Tradimenti, tesori rubati e sangue. Scopri la vita di Ruggero da Fiore: da monaco templare a Cesare e leggendario capo della Compagnia Catalana.
Ruggero da Fiore, chiamato anche Roger da Flor, o Roger da Flores, è uno dei protagonisti della Crónica catalana di Ramon Muntaner. La sua vita è un’avventura degna d’essere raccontata, che sfiora importanti vicende di fine XIII secolo a cominciare dalla battaglia di Tagliacozzo e i Vespri Siciliani, passando per la tragica conclusione delle crociate con l’assedio di san Giovanni d’Acri, e arrivando fino a Costantinopoli, durante le guerre con gli Ottomani. Mettici pure i templari e la sparizione di un tesoro, una scomunica, scorrerie, saccheggi, battaglie navali, imprese eroiche ed ecco che prende forma lo splendido mosaico narrativo che compone la biografia di Ruggero da Fiore, partito da bambino come semplice mozzo e diventato megadux, una delle più alte cariche militari dell’Impero Romano d’Oriente.
- 1. Ruggero da Fiore: un’epica storia medievale
- 2. Le origini di Ruggero da Fiore: da Brindisi alla caduta degli Svevi
- 3. Il Falco del Tempio: Ruggero da Fiore e la vita da monaco guerriero
- 4. Il tesoro dei Templari: l’accusa di furto dopo l’assedio di Acri
- 5. Dalla scomunica alla Compagnia Catalana: la rinascita come pirata
- 6. La Battaglia della Porta di Ferro: 30.000 Turchi contro gli Almogaveri
- 7. Ruggero da Fiore Cesare dell’Impero: l’invidia dei Bizantini
- 8. Il tradimento di Adrianopoli: l’assassinio di Ruggero da Fiore
- 9. La Vendetta Catalana: l’ira degli Almogaveri scuote Bisanzio
Ruggero da Fiore: un’epica storia medievale
L’imperatore Federico II aveva un falconiere di nome Richard von Blun, tradotto letteralmente dal tedesco in Riccardo da Fiore. Sappiamo bene quanto l’imperatore svevo fosse appassionato di caccia (per approfondire, leggi “La caccia nel Medioevo”), per questo teneva in gran considerazione anche i suoi esperti cacciatori. Riccardo da Fiore, in particolare, fu ricompensato per i suoi servigi con la mano di una dama molto ricca della città di Brindisi.
Riccardo e la dama brindisina ebbero due figli: Jacopo da Fiore e Ruggero da Fiore. Ma quando il maggiore raggiunse l’età di quattro anni e il minore quella di un anno, e l’imperatore svevo era ormai morto da 18 anni, Riccardo da Fiore fu costretto a lasciare l’amata famiglia per seguire l’esercito del sedicenne Corradino, nipote di Federico II, in guerra contro i guelfi di Carlo I d’Angiò.
La discesa di Corradino in Italia culminò nella celebre battaglia del 23 agosto 1268, a Tagliacozzo (per approfondire, leggi “La Battaglia di Tagliacozzo”), dove Riccardo da Fiore trovò la morte in combattimento. La moglie, Il figlio Jacopo e il piccolo Ruggero da Fiore, che aveva appena un anno, rimasero senza capofamiglia e perfino diseredati dalla presa di potere di re Carlo che, dopo aver schiacciato gli svevi, spogliò i vinti dei loro beni.
Le origini di Ruggero da Fiore: da Brindisi alla caduta degli Svevi
Brindisi era un’importantissima realtà medievale, scalo per l’attraversamento del Mediterraneo in tutte le sue mete più ambite, fino a quell’Oltremare che per secoli attirò gli sforzi militari ed economici dell’intero Occidente. Le navi delle case mercantili giungevano a Brindisi per caricare pellegrini, soldati e viveri “olio, vino e ogni sorta di chicco di grano”, per poi scortarli fino in Terra Santa e perfino oltre, nel Mar Nero. Ma non si trattava solo di questo. Il porto di Brindisi fungeva anche da “sosta invernale”, dove le navi si fermavano per svernare, nell’attesa della primavera. “Certamente è il luogo più attrezzato per il passaggio di là del mare di qualunque appartenente ai cristiani, e nella terra più abbondante e fertile, ed è vicinissimo a Roma; e ha il miglior porto del mondo, tanto che ci sono case fino al mare.”
Ruggero da Fiore passò l’infanzia in quel brulicante porto medievale, vivendo come facevano i ragazzini delle famiglie affacciate sul mare. “Correva intorno alla nave e al sartiame leggero come fosse una scimmia, e tutto il giorno stava con i marinai.” Un giorno, come in un classico della letteratura d’avventura, il piccolo Ruggero da Fiore si imbatté nel comandante di una nave che non era affatto come le altre. Si trattava, infatti, di un veliero del Tempio, l’ordine monastico cavalleresco più potente dell’epoca.
Il comandante della nave templare si chiamava fratello Vassayll1. Costui prese molto in simpatia Ruggero da Fiore, poiché il ragazzino bazzicava la nave templare tutti i giorni, ormeggiata a Brindisi per l’inverno. Perciò il comandante disse alla madre che, nel caso in cui lei ne avesse avuto bisogno, lo avrebbe preso in custodia per farlo entrare a far parte dell’ordine, anche se, tale richiesta, non veniva trattata favorevolmente dalla Regola del Tempio:
“Sebbene la regola dei Santi Padri permetta di avere dei fanciulli nella congregazione, noi vi esortiamo a non farvi carico di ciò. Chi avrà deciso di introdurre un figlio o un parente nell’Ordine militare, in modo corretto, lo nutra sino agli anni nei quali la sua mano armata possa virilmente cancellare i nemici di Cristo dalla Terra Santa. Poi, secondo la regola, il padre o i genitori lo portino in mezzo ai fratelli o rendano nota a tutti la sua richiesta: è meglio non consacrarlo da fanciullo piuttosto che, fatto uomo, allontanarlo in modo clamoroso.”
Perché i fanciulli, finchè sono piccoli, non vengano accolti fra i fratelli del tempio. capitolo LXII, Regola del Tempio
Regola che, come vedremo più avanti, si rivelerà più che azzeccata.
Il Falco del Tempio: Ruggero da Fiore e la vita da monaco guerriero
La madre, viste le difficili condizioni economiche in cui versava dopo la morte del marito, decise di consegnare suo figlio a Fratello Vassayll, per farlo salire a bordo del veliero templare. Ed è così, come nell’incipit di una grande storia, che ebbero inizio le avventure di Ruggero da Fiore.
“E il ragazzo si rivelò il ragazzo più esperto del mare; compì meraviglie dell’arrampicata e di tutte le cose. A quindici anni era considerato uno dei migliori marinai del mondo, e a vent’anni era un abile marinaio in teoria e in pratica, tanto che il degno fratello Vassayll gli lasciava fare tutto ciò che voleva con la nave. E il Maestro dei Templari, vedendolo così zelante ed esperto, gli diede il mantello e lo fece fratello sergente e poco tempo dopo che fu fatto fratello, i Templari comprarono dai Genovesi una grande nave, la più grande che fosse stata costruito in quel tempo, e si chiamava il Falcone, e lo diedero a questo fratello Ruggero da Fiore.”
Ruggero da Fiore si rivelò un fenomeno della vita marinaresca. Sapeva arrampicarsi in maniera meravigliosa e fare molte altre cose straordinarie che gli valsero, a detta del cronista, il primato di “uno dei migliori marinai del mondo”. A vent’anni, intorno all’anno 1288, era così abile nella teoria e nella pratica che fratello Vassayll “gli lasciava fare tutto ciò che voleva con la nave”, presumibilmente lasciandogli il comando anche durante gli scontri armati. La fama di Ruggero da Fiore fece la scalata della gerarchia templare, fino a giungere alle orecchie del maestro stesso, l’allora Guillaume de Beaujeu che vedendolo così “zelante ed esperto” gli consegnò il mantello dell’ordine nominandolo fratello sergente e, poco tempo dopo, affidandogli perfino una nave: il Falco, o Falcone del Tempio.
