Il Massacro delle Mannaie, Faenza 1488

Massacro delle Mannaie: La Mattanza di Faenza del 1488

Tradimento, sangue e mannaie. Scopri la vera storia dell’omicidio di Galeotto Manfredi e la brutale rivolta dei montanari a Faenza del 1488. Il Massacro delle Mannaie.

La mannaia è una lama di ferro semplice e brutale, fatta per smembrare la carne. Uno strumento comune quanto efficace, ed è per questo che dal Medioevo in poi la si vedeva spesso brandita da sanguinari con cattive intenzioni, che non la usavano certo per preparare l’arrosto.

Come accadde in Italia, durante un banchetto di lusso nel 1488. Mentre i nobili signori sono seduti a tavola, il suono di una campana scatena l’inferno: centinaia di montanari inferociti invadono le piazze della città, armati di mannaie da macellaio. In pochi minuti, le porte del palazzo saltano sotto i colpi delle lame spesse e affilate, e i nobili si ritrovano a scappare per i vicoli, in fuga da un macello senza precedenti. Un macello che non è scoppiato per caso: tutto è iniziato pochi giorni prima, nel buio di una camera da letto, con il tradimento più crudele che una moglie possa compiere contro suo marito.

Oggi vi racconto del Massacro delle Mannaie: una cronaca italiana davvero incredibile, piena di scontri armati, tradimenti, passione e complotti, che sembra uscita da una serie televisiva. Ma è successa davvero nel 1488, narrata dalla penna di un cronista del XV secolo, Andrea Bernardi1.

Perciò, andiamo con ordine e partiamo dall’inizio.

Galeotto Manfredi e Francesca Bentivoglio: Un Matrimonio di Sangue

Il protagonista è Galeotto Manfredi, il signore di Faenza. Faenza all’epoca era una città-stato indipendente, e i Manfredi erano la famiglia che la governava. Galeotto era sposato con Francesca Bentivoglio, figlia di Giovanni Bentivoglio, l’uomo più potente di Bologna. Questo matrimonio era un’alleanza politica fondamentale, orchestrata addirittura da Lorenzo de’ Medici, il Magnifico. I due avevano anche un figlio, Astorre. Ma dietro la facciata del matrimonio perfetto, il clima in famiglia era pesantissimo. Galeotto e Francesca litigavano continuamente e il motivo era un segreto che Galeotto si portava dietro dal passato.

Quando era più giovane, Galeotto si era innamorato perdutamente di una ragazza, Cassandra, soprannominata la Pavona. Lei era la figlia di un importante speziale, cioè un antico farmacista che preparava medicine e spezie. Tra i due era scoppiata una passione travolgente, tanto che Galeotto le aveva promesso solennemente di sposarla in segreto.

Il problema è che, una volta divenuto signore di Faenza e ottenuto il potere, Galeotto si rimangia la parola con Cassandra e sposa la nobile Francesca per convenienza politica. Il padre di Cassandra, furioso per il disonore subito dalla figlia, inizia a gridare ai quattro venti che Galeotto era già impegnato. La voce corre velocissima e arriva ovunque, persino a Forlì.

Quando la notizia arriva alle orecchie di Giovanni Bentivoglio, il suocero di Galeotto, scoppia il caos. Giovanni si sente umiliato e truffato. All’epoca il matrimonio era un sacramento indissolubile: se Galeotto aveva davvero promesso di sposare Cassandra, il suo matrimonio con Francesca poteva essere persino considerato nullo o illegale davanti a Dio. 

Per risolvere il pasticcio della promessa fatta a Cassandra, interviene Lorenzo il Magnifico. Il signore di Firenze decide di ignorare l’evidenza, nega tutto dicendo che la relazione con Cassandra non era mai esistita e convince tutti ad andare avanti con il matrimonio ufficiale tra Galeotto e Francesca. Tutto apparentemente risolto, quindi. Ma non per Galeotto.

