Il regno segreto dei pirati del Madagascar

Il regno segreto dei Pirati del Madagascar

La folle storia dei filibustieri abbandonati sulla spiaggia che diventarono sovrani di un intero regno: i pirati del Madagascar.

Ci fu un tempo in cui sull’isola del Madagascar regnarono diversi sovrani il cui passato era avvolto nel fumo della polvere da sparo e nell’odore di mare. Costoro erano pirati, scesi sulle bellissime spiagge di una terra che pensavano sarebbe diventata la loro tomba, e invece finirono per conquistarla.

Questa storia dei pirati del Madagascar ci è stata tramandata dal libro del capitano Johnson1, scritto nel 1724. Una storia che diventerà via via più incredibile, a mano a mano che ci immergeremo nelle vite di quei filibustieri senza scrupoli.

Il tradimento di Henry Avery e la fuga in Madagascar

Tutto ebbe inizio con il colpo più grosso della storia della pirateria. La gran Mogol, una nave da 1500 tonnellate completamente svaligiata dal pirata più coraggioso e pazzo dell’età d’oro della pirateria: Henry Avery, soprannominato da tutti il “re dei pirati”. L’impresa era stata possibile grazie alla sua piccola flotta, composta dall’ammiraglia, una bella nave da guerra comandata dallo stesso Avery, e due navi più piccole e veloci, gli sloop, a bordo delle quali vi erano equipaggi secondari alleati.

Ebbene, come abbiamo anticipato nel precedente episodio di Leggende Affilate, a un certo punto del viaggio di ritorno, carichi d’oro fino a scoppiare, i pirati dell’ammiraglia decisero di giocare un brutto tiro agli equipaggi delle navi più piccole, per tagliarli fuori dal bottino e tenere tutto per loro. Decisero di tradirli. Li convinsero a stivare tutto l’oro sulla nave del re dei pirati e nella notte filarono via. Quando giunse l’alba, gli equipaggi dei due sloop si ritrovarono soli in mezzo all’oceano più sperduto.

Dopo essere stati piantati in asso nel cuore della notte, gli uomini degli sloop continuarono a navigare. Alcuni speravano ancora che la nave di Avery fosse solo stata più veloce e che si sarebbero rivisti più avanti. Ma il tempo passava e all’orizzonte non si scorgeva un bel niente. Ecco che ogni speranza svanì. Erano stati davvero fregati. In tutti i sensi. Perché oltre ad aver perso un bottino incalcolabile, adesso si trovavano in una situazione pericolosa.

Il cibo stava per finire. Le loro navi erano piccole e non potevano reggere grandi traversate in mare aperto. Avevano bisogno del supporto dell’ammiraglia. Per questo furono costretti a far rotta verso il vicino Madagascar. Sbarcarono tutto il carico, usarono le vele per costruire delle tende e tirarono su un accampamento, protetti da un arsenale pieno di fucili e munizioni.

Proprio laggiù, sull’isola più lontana da ogni colonia e marina delle potenze occidentali, incontrarono un gruppo di altri pirati. Erano inglesi, membri dell’equipaggio di un’altra nave fuorilegge guidata dal capitano Thomas Tew. Pure loro finiti nell’isola per una serie di disavventure che vale la pena raccontare.

Corsari rinnegati e arrembaggi nel Mar Rosso

Qualche tempo prima, il capitano George Dew e il capitano Thomas Tew avevano ricevuto delle patenti dal governatore delle Bermuda. Le patenti erano autorizzazioni ufficiali del governo che permettevano a navi private di attaccare i nemici della corona. In pratica erano dei corsari. Il loro compito era navigare fino al fiume Gambia, in Africa, e assaltare una base commerciale francese con l’aiuto della Reale Compagnia Africana, una potentissima società inglese che gestiva i commerci e le tratte in quella zona. Poco dopo la partenza, però, una tempesta violentissima danneggiò la nave del capitano Dew e separò i due comandanti. Dew fu costretto a tornare indietro per riparare i danni, mentre il capitano Tew no. Aveva una bella nave, uomini pronti a combattere, ed ecco che decise di fare di testa sua. Se ne fregò degli ordini ricevuti, superò il Capo di Buona Speranza nel sud dell’Africa e puntò dritto verso lo Stretto di Bab-el-Mandeb, la porta d’ingresso del Mar Rosso.