Il Falco del Tempio era una grande nave che i templari avevano comprato dai genovesi: “la più grande che fosse stata costruita in quel tempo”. Sappiamo che i templari, come gli ospitalieri, usavano sia navi di proprietà dei mercanti, sia proprie, per il trasporto di uomini e merci2. I carichi includevano spesso bestiame, anche se la maggior parte degli animali soffriva molto durante i viaggi in mare. I più richiesti e trasportati erano naturalmente i cavalli e i destrieri da guerra. Nelle prime fasi delle crociate, gli ordini affittavano navi delle città italiane come Venezia, Genova, Pisa. Successivamente, però, cominciarono ad acquistarle formando una propria flotta, come testimoniato da Ramon Muntaner nel racconto di Ruggero da Fiore, e del suo Falco del Tempio.
Com’era fatta la nave di Ruggero da Fiore? La “Navis” genovese
Non esiste una precisa descrizione del Falco, tuttavia possiamo prendere per buone le parole del cronista per ipotizzare le caratteristiche “della più grande nave” templare. Innanzitutto, essendo la più grande, è probabile che non fosse una galea, ovvero l’imbarcazione più frequente sul finire del XIII secolo (e lo rimase, in ambito militare, fino al XVI secolo, come dimostrato nella battaglia di Lepanto). Le galee erano le imbarcazioni lunghe e sottili che associavano propulsione velica all’uso dei remi, mossi da almeno duecento uomini. Erano precisissime nelle manovre e perfette per la guerra nel Mediterraneo, tuttavia non potevano trasportare ingenti carichi (cosa che, invece, Ruggero da Fiore con il Falco faceva spesso).
Navis era il termine con cui si indicavano nel Medioevo le navi dotate di una grande capacità di carico. Per definire genericamente un’imbarcazione invece si faceva uso del termine lignum, richiamando il materiale utilizzato. A quel tempo vi erano, quindi, due grandi tipologie di natanti: quelle a scafo sottile, come le galee, e quelle a scafo tondo, come le navis che, a seconda del paese e dell’epoca, assumevano terminologie ancora più specifiche3. La navis di Ruggero da Fiore, quindi, poteva apparire come una delle tipiche imbarcazioni mercantili genovesi.
Il Falco del Tempio poteva assomigliare, quindi, al modello più grande di navis genovese: due o tre vele, priva di remi, della capacità di 1000 tonnellate e dotata di un equipaggio di 80-100 uomini, con un cassero fortificato a poppa e un castello sopraelevato a prua4. Una nave pensata prevalentemente per il trasporto, nonostante fosse armata per il combattimento, e che Ruggero da Fiore comandò con “grande sapienza e valore”.
Ruggero da Fiore navigò a lungo col suo Falcone, partecipando anche all’ultimo assedio delle crociate, quello che avrebbe posto fine alla pagina di storia Oltremare: Acri, 1291. Aiutò i difensori a fuggire dalla città perduta, nelle ultime fasi dell’assedio, quando i mamelucchi avevano conquistato la doppia cerchia di mura per riversarsi nelle strade. Ruggero da Fiore fece da spola con la sua nave, avanti e indietro, dal porto di san Giovanni d’Acri fino a Montpelegrin, il castello del Pellegrino, dove i superstiti però non rimasero a lungo, poiché la caduta della città di Acri pose fine al regno crociato.
“Ora sappiate che quelli di Castel Pellegrino, quando videro che tutto era perduto, capirono bene che non avevano la forza di difendere il castello, così lo abbandonarono e andarono all’isola di Cipro, e poi i saraceni lo fecero radere al suolo”
Templare di Tiro 276. (512)”
Ma Ruggero da Fiore, oltre a scortare i civili, si occupò anche di una questione scottante: il trasporto del tesoro dell’Ordine Templare.
Il tesoro dei Templari: l’accusa di furto dopo l’assedio di Acri
Qui, la storia del templare italiano, comincia ad assumere le tinte avventurose che solo i misteri legati all’ordine religioso più affascinante di tutti i tempi riescono a regalare. Poiché, secondo la Crónica catalana de Ramon Muntaner, fu proprio lui a mettere in salvo il tesoro del Tempio, allora conservato nell’ultima città fortezza cristiana di Terra Santa. E nel farlo si arricchì tanto da incorrere nelle ire del tesoriere dell’ordine Thibaud Gaudin, il quale, al termine dell’assedio e, in seguito, alla morte dell’allora maestro Guillaume de Beaujeu (sacrificatosi in un’ultima carica contro i mamelucchi, leggi l’articolo “Così muore il maestro dei templari”), divenne egli stesso maestro dell’ordine, cominciando la sua persecuzione nei confronti di Ruggero da Fiore. “Gli invidiosi lo accusarono al maestro, dicendo che aveva un grande tesoro che gli era rimasto della faccenda di Acri.”
Nella cronaca catalana, Ruggero da Fiore viene considerato privo di colpa. Si dice che si arricchì trasportando persone importanti da Acri a Castel Pellegrino, presumibilmente dietro donazioni o pagamento di un pedaggio5, per poi essere accusato dagli “invidiosi” d’essersi impadronito di una parte del tesoro dei templari. Tuttavia, molti altri autori non furono dello stesso avviso6, e presero le parti dell’Ordine nell’accusare il comandante del Falco di aver speculato su un disastro, rubando parte del tesoro.
Ruggero da Fiore fu, quindi, spogliato dei suoi averi, cacciato dall’ordine dei Templari, e “scomunicato pergiunta” ma le sue imprese non erano neppure cominciate. Poiché mise al servizio del miglior offerente la sua esperienza di mare e la sua fama (per quanto sporcata dagli avvenimenti) per divenire, a tutti gli effetti, un pirata, o corsaro antelitteram, considerato che veleggiava per conto di un potente.
Dalla scomunica alla Compagnia Catalana: la rinascita come pirata
Ruggero da Fiore abbandonò la navis del Tempio, il Falco, a Marsiglia. Andò a Genova e, grazie a un ingente prestito conferitogli da Ticino Doria, armò una galea da guerra a vela e remi, veloce e letale, per poi offrire i propri servigi di esperto comandante a Roberto d’Angiò (qui titolato come Duca di Catania). Il Duca, però, non si dimostrò interessato. Dopotutto era di parte guelfa, appartenente alla fazione papale, dunque poco incline ad accogliere uno scomunicato cacciato dall’ordine dei templari. Perciò Ruggero da Fiore si recò dal suo nemico, nonché re di Sicilia in persona, Federico III d’Aragona, il quale, guardacaso, era anch’egli scomunicato, e fu felicissimo di arruolare un uomo così valente nella dura guerra che infiammava il sud Italia a quel tempo.
A questo punto si potrebbe aprire una parentesi sulla questione del tesoro templare rubato. Poiché se le accuse fossero state vere, Ruggero da Fiore non avrebbe avuto bisogno di un prestito per armare la galea. O forse il tesoro rubato non era sufficiente a coprire i costi? Le ipotesi sono molte. Ruggero potrebbe persino aver venduto il tesoro ai suoi contatti genovesi, ottenendo una somma di denaro “pulita”, spacciata per un prestito. Ma sono solo supposizioni. Come al solito, la verità non la sapremo mai.
Con l’appoggio del re di Sicilia, Ruggero da Fiore diede inizio alla sua carriera piratesca al comando dell’Oliveta, veleggiando nel Mediterraneo a caccia di velieri angioini da catturare.
