Fra Moriale, condottiero medievale

Fra Moriale: il Cavaliere Ospitaliere che terrorizzò l’Italia

La storia di Fra Moriale, il frate guerriero che tradì i voti per guidare la Grande Compagnia. Dalle scorrerie nelle Marche al boia in Campidoglio.

In ginocchio sulla scalinata del Campidoglio, a Roma, un uomo sta con la testa poggiata sul ceppo, nell’attesa che cali l’ascia. Indossa un giubbetto di velluto scuro ricamato d’oro e stringe un crocifisso tra le mani legate. Una folla immensa è giunta a vederlo, poiché è il condottiero più temuto d’Italia; un nobile, nonché cavaliere dell’ordine di San Giovanni. Un uomo che ha deciso di mettere da parte i voti per devastare intere regioni e accumulare una fortuna incalcolabile. Il tutto partendo da naufrago, spiaggiato sulle coste italiane dopo una terribile tempesta.

Una storia incredibile, riportata da cronisti del XIV secolo come Matteo Villani e l’anonimo romano e dal testo ottocentesco che le mette insieme1, che voglio narrarvi dal principio, ovvero da quella giornata terribile, e tempestosa, del 1345. Una galera francese, carica di tessuti preziosi, sta navigando verso l’Oriente quando viene colpita da una tempesta violentissima. I venti contrari sono così forti che la nave finisce per incagliarsi proprio alla foce del Tevere, vicino a Roma. Non appena la nave tocca terra, gli abitanti della costa si trasformano in sciacalli. Si avventano sullo scafo e rubano tutto quello che trovano, dalle merci ai mobili, lasciando i poveri marinai senza nulla. Tra questi naufraghi c’è un ragazzo che viene da Narbonne, nel sud della Francia. Si chiama Montréal, ma tutti lo conosceranno come Fra Moriale. Non è un giovane qualunque, ma un cavaliere a sproni d’oro, un titolo che all’epoca indicava un nobile che aveva ottenuto il cavalierato per meriti speciali.

Praticamente nudo e senza un soldo, fra Moriale non si perde d’animo e decide di scendere verso Napoli. Sa che lì ha delle conoscenze importanti che possono aiutarlo a rimettersi in piedi. In quel periodo a Napoli c’è una guerra interna ferocissima tra la regina Giovanna d’Angiò e suo marito Andrea, e tra le diverse fazioni dei nobili locali, come i principi di Taranto e quelli di Durazzo. Tutti sentono che la battaglia è imminente, quindi cercano disperatamente soldati e armi. In questo caos, fra Moriale riesce a fare il colpaccio ed entra nell’ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Chi era Fra Moriale: da Cavaliere Ospitaliere a Masnadiero

Fra Moriale era a tutti gli effetti un frate cavaliere dell’Ordine degli ospitalieri, che oggi conosciamo come Cavalieri di Malta. Aveva preso i voti solenni di povertà, castità e obbedienza, ma questi voti non gli impedivano affatto di impugnare la spada.

Le Crociate erano finite da un pezzo. L’ultima roccaforte cristiana in Terra Santa, San Giovanni d’Acri, era caduta nel 1291, circa cinquant’anni prima delle avventure di fra Moriale. In quel periodo, però, gli Ospitalieri non erano spariti (al contrario dei templari, finiti malissimi per via del processo). Gli ospitalieri si erano solo spostati e, diciamo, riconvertiti a un nuovo tipo di guerra. Avevano conquistato l’isola di Rodi e l’avevano trasformata nel loro quartier generale per continuare a combattere contro i turchi nel Mediterraneo, soprattutto in mare.

L’Ordine era diventato una potenza economica e politica immensa, una specie di multinazionale della guerra e della religione. Avevano proprietà, conventi e castelli ovunque in Europa, soprattutto in Italia e in Francia. Moriale sfruttò proprio questa rete. E scalò la gerarchia fino a diventare Priore, un’autorità militare che gestiva i soldati e le tasse delle terre dell’Ordine. Ferro, sangue e soldi, tutto passava dalle mani di Fra Moriale. E possiamo finalmente capire anche il motivo di quel Fra, ovvero fratello Moriale. Fratello dell’Ordine. Un soprannome che si tenne tutta la vita, anche quando si sarebbe irrimediabilmente e definitivamente allontanato dai dettami dell’ordine. Perché gli dava prestigio, e contribuiva a creare un’aura di gran personaggio, temuto e nobile: quello non era un masnadiero qualsiasi. Era Moriale, fratello dell’ordine di san Giovanni.

