L’evocazione di demoni e la venerazione di falsi dei nella magia medievale: il patto col diavolo nelle antiche cronache cristiane.
La capacità magica che meglio rappresenta il mago e la strega medievale è certamente l’evocazione di demoni o, più precisamente, del Diavolo. Può sembrare un’associazione frutto della fantasia contemporanea, ma invece è un aspetto culturale che dall’Anno Mille in poi caratterizza il folclore di tutta Europa. Nel mio vagare alla ricerca di spunti per scrivere romanzi ho appena scoperto fra le antiche cronache degli episodi a tema “evocazioni demoniache” davvero fantastici; storie di rituali e patto col diavolo abbastanza inediti nel panorama divulgativo sul web (di certo nella minuscola nicchia italiana), e che sono certo vi piaceranno da matti.
Patto col diavolo: testimonianze vere dalle cronache del Medioevo
I sacerdoti che compivano esorcismi erano autorizzati a evocare il Diavolo per liberare gli uomini dalla possessione o per liberarli dalla piaga dell’eresia (come vedremo nei brani tratti dalle cronache in questo stesso articolo). L’evocazione era quindi uno strumento conosciuto e impiegato per scopi religiosi, ma che non doveva in alcun modo essere adoperato per secondi fini, come accadeva ad esempio per le mere richieste materialistiche (ottenimento di denaro e oggetti preziosi1).
L’idea di fare un patto col diavolo come “scorciatoia” per ottenere determinati vantaggi nacque proprio nel Medioevo, quando le superstizioni ereditate dall’Antichità si mischiarono con gli aspetti economico-commerciali dando vita a uno scambio legalizzato fra creature mortali e creature della sfera soprannaturale.
“Alcuni si ingegnano a sconfiggere il demonio così da ricavarne del Bene. Altri vogliono anche prevedere il futuro, e chiedere al diavolo dove possono trovare oro e gemme preziose. [ … ] Ci sono poi alcuni che agiscono contro Dio e si recano di notte presso un crocevia, e chiamano il diavolo che è il re del Male, così come è scritto su di lui.“
Pluemen der tugent, di Hans Vintlers (1411)
Esistono ovviamente esempi di evocazioni demoniache ancora più antichi, basti pensare al personaggio di Erichto, la strega necromante che passa più tempo di là che di qua2, ma la concezione giuridica all’origine del patto col diavolo deriva dagli strumenti contrattuali e dal sistema di diritto medievale, che con arroganza s’impose su tutti gli aspetti della vita quotidiana, compresi quelli religiosi ed esoterici.
In questa pittoresca cornice burocratica, agli inizi del XIII secolo, fanno la comparsa i primi brani a tema “evocazioni demoniache”, di cui abbiamo un fulgido esempio nelle opere di Cesario di Heisterbach, priore di un’abbazia cistercense nel cuore del Sacro Romano Impero. Nel suo “Dialogo sui miracoli” tramite una struttura a “domanda e risposta” tipica delle trattazioni teologiche, affiorano elementi che oggi definiremmo fantasy, ma che in realtà erano un serissimo argomento di dibattito (e infatti ci ha scritto un libro sopra).
Il primo episodio vede protagonisti due eretici di Besancon3, che avevano ingannato molte persone a causa delle loro capacità divine o, per usare le parole della cronaca, per i loro “presunti miracoli“.
Il patto cucito nella carne: il caso degli eretici di Besançon
Questa storia a tema “patto col diavolo” è davvero interessante. Siamo a Besançon, una città della Francia orientale, in pieno Medioevo. In quel periodo la religione era tutto e la Chiesa cattolica controllava ogni aspetto della vita quotidiana. All’improvviso arrivano in città due uomini. Non sono nobili e non indossano armature scintillanti, anzi, vestono in modo umilissimo. Sembrano quasi dei santi. Camminano sempre a piedi nudi per le strade sassose e hanno il volto pallido di chi non mangia quasi mai.
Questi due stranieri mettono in scena un comportamento perfetto per l’epoca. Partecipano a ogni singola funzione religiosa, specialmente al mattutino. Il mattutino era la prima preghiera del giorno, quella che si faceva nel cuore della notte o all’alba, quando faceva un freddo cane e la cattedrale era buia. Presentarsi sempre a quell’ora era il segno massimo di devozione. La gente del posto li guarda e pensa che siano uomini straordinari, quasi dei martiri viventi.
In realtà, dietro questa maschera di bontà e digiuni forzati, si nasconde una strategia calcolata. Gli storici li descrivono come lupi travestiti da pecore. La loro non è vera fede, ma una recita studiata per conquistare la fiducia totale della popolazione. Solo dopo aver ottenuto il rispetto e l’affetto dei cittadini, i due iniziano a parlare.