Ruggero da Fiore, durante il suo primo incarico da pirata al soldo del re aragonese di Sicilia, catturò a largo della Puglia una nave dell’avversario angioino, a tre ponti, carica di grano e altre vettovaglie. La occupò con una parte della sua compagnia mentre i prigionieri di guerra li caricò sulla sua Oliveta. Poi, mandò la nave catturata a Siracusa. Un bel bottino, senza dubbio, ma Ruggero da Fiore non si fermò. Catturo altre dieci imbarcazioni, dette “teridi”, tutte mercantili e piene di vettovaglie, anch’esse mandate poi a Siracusa e al castello d’Augusta, dove spartì il guadagno col re Federico III d’Aragona. La scalata al potere era cominciata: con i soldi che gli rimasero, ricavati dalla vendita del carico catturato, Ruggero da Fiore mise in piedi la sua compagnia di guerra, quella che poi sarebbe passata alla storia come la Compagnia Catalana (o degli Almogavari).
Dopo aver consegnato parte del bottino al re Federico III d’Aragona, con quel che era rimasto Ruggero da Fiore divenne un uomo ricchissimo. Egli, però, aveva acqua di mare nelle vene e ferro affilato nel pugno, perciò investì i guadagni in nuove galee, armi e uomini. Pagò i soldati siciliani e catalani che si erano uniti a lui e ne arruolò degli altri. Poi acquistò altre quattro galee, ben armate ed equipaggiate. Con una flotta di cinque galee, guidate dall’ammiraglia Oliveta, si diresse nuovamente in Puglia, la sua terra, solcando i mari che fin da bambino, quando era un mozzo imbarcato sulla nave dei templari, aveva imparato a conoscere. Catturò altre navi angioine, grandi e cariche di bottino, continuando ad ampliare e rinforzare la nuova Compagnia Catalana, che a quel punto cominciava a divenire una forza militare molto influente nello scacchiere politico del sud Italia di inizio XIV secolo. “fu infinito il suo guadagno, e fu immenso il bene che fece a Messina e a Reggio e a tutto il circondario”.
Tali erano le disponibilità economiche del pirata Ruggero da Fiore, che poté comprare 50 destrieri da guerra da affidare a scudieri catalani e aragonesi, al fianco di 5 cavalieri della piccola nobiltà spagnola che si misero alle sue dipendenze, arricchendo la compagnia di Almogavari di un reparto di cavalleria di tutto rispetto. Era stimato in Sicilia, poiché pagava bene e pagava subito. I suoi seguaci, infatti, valevano il doppio degli altri in quanto a valore e fedeltà.
Ramon Muntaner riserva belle parole per il figlio del falconiere di Federico II, descrivendo la sua scalata al successo come frutto indiscusso di straordinarie capacità e generosità verso gli uomini. Ma altri cronisti, che supportavano la causa dei templari derubati del loro tesoro (e che ancora gli davano la caccia!) usavano tutt’altre parole:
“Arricchitosi in Acri in mezzo alle sventure dei fratelli, cacciato dal gran maestro dell’Ordine per misfatti e per invidie, scomunicato per giunta, non si perse d’animo, e poiché ricusò per scrupolo i suoi servigi Roberto di Napoli, li offerse Ruggero a Federigo che li accettò come quegli che di scomuniche non pativa a quell’ora penuria. Così corseggiando e spogliando amici e nimici, avido d’oro e di fama, rifece le perdute dovizie. Prodigo, dissipatore, rapace, avea menato grido di sè fra l’oste siciliana…”
Cronache catalane del secolo XIII e XIV, una di Raimondo Muntaner, l’altra di Bernardo d’Esclot. Prima traduzione italiana di Filippo Moisè
Detrattori a parte, la sua influenza militare e politica fu evidente, poiché venne nominato vice ammiraglio di Sicilia e membro del consiglio del re, guadagnando i castelli di Tripi, Alicata e, stando al resoconto, godette pure delle rendite di Malta, appena strappata dagli angioini ed entrata a far parte del dominio aragonese.
Insignito della nuova carica, lasciò gran parte della Compagnia Catalana sulla terra ferma per servire il re aragonese, e s’imbarcò con cinque galee e un legno (presumibilmente un’imbarcazione da trasporto qualsiasi) per solcare i mari costieri d’Italia e di Francia e di Spagna, cacciando e depredando: “tutto ciò che trovava, di amico o nemico, in monete o beni di valore, che poteva mettere a bordo delle galee, lo prese.”
Le sue scorrerie, però, non finivano mai nel sangue. Il cronista ci racconta che Ruggero da Fiore non feriva mai nessuno, evitando perfino di derubare i semplici marinai che lo incontravano via mare: limitandosi, quindi, al carico e ai beni preziosi. In breve tempo divenne un prezioso alleato per il re aragonese. Inoltre, nel corso dell’assedio di Messina del 1301, quando la città fu attaccata per via terra e via mare da Roberto d’Angiò, Ruggero da Fiore si dimostrò indispensabile.
L’eroica impresa di Messina e la rottura del blocco navale
Tornato in Sicilia, e saputo dell’assedio alla città di Messina, Ruggero da Fiore radunò la sua compagnia di soldati che “lo attendevano come gli ebrei fanno con il Messia”. E si preparò all’impresa che lo consacrò nell’Olimpo degli eroi medievali.
L’assedio aveva gettato la città di Messina nella carestia più nera. Federico III d’Aragona era riuscito a forzare il blocco e portare per ben due volte il grano via terra, “più di diecimila bestie cariche di frumento e di farina, e molto bestiame”, ma lo sforzo non diede seguito ad alcun risultato tangibile, poiché “il grano portato dalla terra non vale nulla”, considerato, come ci dice il cronista, che la compagnia e la cavalleria che accompagnavano simili convogli ne mangiavano la gran parte durante il viaggio.
Ruggero da Fiore aveva sei galee a Siracusa, e per aiutare i messinesi ne acquistò altre quattro dai genovesi a Palermo e Trapani, riempiendole di grano e provviste. Con le dieci galee, sottili, veloci, e bene armate, attese un forte vento di sud-est, o di mezzogiorno: un vento così forte che, quando soffiava, tutto il mare di Siracusa era in subbuglio e nessun uomo che non fosse bravo marinaio osava salpare. Lui salpò lo stesso e, per aggiungere difficoltà alla già pericolosissima situazione, lo fece di notte.
All’alba raggiunse “Boca del Faro”, dove le correnti sono così grandi e il mare così alto che nulla può resistere. Ma Ruggero da Fiore, nonostante il famigerato vento da sud-est, con la sua galea in testa guidò le dieci navi dalle vele latine in mezzo alla tempesta. Quando gli uomini di Roberto d’Angiò videro quei temerari passar loro davanti, cominciarono a gridare, ma non alzarono le ancore per andar loro incontro. Perché il mare era grosso e nessuno di loro se la sentiva di affrontarlo.
Ruggero da Fiore forzò il blocco navale ed entrò nel porto di Messina con le sue dieci galee, sopravvissute alla tempesta, e “non c’era un uomo che avesse un punto asciutto.”
Ruggero da Fiore vendette il grano a trenta reali d’argento la tonnellata, nonostante gli fosse costato il doppio, a parte le spese. Se avesse desiderato, l’avrebbe venduto a una cifra ben maggiore. Ma il suo gesto permise alla città di Messina di rianimarsi, per resistere all’assedio.
Ramon Muntaner, l’autore della cronaca catalana, ci spiega così come il più disprezzato dai signori del mondo, ovvero dai templari, fosse in realtà un nobile signore che rese grandi servigi al sovrano benevolo che fu in grado di accoglierlo (Federico III d’Aragona), e che invece si dimostrò una spina nel fianco di colui che lo aveva disprezzato (Roberto d’Angiò).
Ruggero da Fiore, dopo esser stato nominato vice ammiraglio da Federico III d’Aragona, re di Sicilia, e dopo l’eroica impresa dell’assedio di Messina, aveva raggiunto un tale livello di potere politico-militare, che la sua Compagnia Catalana (che comprendeva soldati, cavalieri e perfino una flotta di una decina di navi), necessitava di risorse ingenti per il suo mantenimento. Tali esigenze, nel caso in cui fossero venute a mancare le risorse, avrebbero portato a una ribellione. Poiché i soldati sono fatti così, e Ruggero lo sapeva bene. Per questo, decise di agire d’anticipo.
