Maggio 1302: la notte di sangue in cui il popolo scannò l’élite della cavalleria francese. Mattutini di Bruges: un vero massacro medievale.
In una notte di puro terrore, le strade di una città medievale si macchiano di sangue. Migliaia di soldati fatti a pezzi vengono caricati sui carri come carne da macello. È il maggio del 1302 e un intero esercito è stato spazzato via nella notte, in poche ore. Un massacro spietato che non è stato opera di un esercito. Ma di una folla inferocita e vendicativa.
Per capire come sia stato possibile che un intero esercito sia stato annientato così, in maniera brutale e definitiva, voglio narrarvi la cronaca originale di Giovanni Villani, un cronista fiorentino dell’epoca. Villani scriveva in volgare italiano e, come si usava allora, tendeva a tradurre i nomi stranieri. Ecco perché non pronuncerò i complessi nomi fiamminghi originali (per mia fortuna), ma le loro curiose versioni italiane.
Il leader Pieter de Coninck diventa così “Piero le Roi” (giocando sul fatto che il suo cognome significava proprio “re”), il macellaio Jan Breydel si trasforma nel più nostrano “Giambrida”, e persino il comandante francese Jacques de Châtillon viene ribattezzato “Giacomo di San Polo”. Nomi simpatici, ma che non sminuiscono affatto il massacro che ebbe luogo, quel sanguinoso giorno.
- 1. I Mattutini di Bruges: La sanguinosa rivolta delle Fiandre
- 2. Il contesto storico: La stretta del Re di Francia e le tasse di Bruges
- 3. Piero le Roi e Giambrida: I leader della rivolta popolare fiamminga
- 4. L’esercito francese e i cavalieri medievali di Jacques de Châtillon
- 5. La trappola notturna: Perché Bruges era senza difese
- 6. La cronaca di Giovanni Villani: Verità storica o mito medievale?
I Mattutini di Bruges: La sanguinosa rivolta delle Fiandre
Tutto ha inizio nel 1299. Il re di Francia ha appena conquistato la Fiandra, una regione ricca e strategica che oggi corrisponde a una parte del Belgio. Il re si sente il padrone assoluto: ha persino catturato il conte locale e i suoi due figli. Per controllare il territorio, il sovrano francese decide di lasciare sul posto i suoi soldati e i suoi balii. I balii erano, in pratica, dei magistrati e dei governatori inviati dal re per amministrare la giustizia e riscuotere le tasse in suo nome.
In questo clima di tensione, la gente comune di Bruges, una delle città più importanti e commerciali della regione, decide di farsi sentire. Parliamo dei lavoratori delle classi più umili: tessitori, lavoratori della lana, macellai e calzolai. Questa povera gente non ne poteva più. Le tasse del regno, note allora come assise, erano diventate del tutto insopportabili e schiacciavano l’economia dei piccoli lavoratori. La classica situazione alla Robin Hood. Così, gli artigiani decidono di presentare una petizione ufficiale direttamente al re di Francia. Chiedono semplicemente di essere pagati il giusto per il loro duro lavoro e di alleggerire il peso di quelle tasse folli.
Il contesto storico: La stretta del Re di Francia e le tasse di Bruges
La risposta è il silenzio completo. I membri del Comune, cioè l’assemblea che rappresentava i cittadini, non vengono nemmeno ascoltati dal re. E vengono pure presi di mira. Incredibilmente non dai francesi, ma dai grandi e ricchi borghesi della città, che hanno agganci col “nemico” e non vogliono perdere i loro privilegi commercial. I potenti fiamminghi vedono quei lavoratori lamentosi come una minaccia, e decidono di muoversi nell’ombra. Tramite corruzione pagano i balii francesi per eliminare il problema alla radice.
I governatori del re accettano il denaro e fanno scattare la trappola. Arrestano e sbattono nelle prigioni di Bruges i leader della protesta popolare. Tra di loro ci sono i veri e propri capipopolo di questa rivolta silenziosa, come il tessitore Piero le Roi e il macellaio Giambrida, insieme a più di trenta rappresentanti storici dei mestieri e delle arti cittadine. Problema sistemato? Manco per niente, anzi. Questa è la miccia che farà scoppiare tutto quanto.
Piero le Roi e Giambrida: I leader della rivolta popolare fiamminga
A questo punto dobbiamo assolutamente fermarci un attimo su uno dei personaggi più incredibili di questa storia: Piero le Roi. Il nome fiammingo significa letteralmente “Piero il re”. Ma naturalmente non era affatto un sovrano. Era un povero tessitore di panni, un uomo minuto, magrissimo, persino cieco da un occhio e con più di sessant’anni sulle spalle, che per l’epoca era un’età considerevole. Non sapeva una parola di francese e nemmeno di latino, le lingue dei ricchi e dei colti. Eppure, quando parlava nella sua lingua, il fiammingo, era più coraggioso, chiaro e tagliente di chiunque altro in tutta la Fiandra. Aveva un carisma magnetico. È stato proprio il potere delle sue parole a infiammare l’intero paese e a scatenare gli eventi grandiosi che accadranno poco dopo.