Iniziano a diffondere le loro idee, che però vanno contro i dogmi ufficiali della Chiesa di allora. All’epoca, parlare contro gli insegnamenti religiosi ufficiali significava commettere un’eresia, un reato gravissimo che poteva portare alla morte. Questi due uomini iniziano a “versare il loro veleno”, ovvero a raccontare una versione diversa della spiritualità, cercando di convincere le persone a seguirli. Hanno usato la finta povertà come un’arma per farsi ascoltare, sapendo che nessuno avrebbe mai sospettato di due poveri pellegrini così devoti e sofferenti.
“Ordinarono di cospargere di farina il pavimento e camminarono sopra senza lasciare traccia di un passo; alla stessa maniera camminarono sull’acqua senza affondare, e infine, fecero incendiare capanne di legno sopra le loro teste, e quando crollarono in cenere ne uscirono indenni. Allora dissero alla folla: “Se non credete alle nostre parole, credete ai nostri miracoli.”
Sia il vescovo che il vicario appena vennero a conoscenza dei presunti miracoli cercarono di spiegare agli abitanti che quei due malfattori erano eretici e servi del diavolo, ma il popolo si adirò così tanto contro di loro che i due sant’uomini furono costretti a scappare per non essere linciati. Considerato che a parole non era possibile convincerli, il vescovo ebbe la geniale idea di mandare a chiamare un prete che sapeva essere un esperto in negromanzia, pregandolo di usare la sua arte per interrogare il diavolo al fine di scoprire l’identità dei due eretici e la natura dei loro poteri. Insomma, per batterli al loro stesso gioco il vescovo aveva ordinato un rituale di evocazione demoniaca: voleva fare un patto col diavolo.
Il rituale segreto: come evocare un demone secondo i negromanti
Nel Medioevo l’evocazione non era solo superstizione, ma una procedura tecnica. Il prete negromante agiva come un avvocato dell’occulto. Usava formule precise per costringere il demone a parlare, cercando di non farsi ingannare. Queste testimonianze ci dicono che il segreto per fare un patto col diavolo stava tutto nel controllo: chi perdeva la calma o sbagliava una parola finiva sbranato, o peggio, dannato per l’eternità.
“Il prete negromante disse: “Signore, ho rinunciato a tutti quelle arti per lungo tempo”; ma il vescovo rispose: (…) “Se acconsenti a fare questo per me ti assolverò da ogni peccato”.
Il vescovo non aveva alcuna intenzione di lasciare che quei due eretici continuassero ad arringare la folla condannando il suo gregge all’inferno. Dunque, con l’aiuto del prete negromante imbastì un rituale ( di cui non ci viene descritta la natura da parte dell’autore) ed evocò nientemeno che il Diavolo.
Non appena il demone appare davanti a lui, il sacerdote recita una parte per ingannarlo. Gli dice che gli dispiace averlo trascurato negli ultimi anni e giura di voler tornare a essere un suo fedele servitore. In realtà è solo un trucco per farsi rivelare un segreto pericoloso che riguarda un gruppo di uomini misteriosi capaci di compiere prodigi impossibili.
Questi uomini di cui parla il prete sembrano dei santi o dei profeti, ma il diavolo rivela una verità scioccante. Dice che sono suoi inviati e che ogni parola che pronunciano è stata messa nelle loro bocche proprio da lui. Il prete allora chiede come sia possibile che questi individui siano invulnerabili. Non affogano nell’acqua, non bruciano nel fuoco e nessuna arma può ferirli. A quel punto il demone spiega il trucco oscuro che li protegge. Questi uomini sono diventati suoi vassalli, un termine che nel Medioevo indicava qualcuno che giurava fedeltà totale a un signore in cambio di protezione.
Il legame tra loro e il diavolo è un contratto magico vero e proprio. La cosa inquietante è dove è nascosto questo patto col diavolo. Il demonio spiega che il documento è stato letteralmente cucito sotto la loro pelle, proprio nell’incavo delle ascelle. È un incantesimo fisico, un oggetto magico nascosto dentro il corpo che conferisce loro poteri sovrumani e li rende immuni a ogni tipo di dolore o danno fisico. Il prete, che sta conducendo un vero e proprio interrogatorio investigativo, fa l’ultima domanda decisiva. Chiede cosa succederebbe se quei contratti venissero strappati via dalla loro carne. La risposta del diavolo è secca e definitiva: senza quel legame magico, quegli uomini perderebbero ogni potere e diventerebbero fragili e deboli come tutti gli altri esseri umani.
