Bertrand du Guesclin

Bertrand du Guesclin: Il Cavaliere “Brutto” che stravinceva

Tarchiato, brutale e imbattibile. La leggenda di Bertrand du Guesclin e il duello di Dinan: quando la disciplina del masnadiero sconfigge l’arroganza.

Nella piazza di una città medievale, due cavalieri si sfidano a duello. Uno sta a cavallo, coperto di ferro scintillante, bello e glorioso. L’altro invece non è il massimo dello spettacolo. È basso, tarchiato. Ed è rimasto a piedi, in completo svantaggio. La sua armatura è ammaccata dai colpi, sporca di sangue e fango, ma il suo fiato è regolare, le mani ferme che sorreggono la spada. Non ha paura. E, infatti, a un certo punto si china e si mette a sedere con tutta la calma e l’autocontrollo del mondo. Perché vuole sfilarsi gli schinieri d’acciaio e le ginocchiere, che gli danno fastidio.

Tale guerriero è Bertrand du Guesclin e quella che state per sentire è la storia di uno dei cavalieri più leggendari (e si dice non proprio bellissimi) del Medioevo. Non è infatti il classico cavaliere biondo e slanciato uscito da una fiaba. Bertrand veniva dipinto come un uomo tarchiato, dai lineamenti duri e dal carattere ancora più spigoloso, un guerriero che alla bellezza preferiva l’efficacia brutale. In un’epoca dominata dal caos della Guerra dei Cent’anni, lui fu l’uomo che insegnò ai francesi come resistere e vincere, trasformandosi nel simbolo vivente del riscatto di un intero popolo.

Bertrand du Guesclin: Il Cavaliere brutto che salvò la Francia

Un eroe che non era bello a vedersi, ma estremamente efficace. Un masnadiero professionista della resilienza e della disciplina. La storia che sto per raccontarvi proviene da una canzone francese del XIV secolo attribuita al trovatore Cuvelier1, piena di dettagli stupendi, avventurosa persino con uno spunto di mistero soprannaturale. E sono certo che vi farà impazzire

Siamo nella Francia di metà Trecento. È un periodo incredibile, pieno di battaglie, ma anche di un caos totale. In Bretagna, una regione selvaggia e fiera nell’ovest della Francia, infuria una guerra civile che sembra non finire mai. Mentre la Bretagna brucia, il resto della Francia sta anche peggio. Il re francese Giovanni il Buono viene sconfitto e catturato dagli inglesi nella battaglia di Poitiers. Lo portano via come un trofeo, prima a Bordeaux e poi a Londra. Immaginate il disastro: il paese è senza un re e il giovane figlio, Carlo, deve prendere il comando come reggente. È solo un ragazzo, duca di Normandia, e si ritrova tra le mani un regno a pezzi. La Francia, che molti chiamavano il giardino più bello del mondo, è ora invasa da “rovi e spine”. Con questa immagine poetica si intendono i soldati nemici e le bande di briganti che saccheggiano ogni cosa.

È qui che entra in scena il nostro eroe, Bertrand du Guesclin. Bertrand non è il tipico cavaliere da favola, ma è un guerriero brutale e astuto. Lui decide di aiutare il giovane principe a “ripulire il giardino”. Inizia una carriera leggendaria. Nella canzone si racconta che avesse partecipato a cinquanta battaglie e conquistato mille castelli. Diventa Connestabile di Francia, che all’epoca era il grado militare più alto in assoluto, praticamente il braccio destro del re per tutto ciò che riguardava l’esercito.

In una delle sue campagne militari raggiunge Dinan, una splendida città fortificata della Bretagna. Gli abitanti sono nel panico perché sanno che il nemico sta arrivando, così chiedono aiuto a Bertrand du Guesclin. Insieme a lui c’è suo fratello minore, Olivier, un ragazzo orgoglioso che ha appena iniziato la carriera militare e non vede l’ora di mettersi alla prova.