Lì, Tew intercettò una nave gigantesca e stracolma di ricchezze, che viaggiava dall’India verso l’Arabia. A bordo c’erano marinai e ben trecento soldati armati, ma Tew ebbe il fegato di tentare l’arrembaggio e conquistò la nave. Quel colpo fruttò una fortuna pazzesca: ogni singolo marinaio intascò circa tremila sterline, una cifra enorme per l’epoca. I prigionieri rivelarono che altre cinque navi ricchissime stavano per passare da quella stessa rotta. Tew voleva attaccarle tutte, ma il suo quartiermastro e il resto della ciurma si tirarono indietro. Nelle navi pirata il quartiermastro era una figura fondamentale: veniva eletto dall’equipaggio per controllare il capitano, gestire la disciplina e dividere i bottini. Questa divisione di vedute creò forti tensioni a bordo, così decisero di chiuderla lì con la pirateria. Il Madagascar era il posto perfetto per chiudere la collaborazione e salutarsi. Sbarcarono, si divisero il bottino. Alcuni rimasero a terra. Il capitano Tew e pochi fedelissimi, invece, ripartirono poco dopo per l’America, verso Rhode Island, dove Tew riuscì persino a ottenere un perdono ufficiale dal governo.

La nascita dei Re Pirati e il terrore delle armi da fuoco

Ed è proprio con i marinai rimasti a terra della banda di Tew che gli uomini traditi da Avery si unirono, pronti a iniziare una nuova vita sulla terraferma. Una terra, quella del Madagascar, molto particolare. Gli abitanti dell’isola erano tecnologicamente arretrati rispetto agli occidentali, ed erano divisi in un’infinità di piccoli re locali che si facevano continuamente la guerra tra loro. Chi perdeva diventava schiavo del vincitore, che poteva venderlo o ucciderlo a suo piacimento.

Quando i pirati si stabilirono sull’isola, questi re indigeni fecero a gara per averli come alleati. I pirati iniziarono a combattere un po’ con uno e un po’ con l’altro, ingaggiati come se fossero dei veri e propri mercenari, e chi li aveva al proprio fianco vinceva sempre. Il motivo era semplice: i nativi non avevano armi da fuoco e non sapevano nemmeno come usarle. In breve tempo, i bianchi divennero un vero e proprio incubo per la popolazione locale. Bastava che due o tre pirati si facessero vedere da una parte del campo di battaglia perché l’esercito avversario scappasse a gambe levate.

Grazie a questo terrore, i pirati diventarono potentissimi e ricchi di schiavi, che erano i prigionieri di guerra catturati nei vari scontri. Presero come mogli le donne più belle dell’isola, e non una o due: ognuno se ne prese quante ne voleva, creando dei veri e propri harem, degni del Gran Signore a Costantinopoli, ovvero il ricchissimo Sultano dell’Impero Ottomano. I pirati usavano gli schiavi per coltivare il riso, pescare e cacciare. C’era poi tantissima gente del posto che decideva spontaneamente di vivere sotto la loro protezione e di pagare loro dei tributi in cibo o lavoro, pur di non essere attaccata dai re vicini.

A un certo punto, i pirati decisero di dividersi. Ognuno si costruì la propria magione fortificata e iniziò a vivere come un re indipendente, circondato da mogli, schiavi e guardie. Nacquero quindi dei nuovi regni interni al Madagascar, al cui vertice di ognuno vi era un pirata. E indovinate un po’ cosa successe? I pirati iniziarono a litigare tra loro e ad attaccarsi a vicenda, mettendosi alla testa dei rispettivi eserciti di indigeni. In queste guerre civili molti di loro ci rimisero la pelle. E questa situazione degenerò oltre.

Il problema è che questi pirati, diventati ricchi e potenti tutto d’un tratto, si erano trasformati in tiranni spietati. Erano diventati incredibilmente crudeli: per il minimo sgarro, facevano legare i loro sottoposti indigeni a un albero e piantavano loro una pallottola dritto nel cuore. Poco importava che la colpa fosse grave o una sciocchezza, la condanna era sempre la morte. Stufi di queste violenze, i nativi organizzarono una colossale congiura segreta per sgozzare tutti i pirati in una sola notte. Visto che i pirati vivevano isolati ognuno nella propria terra, il piano avrebbe funzionato alla perfezione. Ma i congiurati non avevano fatto i conti con l’amore: una donna indigena, che era la compagna di uno dei pirati, corse per quasi trentadue chilometri in appena tre ore per dare l’allarme. I pirati si radunarono a tempo di record e, quando gli indigeni arrivarono per attaccarli, trovarono gli ex marinai barricati e armati fino ai denti. Sorpresi, i nativi preferirono ritirarsi senza combattere.

