Una discesa infernale narrata da Beda il Venerabile, nell’anno 696: visitare l’Inferno prima ancora di Dante Alighieri e della Divina Commedia.
Molti si chiedono quale sia l’anno in cui Dante immagina di visitare l’aldilà. La risposta è il 1300, l’anno del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII. Ma la cronologia del Sommo Poeta non nasce dal nulla. Sei secoli prima, nel 696, un uomo del Northumberland di nome Cunningham morì e tornò in vita all’alba, portando con sé la cronaca brutale di un Inferno fatto di ghiaccio e fiamme nere. Dante scelse il 1300 per la sua simbologia politica e spirituale, ma il sentiero verso l’abisso era già stato tracciato dai visionari medievali nelle cronache più oscure della Britannia.
Dante Alighieri ci ha raccontato della sua discesa all’Inferno, della salita al Purgatorio e dell’ascesa al paradiso, emozionando il mondo intero per secoli. Ma, non è stato mica l’unico. Molti altri autori ci hanno accompagnato tra i fuochi degli Inferi, per mostrarci quel che ci aspetta se non facciamo i bravi. Uno tra questi è Beda il Venerabile, monaco benedettino inglese che seicento anni prima di Dante ci ha raccontato di un viaggio nel sottosuolo, avvenuto precisamente nell’Anno domini 6961.
L’Inferno di Beda: la discesa di Cunningham seicento anni prima di Dante
Nel Northumberland, regione a nord-est dell’Inghilterra, oggi confinante con la Scozia, viveva un uomo di nome Cuningham, padre di famiglia, devoto, che un giorno si ammalò, riempiendosi di cimurro tanto da aggravarsi sempre più finché, al principio della notte, morì. Il fatto straordinario, però, è che al mattino tornò in vita, all’improvviso. Si alzò a sedere e tutti coloro che lo stavano vegliando, piangendo, si presero paura e fuggirono. Solo la moglie rimase vicina a lui, potendo quindi ascoltare cosa aveva da dire:
“Non temere, perché ora sono veramente risorto dalla morte, e mi è permesso di vivere di nuovo tra gli uomini; tuttavia, non vivrò come ero solito, ma d’ora in poi in modo molto diverso.”
L’uomo, infatti, una volta ritornato dal mondo dell’Aldilà, divise i suoi beni, li spartì tra i famigliari e i poveri della comunità, per poi trasferirsi in un monastero dove trascorse tutti i giorni che gli restavano della sua vita. Molti gli chiesero cosa fosse accaduto per renderlo così contrito e penitente, diventando quasi un sant’uomo. E lui raccontò di quella notte passata nell’oltretomba: un viaggio che lo aveva fatto finire all’Inferno e poi più su, nei cieli.
Il suo viaggio da trapassato cominciò dietro una guida dal volto splendente e una veste luminosa, che lo condusse a nord-est, verso “una valle di grande ampiezza e profondità, ma di lunghezza infinita; che sul lato sinistro sembrava piena di terribili fiamme, mentre dall’altro lato era altrettanto orribile per violenta grandine e fredda neve che volavano in tutte le direzioni; entrambi i luoghi erano pieni di anime umane, che sembravano a turno sballottate da una parte all’altra, come in un violento temporale.”
Subito, con questa descrizione, ci troviamo davanti al supplizio di anime umane, che dopo la morte vengono torturate, per l’eternità, con tanto di fiamme: i classici fuochi dell’Inferno che, a quanto pare, già nel VII secolo facevano parte dell’immaginario collettivo.
Fiamme nere e ghiaccio: l’immaginario di Beda tra fede e terrore
Prima che la teologia definisse i confini del Purgatorio, i racconti come quello di Cunningham servivano a terrorizzare i fedeli. Non c’erano allegorie gentili: c’era il fetore delle fosse, le tenaglie roventi dei demoni e il gelo che spezza le ossa. Queste visioni sono le fondamenta “sporche” su cui poggia l’architettura della Commedia. Dante ha dato forma poetica a un terrore che nel 696 era pura, cruda cronaca di un sopravvissuto.
Tuttavia la guida spiegò subito al fresco trapassato Cuningham, di non pensare che quello fosse l’Inferno, perché non lo era, non ancora. L’oltretomba, proprio come lo immaginiamo noi e come lo immaginò Dante, già in quest’opera appare stratificato, su più livelli distinti da una crescente sofferenza. L’atmosfera stessa si va via via più orrida, come descrive l’autore:
“Quando mi ebbe condotto, molto spaventato, via da quell’orrendo spettacolo, a poco a poco, fino in fondo, d’un tratto vidi che il luogo cominciava a farsi buio, riempiendosi di oscurità. Quando vi entrai, l’oscurità, a poco a poco, divenne così fitta, che non potevo vedere altro oltre alla veste di colui che mi guidava. Mentre procedevamo attraverso le ombre della notte, all’improvviso apparvero davanti a noi frequenti globi di fiamme nere, che si levavano come fuori di una grande fossa, e poi ricadevano di nuovo nella stessa. Quando fui condotto là, la mia guida scomparve improvvisamente, e mi lasciò solo in mezzo alle tenebre e a questa orribile visione, mentre quegli stessi globi di fuoco, senza interruzione, uno alla volta volavano e ricadevano in fondo all’abisso; e osservai che tutte le fiamme, mentre salivano, erano piene di anime umane.”