L’assedio di Dinan e il tradimento degli Inglesi

Ben presto, sotto le mura di Dinan, si scatena il finimondo. Il Duca di Lancaster, un gran signore dell’esercito inglese, stringe d’assedio la città. Con lui ci sono il Conte di Montfort, signore della fazione avversa di questa guerra di successione bretone, i potenti arcieri di Pembroke e un mix di soldati inglesi. Gli arcieri di Pembroke erano i temutissimi tiratori provenienti dal sud del Galles, una regione allora sotto il controllo dei nobili inglesi (come i conti di Pembroke). Erano famosi per l’uso del longbow, un arco lungo quasi due metri fatto di legno di tasso, capace di scagliare frecce con una forza tale da bucare certe armature, come le maglie di ferro ad anelli, e in certi casi persino alcune lamine sottili e deboli delle piastre. Senza contare il massacro di cavalli e di tutti coloro che vestivano armature meno rinforzate.

In quel periodo, questi reparti erano considerati l’arma d’élite dell’esercito inglese: la loro velocità di tiro e la precisione trasformavano ogni campo di battaglia in una pioggia letale di frecce, decidendo spesso le sorti delle battaglie più importanti della guerra dei Cent’anni, che generalmente furono vinte dagli inglesi anche per questo fattore determinante. Ma, spoiler, alla fine fu la Francia di Giovanna d’Arco a vincere.

Chi erano i Bretoni bretonofoni?

Ad assediare Dinan c’erano pure i “Bretoni bretonofoni”. Questi ultimi erano gli abitanti della Bretagna profonda che parlavano il bretone, una lingua celtica, a differenza della parte orientale dove si parlava ancora il gallo e della nobiltà che spesso parlava francese. La storia di questa regione è davvero affascinante e complessa, s’intreccia strettamente con quella dell’Inghilterra, ed è uno dei motivi per cui erano sempre in guerra i due paesi.

Dentro Dinan la situazione si fa pesante. Tra i difensori c’è anche un cavaliere dal soprannome indimenticabile: il “Tors-Boiteux”, ovvero un personaggio che lo potremmo tradurre più o meno come Torto-Zoppo. Quindi storto, probabilmente con la gobba, o comunque provato da vecchie ferite di guerra. Era Guillaume de Penhoët, un nobile bretone. Nonostante i difetti fisici, era un guerriero formidabile. 

Mi concentro su questo personaggio perché io, in prima persona, non ci credevo quando l’ho letto. Dovete sapere che ho da poco completato il mio ultimo romanzo, il terzo della saga delle Cronache di Spada e Malora, dove al suo interno ho inserito, inventato, o almeno lo credevo fino a poco tempo fa, un personaggio. L’Orbo Zoppo, si chiama. Ed è un bel personaggio, di cui ero fiero perché molto particolare. Un guerriero sanguinario e temuto con dei difetti normalmente ritenuti invalidanti. Insomma ero convinto di aver creato qualcosa di unico, perché non avevo mai incontrato un guerriero così malconcio e al tempo stesso temuto, nelle cronache.

E invece, eccolo lì. Incredibile, più studio e scopro la storia, più mi rendo conto che l’originalità è davvero un’illusione. Che c’è sempre qualcuno che ci ha già pensato prima di te.

Gli inglesi però montano delle macchine d’assedio mostruose, talmente grandi che le cronache dell’epoca dicono che non si possono nemmeno descrivere. Il cibo inizia a scarseggiare, la fame si fa sentire e i francesi capiscono che non possono resistere per sempre.

Allora tentano la carta della diplomazia. Mandano degli ambasciatori al Duca di Lancaster per chiedere una tregua di quindici giorni. L’accordo è chiaro: se entro due settimane Carlo di Blois non arriva con i rinforzi a liberarli, loro consegneranno le chiavi della città a Montfort. Gli inglesi accettano, perché anche a loro fa comodo tirare il fiato, visto che assediare una città è comunque logorante. E poi, confidano che in due settimane non arrivi proprio nessuno.

Insomma, non dobbiamo considerarla affatto una cortesia, ma gestione delle energie. Quei masnadieri sapevano che non si può stare in prima linea 24 ore su 24 senza impazzire. Al contrario nostro, di noi disgraziati del mondo moderno che siamo sempre sotto assedio, e non parlo solo delle guerre, che sono spietate più che mai, ma anche della vita di tutti i giorni. Non c’è mai un attimo di tregua. Loro, invece, quei barbari medievali che noi consideriamo ignoranti e sanguinari, sapevano quando posare l’elmo.

Infatti, nella canzone si racconta che durante la tregua, i due schieramenti possono mescolarsi: i soldati escono dalle mura, vanno a bere insieme, si scambiano chiacchiere. C’è un clima di finta pace. E questo è semplicemente straordinario. Qualcosa che non immagineremmo mai oggi, nonostante si parli tantissimo di medioevo ed esistono infinite opere a riguardo, tra film, libri e videogiochi.

