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Sempronio Denso: l’ultimo Pretoriano

L’estremo sacrificio dell’ultimo pretoriano fedele all’imperatore: l’eroica difesa di Sempronio Denso contro gli assassini di Galba

Sempronio Denso (o Sempronius Densus) è passato alla storia come l’unico uomo che, nel caos sanguinoso del 69 d.C., l’anno dei quattro imperatori, scelse la fedeltà estrema al tradimento. Mentre la Guardia Pretoriana si vendeva all’ambizione di Otone, questo centurione affrontò da solo orde di traditori per difendere l’imperatore Galba e il suo successore Pisone.

In un’epoca di intrighi e pugnali facili, il sacrificio di Sempronio Denso brilla come l’ultima scintilla d’onore dell’Antica Roma. Ecco il racconto della sua eroica difesa nel Foro, tra il sferragliare delle armature e il sangue dei pretoriani ribelli.

La storia di Sempronio Denso

15 gennaio dell’anno 69 dopo Cristo. L’imperatore romano Galba, successore di Nerone, sta assistendo a un sacrificio propiziatorio nel tempio di Apollo tramite rito pubblico. L’aruspice però, leggendo le viscere della bestia ammazzata sull’altare, predice insidie incombenti e la venuta di un nemico, proprio sulla soglia di casa. Pronunciata tale nefasta profezia, un senatore abbandona di fretta la cerimonia, dicendo d’essere atteso dal suo architetto per l’acquisto di una casa in campagna. Una scusa che serve a coprire i suoi veri intenti: rovesciare l’imperatore e prenderne il posto. Perché i tempi sono maturi e persino gli dèi sono con lui. Il momento dell’assassinio è giunto.

Il nome di questo congiurato è Otone, potente senatore di origini etrusche un tempo intimo amico di Nerone, prima di rivoltarglisi contro. Giovane, molto più dell’imperatore Galba, e ambizioso, tanto da arrivare a credere che prima o poi sarebbe stato nominato successore dell’imperatore. Una nomina per lui scontata ma che, tuttavia, non avvenne. Poiché Galba aveva designato qualcun altro: Lucio Calpurnio Pisone.

Otone, però, non era un tipo da rinunciare facilmente. Anche senza nomina, si sarebbe preso il trono imperiale comunque, a qualsiasi costo.

Otone: il vero successore di Galba tra sangue e tradimento

Otone raggiunse il miliario aureo nel foro di Roma, ai piedi del tempio di Saturno, dove si diceva che tutte le strade del mondo convergessero esattamente lì, in quel punto. Si incontrò con 23 pretoriani pronti ad appoggiare la sua rivolta, i quali lo acclamarono imperatore: soldati che avevano giurato di proteggere Galba, ma inaspriti dalle politiche austere di un vecchio ormai giunto alla fine dei suoi giorni.

Quei 23 pretoriani portarono Otone in lettiga fino alla caserma, dove gran parte dei soldati della guardia imperiale si levò in armi per unirsi alla congiura. Ufficiali, tribuni e centurioni, dinnanzi a quel principio di rivolta, preferirono non agire. Si fecero da parte senza impedire la chiamata alle armi. E così cominciò il colpo di stato che Tacito nelle sue Historie definisce condotto da pochi, ma subito da tutti. Come in verità avviene nella maggior parte delle rivoluzioni, il cui principio è spesso debole, e quindi sottovalutato.

L’imperatore Galba, nel frattempo, non sapendo nulla di tutto ciò proseguiva con i suoi sacrifici e cerimonie, raccomandando agli dèi un impero non più suo. Finché le voci della rivolta non giunsero alle sue orecchie, esagerate da alcuni, minimizzate da altri. Allora si decise di rivolgersi alla coorte pretoriana che stava di guardia al palazzo, per avvisare dell’imminente pericolo ma, soprattutto, per misurare lo stato d’animo dei soldati. Poiché la vita dell’imperatore dipendeva da quegli uomini, qualunque fossero le loro intenzioni: che decidessero di combattere per lui o contro di lui.

