L’impresa di Tito Manlio Torquato contro il gigante dei galli: un epico duello nell’Antica Roma.
Tutti conosciamo l’impresa biblica di Davide che con la sua frombola affrontò il gigante dei filistei: un gigante, letteralmente, e per giunta armato di ferro dalla testa ai piedi. Impresa degna di finire nei testi sacri perché l’eroe degli ebrei, a dispetto dei pronostici, riuscì a sconfiggere tale colossale avversario scagliandogli addosso una poderosa sassata. E poi gli mozzò pure la testa. Ma di sfide contro i giganti ce ne sono state molte nell’Antichità, una delle quali riguarda la storia di Roma, ovvero il duello tra un gigantesco gallo e un eroe dell’Urbe: Tito Manlio Torquato.
L’episodio è narrato da Tito Livio1, Auro Gellio e pochi altri autori, ed è ambientato nel 361 avanti Cristo. Si narra che i galli si fossero accampati con il loro esercito a tre miglia da Roma, sulla via Salaria, al di là di un ponte su un affluente del Tevere: l’Aniene. Vista la minaccia, il console e dittatore in carica, mobilitò l’esercito della Repubblica, arruolando tutti i giovani in età militare, per la chiamata alle armi.
Tito Manlio Torquato: la sfida impossibile contro il gigante gallo
L’esercito di Roma lasciò l’Urbe e si accampò sulla riva opposta del fiume, dinnanzi al nemico. A dividerli, il fiume stesso, e un singolo ponte, ancora in piedi, che nessuno aveva osato abbattere. Sia perché si trattava dell’unico passaggio, sia perché, come dice Livio, nessuno voleva dare impressione di avere paura.
Su quel ponte, che metteva in comunicazione i due eserciti, avvenivano spesso delle scaramucce. Soldati dell’una e dell’altra parte, anche di propria iniziativa, si avvicinavano ad esso per tentare di attraversalo, ingaggiando degli scontri che non si risolvevano mai in un qualcosa di definitivo.
Fu così, che dopo qualche tempo, vista l’assenza di una possibile battaglia campale, che non avrebbe potuto disputarsi su un ponte così piccolo, si fece avanti un energumeno dalla parte dei galli. Un soldato gallico dal fisico possente che, raggiunto il centro del ponte, urlò con quanto fiato aveva in gola: “Si faccia avanti a combattere il guerriero più forte che c’è adesso a Roma, così che l’esito del nostro duello stabilisca quale dei due popoli è superiore in guerra”.
Tra i romani calò il silenzio. Tutti avevano timore di accettare la sfida di un così temibile avversario, ma tale silenzio era in verità assordante, perché faceva passar male l’intera Roma. La dignità della patria era appesa al coraggio di quegli uomini. Allora Tito Manlio Torquato, patrizio romano d’antica e nobile famiglia, lasciò il suo posto e si avviò verso il dittatore, nonché generale dell’esercito, per discutere con lui. Poiché prima ancora di accettare chiese il permesso: aspetto fondamentale, che testimonia la disciplina ferrea, nonché il valore intrinseco del soldato, che prima d’essere un valoroso guerriero, era soprattutto un cittadino, fiero e civile: questa la contrapposizione coi barbari selvaggi, che facevano un po’ come pareva a loro.
Il duello sul ponte: la tecnica romana contro la forza bruta
La sfida non era solo tra due uomini, ma tra due mondi. Da una parte la forza bruta del barbaro, che contava sulla stazza e sul terrore. Dall’altra la tecnica di Tito Manlio Torquato, che usava lo scudo non solo per parare, ma come un’arma per togliere l’equilibrio. I Romani studiavano ogni colpo: non serviva colpire forte, serviva colpire nel punto giusto.
“Senza un tuo ordine, o comandante», disse «non combatterei mai fuori dal mio posto, neppure se vedessi che la vittoria è sicura. Se tu me lo concedi, a quella bestia che ora fa tanto lo spavaldo davanti alle insegne nemiche io vorrei dare la prova di discendere da quella famiglia che cacciò giù dalla rupe Tarpea le schiere dei Galli.”
L’eroe romano, chiese quindi il permesso, alludendo all’impresa dei suoi avi che, durante l’invasione di Roma da parte dei galli, circa una trentina di anni prima, riuscirono a sconfiggerli dall’alto del Campidoglio, dove si erano asserragliati. L’episodio è passato alla storia anche per un’altra questione più divertente, ovvero l’intervento di uno stormo di oche che, stando alla leggenda, si misero a starnazzare per avvertire i romani dell’arrivo dei galli. Insomma Tito Manlio Torquato sapeva di discendere da grandi eroi ed era convinto che, adesso, fosse il suo turno.
Il comandante, colpito da quella richiesta, accettò (forse, anche perché si era trattata dell’unica richiesta). “Onore e gloria al tuo coraggio e al tuo attaccamento al padre e alla patria, o Tito Manlio. Vai e con l’aiuto degli dèi dài prova che il nome di Roma è invincibile”.
