa il giro del deserto e terrorizza le popolazioni vicine, a cominciare dai libici che si arrendono senza combattere, offrendo tributi e doni per salvarsi la pelle, seguiti a ruota da altre città che imitano la mossa per paura di fare la stessa fine.
Dieci giorni dopo la caduta della fortezza, Cambise preleva Psammenito, il faraone d’Egitto il cui intero regno è durato appena sei mesi, e lo trascina per le strade della città per sottoporlo a una pubblica umiliazione.Dietro di lui segue un corteo di prigionieri, tutti da umiliare e poi condannare. La prima è la figlia del faraone, che esce dalle porte della città vestita da schiava, con una brocca in mano per attingere acqua, seguita dalle figlie degli uomini più importanti d’Egitto, conciate allo stesso modo. Subito dopo arrivano i condannati, guidati dal figlio del faraone insieme a duemila giovani, tutti con la corda al collo e il morso in bocca, avviati al patibolo per pagare con la vita il massacro dell’araldo.
Il faraone Psammenito guarda quel gigantesco corteo di condannati a morte e non una sola lacrima riga il suo volto,mentre gli altri egiziani attorno a lui urlano il loro dolore, costretti ad assistere a quello spettacolo orribile. Infine, Psammenito viene costretto a bere sangue di toro fresco per chiudere la sua vita in un’agonia fulminante. Si credeva, infatti, che il sangue di toro fosse un veleno potentissimo. Anche se, in realtà, viene digerito tranquillamente come qualsiasi altra proteina. Al massimo espone a infezioni e malattie come tutto ciò che viene consumato crudo, ma non è un veleno fulminante.
Sembrerebbe, quindi, che Cambise e la sua armata persiana abbiano ottenuto una vittoria schiacciante. Ma il re dei re non era soddisfatto. Lui voleva una vendetta totale, e perciò aveva bisogno di rifarsela con il suo vecchio avversario: il faraone Amasis. Quello del medico oculista e dell’inganno della figlia dell’usurpatore. Il fatto è che Amasis non c’era più tra i vivi. Si trovava sepolto nella sua grandiosa tomba. E Cambise si diresse proprio lì.
Cambise fa irruzione nel palazzo del vecchio faraone e ordina ai suoi uomini di disseppellire il corpo di Amasis, scatenando contro la salma ogni genere di oltraggio. Viene tirata fuori, frustata, trafitta con uncini e privata di tutti i capelli (perché ricordiamolo, gli egizi stavano sotto il sole e quindi erano pieni di capelli).
Il problema, però, è che il cadavere sembrava indistruttibile. Il cadavere era stato imbalsamato con oli e resine che lo avevano reso duro come la pietra. Cambise perde la pazienza e ordina di dare fuoco al cadavere, un crimine gravissimo contro la decenza persino per i Persiani, che erano zoroastriani: per loro il fuoco è una divinità sacra che non deve mai essere contaminata bruciando i resti umani. E pure per gli egizi si trattava di un grande sacrilegio.
Con questo gesto inenarrabile, il re persiano calpesta le leggi di entrambi i popoli, anche se i sacerdoti egiziani giurano che quello bruciato non fosse Amasis, ma un disgraziato qualunque della sua stessa statura, perché il vero faraone, avvisato da un oracolo sulla profanazione che lo attendeva, si sarebbe fatto seppellire vicino alla porta della tomba lasciando istruzioni al figlio di nascondere il suo vero corpo nel punto più remoto del sepolcro, una leggenda (dice Erodoto) che sa tanto di invenzione per salvare l’onore della famiglia reale.
L’Ultima Marcia: L’Oasi di Siwa e il Khamsin
A questo punto, dopo aver sterminato la stirpe dei faraoni, Cambise muove l’esercito alla testa verso l’ultimo obiettivo rimasto: l’oasi di Siwa, dove era accampata l’ultima grande armata d’Egitto. Sterminati quei soldati, la conquista dell’Egitto sarebbe stata totale.
Ed ecco che il re dei re ordina ai suoi uomini di marciare verso il deserto libico alla volta dell’oasi tra le più importanti d’Egitto, dove risiede l’oracolo di Amon Ra. 50.000 soldati intraprendono quel viaggio di circa 1000 km verso una delle aree più inospitali del pianeta. Una marcia pericolosissima, tra temperature al limite della sopravvivenza, un sole che ti uccide e dune di sabbia mastodontiche, che raggiungono altezze anche di 100, 140 metri. Queste imponenti formazioni di sabbia si estendono in lunghe catene separate da vere e proprie valli pianeggianti.
I 50.000 persiani affrontarono il viaggio della speranza nel deserto. Avevano naturalmente l’aiuto dei beduini e delle popolazioni nomadi, ma nemmeno la loro esperienza poteva bastare contro la furia degli elementi.
I soldati del re dei re di Persia, spediti a radere al suolo l’oracolo di Amon Ra e l’ultimo esercito d’Egitto, arrivarono a sette giorni di distanza dall’oasi. E da lì in poi non si mossero più di un passo.
A mezzogiorno, sotto il sole più cocente, si alza improvviso dal sud un vento mostruoso. Il khamsin, un vento capace di sollevare muraglie di sabbia rovente e tirar giù la cima delle dune. L’aria si riempie di sabbia e nessuno riesce più a vedere niente. La tempesta infernale sommerge i 50.000 persiani e li seppellisce vivi, cancellandoli per sempre dalla terra come se non fossero mai esistiti.
La storia dell’armata perduta di Cambise finisce così, narrata dallo storico Erodoto nel V secolo a.C.
Sebbene per secoli l’Armata Perduta di Cambise sia stata considerata solo una leggenda, recenti spedizioni archeologiche, in particolare quelle guidate dai fratelli geologi e archeologi italiani Angelo e Alfredo Castiglioni agli inizi degli anni Duemila, hanno iniziato a riportare alla luce quelle che potrebbero essere considerate delle prove. Nel deserto sono stati rinvenuti resti di ossa umane, punte di frecce persiane di bronzo e ferro, e frammenti di equipaggiamento compatibili con l’armata di Cambise. E poi anfore, resti di ceramiche persiane e oggetti vari. Le scoperte sono ancora in atto, ma alcuni studiosi sono convinti che sì, quel giorno una terrificante tempesta di sabbia ha seppellito i 50.000 persiani. La comunità archeologica però non ha ancora validato in modo definitivo queste prove, lasciando avvolta dal mistero questa leggenda tra le più tragiche del mondo antico.
- Erodoto, Le Storie. Libro III: Talia, Rawlinson ↩︎