Ad arringare i pretoriani fu mandato proprio Pisone, il successore che Galba aveva designato come futuro imperatore di Roma. Il discorso fu tenuto sugli scalini del palazzo, dinnanzi agli uomini che componevano l’élite dell’esercito romano, per la verità in numero minore di quanto dovevano essere. Molti, infatti, non si erano presentati. E questo, di per sé, era già un brutto segnale.

“Soldati, oggi sono cinque giorni da che fui chiamato a essere Cesare: dipende ora da voi decidere quale sarà il destino della nostra casa e dello stato.” Comincia così il discorso di Pisone alla coorte pretoriana. Un discorso che mira ad avvisare i cittadini riguardo il futuro dell’Impero, minacciato da uomini corrotti la cui unica gloria sta nel vizio e negli “effeminati modi di vestire” dovuti alla dissolutezza, ai sogni di baldoria. Pisone, come l’imperatore che lo aveva adottato discendente, rappresentava la severa austerità e l’equilibrio. Otone, invece, l’effimera passione che spinge gli uomini ad agire impulsivamente. “Vi rendereste complici di un delitto senza muovere un dito?” chiese il futuro imperatore ai pretoriani. E i pretoriani, naturalmente, risposero di no, levando in alto le armi e le insegne. Non si sa se in quel momento stessero mascherando le loro vere intenzioni, o se stessero invece ancora decidendo da che parte schierarsi. Tacito propende per la seconda ipotesi. Anche perché fra di loro si trovava Sempronio Denso, colui che si sarebbe dimostrato fedele fino alla fine, fino alla morte. Il gioco degli schieramenti era appena iniziato.

Sul territorio si trovavano diverse legioni pronte a intervenire rapidamente. Ciascuna legione, però, possedeva una propria storia, delle proprie preferenze politiche, anche piuttosto marcate, e nei casi di rivolta i soldati avrebbero potuto manifestare tali preferenze in maniera indipendente, autonoma, con la spada in pugno, decretando le sorti dell’intero impero. Ed è quel che accadde dopo che Otone levò in armi i pretoriani della guardia. Alcune legioni non avevano in simpatia l’imperatore Galba e la sua austerità, in particolare la Legio I Adiutrix, decimata poco tempo prima per volere dello stesso imperatore tramite la terribile condanna a morte di un soldato ogni dieci. Tale legione, infatti, si schierò con Otone, alimentando le file dei congiurati.

Intanto, a palazzo, l’imperatore Galba si consigliava con i suoi, incerto sul da farsi. Mentre la folla si radunava nei dintorni chiedendo a gran voce la testa di Otone, il quale aveva il favore dell’esercito, ma evidentemente solo di una parte del popolo, i consiglieri dell’imperatore dicevano la loro. Qualcuno suggeriva di barricarsi a palazzo con i pretoriani e gli schiavi e non affrontare i ribelli in strada, poiché “il crimine punta sull’impeto, le decisioni sagge si affermano lentamente”: quindi tenere duro per qualche tempo finché la situazione non sarebbe sbollita. Altri consiglieri, invece, volevano agire subito, per sedare la rivolta quando ancora era debole. Oltre al fatto che l’imperatore barricato in casa a nascondersi non avrebbe comunicato alcuna autorità, ma al contrario, debolezza. “Una soluzione vile è soluzione insicura; e se è inevitabile soccombere, non resta che affrontare il pericolo.”

L’imperatore convenne che quest’ultima era la soluzione più consona a lui. Sarebbe dovuto uscire allo scoperto per affrontare l’avversario, solo così il popolo lo avrebbe giudicato meritevole di guidare l’impero. A convincerlo del tutto giunse una notizia inaspettata, ovvero che Otone era stato assassinato alla caserma dei pretoriani. La rivolta sembrava essersi risolta da sola, e tutti acclamavano a gran voce il legittimo imperatore. Galba indossò quindi la corazza e uscì allo scoperto col suo discendente Pisone, accompagnato dalla guardia, per riprendere possesso della città. Una volta in strada, giunse al cospetto della sua lettiga un pretoriano con la lama tinta di sangue, che disse d’aver ucciso lui stesso Otone. L’imperatore Galba, però, reagì domandando chi gli avesse dato l’ordine d’ammazzarlo, manifestando la sua incrollabile fede nella disciplina militare, anche in situazioni così pericolose. In ogni caso, Otone, non era affatto morto. E procedeva con il suo colpo di stato, raccogliendo seguaci.