Il paradosso è che, nonostante i voti di povertà e obbedienza, Moriale si comportò come il più spietato dei capitalisti della guerra. Usò il prestigio del suo abito con la croce per farsi aprire le porte dai potenti, ma poi agì solo per il proprio tornaconto.

Infatti, non passa molto tempo che Fra Moriale decide di prendersi tutto quanto. Tradisce l’ordine, mette insieme una banda di seguaci e saccheggia ogni cosa. Fra Moriale diventa il padrone di sé stesso. E la banda di seguaci cresce. Dopo poco tempo Moriale si ritrova al comando di settemila ribaldi, ovvero soldati pronti a tutto e fuorilegge. Con questo esercito invade il territorio di Benevento, distruggendo e derubando ogni villaggio che incontra sul suo cammino. La sua strategia è semplice: mette a sacco le città, cioè le spoglia di ogni bene, e impone taglie, costringendo gli abitanti a pagare per non essere uccisi. Alla fine corre a Barletta per unirsi al re d’Ungheria, che è appena tornato in Italia con un nuovo esercito per conquistare il regno di Napoli. Da semplice naufrago derubato, il giovane francese è diventato uno degli uomini più temuti e potenti del sud Italia.

Si unisce ad altri capitani di ventura famosi, come il duca Guarnieri d’Urslingen, un condottiero tedesco che aveva appena fondato la prima vera “compagnia di ventura” chiamata la Grande Compagnia. Condottiero di cui ho raccontato la storia in un episodio di Leggende Affilate dedicato.

I Barbanicchi: i terribili arcieri ungari in sell

L’Italia era quindi un paese devastato da mercenari, soldati, eserciti e guerre continue. Con questa seconda ondata di spedizioni militari, arrivano anche dei guerrieri che nessuno aveva mai visto prima: gli Ungari. Cavalieri che non montavano i destrieri massicci e lenti dei cavalieri medievali classici, ma dei corsieri piccoli e velocissimi. Ogni soldato ne ha due, così può cambiarli spesso e non fermarsi mai. Sono armati con una spada lunga e un arco fortissimo, che sanno usare con una precisione spaventosa mentre galoppano. Per proteggersi non usano pesanti armature di metallo che li rallenterebbero. Pochi hanno l’elmetto, preferendo cappucci, mentre quasi tutti indossano un corpetto di cuoio durissimo, formato da svariati strati cuciti uno sopra l’altro, a formare una corazza semplice, ma solida e impenetrabile.

Questi uomini dormono all’aperto in mezzo ai loro cavalli, usando la sella come cuscino. Resistono alla fame, alla sete e a fatiche che noi non potremmo nemmeno immaginare. Per sfamarsi nei momenti più duri, si racconta che sciogliessero il succo della carne nell’acqua per formare così una bevanda energetica da assumere rapidamente, al bisogno. Questa, e molti altri dettagli, ricordano le voci che giravano sulle antiche invasioni dei popoli delle steppe di secoli prima, come narrato dagli storici romani che, naturalmente, parlavano male degli unni, e li consideravano alla stregua di belve feroci. Personaggi che si trovano anche nei miei romanzi di Spada e Malora, che sono ambientati proprio nella metà del Trecento, in Italia. E questi ungari, per dare una nota di colore, venivano chiamati anche “barbanicchi”, perché si pensa che molti di loro portassero un’importante barba, vistosa. Nel mio ultimo romanzo, “Il Flagello degli Eretici” i barbanicchi giocano un ruolo importante nella trama, perché compiono scorrerie devastanti in sella ai loro destrieri veloci, a tirare con l’arco dalla sella, per ammazzare e depredare.

Masnadieri spietati ma comunque efficienti. Così efficienti che Fra Moriale pensò bene di sfruttare e assoldare, diventando lui stesso il capo della Grande Compagnia.

La Grande Compagnia: l’esercito che mise in ginocchio l’Italia

Perché quando il duca Guarnieri, originario fondatore della Grande Compagnia, decise di tornarsene in Germania nel 1351, lasciò dietro di sé un’Italia piena di soldati mercenari rimasti senza un datore di lavoro. Questi uomini erano professionisti della guerra che non sapevano fare altro: senza un capo, erano schegge impazzite.