L’eroe fu quindi aiutato ad armarsi per lo scontro. Prese uno scudo da fante, probabilmente il tipico scudo ovale in grado di coprire gran parte del corpo, e il gladio cosiddetto ispanico, adottato all’epoca dai soldati della Repubblica, con una lama lunga circa 60-70cm, che Livio dice essere molto adatto per lo scontro ravvicinato. Così armato, Tito Manlio Torquato fu accompagnato sul ponte, dinnanzi al guerriero gallico che stava solidamente esultando, davanti a tutti, e che si faceva beffe dell’eroe romano tirando fuori la lingua dalla bocca.
I due sfidanti si fronteggiarono, soli sul ponte, più simili a gladiatori che non a soldati comuni. E a vederli non potevano essere giudicati affatto pari, poiché il gallo aveva un fisico di straordinaria prestanza, vestiva in maniera sgargiante e rifulgeva di armi cesellate d’oro. Il romano, invece, era di media statura, portava armi maneggevole e non particolarmente belle; e poi non cantava, né gesticolava, piuttosto se ne stava fermo e pronto, con un unico dettaglio che lasciava intendere il suo coinvolgimento emotivo, che l’autore antico ci descrive con una maestria narrativa ineguagliabile: “aveva il petto che fremeva di palpiti di coraggio e di rabbia repressa e riservava tutta la sua aggressività per il culmine dello scontro.”
Insomma, l’eroe romano non aveva bisogno di sprecare energie in sberleffi, ma di lì a poco era pronto a fare cantare il ferro, al posto suo.
Il duello stava per avere inizio. I cuori di tutti i soldati erano sospesi tra la speranza e la paura, fissi su quelle due figure che stavano per scontrarsi, all’ultimo sangue. Finché, il campione dei galli, che sovrastava l’avversario con la sua imponente statura, non avanzò con lo scudo avanti per sferrare un fendente, dritto contro l’armatura del romano. Ma lo mancò. L’eroe romano, sfruttando la propria statura, colpì lo scudo del nemico, da sotto, scalzandolo via, e aperta una breccia tra le difese del gallo, gli si avvicinò tanto da arrivare a portata d’affondo: infilzandolo prima il ventre e poi l’inguine, ovvero, dove arrivava a portata di braccio.
Il gigantesco gallo, dopo una manciata di istanti dall’inizio del duello, crollò sul pavimento del ponte, con un gran baccano. E l’eroe romano, senza infierire oltre, gli strappò la grande collana che aveva al collo per indossarla a sua volta, sporca com’era di sangue. La vittoria era sua.
Gladio contro Spada Gallica: il segreto della vittoria di Manlio
Mentre il gallo brandiva una lunga spada da taglio, scenografica ma lenta nel recupero, Manlio usava il gladio ispanico. Questa spada corta era micidiale nello scontro ravvicinato. Invece di caricare fendenti prevedibili, il romano si infilò sotto la guardia del gigante. A quella distanza, la massa del gallo divenne un punto debole, rendendolo un bersaglio facile per i rapidi affondi al ventre.
Perché Torquato? Il significato della collana di Tito Manlio
I galli si paralizzarono dalla paura e dall’ammirazione, mentre i romani si abbandonarono a un grido di festa, correndo incontro al loro eroe per portarlo dal comandante. E lo facevano inneggiando cori, e battute, tra cui spiccò un epiteto che rimase addosso all’eroe e a tutti i suoi discendenti: “Torquato”, che deriva dal latino torques, torcere, che nell’interpretazione più diffusa stava a indicare la collana ritorta, ovvero attorcigliata, indossata dal gigantesco gallo, poi divenuta bottino del coraggioso romano.
Ed è proprio adesso che l’eroico Tito Manlio divenne Tito Manlio Torquato, guadagnandosi le lodi e una corona d’oro da parte del comandante e l’eterna gloria per aver vinto la battaglia. Già, perché i galli, visto com’era finito il duello, la notte seguente levarono le tende, e se ne andarono. La disciplina, la fierezza e il coraggio romano sconfissero la forza bruta, come da perfetta tradizione mitologica. Anche se, il romano, secondo altre fonti, come ad esempio quella di Claudio Quadrigario, era in realtà assai feroce, perché dopo aver sconfitto l’avversario non perse occasione di mozzargli la testa, per farla vedere a tutti. Proprio come aveva fatto il Davide biblico, col gigante Golia. Un episodio più vicino di quanto non sembri.
Se questa storia ti ha appassionato, condividila con tutti gli eroici guerrieri della tua cerchia. E ricordati che le leggendarie imprese che racconto non finiscono qui, ma proseguono con i miei romanzi storico-fantastici, come il primo uscito “La Stirpe delle Ossa” e il secondo “La Canzone dei Morti”, entrambi disponibili in libreria e negli store online, Amazon compreso. Se vuoi tuffarti in una bella storia di spadate e ammazzamenti medievali, leggili subito e poi fammi sapere.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Tito Livio, Ad Urbe Condita, Libro VII 9-10-11 ↩︎