Tregua di pace, sì, straordinaria, però non tutti erano onorevoli. La mela marcia c’è sempre.

Proprio in questi giorni di calma apparente, il giovane Olivier, il fratello di Bertrand du Guesclin, decide di farsi un giro a cavallo fuori dalle mura per godersi l’aria fresca dei prati. È un ragazzo, è spensierato e si sente al sicuro grazie ai patti giurati. Ma mentre cavalca da solo, si imbatte in un cavaliere inglese di nome Tommaso di Canterbury. Tommaso non è esattamente un gentiluomo e sta per fare qualcosa che scatenerà l’ira furibonda di Bertrand.

Tommaso di Canterbury era un uomo incredibilmente arrogante. Immaginate questo cavaliere inglese che, in piena tregua, vede il giovane Olivier du Guesclin cavalcare da solo e decide di fare il prepotente. Lo punta, lo afferra per i vestiti e gli urla in faccia: «E tu chi saresti?». Olivier, con l’orgoglio di famiglia, risponde subito che è il fratello di Bertrand.

Sentire quel nome scatena il peggio in Tommaso. Per lui, Bertrand è solo un nemico odiato che ha tormentato i suoi amici e che è arrivato in alto solo grazie all’aiuto del diavolo. Lo insulta, dice che si parla troppo di questo “villano” e minaccia Olivier di morte: «Ti taglio la testa qui sul posto per fare un dispetto a tuo fratello!».

Olivier prova a difendere Bertrand du Guesclin con umiltà, spiegando che è solo un povero cavaliere che si è fatto strada da solo con il sudore e il valore, e che non merita tanto odio. Ma Tommaso non vuole sentire ragioni. Sguaina la spada e carica il ragazzo. Olivier è disarmato, solo e circondato da quattro scudieri inglesi pronti a saltargli addosso. Non ha scelta: per non farsi ammazzare, si arrende.

A quel punto scatta il ricatto. Tommaso lo sbatte in una tenda e pretende una cifra enorme per liberarlo: mille fiorini d’oro. Parliamo di una somma folle per l’epoca, convinto che Bertrand sia diventato ricchissimo con le sue conquiste. In pratica, è un vero e proprio sequestro di persona avvenuto violando i patti della tregua.

Ma la fortuna vuole che un cavaliere bretone veda tutta la scena. Questo testimone corre a Dinan, attraversa la città e non si ferma finché non trova Bertrand. Dove lo trova? In piazza, rilassato, mentre si gode una partita a pallacorda. La pallacorda era l’antenato del tennis moderno, un gioco popolarissimo tra i nobili del Medioevo, che si giocava colpendo una palla con il palmo della mano o con una racchetta rudimentale.

Lo scudiero si avvicina a Bertrand du Guesclin e gli sussurra all’orecchio la terribile notizia: «Hanno preso tuo fratello, lo hanno portato via come un prigioniero nel campo inglese». In quel momento, l’atmosfera di festa sparisce. Bertrand cambia colore in volto, diventando rosso come un tizzone ardente per la rabbia. La tregua è stata tradita e il suo sangue bolle.

Appena Bertrand sente la notizia, tempesta di domande lo scudiero per essere sicuro al cento per cento: «Lo hai visto bene? Sei certo sia lui? Come si chiama il cavaliere?». Lo scudiero conferma tutto. A quel punto Bertrand esplode. Giura su Sant’Ivo, il patrono della Bretagna, che quel rapimento gli costerà carissimo. Salta a cavallo e corre fuori dalle porte di Dinan, dritto verso l’accampamento nemico.

Ma la rabbia di Bertrand non è foga cieca, attenzione. Voglio far notare che prima di saltare a cavallo, furioso come un toro, Bertrand si assicura che sia vero e fa tutte le domande necessarie allo scudiero. Poi, e solo poi, agisce. A differenza di chi si fa logorare dall’ansia, lui controlla gli impulsi, e poi li canalizza quando sono necessari. Un vero Masnadiero che non subisce il caos, ma lo domina.