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Il “Dividi e Impera”: la tirannia dei filibustieri

Questo scampato pericolo aprì gli occhi ai pirati, che da quel giorno diventarono furbissimi e adottarono una strategia politica davvero diabolica per proteggersi. Capirono infatti che la forza lorda non bastava: anche l’uomo più forte del mondo può essere ucciso nel sonno dal più debole.

Per prima cosa, decisero di applicare la regola del “dividi e impera”. Cominciarono a fare di tutto per fomentare guerre tra i vari regni vicini, rimanendo però neutrali. In questo modo, chi perdeva la guerra scappava da loro a chiedere protezione per non essere ucciso. Così facendo, i pirati aumentavano costantemente il numero dei loro difensori fedeli. Quando non c’erano guerre ufficiali, i pirati si inventavano pettegolezzi e facevano nascere faide private tra i singoli indigeni. Spingevano le persone a vendicarsi per ogni minima offesa e prestavano loro pistole e fucili carichi per fare fuori il rivale. La conseguenza? Chi commetteva l’omicidio era costretto a scappare e a rifugiarsi dai pirati per salvare la pelle, portando con sé moglie, figli e parenti. In questo modo, i villaggi dei pirati si riempivano di persone che dipendevano totalmente da loro per sopravvivere.

Questi nuovi arrivati erano gli alleati più fedeli che i pirati potessero desiderare. La loro stessa vita dipendeva dalla sopravvivenza dei bianchi: se i loro protettori fossero caduti, i nemici li avrebbero fatti a pezzi. D’altronde, i pirati erano diventati così spaventosi che nessuno nell’isola aveva il coraggio di affrontarli in campo aperto.

Nel giro di pochi anni, grazie a questi trucchi, la comunità dei pirati crebbe a dismisura. Ormai erano troppi per stare tutti nello stesso posto, così decisero di separarsi per avere più terre a disposizione. Si divisero in vere e proprie tribù. Ognuno si stabilì nella sua zona con le proprie mogli, i tantissimi figli nati nel frattempo e la propria fetta di sudditi e servitori. 

I pirati divennero veri e propri re. Ma avevano anche gli stessi problemi dei re: il terrore costante di essere uccisi o spodestati. Lo si capisce chiaramente dal modo maniacale con cui proteggevano le loro case.

I labirinti inespugnabili: le fortezze segrete nella boscaglia

Tutti i pirati dell’isola copiavano lo stesso identico sistema di fortificazione. Le loro dimore non erano semplici capanne, ma vere e proprie cittadelle inespugnabili. Sceglievano una zona immersa nella boscaglia più fitta, vicino a un fiume, e scavavano intorno un fossato altissimo e profondo, con le pareti talmente dritte che era impossibile arrampicarsi senza scale da assedio. C’era un unico passaggio segreto che portava dentro il bosco. La capanna vera e propria si trovava nel cuore della macchia, mimetizzata così bene che non la vedevi finché non ci sbattevi contro. Ma il vero colpo di genio era il sentiero per arrivarci. Era una stradina strettissima, dove si poteva camminare solo uno alla volta, in fila indiana. Soprattutto, era progettata come un labirinto perfetto, pieno di curve, vicoli ciechi e deviazioni. Chi non conosceva la strada a memoria poteva girare a vuoto per ore senza mai trovare la casa. Come se non bastasse, ai lati del sentiero i pirati conficcavano nel terreno delle spine enormi e appuntite, prese da un albero locale, con le punte rivolte verso l’alto. Se qualcuno avesse provato ad avvicinarsi di notte, si sarebbe infilzato. Dice l’autore del resoconto, il capitano Johnson, che nemmeno il famoso filo che Arianna diede all’eroe Teseo per uscire dal labirinto del Minotauro lo avrebbe salvato da quelle trappole.

L’incontro con il corsaro Woodes Rogers

I pirati vivevano così, da tiranni, odiando tutti e terrorizzando chiunque. Fu in queste condizioni che li trovò uno dei personaggi più affascinanti dell’età d’oro della pirateria. Il capitano Woodes Rogers, un famoso navigatore inglese, corsaro e, successivamente funzionario britannico che riuscì a piegare i pirati dei Caraibi. Fu anche colui che salvò Alexander Selkirk dalla sua prigionia sull’isola deserta, ovvero il marinaio scozzese rimasto solo per più di quattro anni, la cui storia ha fatto da diretta ispirazione per il personaggio letterario di Robinson Crusoe.