Galeotto non ne vuole sapere di rinunciare al suo primo amore. Nel 1487 sistema Cassandra in un monastero di Faenza, un luogo religioso che usa come copertura per farla venire a palazzo ogni volta che vuole. Galeotto fu quel Galeotto…

La relazione va avanti, quindi. E pure parecchio. Da lei ha persino dei figli e la cosa incredibile che si narra nella cronaca è che questi bambini vivono a corte insieme ad Astorre, il figlio legittimo avuto dalla moglie, tra bugie e mezze verità. Una situazione molto complicata, insomma. Possiamo immaginare la rete di inganni e coperture per permettere una cosa simile alla luce del sole. 

Galeotto commette un errore fatale. Crede di avere il controllo perché fa quello che vuole, ma in realtà si sta soltanto lasciando trascinare dalle pulsioni. Un vero condottiero non può permetterlo. Un vero condottiero deve essere l’incarnazione della disciplina. E infatti finirà malissimo.

Sta di fatto che la moglie ufficiale di Galeotto, Francesca, non se la beve. È un insulto continuo per lei, che si vede rimpiazzata sotto il suo stesso tetto.

In questo caos spunta un personaggio ambiguo: un frate di nome Silvestro. Galeotto e Silvestro sono inseparabili, “due corpi e un’unica anima”. Il frate è un esperto di astrologia, una disciplina che all’epoca era considerata una vera scienza per prevedere il futuro e prendere decisioni politiche. Galeotto pende dalle sue labbra e chiunque voglia un favore dal signore deve prima passare dal frate. Insomma, possiamo definirlo come una sorta di mago di corte, tanto per intendersi. Anche se l’astrologia era tenuta in altissima considerazione, una scienza vera e propria.

Le tensioni arrivano a esplodere quando si racconta che frate Silvestro, per compiacere Galeotto, abbia addirittura picchiato Francesca. E dopo questo fattaccio, umiliata e maltrattata, la donna scappa e torna a Bologna da suo padre. Un disastro questa famiglia.

Ancora una volta, il diplomatico Lorenzo il Magnifico ricuce lo strappo. Convince Francesca a tornare a Faenza ad agosto del 1487, ma mette una condizione precisa: il frate Silvestro deve essere cacciato per sempre. Sembra tornata la pace, ma è solo un’illusione. L’odio tra marito e moglie è diventato così profondo che i due non possono più nemmeno vedersi. E cominciano a pensare orride cose l’uno dell’altra.

Il Tradimento della Camera da Letto: L’Omicidio di Galeotto

Francesca decide che l’unico modo per uscire da quell’inferno è eliminare Galeotto. Organizza un complotto spietato con tre complici fidati, di cui abbiamo anche i nomi, come un vero caso true crime di fine medioevo: Mengaccio, Agnolo e Mallo Ràgnoli. Il piano è diabolico: Francesca finge di essere gravemente malata e si mette a letto in una camera isolata. È la trappola perfetta. Mentre Galeotto pensa di andare a trovare la moglie sofferente, lei e i suoi sicari sono pronti a colpire.

Il piano scatta giovedì 29 maggio. I tre sicari, Mengaccio, Agnolo e Mallo, si nascondono nella stanzetta accanto alla camera dove Francesca finge di stare male. Restano lì dentro, al buio e in silenzio, per due giorni interi. Fanno i turni di guardia, senza mai lasciare la postazione, aspettando che la vittima cada nel sacco.

Il momento fatale arriva sabato 31 maggio, verso le sei del pomeriggio. 

E voglio un attimo soffermarmi sul fatto che Galeotto abbia atteso due giorni prima di andare a trovare la moglie malata. Meraviglioso. I sicari, invece, hanno un protocollo rigido, che seguono in maniera impeccabile. Addirittura restano nascosti per due giorni interi. La loro disciplina è inattaccabile.

Galeotto, ignaro di tutto, entra nella stanza per vedere come sta la moglie. Non appena mette piede in camera, i sicari gli balzano addosso. Qualcuno gli lancia un panno intorno al collo per strozzare le grida, mentre gli altri chiudono la porta a chiave per non far entrare nessuno. Lo sbattono a terra con violenza e infieriscono su di lui (probabilmente con dei coltelli) finché Galeotto non smette di respirare. Il signore di Faenza muore nella sua stessa camera da letto, tradito dalla moglie.