Attraverso un dialogo abbastanza pacifico fra il prete e il diavolo, rinnovando tra l’altro l’obbedienza da tempo trascurata (piccola sviolinata per ottenere le informazioni, immagino), il prete negromante venne a sapere che quei due eretici erano davvero servi del diavolo, e che ottennero poteri straordinari grazie al loro contratto infernale sigillato nella carne, sotto le ascelle. Esattamente come riportato nel Malleus Maleficarum, trecento anni dopo, dove si consigliava agli inquisitori d’ispezionare le ascelle degli indagati per scovare eventuali “stregonerie”.
Il vescovo della città decide di chiudere i conti con un gruppo di questi dissidenti e ordina di accendere un enorme rogo proprio nel centro dell’abitato. Tuttavia, prima di dare il via all’esecuzione, il vescovo organizza una mossa a sorpresa degna di un moderno thriller. Fa portare gli eretici in un luogo appartato per perquisirli. Sospetta infatti che stiano usando la stregoneria, che all’epoca era considerata una pratica magica reale e pericolosissima, capace di proteggere i peccatori dal dolore fisico o di ingannare i sensi degli spettatori.
Gli eretici si mostrano spavaldamente sicuri di sé e si spogliano nudi davanti a tutti sfidando il vescovo a trovare qualcosa di sospetto. Ma il vescovo aveva già previsto tutto e aveva istruito i suoi soldati su cosa cercare esattamente. Le guardie afferrano gli uomini e sollevano le loro braccia concentrandosi sulle ascelle. Lì scoprono delle strane cicatrici rimarginate che nascondevano un segreto inquietante. Con la punta dei coltelli incidono la pelle e tirano fuori dei piccoli rotoli di pergamena cuciti direttamente dentro la carne. Questi erano i contratti, ovvero l’ideale del patto col diavolo che, secondo le credenze popolari, garantivano agli eretici poteri soprannaturali e protezione dalle fiamme.
Una volta tornati in piazza davanti alla folla, il vescovo ristabilisce il silenzio per dare il colpo di grazia ai suoi rivali. Con un tono di sfida invita i finti profeti a entrare nel fuoco, promettendo che se fossero rimasti illesi lui stesso avrebbe iniziato a credere alle loro parole. Gli eretici, che ormai si sentivano vulnerabili senza i loro talismani nascosti sotto pelle, vengono colti da un panico improvviso e iniziano a urlare che non possono più affrontare la prova. A quel punto il vescovo rivela a tutti l’inganno mostrando i contratti insanguinati appena recuperati. La folla, vedendo la prova tangibile del tradimento, perde il controllo. Gli abitanti della città si scagliano contro quelli che ormai chiamano i servi del diavolo e li spingono a forza tra le fiamme. In questo modo, secondo il racconto del tempo, la città viene purificata dal male e tutti coloro che erano stati manipolati tornano sulla retta via attraverso la penitenza.
Grazie all’intervento del prete negromante che ha fatto un patto col diavolo, il vescovo poté ristabilire la pace nella sua diocesi. Tutto è bene quel che finisce bene, insomma.
La testimonianza del Cavaliere Enrico: vedere il Diavolo e sopravvivere
Un altro episodio contenuto nel Dialogus Miraculorum4 a tema “patto col diavolo”, ha come protagonista uno scettico cavaliere, che ritenendo i demoni frutto di superstizione e ingenuità popolare, mandò a chiamare un prete negromante di nome Filippo per evocare un demone e vedere coi propri occhi se fosse davvero possibile fare un patto col diavolo. La particolarità dell’episodio sta nella descrizione del rituale di evocazione, che corrisponde più o meno a quella della cultura fantastica contemporanea.
C’era un cavaliere di nome Henry che era un tipo davvero particolare per quei tempi. Nonostante vivesse in un mondo ossessionato dal sacro e dal profano, lui era un totale scettico. Non credeva affatto ai demoni. Per lui le storie sui mostri dell’inferno erano solo sciocchezze nate dall’ignoranza della gente comune. Henry però non voleva solo avere ragione, voleva le prove. Decise quindi di convocare un prete chiamato Filippo, un uomo che all’epoca era famosissimo per un’arte oscura: la negromanzia.
Dobbiamo capire bene cos’era la negromanzia in quegli anni. Non era solo magia nera generica, ma una pratica specifica che serviva a evocare gli spiriti dei morti o entità demoniache per interrogarli o chiedere favori. Era un’attività proibita e molto pericolosa, ma Filippo ne era un maestro. Henry lo pregò con insistenza quasi maniacale di fargli vedere un demone con i suoi occhi. Voleva sfidare l’ignoto.