Fra Moriale, che era un uomo dotatissimo per gli affari e la strategia, capì che c’era un’opportunità d’oro. Raccolse i soldati rimasti e li riorganizzò dando seguito a quella Grande Compagnia, prendendo il comando di tutti i masnadieri rimasti, tra cui anche degli ungari, trasformandoli in una macchina da soldi inarrestabile.

Il Sistema Moriale: come gestire una multinazionale del saccheggio

Anche perché facevano soldi non soltanto combattendo, ma anche con la loro semplice “presenza”. Si spostavano per l’Italia chiedendo il “pizzo” a intere città: o pagavi cifre astronomiche, o Moriale e i suoi avrebbero raso al suolo tutto. Spesso era la paura e la minaccia a permettere loro di intascare soldi: si presentavano davanti alle porte di una città in settemila e chiedevano borse di fiorini d’oro: se soddisfatti se ne andavano, altrimenti avrebbero devastato tutto. Molti signori italiani, che erano strapieni di soldi, pagavano e facevano prima così. Senza sapere però che questo “pizzo” alimentava compagnie di ventura che crescevano in abbondanza, richiamando mercenari da ogni angolo dell’Occidente e pure oltre. Perché la voce che gli italiani “pagavano bene” girava eccome.

Fra Moriale, fedele alla sua natura di mercenario, lavorava anche per coloro che lo assoldavano. Come ad esempio lo stesso Papa, nelle varie lotte contro gli eretici ghibellini. Ma durò poco. Appena qualcuno gli offriva più soldi e, soprattutto, più libertà di saccheggiare, Moriale cambiava subito bandiera. Finché nemmeno i soldi dei signori basavano più. Moriale aveva in mente un piano molto più grande: voleva diventare il padrone assoluto d’Italia, mettendo a ferro e fuoco intere regioni per farsi pagare il pizzo.

Così, iniziò a mandare lettere in tutta la Toscana, le Marche e la Lombardia. Il messaggio era semplice: “Chiunque voglia combattere, venga da me: offro vitto, alloggio e stipendi d’oro”. In pochissimo tempo mise insieme un esercito mostruoso per l’epoca: 1500 barbute e ben 2000 masnadieri, ovvero soldati a piedi spietati e pronti a tutto, oltre ad altre svariate migliaia di seguaci, di cui non è possibile stimare le forze. E con questi numeri, si diede da fare.

Moriale trasformò le Marche in un cimitero. Non si fermò un secondo e lasciò dietro di sé tracce orrende. Città come Mondolfo e San Vito furono rase al suolo. A Filottrano uccise 700 persone e si stabilì lì con tutta la sua compagnia per un mese, vivendo sulle spalle dei sopravvissuti. Poi si spostò verso il mare: espugnò Numana, attaccò Ancona e tornò verso l’interno catturando Castelfidardo. Alla fine di quella folle corsa, il signore di quei luoghi, il Malatesta, si ritrovò con quarantaquattro castelli distrutti o occupati. Fra Moriale stava distruggendo un intero sistema per dimostrare che nessuno poteva fermarlo. L’ospitaliere cavaliere crociato, che aveva preso i voti di obbedienza, castità e povertà, fu conosciuto in tutta Italia come il masnadiero più spietato, ricco e sicuramente poco casto del secolo.

La fama delle imprese di fra Moriale si sparse così velocemente che da ogni angolo d’Italia iniziarono ad arrivare soldati, avventurieri e vagabondi. Erano come lupi affamati che sentivano l’odore della preda: c’era chi scappava dal proprio esercito e chi si faceva licenziare apposta solo per correre da lui con un cavallo e una spada, sapendo che avrebbe ricevuto subito paga e ingaggio.

In pochissimo tempo, quella che era una banda divenne un esercito colossale: settemila cavalieri pagati profumatamente, quattromila fanti italiani e una marea umana di ventimila persone tra donne e seguaci di ogni tipo. Gestire una folla così enorme e variegata, composta da gente che non parlava la stessa lingua e non si conosceva, sembrava impossibile. Eppure, fra Moriale ci riuscì grazie a una capacità organizzativa che definiremmo moderna.

Trasformò l’accampamento in una vera e propria città stato organizzata come un’azienda. C’erano i tesorieri (i “camarlinghi”) e i segretari che tenevano i conti precisi di ogni soldato; c’erano uffici addetti a raccogliere il bottino, valutarlo e rivenderlo. C’erano perfino notai per firmare contratti ufficiali e consiglieri per discutere le strategie più importanti. Tutto era così efficiente che i mercanti andavano al campo di Moriale in totale sicurezza per comprare all’ingrosso la refurtiva e rivenderla altrove, mentre i fornitori di cibo facevano a gara per rifornire i soldati, sicuri di essere pagati.

