Charles Vane sull'isola deserta

Charles Vane: la vera storia del pirata naufrago

Dalle ricchezze dei Caraibi al naufragio sull’isola deserta: la vera storia di Charles Vane, il pirata che finì in tragedia.

Un uragano devastante si abbatte sul veliero pirata. Onde alte decine di metri si rovesciano sul ponte, spezzando il legno con la potenza delle cannonate. La nave viene spinta verso gli scogli e s’incaglia sulla riva, ridotta a un relitto. L’equipaggio finisce in mare, compreso lo stesso capitano. Costui riesce a nuotare verso la spiaggia di un’isola dimenticata da Dio, dove la sciabola e la pistola non servono a niente.

Chi era Charles Vane: ascesa e tradimenti del pirata dei Caraibi

Questa è la storia di un famigerato pirata dei caraibi che si ritrovò naufrago su una bellissima isola deserta, le cui meravigliose spiagge bianche segnarono la sua fine. Il suo nome era Charles Vane, vissuto a cavallo tra XVII e XVIII secolo, narrato nel libro del capitano Johnson1. Un pirata che aveva fatto la sua fortuna ripulendo i relitti dei galeoni spagnoli affondati nel golfo della Florida. Comandava il Ranger, un brigantino armato di molti uomini e cannoni, oltre a un piccolo sloop da 25 uomini che faceva da nave di supporto per gli arrembaggi. Lo sloop era capitanato dal suo socio Yeats.

Siamo nel 1718. Con queste due navi, Charles Vane iniziò ad abbordare e saccheggiare chiunque passasse, prendendosi solo quello che faceva comodo prima di lasciare andare i relitti svuotati. Due navi che lavoravano bene insieme, con una strategia di assalto che non lasciava scampo a nessuno. Tuttavia, per quanto forti al livello tattico, internamente la loro organizzazione faceva acqua da tutte le parti. A cominciare dal rapporto tra i due soci.

Charles Vane non aveva mai nascosto il disprezzo per Yeats, trattando lui e la sua ciurma come zerbini e riducendo il loro sloop a un semplice appendice della propria nave. Lo sloop, l’imbarcazione più piccola e lenta, era considerata inferiore. E così lo erano gli uomini che si trovavano lì a bordo. Ma l’equipaggio dello sloop, la situazione cominciò a diventare intollerabile.

I pirati della nave più piccola cominciarono a confabulare sottocoperta, giurando di mollare quel tiranno di Vane alla prima occasione. L’obiettivo era di correre a chiedere il perdono del re. Oppure avrebbero potuto mettersi in proprio. Qualsiasi cosa era meglio che fare gli schiavi di Vane. Le lamentele sottocoperta esplosero quando Vane fece loro un ultimo e umiliante scherzetto.

Ad agosto assalirono un grosso brigantino proveniente dalla Guinea francese, completamente carico di schiavi africani. Vane aveva deciso di tenerli per rivenderli. Ma erano quasi un centinaio, e lui non aveva alcuna intenzione di tenerli con sé sul suo brigantino. Ecco che li scaricò tutti sul piccolo sloop, che divenne alquanto affollato. Una decisione che fece infuriare Yeats e tutti i suoi uomini. Anche perché per loro sarebbe diventato estremamente difficile tenere a bada cento schiavi senza rischiare di finire con la gola tagliata di notte.

Insomma, era giunto il momento di sciogliere la società pirata. Inizialmente Yeats fece finta di nulla e accolse il carico di schiavi. Ma in segreto tramava con i suoi per pianificare l’ammutinamento. Pochi giorni dopo, mentre le navi pirata erano alla fonda, Yeats aspettò la discesa della sera, tagliò gli ormeggi e puntò dritto verso la costa. Quando Vane se ne accorse capì subito quel che stava accadendo e perse la testa: ordinò di salpare e si mise a caccia del traditore con gli occhi iniettati di sangue. La sua imbarcazione era più veloce, oltre ad avere più uomini e cannoni, e stava guadagnando terreno a vista d’occhio; se il tratto di mare fosse durato un miglio in più, lo avrebbe raggiunto. Ma Yeats raggiunse la riva e s’infilò attraverso la foce di un fiume. Vane non poté seguirlo, poiché la sua nave si sarebbe incagliata. Allora Yeats riuscì a fuggire. E gli scaricò pure contro un’intera bordata. Lo fece fuori portata, tanto per dispetto.

Yeats risalì il fiume a sud di Charleston e mandò subito un corriere al governatore locale per mercanteggiare gli schiavi. Voleva sapere se lui e i suoi compagni potevano ottenere il perdono reale consegnandosi alle autorità insieme agli sloop e agli schiavi africani. Cosa che ottennero. I pirati quindi si lavarono la fedina penale, e la coscienza, e divennero onesti cittadini di sua maestà. Forse. In realtà non sappiamo cosa combinarono dopo, e se fossero diventati onesti per davvero.