Ruggero da Fiore confidò le sue preoccupazioni al sovrano aragonese, raccontando soprattutto la sua paura più grande: ovvero che l’ordine dei templari si facesse avanti per reclamare la sua testa. Poiché il regno di Sicilia, dopo la pace di Caltabellotta del 31 agosto 1302, era ormai in pace con la Chiesa e con il papa (oltre che con il nemico angioino), e quindi il maestro del Tempio avrebbe potuto chiedere a Federico III di consegnargli Ruggero da Fiore, scomunicato e accusato d’aver rubato il tesoro dei templari. A una simile richiesta, il sovrano aragonese si sarebbe trovato in difficoltà, poiché avrebbe dovuto consegnare il suo vice ammiraglio, nonché condottiero della Compagnia Catalana, per non incorrere in una nuova guerra con la Chiesa.
Re Federico comprese le preoccupazioni di Ruggero da Fiore, e gli disse che qualunque cosa avesse in mente di fare per risolvere la questione, avrebbe ricevuto la benedizione di Dio e l’aiuto del regno di Sicilia. Cosa che, probabilmente, era proprio quello che desiderava Ruggero da Fiore. Poiché nella sua mente aveva già pianificato la sua prossima mossa: l’inizio di un’avventura che avrebbe segnato il suo destino e quello della Compagnia Catalana.
Ruggero da Fiore doveva aver pensato molto alla richiesta da porre al sovrano aragonese, poiché il suo piano risultava programmato fin nel minimo dettaglio. Egli intendeva dimettersi dall’incarico che portava avanti nell’ormai riappacificata Sicilia, per presentarsi all’imperatore di Costantinopoli, Andronico II Paleologo, con la sua grande Compagnia Catalana “di cavalli e fanti, tutti catalani e aragonesi”, che stando alle stime del cronista si aggirava sui 4.000 uomini. Si diceva, infatti, che l’Impero Romano d’Oriente combattesse una sanguinosa guerra contro i turchi, i quali si erano già impossessati di molte terre e minacciavano di spingersi oltre, preannunciando quello che avrebbero fatto gli ottomani, più di un secolo dopo.
Ruggero da Fiore, quindi, mirava a inserirsi nel ricchissimo impero dei bizantini con la promessa di contribuire alla causa, forte della fama che la Compagnia Catalana si era guadagnata in tutto il Mediterraneo, fra scorrerie, battaglie navali e assedi. In cambio, chiedeva la giusta ricompensa in moneta d’oro, ma non solo. Le ambizioni di Ruggero da Fiore puntavano molto in alto…
Ruggero da Fiore fece equipaggiare una galea della sua flotta e la mandò a Costantinopoli, dall’imperatore, affidando l’incarico d’ambasceria a due suoi cavalieri che avrebbero dovuto esporre la proposta e definire il compenso: quattro mesi di paga per ogni soldato della Compagnia Catalana, da mantenere per tutto il tempo in cui sarebbero rimasti al servizio dell’Impero, nella misura di un’oncia d’oro per i fanti e quattro per i cavalieri.
A redigere gli articoli del contratto vi era lo stesso autore della cronaca, Ramon Muntaner, il quale, da quel momento in poi, accompagnò Ruggero da Fiore nella sua avventura a Oriente. La spinta per intraprendere un simile viaggio, però, non era solo l’oro, ma il potere politico vero e proprio. Poiché tra le richieste avanzate all’imperatore, fu inserito pure un matrimonio: il condottiero della Compagnia Catalana voleva la mano di Maria, figlia della sorella dell’imperatore, Irene, e di Giovanni Asen III di Bulgaria (nella cronaca, Ramon Muntaner fa un po’ di confusione con le parentele. Lantzaura è la traduzione di “Azan” o “Asen”, una storica dinastia bulgara).
Tramite l’importante sposalizio, Ruggero da Fiore mirava a imparentarsi con l’imperatore, ma le richieste non erano finite qui. Chiese anche che gli venisse riconosciuta una carica ufficiale all’interno della gerarchia militare romana, col titolo di Granduca (megadux). Ambizioni che sembrano quasi esagerate ma che, all’atto pratico, erano basate su una concreta promessa: quella del ferro affilato e del sangue. Se l’Imperatore voleva liberarsi dei turchi, aveva bisogno dei soldati di Ruggero da Fiore. Ed è per questo che, nonostante le richieste apparentemente esagerate, accettò volentieri la sua proposta.
Proprio come aveva previsto, Ruggero si trovò spianata la strada verso una nuova impresa e un destino di guerra e gloria. Anche se, come scoprirà egli stesso, la corte dell’imperatore bizantino era un luogo colmo di insidie, all’interno del quale non basta saper menare di spada per sopravvivere…
E la galea andò così veloce che, in breve tempo, fu a Costantinopoli dove trovò l’imperatore, Skyr Andronico e il suo figlio maggiore, Skyr Miqueli. E quando l’imperatore ebbe udito il messaggio, fu molto gioioso e contento e ricevette bene i messaggeri e, alla fine, la cosa si verificò come aveva dettato fratello Ruggero; l’imperatore desiderava che fratello Ruggero avesse in moglie sua nipote, figlia dell’imperatore di Lantzaura. Fu subito fidanzata con uno dei cavalieri per fratello Ruggero.”
Salpata la galea d’ambasciata, Ruggero da Fiore era certo che l’accordo si sarebbe concluso in suo favore. Poiché la fama della Compagnia Catalana era diffusa in tutto il Mediterraneo, e il prestigio stesso del suo condottiero era rinomato alla corte dell’imperatore, fin da quando Ruggero era un fratello sergente dell’Ordine dei Templari, e veleggiava con la nave più grande del tempo, il “Falcone”. Spesso, con la nave del Tempio, aveva dato aiuto alle navi romane che incontrava lungo la rotta per la Terra Santa, diventando celebre fra i bizantini come i valacchi di Romania.
Per questo, vari signori catalani e aragonesi decisero di seguire il condottiero italiano nella sua nuova impresa contro il nemico saraceno. Berenguer de Entenza, Ferran de Ahones, Corberan de Alet, Martin de Logran, Pedro de Aros, Sancho de Aros, Berenguer de Rocafort e molti altri cavalieri che non vengono nominati, assieme a 4.000 almogaveri, tutti esperti soldati, fedelissimi al loro condottiero, e ansiosi di menar le mani.
La galea andò così veloce che, in breve tempo, raggiunse Costantinopoli. L’imperatore, come immaginava Ruggero, accettò la proposta subito, e di buon grado. Il contratto venne firmato e sua nipote Maria venne promessa al condottiero della Compagnia Catalana.
E l’imperatore mandò la carta del suo titolo di Granduca a Frey Ruggero in un bel cofanetto d’oro, firmato da lui e dai suoi figli, e gli mandò il testimone dell’ufficio e lo stendardo e il cappello (tutti i funzionari della Romania hanno un cappello speciale come nessun altro uomo può indossare). E così allo stesso modo concesse che avrebbero trovato una paga a Monemvasia e di tutto ciò di cui avrebbero avuto bisogno all’arrivo.”
L’imperatore suggellò il contratto con Ruggero da Fiore, accordandogli la nomina di Granduca: titolo che, stando alle parole del cronista, stava a significare “principe e signore su tutti i soldati dell’Impero, con autorità dell’ammiragliato, e tutte le isole della Romania e i luoghi delle coste marittime”. Il contratto cartaceo, firmato da lui e dai suoi figli, fu mandato via galea in un bel cofanetto d’oro, scortato da un testimone dell’ufficio imperiale, con lo stendardo imperiale e un cappello come lo portavano i funzionari di Romania.