Bertrand entra nel campo inglese senza rallentare. I soldati avversari, che lo conoscono e lo rispettano come un guerriero leggendario, gli fanno quasi festa passandogli accanto. Lui punta dritto alla tenda del Duca di Lancaster. Entra e trova una scena quasi surreale: il Duca sta giocando tranquillamente a scacchi con John Chandos, uno dei più famosi e nobili cavalieri inglesi. Lì intorno ci sono tutti i grandi capi nemici, da Robert Knolles al Conte di Montfort, che osservano la partita.

Qui si fanno nomi di grandiosi cavalieri dell’epoca, alcuni dei quali ho già menzionato in alcuni episodi di Leggende Affilate. E vederli lì, raccolti intorno al duca di Lancaster che gioca a scacchi è un’immagine davvero stupenda. Lo so, mi emoziono con poco.

Il duello di Dinan: Bertrand contro Tommaso di Canterbury

Bertrand du Guesclin scende da cavallo, entra nel padiglione e, nonostante il fumo che gli esce dalle orecchie, si inchina con estrema educazione. Il Duca lo accoglie a braccia aperte: «Benvenuto, Bertrand!». John Chandos gli offre persino del vino, ma Bertrand è categorico: «Non berrò un goccio finché non avrò giustizia». Spiega subito il torto subìto: Tommaso di Canterbury ha rapito suo fratello Olivier, che è poco più di un ragazzo, mentre passeggiava durante la tregua. I capi inglesi, che tengono molto all’onore, restano basiti. Chandos gli assicura che Olivier sarà restituito immediatamente e che riceverà ogni riparazione possibile.

Il guanto di sfida e il codice d’onore medievale

Fanno chiamare Tommaso di Canterbury. Il Duca, il suo superiore, lo affronta davanti a tutti, accusandolo di aver violato i patti. Ma Tommaso è un arrogante senza speranza. Invece di scusarsi, lancia una sfida: «Se Bertrand dice che ho fatto qualcosa di male, sono pronto a dimostrare il contrario in un duello corpo a corpo. Ecco il mio guanto!». 

Qui abbiamo un grande simbolo del Medioevo, arrivato fino all’età moderna, quello del guanto di sfida. Si tratta di un simbolo che comincia ad affiorare nelle cronache proprio a quel tempo, con molte varianti. Ne parlo in un episodio dedicato.

Bertrand du Guesclin non lo lascia nemmeno finire di parlare. Balza in avanti e afferra il guanto al volo. «Cavaliere falso e traditore!» urla Bertrand. «Accetto la sfida e ti farò confessare la tua infamia davanti a tutti questi signori, o morirò con vergogna!». La rabbia è tale che Bertrand fa un voto solenne: non toccherà cibo, se non tre pezzi di pane inzuppati nel vino, finché non sarà armato e pronto a combattere.

John Chandos, colpito dal coraggio di Bertrand, decide di aiutarlo: gli presterà le sue armi migliori e il suo cavallo più forte. Ricordo che Chandos era inglese, nemico di guerra del nostro eroe bretone.

La notizia corre velocissima tra le tende degli inglesi e dentro le mura di Dinan: Bertrand du Guesclin e l’inglese si scontreranno in un duello mortale.

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A Dinan scoppia il caos. La notizia del duello si sparge in un lampo e gli abitanti sono terrorizzati: Bertrand è il loro campione, il loro difensore, e l’idea che possa morire in uno scontro ravvicinato toglie il sonno a tutti. In mezzo a questa angoscia, però, spunta una figura incredibile: Tiphaine Raguenel.

Tiphaine Raguenel: La dama che leggeva le stelle

Tiphaine è una giovane donna di nobile famiglia, ma non è una ragazza come le altre. È colta, studia filosofia e, soprattutto, è un’esperta di astronomia. All’epoca, questa scienza era legata a quella che oggi chiameremmo astrologia: si credeva che studiando le stelle si potesse leggere il futuro. La gente del posto diceva addirittura che fosse stata istruita dalle fate, tanto era intelligente.

Mentre tutti piangono, lei sorride e rassicura la folla con una calma olimpica: «Non temete per Bertrand. Tornerà prima di sera, sano, salvo e vincitore. Se mi sbaglio, sono pronta a perdere tutto ciò che ho». Questa profezia ridà speranza ai cittadini. E sapete una cosa? Aveva ragione lei. Più avanti, Bertrand du Guesclin rimarrà così affascinato dal suo carisma che la sposerà, facendone la sua compagna di vita e la sua consigliera più fidata.