Vane, nel frattempo, rimase sulla costa nei pressi di Charleston, nella speranza di beccare Yeats alla sua uscita, ma non sapeva che quest’ultimo si era preso il perdono reale. E non sapeva nemmeno aveva spifferato tutto riguardo lui e il suo brigantino. Proprio in quel momento il governatore della Carolina del Sud aveva armato e blindato due sloop per dare la caccia ai pirati, affidando il comando al colonnello William Rhett. Rhett incrociò una delle navi appena depredate da Vane e venne a sapere che i pirati si erano rintanati in un fiume a sud. Rhett molla gli ormeggi e salpa per quella destinazione, convinto di andare ad acciuffare il famigerato Charles Vane. Ma è tutta una fregatura. Perché Vane non era affatto uno stupido. Quando abbordava le navi, si lasciava sfuggire appositamente delle false piste, in modo da farsi ascoltare dai marinai catturati che, una volta liberi, avrebbero inondato i governatori locali con un mucchio di destinazioni fasulle. Proprio come accade al colonnello inglese, che si fa tutta la strada per arrivare fino a quel fiume per scoprire che, in realtà, è completamente vuoto.

L’incontro con Barbanera e lo scontro con la marina francese

Vane, tranquillo e beato, si infilò in un’insenatura a nord, dalla parte opposta, e fece un incontro storico. Il suo brigantino si accostò alla nave di un celebre pirata dell’Età d’Oro della Pirateria, quello che oggi forse è il più famoso: Edward Teach, detto Barbanera. 

Appena Charles Vane riconobbe le sue insegne, lo salutò sparando i cannoni di grosso calibro direttamente in aria, una consuetudine tra tagliagole per festeggiare l’incontro. Barbanera rispose per le rime con la stessa salva di mortaretti e i due equipaggi vissero insieme tra gozzoviglie e brindisini per qualche giorno, prima che Vane levasse le ancore.

Alla fine di novembre Charles Vane e la sua ciurma incrociarono una grande nave che sembrava molto promettente. Issarono bandiera nera e si avvicinarono per abbordarla. Quella nave rimase ferma, senza dare alcun segno, forse pronta alla resa senza sparare manco un colpo. La bandiera nera di Vane faceva paura a tutti, dopotutto. Ma nell’avvicinarsi sempre di più, i pirati si resero conto d’aver preso un grosso abbaglio. All’improvviso quella nave spalancò i portelli e scaricò una bordata micidiale contro i pirati. Le cannonate colpirono duramente il brigantino di Vane. Quella sconosciuta nave era in realtà un vascello da guerra della marina francese. 

Vane capì subito che non c’era partita. Virò di scatto e filò via, ma il capitano francese non aveva alcuna intenzione di mollarlo e diede inizio a una caccia spietata.

A quel punto, a bordo del brigantino pirata scoppiò una rivolta. La ciurma si spaccò in due fazioni pronte a scannarsi. Vane urlava di scappare a gambe levate, spiegando che quel vascello era troppo grosso per loro, ma il nostromo si mise di traverso. Anche se i francesi avevano più cannoni e una potenza di fuoco più devastante, bastava assaltarli all’arma bianca per rimetterli al loro posto: così diceva il capo della rivolta. Tale nostromo era nientemeno che John Rackam, che poi sarà conosciuto ai posteri come Calico Jack, capitano pirata tra i più famosi, che iniziò la sua carriera proprio nella ciurma di Charles Vane.

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Il diritto di veto, la rivolta e la deposizione di Charles Vane

La maggioranza dei marinai votò per l’attacco, schierata dalla parte di Calico Jack, mentre Vane insisteva sul fatto che fosse un suicidio bello e buono, capace di affondarli prima ancora di toccare il ponte nemico. Una quindicina di irriducibili si schierarono con il capitano, ma il resto della ciurma sosteneva il nostromo. A quel punto avrebbero dovuto attaccare per rispettare il volere della maggioranza. Ma il capitano usò l’unico potere assoluto che i codici pirata gli riconoscevano per legge: il diritto di veto. Tagliò corto su ogni discussione democratica e impose la ritirata. Il loro brigantino era più agile e veloce, così riuscirono a seminare i francesi e a salvarsi la pelle.

Il giorno dopo, però, la condotta del capitano finì inevitabilmente sul banco degli imputati. Il diritto di veto era uno strumento potente, ma portava con sé delle conseguenze. La ciurma votò per azzerare la sua autorità, lo bollò pubblicamente con l’infamia del codardo, lo depose seduta stante e lo cacciò a calci dalla nave insieme a tutti quelli che avevano votato contro l’arrembaggio del vascello francese. Affidarono a Vane il comando di un piccolo sloop che avevano catturato tempo prima, riempiendo la stiva con una scorta decente di viveri e munizioni perché potessero arrangiarsi da soli.

John Rackam fu eletto nuovo capitano del brigantino al posto di Vane e fece rotta verso le isole caraibiche. Su di lui ho raccontato un intero episodio di Leggende Affilate, che consiglio di recuperare. 

Lo sloop di Charles Vane puntò dritto alla volta della baia di Honduras. Trascorsero un paio di giorni al largo della Giamaica, catturarono uno sloop, con i marinai nemici che scelsero tutti di arruolarsi spontaneamente con Vane.