Federico III d’Aragona fu felicissimo di liberarsi di Ruggero da Fiore. Poiché il potere del templare rinnegato, partito da fanciullo come semplice mozzo e diventato, ora, Granduca, era ormai alle stelle. Il re sovvenzionò la spedizione della Compagnia Catalana con altre dieci galee e due legni (navi generiche, da trasporto), denaro e viveri. In totale, la flotta arrivò quindi a comprendere 20 navi: 18 galee da guerra e due imbarcazioni da trasporto. Oltre a queste ne furono radunate molte altre, col proclama diffuso in tutta l’isola che il vice ammiraglio, Ruggero da Fiore, stava per partire, e che chiunque volesse andare con lui (uomo, donna o bambino) si trovasse a Messina, bene assistito e ricompensato con denaro, biscotti, formaggi, pancetta e carne salata, aglio e cipolle.
Insomma, il re di Sicilia voleva chiaramente far sloggiare tutti gli almogaveri dall’isola, il più alla svelta possibile.
Il re aragonese riuscì a svuotare l’isola con lauti pagamenti e incentivi alimentari. La Compagnia Catalana salpò da Messina con trentasei navi, fra galee, teridi, navi da trasporto e legni generici. 1.500 cavalieri s’imbarcarono senza destrieri (forse perché non vi era spazio?), anche se poco sopra, nel testo, il numero dei cavalieri viene indicato di 2.500. I soldati a piedi erano in totale 5.000: tra almogaveri, catalani e aragonesi, seguiti da mogli, amanti e figli: tutti ben pagati per i quattro mesi a venire, con un soldo superiore alla media delle compagnie mercenarie che attraversavano l’Europa medievale in quel periodo.
Ruggero da Fiore con l’intera Compagnia Catalana sbarcò a Malvasia, in Grecia, dove fu accolto con grandi onori, e da lì proseguì per Costantinopoli, giungendo a destinazione nel settembre del 1303. Tuttavia, appena entrato alla corte dell’imperatore, qualcuno già tramava contro di lui: i genovesi. Poiché la corte romana d’Oriente era assalita non solo dai nemici turchi, ma dai cosiddetti “alleati”. Genovesi, veneziani, franchi: tutti intenti a divorare le ricchezze bizantine tramite i loro interessi commerciali, un pezzetto alla volta, favorendo il declino di un impero ormai prossimo al tracollo.
Le nozze con Maria, sedicenne, “una delle belle e dotte damigelle” bizantine, si conclusero con un bagno di sangue. Poiché i genovesi, che all’arrivo della Compagnia Catalana videro assottigliarsi il proprio dominio sull’impero, tentarono di sbarazzarsi dei nuovi arrivati con un colpo di mano: attaccarono gli almogaveri davanti al palazzo delle Blacherne, sede della corte imperiale, guidati da Rosso de Finar, con lo stendardo di Genova in pugno. La Compagnia Catalana, però, reagì con violenza, guidata dalla carica di 30 scudieri a cavallo che si riversò contro lo stendardo genovese, abbattendo il condottiero nemico.
Gli almogaveri di Ruggero da Fiore si misero quindi all’inseguimento dei genovesi, spingendosi fin nel loro quartiere fortificato, Pera (galata), ammazzando e saccheggiando. Il cronista stima perdite per 3.000 uomini, in quella vicenda che alcuni storici chiamano strage dei genovesi. L’imperatore, però, chiese a Ruggero di fermare i suoi almogaveri, perché nel quartiere genovese erano conservate le ricchezze dell’intera città. Il granduca italiano ascoltò le sue parole e richiamò i soldati.
Complimentandosi con Ruggero da Fiore e la sua Compagnia Catalana, l’imperatore romano chiese di concentrarsi sul vero nemico, la ragione per la quale aveva assoldato un’armata così agguerrita e sanguinaria: i turchi. Costoro avevano conquistato Boca Daner (oggi lo Stretto di Gallipoli), insediandosi nelle città e nei castelli sottomessi, instaurando un regime religioso e costringendo le popolazioni alla conversione. L’imperatore, infatti, raccontò che, vergognosamente, i turchi chiedevano in sposa le figlie degli uomini importanti di quei luoghi e quando nascevano bambini, se erano maschi, “li facevano turchi e li facevano circoncidere come se erano saraceni”. Le femmine, invece, a quanto pare erano libere di fare quel che volevano.
I turchi erano ormai così vicini che fra loro e Costantinopoli si trovava solo un braccio di mare come separazione. L’imperatore stesso poté vedere coi propri occhi l’esercito nemico avvicinarsi alla costa, dall’altra parte dello stretto, con le spade sguainate. Era il momento che il nuovo granduca muovesse la sua armata, per liberare l’impero dalla sua più grande minaccia.
Prima di salpare, Ruggero da Fiore si assicurò che il suo cavaliere e fratello d’armi Ferran de Ahones sposasse una parente dell’imperatore e fosse insignito del titolo di ammiraglio, in modo da controllare l’intera flotta romana e tenere a bada i genovesi, che avrebbero potuto tentare un nuovo attacco laddove erano davvero potenti: il mare. La Compagnia Catalana aveva bisogno di rotte sicure, continui sbarchi e approvigionamenti, perciò il mare doveva essere al sicuro, sotto il diretto controllo degli almogaveri e del loro condottiero.
La Compagnia Catalana sbarcò in Anatolia, nell’odierna Turchia, ad Artaki, situata nella penisola di Kapidag. Tale penisola è molto vasta e fertile, luogo che i turchi volevano conquistare a tutti i costi. Vi si trovavano all’interno numerosissimi insediamenti e castelli, protetti da una cinta muraria che divideva la penisola col resto dell’Anatolia, nello stretto braccio di terra ben difendibile. Lo stesso giorno in cui la compagnia era sbarcata, i turchi avevano provato ad assaltare le mura per entrare nella penisola e saccheggiarla. Dunque, il granduca decise di muovere contro di loro, innalzando il suo stendardo e quello dell’imperatore, le armi del signore d’Aragona di Spagna e la bandiera del regno di Sicilia di Federico III.
Il mattino dopo la Compagnia Catalana si mosse contro i turchi, fuori dalle mura che proteggevano la penisola di Kapidag, dove si erano accampati fra due fiumi, con le loro mogli e i bambini. Li attaccarono senza pietà, prima con i dardi, dai quali i nemici rimasero storditi, per poi assalirli con i cavalieri e i fanti, tutti assieme. I turchi combatterono bene, senza darsi per vinti, poiché vi erano le mogli e i figli con loro, e dunque morirono tutti quanti, in numero di 3000 cavalieri e 2000 fanti: fu un massacro.
Ruggero da Fiore raccolse il bottino e non lasciò in vita nessun uomo che avesse più di dieci anni. Tornarono ad Artaki e caricarono sulle galee bottino e schiavi, per spedirlo alla corte dell’imperatore e far meravigliare tutti della grande e immediata vittoria. L’ottavo giorno dopo la partenza da Costantinopoli, la Compagnia Catalana aveva già compiuto il primo sterminio e liberato una intera regione. Laddove, però, aveva fatto la felicità di alcuni, tale successo attirò le invidie e le malevolenze di molti altri, fra i quali si trovavano i genovesi e il figlio dell’imperatore stesso: Michele IX Paleologo.
Michele IX Paleologo, figlio dell’imperatore Andronico II, era adirato con Ruggero da Fiore, poiché il condottiero italiano con la sua Compagnia Catalana aveva ottenuto un successo immediato nella regione dell’Anatolia laddove egli, il figlio dell’imperatore, aveva sempre fallito, più di una volta.
Michele era già stato ad Artaki e aveva combattuto i turchi per liberare la penisola, ma era stato sconfitto in maniera disonorevole. Infatti, ci racconta l’autore della cronaca, testimone oculare di tutto quel che avvenne nella grande avventura di Ruggero da Fiore e della sua Compagnia Catalana, che Michele avrebbe preferito perdere l’intero impero, piuttosto che essere umiliato dalle vittorie del nuovo venuto. Gelosie che il Signore Iddio non perdonava, poiché l’arroganza intrinseca dei greci bizantini “le persone più arroganti del mondo” attirava carestie e guerre che li avevano indeboliti, al punto che chiunque avrebbe potuto sconfiggerli.