Il fresco trapassato Cuningham era rimasto solo, in mezzo ai tormenti dei dannati che bruciavano nei globi di fiamme nere. Finché alle sue spalle, non udì un lamento orribile e miserabile, e nello stesso tempo una forte risata. Dalle tenebre comparve una banda di sghignazzanti spiriti maligni che trascinavano anime ululanti e lamentose. I demoni li spingevano verso una fossa ardente e s’inabissarono con loro, per poi riemergere soli, dopo averli scaricati di sotto. Dopo aver portato a termine il compito, i demoni si accorsero di Cuningham, e gli andarono Balzarono su di lui impugnando tenaglie roventi, con gli occhi di fuoco, e fiamme che sprizzavano dalle bocche e dalle narici diaboliche. Tuttavia, non poterono toccarlo, poiché dall’oscurità emerse una forte luce, come una stella che brilla nella notte, e tutti quei diavoli fuggirono.
Già arrivati a questo punto, ma ancor prima del resoconto, si possono individuare molte analogie con la Divina Commedia. Questa stessa scena, ovvero l’incontro di una banda indiavolata e sghignazzante, sembra gettare solide basi di ispirazione per quel che scriverà Dante, poi. Ma anche la guida di Cuningham, questo sconosciuto brillante come una stella, ci ricorda il duce del Sommo, ovvero Virgilio, e anche un po’ Beatrice, nel gran finale della Commedia.
Guida che, dopo avergli fatto assaggiare le pene dell’Inferno, condusse il protagonista del viaggio verso sud-est, verso un’atmosfera di chiara luce, fino a trovarsi dinnanzi a un vasto muro, di lunghezza e altezza, in ogni direzione, sconfinate. Cuningham chiese che ci facevano lì davanti visto che non c’era alcuna porta, ma la guida lo aiutò a oltrepassare quel muro infinito, non si sa come, senza neppure muoversi: uno spostamento che trascende le leggi del tempo e dello spazio, simile agli spostamenti che Dante compirà nel Paradiso, dove non c’è posto per la comprensione umana.
“Al di là del muro c’era un campo vasto e delizioso, così pieno di fiori profumati, che l’odore della sua deliziosa dolcezza dissipò immediatamente il fetore della fornace oscura.Tanta era la luce in quel luogo, che sembrava superare lo splendore del giorno, o il sole nella sua altezza meridiana. In questo campo c’erano innumerevoli assemblee di uomini vestiti di bianco, e molti sedevano insieme gioendo.”
Cuningham cominciava a credere d’essere finito in paradiso. Ma ancora una volta, come era accaduto all’inizio della discesa, la guida stellare gli spiegò che quello non era il regno dei Cieli, sottintendendo, quindi, che il trapassato stava solo ammirando un assaggio della beatificazione divina, così come aveva appena intravisto le pene d’Inferno che, nella realtà dei fatti, erano persino peggiori. Questo gioco di eccessi si basa sempre sulla scarsa comprensione umana relativa alla sfera soprannaturale: fatta di elementi così lontani dal nostro modo di ragionare da risultare indescrivibili. Ecco perché il protagonista si limita a sfiorare l’anticamera dell’Inferno e del Paradiso, senza mai vederli davvero. Un concetto che approfondirà anche Dante, soprattutto nel Paradiso, quando si troverà a descrivere la Trinità, e lo farà in maniera poeticamente criptica.
Cunningham: il morto che tornò dall’Aldilà seicento anni prima della Commedia
Non appena Cuningham si trovò a sfiorare le delizie del perimetro esterno del regno dei Cieli, la guida cominciò a riportarlo indietro lungo tutto il percorso. E nel frattempo gli spiegava cosa aveva appena visto. La valle che consumava anime tra il freddo e il fuoco è il luogo dove sono puniti coloro che si pentono in punto di morte dopo aver ritardato tanto a confessare e correggere i loro delitti. Una sofferenza temporanea, poiché dopotutto si sono pentiti, anche se tardivamente. Perciò nel giorno del Giudizio saranno ricevuti nel regno dei cieli. Oppure anche prima, se aiutati dai loro cari, viventi, con preghiere, messe, digiuno ed elemosina. La fossa, invece, dove venivano gettate le anime di sotto era la bocca dell’Inferno, in cui chi cade ci rimarrà per l’eternità.
Passando oltre il muro, invece, quel bel prato luminoso accoglieva le anime dei buoni ma non così tanto da meritarsi il paradiso vero e proprio. Perciò, la guida ammonì Cunningham dicendogli che lui sarebbe tornato nel suo corpo per vivere di nuovo tra gli uomini in virtù di quel che aveva appena visto.
Ed ecco perché aveva mollato la moglie, la famiglia e i parenti per chiudersi in monastero, prendere la tonaca e vivere da sant’uomo per il resto della sua vita. Col tempo divenne così famoso che persino il re andò a trovarlo. E tutti lo ammiravano pregare in continuazione, solo e penitente, col caldo e col freddo, in estate e in inverno. E tutti gli chiedevano come facesse a sopportare quelle condizioni restando sempre fedele, e lui rispondeva che poteva sopportarlo perché aveva visto un fuoco e un gelo peggiori.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Beda il Venerabile, Capitolo XII, “Di uno tra i northumbriani, che è risorto dai morti, e relativo alle cose che aveva visto, alcuni terrori eccitanti e altri delizia. Anno domini 696” ↩︎