Appena compiuto l’omicidio, scatta la seconda parte del piano: bisogna prendere il controllo della città prima che scoppi una rivolta. Mengaccio corre fuori dal palazzo e scappa verso Bologna per avvertire il suocero di Galeotto, padre di Francesca, Giovanni Bentivoglio. Poi viene inviato un messaggio al castellano, ovvero il comandante della rocca, la fortezza militare che dominava Faenza. Il messaggio è brutale: “Abbiamo ucciso Galeotto, venite a prendere Madonna Francesca e il piccolo Astorre”.

Il castellano manda subito i suoi uomini a palazzo. Uno di loro, Stefano, prende il bambino, il piccolo Astorre, e lo nasconde sotto il suo mantello per proteggerlo o forse per non farsi notare troppo, portandolo di corsa dentro la fortezza. Subito dopo, anche Francesca esce dal palazzo e corre a rifugiarsi nella rocca, scortata da un gruppo di uomini armati e fedeli a lei. Tale “colpo di stato” non sarebbe potuto avvenire senza il supporto dei soldati.

Mentre il corpo di Galeotto giace ancora solo e senza vita sul pavimento della camera, gli altri congiurati, Agnolo e Mallo, corrono dai loro alleati in città. Si precipitano nella piazza principale e iniziano a urlare a squarciagola: “Astorre! Astorre!”. È il segnale della vittoria. Gridano il nome del figlio piccolo per far capire al popolo che la vecchia signoria è finita e che ora il potere è nelle mani del bambino e, soprattutto, della madre e dei suoi alleati bolognesi.

Dopo le grida in piazza, i principali nobili e funzionari della città escono allo scoperto. Tutti questi uomini corrono in piazza schierandosi dalla parte del piccolo Astorre. Per tutto quel sabato, la città di Faenza resta sotto il loro controllo, in un silenzio teso e surreale.

La mattina dopo, domenica primo giugno, all’alba, arriva a Faenza Messer Giovanni Bentivoglio in persona, il potente signore di Bologna e padre di Francesca. Entra subito nella rocca per riabbracciare la figlia e il nipote. Poco dopo, i nobili che avevano occupato la piazza lo scortano con grandi onori fino al palazzo del governo, facendolo alloggiare nella prestigiosa “camera delle palme”.

Giovanni Bentivoglio non perde tempo e vuole dare una parvenza di legalità a tutto quello che è successo. Convoca immediatamente il consiglio cittadino e conferma gli “Anziani”, ovvero i magistrati che amministravano la città. È una mossa politica astuta: serve a far capire al popolo che, nonostante l’omicidio, le istituzioni sono vive e il potere è passato ufficialmente nelle mani del piccolo Astorre. Insomma, parrebbe che il colpo di stato sia filato via liscio come l’olio.

Faenza sembra calma, ma è la classica quiete prima della tempesta. Qualche giorno dopo, mercoledì 4 giugno, Giovanni Bentivoglio decide di organizzare un pranzo di gala in onore di un condottiero al soldo del Ducato di Milano, giunto lì con la sua armata, accampato fuori città per supportare questo cambio di potere. Perché l’Italia dell’epoca era dilaniata da guerre e intrighi alimentati da alleanze, complotti e continui cambi di bandiera come questo. Avere dalla propria potenti alleati con i loro eserciti era fondamentale. 

Tale condottiero era Giovan Pietro Carminati di Brembilla, detto il Bergamino. Condottiero di valore e, come detto, alleato necessario per far funzionare il colpo di stato fino in fondo.

Ma, come avrete già intuito fin dall’inizio, l’epilogo tragico deve ancora avvenire. Infatti, l’arrivo del condottiero milanese, il Bergamino, non servì proprio a niente. Perché la situazione si trasformò in un vero e proprio macello.