Le parole di Montaner rispecchiano l’opinione condivisa nell’Europa medievale occidentale di quegli arroganti “greci”, ovvero i romani dell’Impero sopravvissuto al tramonto dell’Età Antica. “Non ci sono persone sulla terra che stimino e apprezzino, ma solo se stesse, eppure sono persone senza valore.” Arroganti e privi di valore, i bizantini possedevano anche un altro grande difetto, che è quello dell’assenza della carità. Gli Almogaveri che soggiornarono a Costantinopoli, nonostante fossero mercenari sanguinari, si trovarono dinnanzi a una vasta folla di fuggiaschi, reduci dalle guerre contro i turchi, poveri e affamati, che vivevano tra i “cumuli di rifiuti”, e ne ebbero a pietà. Li sfamarono e li aiutarono, e quando giunse il momento di lasciare Costantinopoli, duemila di loro si aggiunsero alla Compagnia Catalana.
La rovina che aveva colto l’Impero Romano d’Oriente, dunque, secondo il cronista, era causata dagli stessi romani (o greci, come li chiamavano loro), ormai sotto l’ira di Dio: “Sono inutili, ma credono di valere più degli altri popoli del mondo; così pure, non avendo carità verso il prossimo, appare chiaramente che hanno perso il senso.”
Assicurata la penisola di Artaki, Ruggero da Fiore era dunque pronto a condurre la sua Compagnia Catalana attraverso l’intera Anatolia, per muovere guerra ai turchi. Tuttavia, il primo giorno di novembre tramontò l’inverno “più rigido del mondo”, nel 1303. La neve era così alta e i fiumi così gonfi che era impossibile muoversi. Dunque il granduca decise di svernare ad Artaki con l’intera compagnia. Per evitare problemi con la popolazione locale, suddivise l’armata nella penisola, assicurando un abitazione e cibo a ciascun soldato Almgavaro. I prezzi del cibo e dell’alloggio vennero concordati con le autorità, poi da sottrarsi alla paga quadrimestrale. Quando l’inverno si placò, verso febbraio, Ruggero da Fiore ordinò che venissero saldati i conti con la popolazione, alla vigilia della partenza per la guerra con i turchi. Nel farlo, però, decise di giocare ancora una volta la carta della generosità con i propri uomini, per garantirsi una cieca fedeltà nella lunga campagna militare che li attendeva in terra straniera.
Ruggero da Fiore lasciò Artaki per andare a trovare l’imperatore e la sua corte, dove ricevette grandi onori e, inaspettatamente, il pagamento di ulteriori 4 mesi di paga, nonostante la Compagnia Catalana avesse speso un intero inverno a mangiare e bere. Con l’oro di Costantinopoli, il granduca tornò dai suoi uomini il 15 di marzo, pronto per ordinare la grande marcia attraverso il cuore dell’Anatolia. Prima, però, fece radunare gli almogaveri con i cavalieri e gli scudieri e i marinai per visionare il rendiconto delle spese invernali, venendo a conoscenza del debito stratosferico che avevano contratto con la popolazione locale. Alcuni soldati erano stati parsimoniosi, altri invece si erano dati alla pazza gioia, mangiando e bevendo senza alcun ritegno, consumando tre o quattro volte di più del fabbisogno necessario.
Gli accordi iniziali prevedevano che i soldati pagassero il debito contratto durante l’inverno sottraendolo alla paga. Tuttavia, Ruggero da Fiore, una volta raccolti i resoconti delle spese di ciascun soldato, li bruciò davanti a tutti. Perché ciò che avevano mangiato e bevuto lo avrebbe offerto lui stesso. I soldati accorsero allora a baciargli le mani, “perché era il regalo più bello che un signore avesse fatto ai suoi vassalli per più di mille anni”, e la fedeltà nei suoi confronti crebbe a dismisura. Il debito che il tesoriere della Compagnia Catalana si trovò a saldare con la popolazione locale ammontava “a cinquantamila once d’oro e quella degli uomini a piedi a quasi sessantamila once” per un totale di sei milioni d’argento. Ma non solo. Ruggero da Fiore pagò loro i quattro mesi di condotta che gli erano stati anticipati dall’imperatore e, così facendo, alzò il morale dell’armata, che di lì a poco, sarebbe partita per scontrarsi con i turchi, nella guerra vera e propria.
Una seconda chiave di lettura che emerge dall’episodio, su cui il cronista non si sofferma, riguarda i probabili disordini relativi alla condotta dei sanguinari almogaveri, che potrebbero aver agito come una piaga in quel lungo inverno del 1303-1304. Il granduca potrebbe aver mostrato generosità anche per arginare i problemi causati dai suoi mercenari, ma si tratta di ipotesi.
Ruggero da Fiore al comando degli uomini freschi di un inverno passato a gozzovigliare, e stracarichi d’oro, giunse nei pressi della città di Philadelphia (dal greco “La città di colui che ama suo fratello”, nominata così dal fondatore Eumene II, sovrano di Pergamo, oggi chiamata Alasehir), una grande città che l’autore paragona a Roma o Costantinopoli in quanto grandezza e ricchezza, forte di una colonia commerciale genovese molto potente fra le sue mura. Philadelphia era allora alleata dell’Impero Romano d’Oriente, mantenendo però una propria indipendenza. Tuttavia, nel momento in cui giunse Ruggero da Fiore, tale gloriosa città era assediata dai turchi guidati da Yakup I of Germiyan, che l’autore della cronaca chiama “la banda di Cesa e Tiu”: 8.000 cavalieri e 12.000 fanti.
La Compagnia Catalana ingaggiò battaglia nelle pianure dinnanzi alla città, giungendo al corpo a corpo prima ancora che i temibili arcieri turchi sfoltissero le loro fila. I cavalieri spagnoli e i fanti almogaveri caricarono il nemico saraceno, dando inizio a una dura battaglia che durò fino all’ora nona, ovvero le 15.00. La vittoria, anche questa volta, fu schiacciante. L’esercito nemico venne decimato e i sopravvissuti fatti prigionieri. Le perdite della Compagnia Catalana invece furono irrisorie: 80 cavalieri e 100 uomini a piedi. Il bottino fu infinito.
La città di Philadelphia li accolse gioiosamente, permettendo loro di sostare per quindici giorni e la notizia della battaglia si sparse per tutta l’Anatolia. “Se non fosse stato per i Franchi, sarebbero stati tutti presi prigionieri.” Tuttavia, alcuni storici ritengono che l’arrivo degli almogaveri non fosse stato accolto con gioia, poiché saccheggiarono e razziarono la città (Flor, Ruggiero di, di Andreas Kiesewetter, Dizionario biografico degli italiani, volume 48).
La Compagnia Catalana partì da Philadephia per giungere a Ninfeo, Magnesia e infine a Tyrraium (Tira), nell’odierna Turchia (da non confondersi con la città libanese di Tiro, protagonista, assieme a molte altre città dell’Oltremare, del racconto crociato). Laggiù, alcune bande di turchi si erano riorganizzate per assalire la città, senza sapere che Ruggero si trovava già dentro le mura con i suoi soldati.
Considerata la lieve minaccia, Ruggero da Fiore comandò al suo siniscalco, cavaliere spagnolo Corberan de Alet, di ingaggiare battaglia con 200 cavalieri e 1.000 uomini a piedi. Corberan eseguì gli ordini e batté il nemico nella piana antistante la città, tuttavia, durante l’inseguimento, venne colpito da una freccia in pieno volto. Egli si era tolto l’elmo di ferro per il caldo e la polvere, e tale sconsideratezza si rivelò fatale. Il cavaliere Corberan morì in battaglia, e fu una gran perdita per la Compagnia Catalana e per il granduca. L’armata si fermò a Tiro per otto giorni, il tempo di erigere una tomba ricca e bella per Corberan, nella chiesa di san Giorgio.