Quando i lavoratori della città scoprono che Piero e gli altri capi sono stati arrestati a tradimento, la rabbia esplode in un secondo. Il popolo minuto di Bruges non ci sta a subire in silenzio. Gli artigiani abbandonano le botteghe, impugnano le armi e invadono le strade della città.
La folla inferocita punta dritta verso il “borgo”. Con questo termine all’epoca si indicava la zona fortificata della città, un vero e proprio castello dentro le mura dove risiedevano le autorità: gli schiavini. Gli schiavini erano i magistrati locali, i giudici che gestivano il governo della città e che in quel momento erano alleati dei francesi e dei ricchi borghesi. I lavoratori assaltano il castello con una furia incontenibile, si scontrano duramente con le guardie e uccidono diversi grandi borghesi che tentano di fermarli. Alla fine, con la pura forza del numero e della disperazione, sfondano le porte delle prigioni e liberano Piero e tutti gli altri loro leader.
Dopo la clamorosa liberazione di Piero e degli altri capi, le cose sembrano calmarsi per un momento. Le due fazioni decidono di fermarsi e firmano una tregua. La questione viene portata direttamente a Parigi, davanti al tribunale del re di Francia, per vie legali. Questa disputa diplomatica va avanti per un intero anno, ma i poveri lavoratori non sanno che le carte sono già truccate. I ricchi borghesi delle Fiandre usano la loro arma migliore: il denaro. Corrompono i funzionari della corte reale a Parigi e, alla fine, il re emana la sentenza definitiva: il popolo minuto perde la causa su tutta la linea.
Quando la notizia del verdetto ingiusto arriva a Bruges, la città esplode di nuovo. I lavoratori non hanno intenzione di piegare la testa, così imbracciano le armi e scendono in strada. Questa volta, però, la situazione è molto più pericolosa. In città ci sono le masnade, cioè le truppe di mercenari armati fino ai denti pagate dai ricchi borghesi per schiacciare le rivolte. Capendo di non poter vincere dentro le mura di Bruges, i ribelli prendono una decisione incredibile: abbandonano la città in massa.
Si spostano a Damme, una cittadina che si trova a circa tre miglia di distanza, anch’essa occupata dai francesi. I rivoltosi devastano la terra, catturano il balio e i capitani dell’esercito e li uccidono senza esitazione. Poi assaltano le case dei ricchi borghesi del posto, saccheggiando le loro ricchezze e uccidendo chiunque provi a resistere.
Ormai i ribelli agiscono come uomini disperati, spinti da una furia cieca. Anche se è importante notare che per prima cosa si erano civilmente rivolti alle autorità giudiziarie per risolvere i loro problemi. Anzi, per ben due volte si erano appellati al re. Ma entrambe le volte era finita male per colpa della corruzione. Adesso, il popolo stanco e infuriato, prende le armi contro il nemico invasore e coloro che reputa responsabili di tutto quanto: i ricchi e potenti.
I rivoltosi si dirigono verso un’altra città, Male, dove si trova il “maniero” del conte, ovvero un grande castello fortificato che apparteneva al vecchio signore delle Fiandre. Dentro la fortezza si sono barricati il balio di Bruges e circa sessanta sergenti del re, convinti di essere al sicuro dietro quelle mura spesse. Ma la rabbia del popolo è inarrestabile. I lavoratori assaltano il castello e lo prendono con la forza. Un vero e proprio assedio. Riescono a sfondare grazie alla forza del numero e della rabbia, e una volta dentro, non mostrano alcuna pietà: rifiutano ogni riscatto in denaro e mettono a morte tutti quanti, fino all’ultimo francese.
A questo punto, i grandi borghesi di Bruges iniziano a sudare freddo. Vedendo che la forza del popolo minuto cresce di ora in ora e che la situazione sta sfuggendo a ogni controllo, tremano per le loro vite e per le loro immense ricchezze. Capiscono che da soli non possono farcela, così inviano messaggeri d’urgenza in Francia per chiedere aiuto.
L’esercito francese e i cavalieri medievali di Jacques de Châtillon
Il re di Francia non perde tempo. Spedisce subito nelle Fiandre uno dei suoi migliori signori e cavalieri: messer Jacques de Châtillon, tradotto simpaticamente in italiano come Giacomo di San Polo. Jacques de Châtillon arriva a Bruges con un intero esercito: 1500 cavalieri francesi pesantemente armati e una marea di sergenti a piedi.