Anche le donne avevano un ruolo preciso: dovevano occuparsi del bucato di tutta la truppa e preparare il pane, usando macine in pietra portatili per fare la farina ovunque si trovassero.

Perfino il saccheggio, che di solito era un momento di caos totale, seguiva regole ferree. Nessuno poteva rubare per conto proprio: tutto ciò che veniva razziato finiva in un unico grande mucchio. Ogni tot giorni, il bottino veniva diviso secondo quote fisse e certe, così che nessuno si sentisse imbrogliato. I prigionieri venivano venduti come schiavi o costretti a pagare un riscatto (“taglia”).

A capo di tutto c’era fra Moriale. Aveva creato una gerarchia precisa dove ogni squadra aveva un capo che rispondeva direttamente a lui. Lui comandava con pugno di ferro: a volte decideva da solo, altre consultava il suo consiglio, ma la giustizia era sempre rapida e sommaria. Chi sgarrava, pagava caro.

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La guerra nelle Marche costrinse il Malatesta alla sconfitta e umiliazione totale: pagare quarantamila fiorini d’oro a Fra Moriale per essere lasciato in pace. E come garanzia che il debito venisse pagato, il Malatesta dovette persino consegnargli suo figlio come ostaggio. 

Subito dopo questa vittoria schiacciante degna di un Cesare, Moriale si spostò verso la Toscana. Le città di quella regione avevano provato a fare squadra contro di lui, ma la sua sola vicinanza bastava a seminare il panico.

Prendiamo Siena: i cittadini erano così disperati che avevano pensato di avvelenare i rifornimenti di cibo destinati alla compagnia. Alla fine, però, prevalse la paura: preferirono pagare tredicimila fiorini e offrire mance segrete ai capi mercenari pur di non essere saccheggiati. Ad Arezzo andò anche peggio. Oltre a pretendere una quantità enorme di vestiti, cibo e scarpe per i suoi uomini, Moriale ordinò di far calpestare e mangiare dai cavalli il grano ancora verde nei campi, distruggendo il futuro raccolto per puro sfregio.

Anche le grandi potenze come Pisa e Firenze capitolarono. Nonostante fossero ricche e forti, capirono che combattere sarebbe costato troppo. A loro conveniva pagare, per liberarsi subito della minaccia. Così comprarono due anni di tregua sborsando venticinquemila fiorini e regali preziosi. Era un circolo vizioso: i soldi che le città pagavano per la pace servivano a Moriale per ingrandire l’esercito e chiedere, l’anno dopo, ancora più soldi. Un meccanismo geniale e spietato.

Finita questa spedizione trionfale, Moriale si fermò a Città di Castello. Lì fece due cose: divise il bottino tra i suoi soldati, come un amministratore delegato che distribuisce i dividendi, e firmò un nuovo contratto di quattro mesi per andare a combattere in Lombardia contro Milano. Poi, prese una decisione che avrebbe cambiato tutto.

Affidò il comando della Grande Compagnia al suo vice, il conte Lando (altro grande personaggio e masnadiero che meriterebbe episodio a parte), e con una scorta di 500 cavalieri partì verso Roma. Cosa avesse in mente non lo sappiamo con certezza. Qualcuno diceva che volesse organizzare un colpo di stato nel Sud Italia; altri, forse troppo ingenui, pensavano che volesse sistemare i suoi fratelli, Arribaldo e Britone, e poi ritirarsi a vita privata per dedicarsi alla religione. Alcuni dicono che fosse ancora un frate dell’ordine dei Cavalieri di San Giovanni, in virtù del fatto che tutti lo chiamavano ancora Fra Moriale, fratello Moriale. Ma io dubito che l’ordine, dopo tutto quello che aveva combinato, gli avrebbe anche solo aperto la porta.

Ma il destino aveva piani diversi. Nessuno avrebbe mai immaginato che l’uomo che aveva fatto tremare il Papa e i grandi signori, colui che aveva ricevuto tributi da mezza Italia, stesse camminando dritto verso una fine umiliante e terribile.