Rogers arrivò in Madagascar al comando della Delicia, una grande nave da quaranta cannoni. Era lì per comprare schiavi da rivendere agli olandesi. Il capitano sbarcò in una zona dell’isola dove non si vedevano navi europee da quasi otto anni e incontrò loro, i vecchi pirati divenuti sovrani di piccoli regni del Madagascar. Pirati che, ormai, erano lì da più di ventisei anni e dopo tutte le varie vicissitudini erano rimasto solo in undici. Avevano però famiglie enormi, con una grandissima quantità di figli.

Quando videro spuntare quella nave gigantesca, i pirati pensarono subito al peggio: “Ecco la marina militare che ci viene a catturare”. Così scapparono a rintanarsi nei loro labirinti fortificati. Ma quando videro che gli uomini della nave sbarcavano tranquilli, senza armi e con l’intenzione di commerciare, i vecchi lupi di mare presero coraggio e uscirono allo scoperto. Vennero trattati da tutti come dei veri sovrani. E in effetti erano dei re nei fatti, possedevano il potere assoluto sul territorio, quindi era giusto considerarli tali.

C’era però un dettaglio parecchio ridicolo. Dopo venticinque anni su un’isola selvaggia, i loro vestiti europei erano diventati stracci. Questi “re” erano ridotti malissimo. Non erano proprio nudi, ma si coprivano solo con pelli di animali non conciate, cioè grezze e ancora piene di pelo. Non avevano né scarpe né calze. Dice l’autore del resoconto, che sembravano la parodia dei dipinti che raffiguravano l’eroe greco Ercole, avvolto nella pelle del leone. Con le barbe lunghe fino al petto e i corpi ricoperti di peli: erano l’immagine classica del naufrago selvaggio.

Ma l’eleganza ritornò in un lampo. I pirati vendettero un gran numero di indigeni ai marinai della nave in cambio di vestiti nuovi, coltelli, seghe, polvere da sparo e piombo. Diventarono subito molto amichevoli, tanto da salire a bordo della Delicia per curiosare e chiacchierare con l’equipaggio, invitando tutti a terra a fare festa. In realtà, come confessarono in seguito, era tutto un trucco: volevano capire se fosse possibile assaltare la nave di notte. Pensavano che se la guardia a bordo fosse stata bassa, con le loro barche e i loro uomini avrebbero potuto catturarla facilmente. Una nave del genere avrebbe permesso loro di tornare a fare i pirati in grande stile. Ma il capitano Rogers non era uno sciocco: mangiò la foglia e tenne sempre i suoi uomini armati e schierati sul ponte.

I pirati capirono che l’attacco frontale era impossibile e cambiarono strategia. Iniziarono a corteggiare i marinai che scendevano a terra, cercando di convincerli a fare un ammutinamento: “Voi catturate il capitano di notte, noi saliamo a bordo al vostro segnale e poi ce ne andiamo in mare a fare i miliardari”. Fortunatamente, Rogers si accorse che i suoi uomini stavano diventando troppo intimi con quei selvaggi e stroncò la cosa sul nascere, vietando a chiunque di parlare con loro. Quando mandava le scialuppe a terra per caricare gli schiavi, i marinai dovevano restare rigorosamente a bordo della barca. Poteva parlare con i pirati solo l’ufficiale incaricato delle trattative.

Alla fine, vedendo che non c’era modo di fregare il capitano, i pirati stessi vuotarono il sacco e confessarono tutti i loro piani di attacco. Rogers finì i suoi affari e salpò, lasciandoli esattamente come li aveva trovati: immersi nella loro sporca e bizzarra regalità. Avevano solo qualche suddito in meno, visto che ne avevano venduti parecchi come schiavi. Ma continuarono a vivere e prosperare, a loro modo.

Pensate che uno di questi nuovi principi del Madagascar, prima di diventare pirata, faceva il semplice barcaiolo sul fiume Tamigi a Londra. Dopo aver commesso un omicidio era scappato nei Caraibi e si era unito alla banda degli sloop. Tutti gli altri erano marinai semplici, gente che stava a prua a faticare, e nessuno di loro sapeva né leggere né scrivere. Persino i loro segretari di Stato indigeni erano analfabeti quanto loro. Di questi regni, dunque, non abbiamo tracce scritte poiché non sapevano neanche scrivere il proprio nome. Non si sa bene che fine fecero, se non che alla loro dipartita, quei regni devono essersi dissolti così come sono comparsi. Anche se il capitano Johnson, che scrive agli inizi del Settecento, si domanda se qualcuno dei loro nipoti regnasse ancora su quelle spiagge.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

  1. Charles Johnson, A General History of the Robberies and Murders of the most notorious Pyrates, Londra, 1724. (Opera storicamente attribuita a Daniel Defoe o a un capitano pirata sotto pseudonimo). ↩︎

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