Questi 1500 cavalieri erano l’elite della cavalleria medievale dell’epoca, tra le più potenti d’occidente. Signori nobili e guerrieri formidabili, ricchissimi, che poteva permettersi il meglio delle armi e delle armature. Erano protetti da pesanti usberghi di cotta di maglia d’acciaio e dalle prime piastre di ferro lucido, tra le migliori disponibili al tempo, in grado di renderli tenaci e invulnerabili in gran parte del corpo. Inoltre, quando erano in sella, erano capaci di lanciare cariche di cavalleria devastanti, che terrorizzavano solo a vederle.
Appena entrati in città, i soldati francesi occupano i punti strategici. Si prendono i palazzi del Comune, che era l’edificio simbolo del governo cittadino. Fortificano ogni singola fortezza della zona e impongono una sorveglianza spietata. Ma l’orgoglio e la disperazione dei lavoratori sono più forti dei cavalieri in armatura. Il cronista ci dice che la volontà del popolo fu quasi un segno divino, un modo per punire l’avidità dei borghesi e l’arroganza dei francesi. I cittadini si radunano, determinati ad andare fino in fondo, e stringono un patto segreto: giurano di combattere fino alla morte per fare piazza pulita dei francesi e dei traditori borghesi.
I rivoltosi in città mandano subito a chiamare tutti coloro che avevano occupato le altre città, dove si trovavano i due leader, il tessitore Piero le Roi e il macellaio Giambrida. I ribelli accolgono con gioia questa chiamata all’adunanza, esaltati dalle prime vittorie e dal sangue versato contro gli occupanti. Vogliono combattere. Tutti quanti si mettono in marcia verso Bruges a bandiere spiegate: l’intera popolazione in armi. È una vera e propria migrazione: marciano gli uomini, ma anche le donne, tutti uniti e pronti alla battaglia. Una battaglia che, però, non sarà campale, allo squillo di tromba e al battere dei tamburi. I cittadini sanno bene che non possono schierarsi contro la cavalleria francese. Quindi, agiscono come sanno far meglio, l’unica via possibile. Attendono il calar delle tenebre e ed entrano a Bruges, di notte.
Potremmo chiederci come abbiano fatto. Dopotutto l’esercito francese si era appena impossessato della città e presumibilmente doveva difenderla. Il fatto è che la città era del popolo, e coloro che erano ancora dentro non vedevano l’ora di aiutare i rivoltosi a entrare. Inoltre, la città era priva di difese per un errore clamoroso fatto dagli stessi francesi. Infatti, il re di Francia, nell’inviare l’esercito per schiacciare definitivamente la rivolta, aveva ordinato di abbattere i fossati protettivi e le porte di Bruges per evitare che la città potesse difendersi da lui. Lui si aspettava che i cittadini rimanessero dentro la città, per resistere ai francesi che stavano fuori. Invece, era accaduto il contrario, i cittadini se n’erano tutti usciti in massa. Ora, quella stessa mancanza di difese permette ai rivoluzionari di scivolare dentro la città senza trovare ostacoli. E per i francesi si prepara una notte di puro terrore.
La trappola notturna: Perché Bruges era senza difese
Appena i ribelli entrano in città, scatta il segnale. Si coordinano con i compagni rimasti dentro le mura e iniziano a urlare a squarciagola in fiammingo, una lingua che i soldati francesi non capiscono affatto e che per loro è solo un rumore confuso. Il grido che rimbomba tra le case è uno solo: “Morte ai francesi!”. In un lampo, i rivoltosi sbarrano le strade con barricate per bloccare ogni via di fuga.
E inizia così una caccia all’uomo spietata e sanguinosa, una vera e propria mattanza per le vie e le case della città, dove nessuna formazione di cavalleria può essere schierata. Ogni cittadino di Bruges si trasforma in un carnefice, ogni letto che ospitava un cavaliere diventa un patibolo. I francesi, divisi, impreparati, vengono massacrati senza pietà. La similitudine che usa il cronista è abbastanza viscerale: vennero fatti a pezzi come tonni al macello.
Non si sente spesso parlare di tonno nelle vicende medievali, ma la cosa incredibile è che esisteva eccome, era anzi comune in certi contesti e veniva conservato in maniera simile al nostro tonno in scatola. Nel Trecento, col termine “tonnina” si indicava la carne di tonno tagliata a filetti e conservata sotto sale o sott’olio dentro dei barili. Perché a Firenze, non essendoci lo sbocco sul mare, non si potevano macellare tonni freschi. Ma il pesce faceva un gran comodo, specialmente quello “a lunga conservazione” come la tonnina, perché nel medioevo la religione cristiana imponeva tantissimi giorni di digiuno nei quali era vietato consumare la carne degli animali terrestri. Ecco che il pesce diventava quindi un bene di prima necessità.