Abbiamo detto che ora il potere è nelle mani di Francesca Bentivoglio e di suo padre Giovanni, il signore di Bologna. Ma i cittadini, in verità, non si fidano di loro. Il malumore cresce perché in città c’è un via vai di gente nuova e soldati, come quelli del condottiero milanese. E dovete capire che quando ci sono eserciti accampati fuori città, sebbene alleati, la situazione è sempre tesa. Perché i masnadieri non stanno mai buoni al loro posto, e accadono malintesi, e scaramucce. E in quel caso essendo tanti finiscono inevitabilmente per devastare i campi di grano intorno alla città, rovinando il raccolto con la loro semplice e numerosa presenza, tra uomini, cavalli, bestie, carri.

La Rivolta della Val di Lamone: Il Massacro delle Mannaie

In questo clima di sospetto totale, entrano in gioco gli abitanti della Val di Lamone. Sono uomini di montagna, tosti e pratici, che fanno un ragionamento molto semplice: non vogliono essere governati da una donna che ha appena fatto sgozzare il proprio sposo.

Quindi, questi arditi montanari decidono che è il momento di cambiare tutto. Vogliono un nuovo signore, e per riuscire nell’impresa chiedono aiuto all’unico uomo capace di cambiare le sorti d’Italia: di nuovo lui, Lorenzo il Magnifico. Il quale è stato il protagonista indiscusso del Rinascimento italiano non solo per il contributo artistico, ma anche e soprattutto politico. Lui era il burattinaio che si nascondeva dietro il caos d’Italia, e cercava sempre un modo per tirare quello e l’altro filo per ristabilire equilibri. In questo caso specifico, ricordate che aveva fatto sposare signore di Faenza e figlia del signore di Bologna? Un matrimonio di comodo per tutti, anche per lui, per il signore di Firenze. Ma adesso che Francesca aveva scannato il marito e suo padre era entrato a Faenza, l’ago della bilancia pendeva tutta verso Bologna. E non andava affatto bene, bisognava riequilibrare le cose per il bene di tutti. Capite quanto fosse sofisticata, e incasinata la nostra storia? Poi ci chiediamo come mai stiamo sempre a litigare internamente e facciamo fatica a essere uno stato unito e coeso.

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Insomma, il signore di Firenze capisce subito che quella dei montanari incazzati è l’occasione perfetta per cacciare i bolognesi da Faenza senza sporcarsi le mani ufficialmente. Invia in segreto il suo condottiero di fiducia con un compito preciso: coordinare la rivolta dei montanari. Bellissimo.

Sotto la guida dell’infiltrato fiorentino, il piano dei ribelli si trasforma da rivolta grezza e brutale a raffinata tattica militare. L’obiettivo? Uccidere il condottiero milanese, il Bergamino, l’alleato dei bolognesi. Tolto di mezzo lui, l’intero colpo di stato avrebbe perso la base solida su cui si reggeva e sarebbe crollato da solo.

Per riuscirci, i capi della valle vanno a parlare con il castellano, l’uomo che comanda la fortezza di Faenza. Prima infatti di dare inizio a un assedio che avrebbe lasciato sulla strada un sacco di cadaveri, gli chiedono da che parte vuole stare: con i traditori venuti da fuori o con la sua città? Il castellano non ci pensa due volte, accetta di tradire i Bentivoglio e dà il via libera al contro-colpo di stato. La trappola è pronta, e le famose mannaie della Val di Lamone sono già state affilate. I montanari si armarono proprio con quelle armi semplici quanto brutali, disponibili in quantità, belle larghe e in grado di martellare gran colpi contro i soldati, anche quelli meglio protetti.

La scena madre di tutta questa vicenda avviene proprio nel momento più teatrale. Mercoledì 4 giugno, mentre Giovanni Bentivoglio e il conte Bergamino sono a tavola a godersi i dolci di fine pasto, il castellano si affaccia dalle mura della fortezza e inizia a gridare: “Muoiano tutti i traditori!” È il segnale che i ribelli della Val di Lamone, in agguato là fuori, stavano aspettando.