Intanto si decide dove combattere. I capi dei due schieramenti si accordano per tenere il duello proprio nel mercato di Dinan. Per garantire la sicurezza, fanno un patto d’onore: il Duca di Lancaster potrà entrare in città con solo venti uomini per assistere alla sfida, e i cittadini consegneranno degli ostaggi agli inglesi come garanzia che non ci saranno imboscate. Il Duca, che è un uomo di parola, accetta subito.

Mentre fervono i preparativi, uno scudiero corre da Bertrand du Guesclin per riferirgli le parole incoraggianti di Tiphaine: «Messere, la dama Raguenel dice che vincerete di sicuro!». Ma Bertrand, che è un soldato tutto d’un pezzo e un po’ rozzo, risponde in modo brusco: «Ma va’, sciocco! Chi crede a una donna non è saggio, hanno il senno di una pecora!». Nonostante il commento maschilista (tipico dell’epoca, purtroppo), Bertrand sotto sotto sorride: quella sicurezza gli dà ancora più carica.

Il Duca di Lancaster in persona scorta Bertrand verso la piazza del mercato. Anche se sono nemici in guerra, tra nobili c’è un rispetto profondo: il Duca ammira il coraggio di Bertrand e vuole che lo scontro sia equo e onorevole. Tutto è pronto, la folla si accalca, gli sguardi sono fissi sui due cavalieri.

La piazza del mercato è gremita, ma regna un silenzio irreale. Gli inglesi sono entrati con onore, accolti con rispetto nonostante la guerra, e si sono schierati da una parte della piazza. Dall’altra, i cittadini di Dinan osservano con il fiato sospeso.

Viene fatto un ultimo tentativo diplomatico. I grandi capi inglesi, tra cui Robert Knolles, si avvicinano a Bertrand du Guesclin per cercare di evitare lo spargimento di sangue. Gli dicono: «Bertrand, ripensaci. Sei un grande guerriero, ma Tommaso è un avversario pericoloso. Facciamo pace: liberiamo tuo fratello senza pagare un soldo e chiudiamola qui».

Ma Bertrand du Guesclin ha un cuore di leone e un senso dell’onore che non ammette sconti. Risponde con una logica schiacciante: «Mio fratello deve essere libero gratis perché è stato rapito ingiustamente! Non è un favore che mi fate, è un diritto. E quanto a Tommaso, ho giurato davanti a Dio e alla Vergine: o mi consegna la sua spada per la punta, dichiarandosi sconfitto davanti a tutti, o uno di noi due non uscirà vivo da questo recinto».

Gli inglesi restano a bocca aperta. Qualcuno sussurra: «Quest’uomo è incredibile, sembra Orlando!». Il paragone non è casuale: Orlando era l’eroe per eccellenza dei poemi epici, il simbolo del cavaliere invincibile.

Intanto, dall’altra parte, il bullo Tommaso di Canterbury sta iniziando a farsela sotto. Non si aspettava una tale fermezza. Si rende conto che, dentro le mura di Dinan, i suoi amici non possono aiutarlo: il bando è stato chiaro, chiunque interferisca nel duello verrà decapitato sul posto, e il Duca di Lancaster ha confermato l’ordine. Tommaso capisce di essere in trappola. Tenta di negoziare, ma quando vede che Bertrand non cede di un millimetro, si prepara tremando. Dice ai suoi: «Se finisco sopra di lui, lasciatemi finire il lavoro. Ma se sto per avere la peggio… per favore, cercate di salvarmi!».

Bertrand, invece, è nel suo elemento. Si fa armare di tutto punto: piastre d’acciaio, schinieri per proteggere le gambe, una spada pesante, un pugnale e la lancia da giostra. Indossa il bacinetto, un elmo d’acciaio a punta tipico del Trecento, e guanti rinforzati con punte di ferro. Quando monta sul suo destriero e si punta sulle staffe, sembra una statua di metallo pronta a esplodere.

Il Duca di Lancaster dà il segnale: «Che Dio faccia trionfare il diritto!».

Il momento della verità è arrivato. I due cavalieri si fissano, immobili, come se il tempo si fosse fermato. Poi, senza dire una parola, spronano i cavalli al galoppo. L’urto è tremendo: le lance colpiscono gli scudi con un rumore di tuono, il legno si spezza in mille schegge e dalle punte d’acciaio sprizzano scintille. Eppure, nessuno dei due cade. Si incrociano, voltano i cavalli e sguainano le spade.