Tradimento e Sangue a Roma: lo scontro con Cola di Rienzo

Arriviamo al 1354 e la scena si sposta a Roma, una città devastata da guerre interne e fazioni in lotta. Al potere era da poco tornato Cola di Rienzo, un personaggio incredibile, nato dal popolo e arrivato a comandare la Città Eterna con la sola forza della favella, della sua dialettica; un sognatore che voleva riportare Roma agli antichi fasti dell’Impero e riunire l’Italia. Uomo fuori dal tempo, e si dice, anche, fuori di testa: megalomane e ossessionato.

Cola di Rienzo, sapendo del potere di Fra Moriale, incontrò i due fratelli di sangue di fra Moriale, Arribaldo e Britone, che si erano uniti a lui come ruolo di capitani, oltre che guardiani dell’immenso tesoro accumulato dal condottiero. Cola di Rienzo a una bella cena, col vino che scorre a fiumi e la sua parlantina magnetica, inizia a incantare i due fratelli. Parla della gloria della Roma antica, promette grandezze e imprese eroiche, di tornare ai fasti di un impero di cui loro sarebbero stati i capi.

Arribaldo ne rimane completamente stregato. Senza pensarci due volte, presta a Cola tremila fiorini e ne garantisce altri quattromila attraverso i mercanti. Suo fratello Britone, più concreto e sospettoso, cerca di fermarlo in tutti i modi, ma non c’è niente da fare.

A cose fatte, Fra Moriale, informato di tutto, scrive al fratello Arribaldo una lettera da fratello incazzato: “Guarda che tra le chiacchiere e i fatti c’è un abisso. Non buttare i nostri soldi in progetti campati in aria e non litigare con Britone per queste sciocchezze”. Poi, aggiunge un postilla: “Se vedi che la cosa si fa seria o se vi cacciate nei guai, avvisami: vengo io a Roma con duemila o tremila cavalieri e mettiamo a posto le cose a modo nostro”.

Fra Moriale, aveva già intuito che quella faccenda non avrebbe portato nulla di buono.

E infatti, grazie ai soldi di Arribaldo, Cola di Rienzo riesce a comprare armi, arruola soldati ed entra trionfalmente a Roma tra le urla di gioia della folla. Cola inizia subito a colpire duro la nobiltà romana, specialmente la potente famiglia dei Colonna, finanziato proprio da Fra Moriale e, infine, spalleggiato dai suoi soldati. Perché i suoi fratelli entrano a Roma con parte dei soldati della Grande Compagnia, per seguire Cola Di Rienzo nel suo sogno di ricreare l’Impero Romano. E Fra Moriale, preoccupato, li raggiunge.

Appena messo piede a Roma, fra Moriale si rese conto che la situazione era peggiore di quanto immaginasse. I suoi fratelli, ormai completamente soggiogati dal carisma di Cola di Rienzo, avevano prestato al tribuno altri mille fiorini presi direttamente dal forziere di famiglia. Moriale perse le staffe: non era solo una questione di soldi, ma di vedere il patrimonio accumulato con il sangue sprecato per i sogni di un visionario.

Affrontò Arribaldo con una rabbia cieca, urlandogli in faccia quanto fosse assurdo e sciocco dare ascolto alle follie di Cola. Nel bel mezzo della lite, Moriale si lasciò sfuggire parole pesantissime: minacciò di distruggere Cola, di abbattere la sua neonata repubblica e di passare dalla parte dei nobili romani, i suoi nemici giurati, pur di fargliela pagare.

Il destino volle che una serva di casa ascoltasse tutto. Questa donna era stata picchiata brutalmente dal condottiero poco tempo prima e non aspettava altro che l’occasione per vendicarsi. Corse subito da Cola di Rienzo e gli raccontò ogni cosa, probabilmente gonfiando i fatti per renderli ancora più gravi. Cola, che era diventato paranoico e spietato, non perse tempo: invitò Moriale e i suoi fratelli in Campidoglio, il cuore del potere romano, con una scusa. Appena arrivati, li fece arrestare e gettare in catene: Moriale come traditore e i fratelli come suoi complici.

Fra Moriale capì subito che la serva lo aveva tradito, ma non si perse d’animo. Conosceva bene il punto debole di Cola: la costante mancanza di soldi. Mandò a dire al tribuno che, se lo avesse liberato, gli avrebbe dato tutti gli uomini e l’oro di cui aveva bisogno. Era convinto di poter comprare la sua libertà, come aveva sempre fatto.