Filippo all’inizio cercò di tirarsi indietro e fu molto chiaro sui rischi. Spiegò al cavaliere che quelle creature non erano solo spaventose da guardare, ma erano un vero pericolo per la salute mentale e fisica di chiunque. I demoni nel Medioevo erano considerati esseri reali, capaci di colpire non solo l’anima ma anche il corpo. Filippo sapeva che vedere un demone non era uno spettacolo per tutti.
Il cavaliere però non ne voleva sapere di fermarsi. Era ansioso e continuava a insistere, ignorando ogni avvertimento. A quel punto il prete decise di cedere, ma mise una condizione molto precisa e inquietante. Chiese a Henry una garanzia assoluta. Voleva essere protetto da eventuali vendette. Filippo disse chiaramente che lo avrebbe fatto solo se gli amici o i parenti del cavaliere non gli avessero torto un capello nel caso in cui Henry fosse rimasto ferito, terrorizzato a morte o ingannato dai demoni durante il rito. Aveva capito che Henry stava scherzando col fuoco e non voleva essere lui a pagarne le conseguenze.
Il cavaliere era ormai troppo curioso per tirarsi indietro e dette la sua parola. Il rituale ebbe inizio.
Il cerchio di protezione e il bivio: le regole dell’evocazione
“Un giorno a mezzogiorno, perché il potere demoniaco è al suo massimo a quell’ora, Filippo condusse il cavaliere a un bivio, gli disegnò un cerchio tutto attorno con una spada, e gli spiegò la legge del cerchio nel cerchio, e poi disse: “Se metti una qualsiasi delle tue membra fuori da questo cerchio prima che io torni, morirai, perché sarai trascinato via dai demoni e sbranato”.“
Proprio come il cerchio di protezione dal male del gioco di ruolo Dungeons and Dragons e gli infiniti cerchi e circoli magici delle opere fantasy a tema “patto col diavolo”, in questa cronaca venne tracciata la figura geometrica più esoterica di tutte con una spada, direttamente sul terreno, in un bivio, o crocicchio, quando a mezzogiorno il potere demoniaco è più forte. Il cavaliere si ritrovò al centro del rituale e gli venne spiegato molto chiaramente di non abbandonare mai il cerchio durante l’evocazione.
Perché proprio un bivio a mezzogiorno? Perché i crocicchi sono luoghi di confine, dove il velo tra i mondi è sottile. Il cerchio tracciato con la spada non era un disegno artistico, ma una barriera fisica invalicabile. Se un solo dito fosse uscito dal perimetro, il demone avrebbe avuto il diritto legale e magico di trascinare il malcapitato all’inferno. Era un gioco di nervi tesi tra la protezione sacra e la curiosità blasfema.
“Lo avvertì ulteriormente che qualunque cosa gli avessero chiesto non avrebbe dovuto dar loro nulla, e non promettere loro nulla, e che non avrebbe dovuto farsi neppure il segno della croce; e aggiunse: “I demoni ti tenteranno e ti spaventeranno in molti modi, ma non potranno farti del male se segui la accuratamente le mie istruzioni”; e poi lo lasciò.“
Il prete negromante lo avverte anche di una cosa curiosa, che a noi potrebbe sembrar strana: il cavaliere non avrebbe dovuto farsi il segno della croce all’interno del cerchio. E’ probabile che durante un atto così blasfemo, palesemente contrario alla dottrina cristiana, sia sconsigliabile di introdurvi un elemento sacro che avrebbe potuto rompere il cerchio stesso. Ma si tratta di una mia supposizione, di cui non sono sicuro al cento per cento. Dopotutto non mi capita tutti i giorni di fare un patto col diavolo.
“Mentre sedeva da solo all’interno del cerchio, vide arrivare fiumi d’acqua, poi udì il grugnito di porco, l’ululato del vento, e molti altri simili suoni fantasma, con cui i demoni cercavano di terrorizzarlo. Ma come un giavellotto atteso non ferisce, ha trovato forza in se stesso per resistere a tutti questi attacchi. Infine, ha visto un’orribile ombra umana più alta delle cime degli alberi, che correva verso di lui; e subito sentì che quello era il diavolo, come in effetti era. Quando raggiunse il cerchio, si fermò e chiese al cavaliere cosa volesse da lui.”
Il cavaliere cominciò a vedere i mostri. Nel senso che si palesarono a lui i demoni, dapprima come eventi naturali straordinari (fiumi d’acqua improvvisi, grugniti di porci, ululati del vento), fino a culminare nell’arrivo del diavolo in persona: un’ombra nera gigantesca, alta più degli alberi, che gli domandò cosa volesse da lui.