E così, con una nuova ciurma e una flotta di due sloop, Charles Vane ricominciò a fare il mestiere delle sciabolate. Il pirata perde la nave ma non il vizio.

Il naufragio sull’isola deserta

Nel mese di febbraio si rimise a caccia di prede, ma la sua rinascita fu interrotta bruscamente da un evento terribile. I pirati furono investiti da un uragano tropicale violentissimo che squassò il mare e divise le due navi. Un uragano così potente da durare due interi giorni, trascorsi a lottare contro la tempesta. Le onde erano alte come edifici di svariati piani e lo sloop del capitano Charles Vane finì per schiantarsi contro le rocce di un isolotto deserto nei pressi della baia di Honduras. Gran parte della ciurma finì inghiottita tra i flutti. Vane riuscì a salvarsi la pelle e raggiunse la terraferma, ma si ritrovò completamente isolato, senza viveri e senza la minima possibilità di recuperare qualcosa dai resti del relitto. 

Lui e pochi altri sopravvissuti trascorsero lunghe settimane in quel “purgatorio”, mangiando quel poco che trovavano e vivendo da naufraghi selvaggi alla stregua di Robinson Crusoe. Finché, un giorno, su quello scoglio dimenticato da Dio, giunse una nave. Aveva attraccato per fare provvista di acqua dolce. Il comandante di quel mercantile era un certo Holford, un vecchio bucaniere che conosceva Vane dai tempi d’oro. 

Charles Vane lo implorò di dargli un passaggio, ma il capitano non volle sentire ragioni, proprio perché conosceva Vane dai tempi d’oro. Holford gli disse chiaro e tondo che non lo avrebbe mai fatto salire a bordo, certo che alla prima occasione si sarebbe messo a complottare con la ciurma per fargli la pelle e rubargli la nave. Vane giurò sul proprio onore che non l’avrebbe mai e poi mai fatto, ma il vecchio lupo di mare non credeva a una sola parola. 

Holford disse che sarebbe passato a prenderlo tra un mese esatto sulla via del ritorno, e che se lo avesse trovato ancora lì lo avrebbe spedito in catene in Giamaica ad aspettare la forca. Vane protestò chiedendo come diavolo potesse lasciare l’isola senza un mezzo, e l’altro gli disse che ogni tanto di lì passavano dei pescatori, e che avrebbe potuto prendere le loro navi. Allora Vane si atteggiò a bravo cittadino oltraggiato: “Vuoi davvero che io rubi la barca a un pescatore?”

Holford scoppiò a ridere in faccia a quel farabutto: “Hai passato la vita a saccheggiare le navi e derubare il mondo intero!”

Quindi gli augurò di marcire su quello scoglio e levò le ancore.

Charles Vane era punto e a capo, immerso in un paradiso per le vacanze che per lui era in realtà una condanna a morte. Tempo dopo, però, un mercantile calò le ancore nello stesso isolotto per caricare acqua. Stavolta, nessuno a bordo conosceva Vane, così lui si finse un comune naufrago e riuscì a farsi arruolare come marinaio.

La cattura e la forca in Giamaica

Charles Vane salì a bordo del mercantile come mozzo, recitando la parte del poveretto per raggiungere il primo porto disponibile. Sembrava che il destino avesse deciso di graziarlo, ma bastò una piccola coincidenza a segnare la sua fine. Lungo il tragitto il mercantile si incrociò proprio con la nave di Holford. Esatto, il capitano che non aveva voluto salvare Vane dall’isola deserta e aveva giurato di portarlo sulla forca se lo avesse incontrato di nuovo.

Le due navi si affiancarono alla fonda insieme, perché guarda caso i capitani si conoscevano.  E si scambiarono l’invito per pranzare insieme. Holford salì a bordo del mercantile e buttò lo sguardo verso la stive. Lì, vide il famigerato capitano pirata Charles Vane, vestito da mozzo, che sgobbava con la schiena curva.

Tornato dal capitano della nave mercantile, Holford chiese se sapesse chi si era messo in casa. L’altro rispose che si trattava solo di un buon marinaio raccolto su un isolotto dopo un naufragio. Holford gli rivelò quindi la sua vera identità di pirata sanguinario, e si offrì di prenderlo in consegna lui stesso per portarlo dritto alla forca giamaicana. 

Ed ecco che arriviamo al finale amaro di questa storia. Holford e il suo secondo ufficiale si armarono di pistole e andarono a prendere Charles Vane. Lo catturarono e lo fecero prigioniero, sotto gli occhi di entrambi gli equipaggi. Nessuno, neppure i vecchi compagni di Vane che adesso facevano parte della ciurma del mercantile, mosse un dito per difenderlo.

Vane finì in catene nella stiva e, una volta sbarcato in Giamaica, fu consegnato ai giudici che lo processarono, lo condannarono e lo spedirono alla forca.

Charles Vane morì impiccato nel marzo del 1721. Forse, avrebbe fatto meglio a restare sull’isola deserta.

  1. Charles Johnson, A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates, Londra, 1724. (Opera storicamente attribuita a Daniel Defoe o a un capitano pirata sotto pseudonimo) ↩︎
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