Cercò di tranquillizzare Arribaldo e Britone, che erano terrorizzati, ripetendo loro che tutto si sarebbe risolto con un accordo economico. Poi, incredibilmente, si addormentò. Non sappiamo se per la troppa stanchezza o per un coraggio fuori dal comune, ma Moriale riuscì a chiudere gli occhi proprio nel cuore del pericolo. Ma il risveglio fu un incubo: nel cuore della notte, fu scosso brutalmente dal sonno e trascinato dai carnefici verso la sala della tortura.

Quando fra Moriale vide la corda e gli strumenti di tortura, la sua dignità di nobile ebbe un sussulto. Nonostante fosse in trappola, urlò ai carcerieri che erano dei rozzi villani: “Non sapete che sono un cavaliere?”. Mentre lo sollevavano da terra per la tortura, invece di implorare, iniziò a vantarsi delle sue imprese: ricordò a tutti di essere stato il capo della Grande Compagnia, di aver messo in ginocchio la Toscana e di aver spogliato intere città delle loro mura e ricchezze.

Tornato in cella con i fratelli, però, l’armatura di ferro del suo carattere iniziò a cedere davanti all’idea della morte. Chiese un frate e passò tutta la notte a pregare e confessarsi con un’umiltà incredibile per uno come lui. Sentendo Arribaldo e Britone piangere disperati in un angolo, cercò di far loro coraggio: “Fratelli miei, non piangete. Voi siete giovani e non conoscete ancora quanto la fortuna possa essere capricciosa. Voi resterete vivi, io no”. Nonostante fosse finito in quel buco per colpa dell’ingenuità di Arribaldo, non gli portò rancore: “Muoio nel posto dove morirono i santi Pietro e Paolo, e questo mi dà pace. Sono stato un uomo, e come uomo sono stato tradito”.

La morte del Condottiero: l’ultima notte di Fra Moriale

All’alba del 20 agosto, Moriale volle ascoltare la messa a piedi nudi, come un penitente. Poi fu condotto sulla scalinata del Campidoglio. Immaginate la scena: una folla immensa in silenzio, e al centro lui, l’uomo che il giorno prima era più potente di un re. Indossava un giubbetto di velluto scuro ricamato in oro e un cappuccio nero, con un crocifisso tra le mani legate.

Davanti al boia, Moriale gridò al popolo: “Romani, perché mi uccidete? Non vi ho mai fatto del male! È solo perché io sono ricco e voi siete poveri”. Ebbe un momento di puro terrore quando sentì leggere nella sentenza la parola “forca” (l’impiccagione era considerata una morte infamante per i nobili), ma si calmò subito appena capì che sarebbe stato decapitato, una fine più onorevole per un soldato.

Mentre camminava verso il ceppo, continuava a baciare il crocifisso e a gridare la sua innocenza. Arrivato nel punto dell’esecuzione, si inginocchiò, ma si rialzò subito dicendo: “Non sto bene messo così”. Si girò verso oriente, pregò, baciò il legno del patibolo e disse: “Dio ti salvi, santa giustizia!”. Si tolse il cappuccio e, proprio mentre la scure stava per scendere, mormorò un’ultima volta: “Non sono posizionato bene”. Un colpo secco e la testa cadde, lasciando solo pochi peli della barba sul legno.

I frati lo seppellirono umilmente nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Così morì fra Moriale, lontano dai suoi soldati che in quel momento marciavano verso il Nord ignari di tutto. Se lo avessero saputo, avrebbero raso al suolo Roma per vendicarlo. Per i suoi contemporanei era così grande che qualcuno, esagerando, arrivò a paragonarlo addirittura a Giulio Cesare, visto anche come fu tradito in quel contesto di una Roma travolta dal conflitto, dalle insidie politiche e dalla malvagità.

Una storia incredibile questa, di un cavaliere che naufragò in Italia, divenne ospitaliere e, infine, uno tra i masnadieri più potenti e letali della storia medievale. Fra Moriale è solo uno dei meravigliosi personaggi che ho narrato finora, come il Duca Guarnieri, che ho menzionato in questa storia. Se vuoi saperne di più, ascolta gli episodi della playlist Leggende Affilate, uno dopo l’altro, per immergerti nelle cronache autentiche e appassionanti del nostro passato. E, mi raccomando, iscriviti adesso. Alla prossima.

È ora di smettere di obbedire al caos. È ora di tornare all’integrità guerriera di chi sapeva come sopravvivere davvero.

È ora di conquistare la libertà del Masnadiero.

  1. Storia delle compagnie di ventura in Italia, by Ricotti Ercole, 1816-1883 ↩︎
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