In un attimo, la piazza della città si riempie di un’ondata di uomini armati in maniera grezza e terrificante. L’atmosfera “dolce” e tranquilla dei giorni precedenti sparisce: suona la campana a martello per chiamare il popolo a raccolta e tutte le vie di fuga vengono sbarrate. I montanari salgono lo scalone del palazzo con le mannaie in mano e iniziano a prendere a colpi la porta della sala dove si sta tenendo il banchetto.

Il Bergamino: Il Condottiero Tradito dal Coraggio

Il condottiero milanese, il Bergamino, a questo punto decide di comportarsi come il protagonista di un film, cosa che ammiro e mi fa piacere perché rende questo episodio di Leggende Affilate ancora più spettacolare. 

Immaginate il palazzo addobbato per il banchetto, squassato dalle grida di terrore e gli schianti delle mannaie contro le porte. Persone che urlano e fuggono, soldati che impugnano le spade e si guardano intorno, percependo che è in corso un assalto senza capire bene di quale entità. E lui, il Bergamino, che posa il cosciotto arrosto, sfodera la spada e si dirige a grandi passi verso la porta del salone, che era stata chiusa e in quel momento veniva percossa dai colpi dei rivoltosi, i montanari, che menavano gran colpi per entrare.

Lui raggiunge la porta, e la spalanca. Per affrontare la folla. Un singolo condottiero armato di spada contro una folla che impugna mannaie sgocciolanti sangue. Imprudenza? Follia? Troppo vino al banchetto? Non lo so. Per me è semplicemente epico.

Il Bergamino, non si sa come, riesce a sopravvivere, forse menando qualche spada a distanza, forse con le parole. Il cronista dice che era pure incazzato, perché si sentiva tradito come Gesù dopo il bacio di Giuda, perché era stato invitato a un pranzo di pace e ora si ritrova in una trappola mortale. 

Va a finire che riescono a trattare. Lì, sulla soglia del salone, gli giurano che, se li seguirà, lo porteranno in salvo in una chiesa o in una casa privata finché la rabbia della folla non si sarà calmata. Il Conte si fida. Accetta d’essere preso in custodia da questi qua. È un errore fatale. Mentre lo scortano in piazza, viene colpito con uno “spuntone”, una sorta di lancia corta e pesante, con una ferocia inaudita. Il Bergamino cade a terra e muore sul colpo, in mezzo alla strada.

Il Bergamino è l’esempio di un guerriero straordinario che però viene tradito dalla sua stessa foga. Ha il coraggio, ha la spada, ma in quel momento gli manca la freddezza tattica. La baldanza prende il sopravvento. E lo divora.

Mentre il condottiero milanese viene massacrato, Giovanni Bentivoglio cerca disperatamente di raggiungere la rocca per barricarsi dentro.La strada però è un inferno, pieno di rivoltosi, tra montanari con mannaie e cittadini di Faenza usciti a sterminare gli invasori di Bologna.

A un certo punto arriva pure un prete, a cavallo, che urla come un ossesso di uccidere tutti i “traditori” bolognesi. Il prete si scaglia contro lo stesso Giovanni Bentivoglio per colpirlo, ma il signore di Bologna non resta a guardare: sguaina lo stocco, una spada molto appuntita e tenace per menare colpi di punta, e ferisce il prete al volto ripetutamente. Poi raggiunge finalmente il portone della rocca. Lì, con gli altri nobili e i soldati fedeli inizia a bussare e a chiamare disperatamente il castellano, implorandolo di aprire e salvare loro la vita.

Ma noi sappiamo già da che parte si era schierato il castellano. Il quale si affaccia e gli urla che non lo farà entrare per nessuna ragione. Gli dice chiaramente di scappare il più lontano possibile, perché ha già dato la sua parola ai montanari della Val di Lamone. Se resta lì, verrà fatto a pezzi. 

Cercate di visualizzare la situazione. Il potente signore di Bologna in mezzo alla rivolta si trova davanti al portone chiuso della rocca, con la figlia chiusa dall’altra parte dell’ingresso. Francesca, che ha dato inizio a tutta questa vicenda e poi è stata messa da parte per questioni politiche più importanti, è sempre chiusa nella rocca.