Nel frattempo, dalla Spagna giunse a Costantinopoli il cavaliere Berenguer de Rocafort, con due galee di rinforzo, duecento cavalieri e mille almogaveri. Egli era uno dei capitani più capaci della Compagnia Catalana, la cui presenza era fondamentale per le durissime sfide che si prospettavano in terra straniera. Poiché la guerra vera e propria non era ancora cominciata.
Ramon Muntaner, l’autore della cronaca, nonché membro della compagnia, venne mandato a Efeso, dove fu spettatore del miracolo del sepolcro di San Giovanni Evangelista: un affascinante evento sovrannaturale che avveniva ogni anno.
All’ora dei vespri, dalla lastra di marmo a chiusura del sepolcro di san Giovanni Evangelista, fuoriusciva una “manna” attraverso nove piccolissimi fori. Si trattava di una polvere che s’innalzava nell’aria, e durava fino al tramonto. Dalla tomba ne fuoriusciva così tanta, che avrebbe riempito “tre quartieri di Barcellona”. Questa manna era prodigiosa, poiché, se bevuta, abbassava la febbre, aiutava le donne a partorire e, se gettata nel mare in tempesta, pronunciando tre volte il nome “della Santissima Trinità e di Nostra Signora Santa Maria e del Beato San Giovanni Evangelista”, subito la tempesta sarebbe cessata. E leniva pure i calcoli biliari. Una manna dalla tomba, come si suol dire.
La Battaglia della Porta di Ferro: 30.000 Turchi contro gli Almogaveri
Ruggero da Fiore con la sua Compagnia Catalana percorse in lungo e in largo l’Anatolia occidentale occupata dai turchi, i quali, città dopo città, tentavano di resistere all’invasione dell’ex-templare italiano e dei suoi sanguinari almogaveri. Efeso, Ani, Tiro: le battaglie si susseguirono giorno dopo giorno, regalando una vittoria dopo l’altra ai mercenari dell’imperatore. Il granduca non perse mai uno scontro e, stando ad alcuni storici, non fu neppure clemente, poiché uccideva i vinti e reprimeva le sommosse nel sangue, sterminando e saccheggiando per ottenere grandiosi bottini e pagare gli affamati masnadieri del suo seguito. Non sappiamo quanto fossero spregevoli questi uomini, nella realtà effettiva, poiché Ramon Muntaner non fa alcuna menzione del lato truce di Ruggero da Fiore. Ci troviamo di fronte agli scritti di un cronista sicuramente di parte nel redigere l’avventurosa biografia ma, a onor del vero, si tratta dell’unico testimone oculare. La verità, dunque, non la sapremo mai, come sempre.
I turchi sopravvissuti alle varie battaglie e incursioni degli almogaveri, si unirono in un grande esercito alla Porta di Ferro, un passo di montagna che divideva l’Anatolia dall’Armenia: 10.000 cavalieri e 20.000 fanti, per un totale di 30.000 uomini. Il 15 d’agosto dell’anno 1304, giorno di santa Maria, all’alba, i 30.000 turchi si ordinarono in schiere da battaglia contro la Compagnia Catalana, la quale era pronta ad accoglierli con “grande gioia e allegria”.
Gli almogaveri, galvanizzati nell’avvicinarsi di una grande battaglia campale, gridarono “Sveglia il ferro!”, e si lanciarono contro il nemico, cavalieri contro cavalieri, fanti contro fanti, in una mischia di cui purtroppo non conosciamo i dettagli. Ramon Muntaner è un cronista dalla scrittura sbrigativa riguardo i fatti d’arme, di certo meno particolareggiata di Giovanni Villani, i cui scontri di spada e lancia sono veri racconti appassionanti (fra cui consiglio la lettura di uno dei più affascinanti: “La battaglia di Cascina”).
Al grido di “Aragona! Aragona!” gli almogaveri schiacciarono il nemico e lo inseguirono oltre il tramonto, fino a tarda notte, quando l’oscurità impediva ogni tipo di combattimento. Quel giorno caddero più di 18.000 turchi: 6.000 cavalieri e 12.000 fanti. Il bottino fu talmente grande, che l’armata di Ruggero da Fiore dovette fermarsi per otto giorni, nel campo nemico, per razziare e spogliare i corpi, “e il guadagno che fecero fu infinito”.
Subito dopo la battaglia della Porta di Ferro giunsero dei messaggeri dell’imperatore, i quali pregarono Ruggero da Fiore di tornare a Costantinopoli con urgenza, poiché il padre di Maria, la sposa di Ruggero, era morto, lasciando la dinastia degli Asen di Bulgaria nel caos.
I fratelli di Maria avrebbero dovuto prendere il posto del padre appena scomparso, tuttavia si era fatto avanti lo zio, impossessandosi con la forza del territorio bulgaro. L’imperatore aveva tentato di farlo ragionare e, dopo un fermo rifiuto, aveva perfino mandato suo figlio Michele IX a combattere, senza tuttavia ottenere alcun successo (come sempre). Per questo, la Compagnia Catalana doveva fare dietrofront, mettere in pausa la crociata con i turchi, e occuparsi della faccenda bulgara. Faccenda che riguardava da vicino la moglie di Ruggero e, di conseguenza, Ruggero stesso.
Appresa la notizia, Ruggero da Fiore convocò il consiglio della Compagnia Catalana, poiché di abbandonare l’Anatolia appena conquistata non ne aveva granché intenzione. Le ribellioni erano all’ordine del giorno, le questioni di paga e saccheggio di un’armata così vasta cominciavano a creare malcontento tra la popolazione e i turchi avrebbero potuto riorganizzarsi: tutta la fatica fatta fino a quel momento poteva essere spazzata via con facilità. Il consiglio, però, suggerì a Ruggero di seguire l’imperatore poiché, dopotutto, era lui che pagava.
Il granduca fece quindi salpare le navi della sua flotta, cariche del bottino conquistato fino a quel momento, e la sua grande compagnia cominciò a marciare indietro, verso Costantinopoli, seguita da vicino, lungo la costa, dalla flotta. Furono presidiati i luoghi più importanti per lasciare delle buone guarnigioni, nel caso fossero tornati i turchi, tuttavia si trattava di una precauzione eccessiva poiché, come dice il cronista, i turchi erano stati annientati, “e nessuno osava mostrarsi in tutto il regno, sicché questo regno fu completamente restaurato.”
La Compagnia Catalana raggiunse lo stretto dei Dardanelli per poi approdare nella penisola di Gallipoli: terra ricca e fornita di “di buon pane, quanto di buoni vini e di una grande abbondanza di ogni frutto”. L’imperatore chiese a Ruggero di attendere in questa penisola, lunga e stretta, ben fortificata, dove gli almogaveri poterono dividersi fra i manieri e le città, nell’attesa di muovere guerra allo zio della sposa di Ruggero per riportare pace nelle terre bulgare. Ma la guerra non arrivò.
Non appena Ruggero da Fiore, granduca e conquistatore dell’Anatolia, giunse a Costantinopoli con cento suoi cavalieri per incontrare l’imperatore e farsi spiegare meglio la faccenda bulgara, accadde che lo zio di Maria, ribelle degli Asen, si arrese all’istante. Poiché quest’ultimo aveva saputo dell’arrivo della compagnia, ed era bastata la loro sola presenza per sconfiggerlo.
L’imperatore di Costantinopoli, a questo punto, nel giro di un anno, aveva ottenuto tutto quello che voleva. I turchi erano sconfitti e la pace degli alleati bulgari assicurata. Tuttavia, rimaneva un solo grande problema da risolvere: Ruggero da Fiore e la sua Compagnia Catalana. Poiché, esattamente come era accaduto in Sicilia, l’Impero Romano d’Oriente cominciava a temere quegli stessi mercenari, coraggiosi e inarrestabili, che avevano appena sgominato i nemici, ma che stavano diventando una presenza ingombrante, oltre che estremamente onerosa.