Alla caserma pretoriana si aggiunsero ai ribelli pure i soldati della Legio I Adiutrix e gli animi divennero così infervorati che niente avrebbe potuto placarli. Otone fu condotto in tribuna, tra le insegne dove un tempo sorgeva la statua dorata di Galba, eretta solo pochissimo tempo prima, e che era stata tirata giù. Lì il capo dei congiurati tenne il suo discorso. Il primo punto su cui andò a parare riguardava naturalmente la malvagità di Galba, che aveva ordinato il massacro tramite decimazione della legione lì presente, oltre a numerosi altri assassini perpetrati in ogni provincia e campo militare, macchiati di sangue da quell’imperatore che scambiava “la ferocia per severità e l’avarizia per parsimonia”. Oltre questo rassicurò i presenti sull’esito dell’impresa, visto che la coorte che si trovava a guardia dell’imperatore, in quell’istante, era già stata avvisata e in combutta con i congiurati. I pretoriani che conducevano la lettiga di Galba non lo stavano proteggendo, ma lo custodivano, in attesa del segnale.

Otone fece quindi aprire l’armeria e i soldati si armarono per la rivolta. Tacito specifica che fu fatto senza attenersi al regolamento “che prescrive armi specifiche e diverse a pretoriani e legionari”. Non sappiamo esattamente quale fosse l’equipaggiamento standard di un pretoriano, vista la scarsità di fonti, ma attenendosi al resoconto sembrerebbe che fosse diverso da quello dei legionari, sicuramente più attinente allo scenario urbano. I pretoriani in servizio nell’Urbe, per svolgere il loro mestiere in strada, forse erano armati alla leggera o addirittura agivano celati tra la folla, come moderni poliziotti in borghese, come sostengono alcuni. Sono solo ipotesi. In ogni caso, quel giorno dell’anno 69 dopo Cristo, i ribelli si armarono con elmi e scudi presi alle truppe ausiliarie, e tra le strade di Roma dilagò lo sferragliare di guerra.

L’imperatore e il suo successore Pisone, intanto, si dirigevano al foro, ma furono raggiunti dalle terribili notizie dei soldati in rivolta, armati da guerra per il tradimento. E Galba divenne preda ancora una volta del caos di consigli, tra chi gli suggeriva di tornare a palazzo, chi di raggiungere il Campidoglio, mentre una folla di persone scendeva in strada in un clima crescente di confusione e terrore.

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Il 69 d.C. e la fine di un imperatore: la trappola del Foro

Portato in lettiga di qua e di là, fra basiliche e templi, Galba si trovò alla mercé del nemico che lo raggiunse a cavallo, “brandendo le armi con furia selvaggia”, irrompendo nel foro per trucidare l’imperatore inerme e vecchio, disperdendo la plebe e calpestando chiunque si frapponesse.

L’alfiere della coorte che accompagnava l’imperatore, alla vista dei rivoltosi strappò l’immagine di Galba dall’insegna e la gettò in terra. A quel segnale, i pretoriani che accompagnavano la lettiga si unirono alla ribellione. Galba fu gettato a terra. Le sue ultime parole, scrive Tacito, variano in ragione dell’odio o dell’ammirazione di chi le ha riferite. Per alcuni avrebbe implorato con voce supplichevole, molti altri però dicono che abbia offerto lui stesso la gola ai suoi assassini, dicendo: “Su, colpite, se lo esige il bene dello stato”.

Gli trapassarono la gola in punta di lama. E gli dilaniarono orrendamente gambe e braccia, poiché il petto era coperto dalla corazza, molte altre ferite gli vennero inferte quando era ormai un corpo smembrato. Come lui morirono altri suoi consiglieri, finché non rimase in vita solo il legittimo successore, Pisone, il quale fu protetto dall’ultimo pretoriano fedele all’imperatore: Sempronius Densus (Sempronio Denso, o Druso), vero e unico eroe di quei fatti di sangue dell’anno 69 dopo Cristo.