Ecco che Giovanni Bentivoglio fa dietro front e attraversa le vie di una Faenza post-apocalittica in piena rivolta, tra bande armate con le mannaie, cittadini infuriati, e visto che pure i preti sono montati a cavallo per fare la guerra, c’era davvero di tutto per strada.

Il fatto è che non sa proprio cosa fare. Perciò attraversa la strada in rivolta, tra sassate e colpi di mannaia, e se ne ritorna di nuovo nel palazzo del governo con i suoi uomini più fedeli, e si barrica nella stessa sala dove aveva avuto luogo il banchetto, con le pietanze ancora sui tavoli.

Il signore di Bologna è bloccato lì, assediato nella città che aveva tentato di conquistare e che ora reclamava la sua testa. E adesso che si guardava intorno, in quella stessa sala, non era più nemmeno tanto sicuro di chi avesse intorno. Perché i suoi fedelissimi soldati, e nobili e servi, che erano con lui, dietro il portone sbarrato, appartenevano in realtà alle più disparate famiglie del luogo. Come vi ho detto più volte, le bandiere si cambiavano con molta facilità e in quella sala sarebbe potuto accadere in un battito di ciglia.

Giovanni Bentivoglio, dice il cronista, inizia a parlare con una “dolcezza” estrema per cercare di ingraziarsi tutti. Ma dentro di sé è terrorizzato. Continua a ripetere tra sé e sé una preghiera delle litanie, i canti sacri dell’epoca: “Signore, liberaci dal furore del popolo”.

Cerca di convincere i presenti della sua innocenza. Dice che la morte di Galeotto (assassinato da sua figlia nella camera da letto, causa di tutto quel bordello) è stato un dolore immenso anche per lui e che ha fatto di tutto, insieme a Lorenzo il Magnifico, per sistemare le cose tra Galeotto e sua figlia Francesca. Giura che avrebbe preferito mille volte vedere Galeotto vivo e felice con sua figlia, piuttosto che in quella situazione disastrosa. Inveisce persino contro le “puttane”, riferendosi a Cassandra e alle amanti del genero, colpevoli secondo lui di aver distolto Galeotto dal buon governo e dalla pace familiare. 

È il discorso di un uomo che sta lottando disperatamente per non essere tradito.

L’Ombra del Magnifico: Lorenzo de’ Medici e il Destino di Faenza

Giovanni Bentivoglio, barricato in quella stanza, gioca l’ultima carta che ha. La retorica. Cerca di ripulirsi l’immagine davanti ai masnadieri lì in ascolto, pericolosi quanto quelli che stavano fuori. E, incredibilmente, le sue parole cariche di emozione, colpiscono nel segno. I suoi carcerieri iniziano a impietosirsi e gli promettono che non permetteranno a nessuno di torcergli un capello.

A quel punto, Giovanni scoppia in lacrime. Chiede carta e penna e, con un gesto teatrale ma molto politico, segna i nomi di tutti i diciotto uomini che lo stanno proteggendo. Promette solennemente che, se uscirà vivo da quell’inferno, ricompenserà ognuno di loro per la lealtà. Scena molto toccante e, a tratti, devo dire, un po’ imbarazzante. La vedete la differenza tra il Bergamino che in quella stessa stanza sguainò la spada per affrontare la folla, e quest’altro che scoppia a piangere e si appunta i nomi per promettere soldi a palate a chi non lo pugnala alla schiena? 

Fuori dalla porta la folla della Val di Lamone è scatenata. Urlano “morte ai traditori” e colpiscono le porte del palazzo con le mannaie, sfondandone una dopo l’altra. Riescono a entrare e a farsi strada dentro, tra le stanze, fino a raggiungere di nuovo il salone. Si combatte dentro, tra le mura di pietra. Spade dei soldati contro mannaie dei montanari. Un massacro nel luogo sacro del governo cittadino, che mai avrebbe dovuto vedere il sangue dei suoi abitanti.

La svolta arriva all’alba di giovedì 15 giugno. Per evitare che il popolo inferocito riesca finalmente a entrare nel salone e linciare Giovanni, entra in scena ancora lui, indovinate un po’ chi? Lorenzo il Magnifico. Soprannome dato non a caso.