Tutta Dinan è ferma a guardare. I tetti sono coperti di persone, salite fin lassù per guardare lo spettacolo, i soldati sono affacciati ai merli delle mura e la piazza del mercato è una muraglia umana. Al centro, però, i due guerrieri hanno tutto lo spazio necessario, protetti dal cerchio di sicurezza che nessuno osa rompere.

Bertrand du Guesclin è una furia. Si scaglia contro l’inglese con colpi secchi e precisi, cercando i punti deboli tra le piastre dell’armatura. Colpisce l’usbergo, che era la tunica di maglia di ferro portata sotto le piastre, e mira al collo del nemico. Ma Tommaso di Canterbury non è l’ultimo arrivato: è un uomo massiccio e resiste colpo su colpo. I due sono così ben protetti dalle loro corazze che, nonostante la violenza degli impatti, non versano ancora una goccia di sangue.

Ma ecco il colpo di scena. Durante un corpo a corpo serratissimo, Tommaso commette un errore fatale o forse la stanchezza lo tradisce: la sua spada gli scivola di mano e cade sull’erba. In quel momento, il cuore di Bertrand du Guesclin fa un balzo. È l’occasione che aspettava.

Bertrand fa qualcosa che nessuno si aspetta: sprona il cavallo e sembra allontanarsi, come se volesse scappare. Tommaso per un attimo spera di essersi salvato, ma è solo un trucco. Bertrand si sposta quel tanto che basta per smontare da cavallo in tutta sicurezza. Con un’agilità incredibile per un uomo coperto di metallo, corre verso la spada nemica a terra. Invece di prenderla per sé, la afferra e la scaglia lontano, in mezzo alla folla, con un gesto di sfida totale.

Ora Tommaso è disarmato e appiedato, mentre Bertrand è in piedi davanti a lui, con la spada in pugno e una voglia matta di finire la partita. La profezia di Tiphaine sembra sempre più vicina alla realtà.

La situazione per Tommaso di Canterbury si fa disperata. Senza spada, l’inglese è furibondo e terrorizzato: mette mano al pugnale, l’ultima difesa che gli resta, ma rimane in sella al suo cavallo sperando di sfruttare l’altezza. Bertrand lo sfida a gran voce: «Scendi subito e affrontami a piedi, traditore, o giuro che uccido il tuo cavallo!».

La disciplina del Masnadiero

Ma Tommaso non ne vuole sapere. Inizia a cavalcare in tondo, scappando e cercando di evitare lo scontro diretto. Bertrand du Guesclin, però, si rende conto di un problema tecnico: le sue ginocchiere d’acciaio sono troppo rigide e pesanti per permettergli di correre dietro a un cavaliere in fuga.

Allora fa una cosa incredibile in mezzo alla piazza: si siede a terra con una calma glaciale e inizia a sbottonarsi i gambali (le protezioni che coprivano stinchi e ginocchia). Una volta rimosso il metallo pesante, si rialza molto più agile e leggero.

Guardate bene questo gesto: Bertrand si ferma e addirittura si siede a pochi passi dal nemico a cavallo. Questa è la forma più elevata di autocontrollo, di disciplina. Avere la lucidità mentale di riflettere e agire in maniera assolutamente controintuitiva rispetto al contesto. Laddove tutti sarebbero impazziti, travolti dal caos delle emozioni, lui prende un respiro, si siede, e si toglie i gambali. È qui che il Masnadiero vince davvero: perché dimostra che la disciplina, la fermezza, permette di dominare qualsiasi situazione. Un qualcosa che servirebbe anche a noi, oggigiorno. Non dobbiamo disputare tornei cavallereschi, ma nel mondo di oggi, serve eccome la disciplina del masnadiero, a mio avviso.

Tommaso, vedendolo appiedato, tenta l’ultima mossa vigliacca: lancia il cavallo al galoppo per travolgerlo e schiacciarlo. Ma Bertrand è un fulmine: schiva il colpo e pianta la spada nel fianco dell’animale.

Il cavallo, ferito a morte, si impenna per il dolore e disarciona Tommaso, facendolo rotolare nella polvere. È la fine. Bertrand gli piomba addosso come un leone affamato. Gli afferra l’elmo e inizia a colpirlo ripetutamente sul muso e sulla nuca con il guanto d’arme, che essendo di ferro pesante agisce come un tirapugni micidiale.