Sempronio Denso: l’ultimo Pretoriano contro i congiurati

“43. La nostra epoca vide distinguersi quel giorno un uomo, Sempronio Druso. Centurione della coorte pretoria e assegnato a scorta di Pisone da Galba, affrontò, stringendo il pugnale, i soldati in armi. Rinfacciando loro il crimine commesso, attira su di sé gli assassini, col gesto e le parole e, nonostante le ferite, dà a Pisone il tempo di fuggire. Quest’ultimo riparò nel tempio di Vesta e, accolto dallo schiavo pubblico, che lo nascose nel proprio alloggio, poté, non grazie alla santità di quel luogo di culto, ma per merito del nascondiglio, differire la morte imminente; ma poi per ordine di Otone, che smaniava di sapere morto lui particolarmente, si presentarono Sulpicio Floro, un soldato delle coorti britanniche, cui da poco Galba aveva concesso la cittadinanza, e la guardia del corpo Stazio Murco. Trascinato fuori da costoro, Pisone fu ucciso sulla soglia del tempio.”

Sempronio Denso, centurione della coorte pretoria assegnato alla scorta di Pisone dallo stesso Galba, affrontò i ribelli, nonché suoi stessi commilitoni da solo, col pugnale. Rinfacciò loro il crimine che stavano per commettere dapprima a parole, poi con la forza delle armi.

Riguardo la sua eroica difesa scrisse anche Plutarco:

“Nessuno si oppose o si offrì di alzarsi in sua difesa, tranne uno solo, un centurione, Sempronius Densus, l’unico uomo tra tante migliaia che il sole vide quel giorno agire degnamente dell’impero romano, il quale, sebbene non avesse mai ricevuto alcun favore da Galba, ma per coraggio e fedeltà si sforzò di difendere la lettiga. Per prima cosa, alzando il suo tralcio di vite, con cui i centurioni correggono i soldati quando sono disordinati, chiamò ad alta voce gli aggressori, ordinando loro di non toccare il loro imperatore. E quando gli vennero addosso corpo a corpo, estrasse la spada e si difese a lungo, finché alla fine fu tagliato sotto le ginocchia e gettato a terra.”

Plutarco, Galba, capitolo 26, paragrafo 5

La difesa di Sempronio Denso nel racconto di Plutarco

Plutarco descrive il centurione Sempronio Denso, l’unico ad aver agito degnamente quel giorno, mentre agitava il suo “tralcio di vite”: una sorta di frustino con cui i centurioni correggevano i soldati, manifestando quindi la sua superiorità gerarchica, e imponendosi come colui che aveva forgiato la disciplina e il temperamento di quegli stessi uomini che ora lo minacciavano. Sempronio Denso infine fu costretto a estrarre la spada, e non il pugnale come descritto da Tacito, per difendersi a lungo, finché non fu colpito alle gambe e gettato a terra. Questo suo glorioso gesto permise a Pisone di rifugiarsi nel tempio di Vesta, ma lì fu preso dai congiurati, che lo trascinarono di nuovo fuori e lo ammazzarono sui gradini del luogo sacro.

Così morirono l’imperatore Galba e il suo successore Pisone. I soldati si sfogarono sui loro cadaveri per ore, approfittando del buio, in scempi d’ogni sorta. Le teste furono straziate e infilate su delle picche, mentre Otone attraversava il foro, tra i cadaveri là distesi, giungendo da trionfatore in Campidoglio e di lì al Palazzo. Fu fatto imperatore e, da quel momento, tutto fu in balia dei soldati. Ma per poco tempo. Poiché prima della fine dell’anno si fece avanti un altro congiurato per ripagare Otone con la stessa moneta: Vitellio. Il quale, però, fu a sua volta deposto da Vespasiano, ultimo dei quattro imperatori che si succedettero in quell’anno, nel 69 dopo Cristo, passato alla storia proprio come l’anno dei quattro imperatori.

Di questi intrighi, assassinii e spietate politiche di guerra, rimane solo il gesto eroico di un semplice centurione pretoriano, Sempronio Denso, il quale ha preferito sacrificarsi piuttosto che cedere al tradimento, passando così alle cronache antiche come uno dei pochi ad aver conservato la propria integrità morale durante quei momenti così bui.

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