Lorenzo il Magnifico, e nello specifico il condottiero che aveva inviato in segreto, che in quel momento ha coordinato la rivolta dei montanari, arriva a patteggiare con i difensori del palazzo, che proteggono il signore di Bologna, chiuso nel salone. Raggiungono un accordo per porre fine alla mattanza che ormai stava andando avanti da troppi giorni e coinvolgeva troppe persone dall’una e l’altra parte.

Sotto scorta, Giovanni viene portato via da Faenza e rinchiuso nella rocca di Modigliana. Per lui è un sollievo immenso: sa che finché è nelle mani di Lorenzo il Magnifico, la sua vita è al sicuro dalla rabbia della piazza.

Risolto il problema di Giovanni, il condottiero fiorentino torna in città per chiudere la partita. Francesca Bentivoglio, il piccolo Astorre, i complici dell’omicidio e tutta la famiglia del castellano che ha cambiato bandiera, devono andarsene.

Il castellano, quando capisce che l’ordine di espulsione riguarda anche lui, si infuria. Sostiene di essere innocente riguardo alla morte del suo signore. Si impunta e si chiude di nuovo nella rocca. La situazione torna a farsi tesa: la rocca di Faenza è un fortino inespugnabile nelle mani di un uomo che non ha più nulla da perdere. Per evitare altro spargimento di sangue e un vero e proprio assedio, il castellano viene minacciato nel modo peggiore che si possa immaginare: se non si arrende, i suoi figli e nipoti verranno impiccati davanti ai suoi occhi. Come se non bastasse, minacciano di dare fuoco a tutte le proprietà della sua famiglia.

Davanti alla minaccia, i parenti del castellano che si trovavano con lui dentro la rocca si ribellano. Gli tolgono il comando a forza e aprono le porte al popolo. 

E arriviamo, quindi, all’epilogo. A Francesca Bentivoglio, la donna che aveva orchestrato l’omicidio del marito nella camera da letto, viene concesso di lasciare la città per sempre. Domenica 8 giugno viene scortata fuori dai confini fino a Castel Bolognese, da dove potrà tornare da suo padre, Giovanni Bentivoglio, che dopo le peripezie tra le strade della città e il salone del banchetto, si salvò pure lui. Il piccolo Astorre, invece, resta a Faenza: il popolo lo tiene a palazzo come legittimo erede, ma sotto stretto controllo. 

Ma questa storia di sangue non può finire senza una vendetta pubblica. Mengaccio, uno dei sicari, assieme a un altro complice, viene catturato. Il 13 giugno, sulla piazza principale di Faenza, i due vengono giustiziati con il supplizio dello squartamento. E il loro sangue bagnò le strade della città romagnola, ponendo fine alla violenza. Finché poi non scoppiò naturalmente un’altra guerra.

Si chiude così la cronaca di un delitto che diede origine al massacro delle mannaie. I gloriosi e sanguinari montanari tornarono a casa loro e di Cassandra non si seppe mai più nulla.

Possiamo trarre molti insegnamenti da questa vicenda. Perché il caos di quei giorni del 1488 non è lontano da quello in cui viviamo noi, oggi, in un mondo apparentemente migliore, ma comunque ostile, e pericoloso. Perché le mannaie medievali sono state sostituite da attacchi diversi, più moderni e subdoli, che ci martellano ogni giorno tra incertezza economica, social tossici e un senso di follia generale che ci dà solo stress.

La storia ci insegna che chi vince non è semplicemente il più forte, ma chi ha il pieno controllo di sé. Nelle prossime settimane voglio parlarvi di come i masnadieri del passato seguivano un codice di comportamento che funziona ancora oggi. E come possiamo riscoprirlo per usarlo a nostro vantaggio.

Si chiama “Il Codice del Masnadiero“.

È una novità assoluta, che sono certo vi farà impazzire.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Bernardi Andrea (Novacula), Cronache Forlivesi dal 1476 al 1517, a cura di Giuseppe Mazzatinti (1895) ↩︎
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