I colpi sono così violenti che il sangue inizia a sgorgare a fiumi, scivolando dentro l’elmo e accecando completamente l’inglese. Tommaso prova a rialzarsi, barcollando come un ubriaco; non vede più nulla, sente solo il peso dei colpi di Bertrand che continuano a piovere senza pietà. Il bullo che aveva rapito un bambino ora è una maschera di sangue che non sa nemmeno più dove si trova.

La situazione sta per degenerare in un massacro. Vedendo che Bertrand du Guesclin è una furia, intervengono i venti cavalieri che facevano da garanti: dieci inglesi e dieci francesi, guidati dal capitano di Dinan, soprannominato Storto Zoppo. Gli gridano di fermarsi: «Bertrand, basta così! L’onore è tuo, hai vinto!».

Ma Bertrand non vuole solo vincere, vuole eliminare quello che considera un traditore senza onore. Risponde malissimo persino ai suoi amici: «Siete arrivati nel momento sbagliato! Non mi fermerei nemmeno per tutto l’oro del mondo. Lasciatemi finire questo farabutto!». Solo l’intervento diretto e calmo dello Zoppo riesce a farlo ragionare, assicurandogli che la pace sarà fatta solo alle sue condizioni.

Persino il nemico, il Duca di Lancaster, resta folgorato da tanta determinazione. Pronuncia parole che resteranno nella storia: «Sarebbe un peccato se quest’uomo morisse prima di diventare re. Nemmeno Alessandro il Grande era così coraggioso e carismatico!». È il massimo riconoscimento che un generale nemico possa dare. Alla fine, Bertrand accetta di consegnare il prigioniero al Duca, risparmiandogli la vita.

Mentre i medici portano via Tommaso di Canterbury per curargli le ferite, Bertrand du Guesclin si presenta davanti al Duca. Si inginocchia, ma con la schiena dritta, scusandosi per la sua ferocia ma ribadendo che, se non fosse stato per rispetto verso di lui, avrebbe ucciso l’inglese senza pensarci due volte. Il Duca, con un pizzico di amaro sarcasmo, risponde che quell’uomo ormai non vale niente, né da vivo né da morto.

In città scoppia la festa. La gente urla di gioia, si preparano banchetti e la zia di Bertrand gli corre incontro piangendo dalla felicità, cercando di abbracciarlo e baciarlo. Ma Bertrand rimane il solito orso: la sposta bruscamente e dice: «Zia, lasciate perdere queste smancerie! Non è il momento di baci e abbracci, io ho solo una fame terribile e voglio andare a mangiare!».

Ora, qualcuno si potrebbe domandare “perché la zia?”. La zia rappresenta l’aspetto emotivo, il calore della famiglia e la devozione religiosa (è convinta che sia stato Gesù a salvarlo). Bertrand du Guesclin, invece, è descritto come un uomo rude, tutto d’un pezzo, che odia le cerimonie. La sua risposta brusca serve a farci capire che lui è un soldato pratico: per lui contano solo i fatti (la vittoria), la giustizia (il fratello libero) e… lo stomaco pieno! Un vero masnadiero che non si lascia trascinare dalle smancerie delle zie!

La vittoria è totale: il Duca di Lancaster mantiene la parola, Olivier viene liberato immediatamente senza pagare un solo soldo e Tommaso viene radiato con disonore. Da quel giorno, il nome di Bertrand du Guesclin diventa leggenda in tutta Europa. La profezia di Tiphaine si è avverata punto per punto.

La lezione di Bertrand per il mondo moderno

Bertrand du Guesclin non è solo un personaggio delle cronache; è l’incarnazione di una resistenza che oggi abbiamo dimenticato, perché il mondo è cambiato, si è fatto più ostile, paradossalmente più cattivo, nonostante l’incremento di benessere. Oggi la società è scoraggiata, dilaniata dall’ansia, dalla tristezza. Ecco perché è importante rivivere queste storie. Storie che non parlano solo di guerra, non è quello il punto. Il punto è il riscatto, l’impegno e il valore che portano al raggiungimento di un obiettivo.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Cuvelier, Chronique de Bertrand Du Guesclin, XIV secolo ↩︎
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