C’erano quindi svariate botteghe specializzate che vendevano questi grossi pezzi di carne scura, compatta e salata, tagliata a colpi di mannaia sul bancone per rivenderli ai clienti. Una scena vivida, che il cronista usa per rappresentare il massacro.
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I cittadini di Bruges in rivolta, infatti, di fermarsi non ne avevano alcuna intenzione. E continuarono a massacrare francesi come tonni. A questo punto si potrebbe pensare che quei cavalieri francesi fossero un po’ incompetenti a lasciarsi sterminare così. Il fatto è che loro ci provarono a resistere, a difendersi fino all’ultimo fiato.
Molti soldati francesi, infatti, riescono a svegliarsi in tempo nel sentire il gran baccano e le urla. Sentono le urla, capiscono che la città è insorta e cercano disperatamente di armarsi e correre a cavallo per riunirsi e fare fronte comune. Ma ad aspettarli c’è una brutta sorpresa. I fiamminghi hanno nascosto le selle e fatto sparire le cinghie e i morsi di metallo necessari per guidare i cavalli. Si sono, insomma, preparati in tutte le maniere per impedire a quell’esercito di contrastare efficacemente la rivolta. Tutti quanti, persino le donne. In questa imboscata le donne della città vengono descritte anche come le più agguerrite, furiose e spietate degli uomini.
Nonostante tutto, alcuni cavalieri francesi riescono ad accorgersi dell’assalto, a recuperare le armi, armature, e persino a montare a cavallo. Percorrono le strade, menando gran colpi di spada. Ma si scontrano inevitabilmente con le barricate. Intrappolati nei vicoli stretti di Bruges, diventano bersagli facilissimi: dalle finestre delle case piove una tempesta di pietre e massi lanciati dai cittadini. E vengono circondati dalla folla. I cavalieri del re, considerati tra i guerrieri più forti d’Europa, vengono abbattuti uno a uno lungo le vie, senza avere nemmeno la possibilità di combattere.
La caccia all’uomo va avanti fino all’alba e per tutto il giorno successivo, senza un attimo di sosta. È un inferno: i soldati francesi vengono abbattuti a colpi di spada, schiacciati dalle pietre. Alcuni soldati e cavalieri riescono a radunarsi e si barricano negli edifici fortificati del borgo. È lì che si forma una sacca di resistenza. Ma la furia del popolo è troppo forte e travolge ogni difesa. Gli ultimi difensori francesi, dopo una notte di combattimenti, vengono raggiunti e scannati nelle stanze, oppure scaraventati giù dalle finestre delle torri e dei palazzi più alti.
Alla fine della giornata, scende il silenzio. Tutte le strade e le piazze di Bruges sono ricoperte di cadaveri. C’è così tanta carne da macello che i cittadini impiegano più di tre giorni solo per ripulire le strade, caricando i corpi su dei carri per portarli fuori dalle mura e gettarli in grandi fosse comuni nei campi.
Insieme agli occupanti stranieri, muoiono anche i grandi borghesi, i ricchi commercianti fiamminghi che avevano tradito il loro stesso popolo per denaro. Le loro case e i loro palazzi vengono completamente saccheggiati e svuotati di ogni ricchezza.
L’unico a salvarsi per il rotto della cuffia è il comandante supremo, messer Jacques de Châtillon, gran signore e cavaliere francese al comando dell’esercito. Riesce a fuggire insieme a pochissimi uomini solo perché la sua residenza si trovava vicino a una delle vie d’uscita della città.
La cronaca di Giovanni Villani: Verità storica o mito medievale?
Ma quanto c’è di vero in questa incredibile carneficina? La risposta vi sorprenderà: quasi tutto. Questo episodio è passato alla storia con il nome di “Mattutini di Bruges” e la documentazione storica conferma la straordinaria precisione del racconto di Villani, che è riuscito a ricostruire i fatti basandosi solo sui racconti dei mercanti dell’epoca. Certo, da buon storyteller medievale, il cronista ha un po’ esagerato con i numeri: gli storici moderni parlano di circa mille soldati francesi uccisi, e non degli oltre tremila descritti nella cronaca. Una cifra che comunque, resta spaventosamente alta, che conferma la scena agghiacciante delle strade cittadine coperte di cadaveri.
Una mattanza che, però, non finisce qui, perché il bello (diciamo così) deve ancora venire. I Mattutini di Bruges sono stati solo la scintilla di un incendio ben più grande e devastante. Quella notte il popolo minuto ha fatto sanguinare i nobili francesi, e adesso la Francia vuole la sua vendetta, spietata.
Il re decise di inviare in Fiandra una imponente e devastante armata di cavalieri, convinto di schiacciare quegli insolenti una volta per tutte. Ma ad aspettarli ci saranno ancora loro: artigiani, tessitori e macellai, armati solo di ferraccio da popolani, ma che squarta bene quanto l’acciaio dei nobili…
È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.
È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.