“Era un uomo gigantesco, enormissimo e nerissimo, vestito di nero, e così orribile che il cavaliere non poteva guardarlo; ma gli rispose comunque: “Hai fatto bene a venire, perché volevo vederti.”
“Per cosa?” ha chiesto,
“Perché io ho sentito tanto parlare di te”.
Il diavolo chiese cosa aveva sentito dire su di lui, e il cavaliere rispose: “Poco bene e molto male”.
Al che il diavolo disse: “Gli uomini spesso mi giudicano e mi condannano senza giusta causa; io ho non ho fatto del male a nessuno, non attacco mai nessuno se non provocato. Tuo Maestro Filippo è un mio buon amico, ed io un suo; Chiedi lui se mai l’ho offeso. (…); è stato per la sua evocazione che son qui da te adesso.“
Poi il cavaliere: “Dov’eri quando ti ha chiamato?“
Il demone rispose: “Tanto lontano nel mare quanto il mare è lontano da qua; e quindi penso sia giusto che tu dovresti darmi una ricompensa per il mio disturbo”.“
La conversazione fra il cavaliere e il diavolo proseguì con educazione, tant’è che il diavolo si giustificò pure per quello che gli uomini pensano di lui “mi giudicano e condannano senza giusta causa, io non ho fatto del male a nessuno e non attacco mai nessuno se non provocato“.
Sembra quasi convincente. Finché non chiede una ricompensa per essere stato evocato.
“Quando il cavaliere gli chiese cosa desiderasse, lui rispose: “Dammi il tuo mantello”. Il cavaliere disse che non gliel’avrebbe dato; allora chiese la sua cintura, e poi una pecora del suo gregge. Trovando un rifiuto a tutte le sue richieste, infine chiese il gallo che era nel suo cortile. Allora il cavaliere disse: “Perché, a che ti servirebbe?” e il demonio rispose; “Canterà per me”. “Ma come lo prenderesti?” “Non devi preoccuparti; tutto ciò che chiedo è che tu me lo dia”. Allora il cavaliere disse: “Non ti darò un bel niente; ” e continuò: “Dimmi, da dove prendi tutta la tua conoscenza?”
Il cavaliere stava bene attento a non accettare alcuna richiesta per non fare inavvertitamente un patto col diavolo. Ma prima di congedarsi espresse un’ultima domanda di pura sincerità. Da dove prende tutta la sua conoscenza il diavolo? La risposta è forse la più interessante fra le trattazioni teologiche medievali, poiché il diavolo afferma che “nessun male perpetrato nel mondo gli è nascosto”, e per provarlo elenca al cavaliere tutti i segreti, i peccati e le malvagità della sua vita. Cose che l’autore della cronaca non riporta per iscritto, ma che il cavaliere riconobbe per vere.
Il male genera conoscenza, dunque, poiché è dalla sofferenza che l’uomo trae insegnamenti.
Per un bel po’ il diavolo non ha smesso un attimo di tormentare il cavaliere. Gli chiedeva di tutto, provava a tentarlo in ogni modo, ma riceveva solo dei secchi no come risposta. A un certo punto però la situazione è precipitata. Il demone ha allungato il braccio verso di lui con un unico obiettivo: voleva afferrarlo e trascinarlo via per sempre. Anche senza stringere alcun vero e proprio patto col diavolo. Il cavaliere ha provato un terrore così forte che è caduto all’indietro e ha iniziato a urlare con tutto il fiato che aveva in corpo.
Per fortuna Filippo, il suo compagno o servitore che si trovava poco lontano, ha sentito quelle grida ed è corso subito a vedere cosa stesse succedendo. Non appena Filippo è arrivato, lo spirito è svanito nel nulla. Era un fantasma, una di quelle presenze che secondo le leggende medievali potevano manifestarsi fisicamente per tormentare i vivi. Ma il danno ormai era fatto.
Da quel giorno il cavaliere è cambiato completamente. Il suo volto è diventato pallidissimo, quasi cadaverico, e non è più riuscito a riprendersi. Non è mai tornato l’uomo forte di una volta. Ha passato il resto dei suoi giorni vivendo con una prudenza estrema, quasi ossessiva. Soprattutto, quella notte gli ha tolto ogni dubbio: ora sapeva con certezza che i demoni esistono davvero e che possono colpire quando meno te lo aspetti. La sua salute è peggiorata rapidamente e la morte lo ha portato via poco tempo dopo quella terribile esperienza.
Insomma, non finisce mai bene quando si vuol fare un patto col diavolo.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