Le invidie, gli intrighi di palazzo e le spregiudicate mosse politiche che contraddistinguevano i bizantini, emersero ancora una volta in superficie quando l’imperatore decise di cominciare a “chiudere i rubinetti”: le montagne d’oro che riversava nei forzieri della Compagnia Catalana, si ridussero. L’ultimo pagamento avvenne in moneta “deprezzata”, e anche in “cavalli o muli o viveri o altro”, presi contro la volontà della popolazione. Una mossa che, secondo Ramon Muntaner, mirava a screditare il granduca presso i greci, costretti a privarsi dei loro beni per pagare i soldati, “poiché non appena ebbe ottenuto il suo desiderio in tutte le guerre, volle che i Franchi fossero tutti uccisi o portati fuori dall’Impero.” Insomma, l’enorme somma richiesta per le paghe arretrate della compagnia, non fu pagata.
Forse Ruggero aveva già capito di essere caduto nel mirino di quegli avvelenatori vestiti d’oro, che cospiravano nel palazzo imperiale e che avevano cominciato a riflettere su come liberarsi di lui. O forse no. In ogni caso, era diventato un uomo così potente che perfino gli alleati avevano paura della spada dei suoi almogaveri.
Ruggero da Fiore Cesare dell’Impero: l’invidia dei Bizantini
Nel frattempo, il cavaliere Berenguer de Enteca, uno dei gran signori spagnoli che avevano ammirato le imprese di Ruggero da Fiore in Oriente, giunse a Costantinopoli con 300 cavalieri e 1000 almogaveri, probabilmente per ritagliarsi anche lui un pezzetto di gloria e bottino. Ruggero, che aveva intenzione di tenersi stretto un alleato politico così influente in Spagna, decise di togliersi il bastone e il cappello da granduca per donarli a Berenguer. Lo fece dinnanzi alla corte, accrescendo la propria reputazione presso gli almogaveri. Però, molto probabilmente, non si trattava di un’ingenua regalia. Poiché l’imperatore, subito dopo, insignì Ruggero di un titolo ben superiore a quello di Granduca: evento che forse i due avevano già concordato da tempo.
Ruggero da Fiore, divenne “Cesare dell’Impero Romano”.
Nonostante i mancati pagamenti, le invidie di palazzo, e la troppa polvere nascosta sotto il tappeto, Ruggero da Fiore ricevette il bastone, il berretto, lo stendardo e il sigillo dell’Impero. La carica di Cesare era la più alta raggiungibile da un ministro dell’Impero d’Oriente che non fosse membro della famiglia stessa (ovvero il Sebastocrator, il secondo titolo più alto, dopo l’imperatore stesso). Ramon Muntaner si sbaglia quando scrive che non vi era mai stato un Cesare da 400 anni. Nel corso del tempo era stato conferito più volte e da più persone contemporaneamente. Fu detenuto nel 1186 da Corrado del Monferrato, a capo della spedizione a Costantinopoli nel 1203, e sotto Alessio III (1195-1203) le più alte cariche venivano pubblicamente vendute (E. Pere: La caduta di Costantinopoli).
Le generose parole del cronista vengono quindi rovinate dal contesto storico della corte imperiale, dove anche una mossa all’apparenza straordinariamente gratificante, come quella della nomina a Cesare, poteva nascondere una minaccia. E’ possibile, infatti, che l’imperatore Andronico II Paleologo si fosse stretto al petto Ruggero da Fiore, seduto sullo scranno al suo fianco, più basso “solo di un palmo”, solo per rispondere al detto “tieniti stretto gli amici, ma ancor più i nemici”. Soprattutto in un momento in cui, l’erario versava in una condizione disastrosa.
Ruggero da Fiore, Cesare dell’Impero, assieme al suo fratello d’armi Berenguer de Entenza appena nominato granduca, tornò nella penisola di Gallipoli, chiusa fra lo stretto dei Dardanelli e il golfo di Saros. Gli uomini della Compagnia Catalana lo accolsero con una gran festa, tuttavia erano ben consapevoli delle tensioni politiche che aleggiavano su Costantinopoli. Secondo alcuni storici, a quel punto gli almogaveri avrebbero potuto attraversare Gallipoli ed entrare a Costantinopoli, così come avevano fatto svariati “franchi” nel corso del Medioevo, divenuti poi nemici e saccheggiatori. Tuttavia, non avvenne niente di tutto questo. Ruggero da Fiore svernò in quelle terre fertili, piene di ricche città e vino, costretto a pagare di tasca sua gli uomini, il vitto e l’alloggio, laddove non era già stato preso con la forza.
Dopo il Natale del 1304, Ruggero da Fiore fu chiamato a Costantinopoli per stipulare un nuovo accordo. Visto che l’imperatore non era in grado di pagare il suo Cesare, e l’armata di coraggiosi sanguinari cominciava a rumoreggiare, sempre più pericolosa, si prospettò una nuova possibilità per l’ex templare, pirata e condottiero: il dominio di una signoria feudale su tutta l’Anatolia e le isole di Romania, da suddividere tra i suoi vassalli e cavalieri, e da governare in autonomia. L’imperatore, annusando l’imminente punto di rottura, propose a Ruggero da Fiore di diventare un potente signore in grado di incassare tasse, tributi, muovere guerra e far tutto quel che riteneva necessario senza più dipendere dai pagamenti delle casse imperiali. La storia del giovane mozzo sulla nave templare stava per dare inizio a una nuova dinastia, che avrebbe consacrato Ruggero da Fiore fra le leggende più straordinarie d’epoca medievale.
Però, venne stroncata dall’invidia, e dall’odio.
Ottenuto il titolo di Cesare e il dominio dell’Anatolia appena riconquistata ai turchi, Ruggero da Fiore prese l’incomprensibile decisione, sulla quale gli storici s’interrogano tutt’oggi, di recarsi ad Adrianopoli, per prendere congedo dal figlio dell’imperatore Andronico II, Michele IX Paleologo, colui che più di tutti odiava quell’italiano venuto a conquistare l’Impero romano d’Oriente, pezzetto dopo pezzetto, spadata dopo spadata. A nulla valsero le preghiere della moglie, Maria, che “gli disse di non andarci per nessun motivo”, poiché era risaputo che gli era ostile, ormai lo sapevano anche i soldati più umili della Compagnia Catalana. Il consiglio stesso della compagnia, con tutti i suoi capitani e cavalieri, lo pregò di non andare. Ma Ruggero non li ascoltò. Forse voleva stringere un ultimo accordo prima di stabilirsi in Anatolia e regnare in tranquillità.
Nell’aprile del 1305, Ruggero da Fiore partì per Adrianopoli con 300 cavalieri e 1000 almogaveri, lasciando la moglie Maria a Costantinopoli, incinta di sette mesi. Il comando della Compagnia Catalana, rimasta nella penisola di Gallipoli, venne affidato al granduca dell’Impero, Berenguer de Entenza, coadiuvato dal siniscalco Berenguer de Rocafort: i suoi due più grandi alleati e compagni d’arme spagnoli.
Giunto dinnanzi alle mura di Adrianopoli, il figlio dell’imperatore, Michele IX, lo accolse fuori dalla città con tutti gli onori. Il motivo per cui lo incontrò fuori, secondo il cronista, era per osservare la compagnia con la quale era venuto Ruggero, stimarne le forze, e mettere in atto il suo piano.
“E quando rimase con lui sei giorni, il settimo Skyr Miqueli fece lo stesso per lui. E dopo essere rimasto con lui sei giorni, il settimo Skyr Miqueli convocò ad Adrianopoli Gircon, capo degli Alani, e Melech, capo dei Turcopoli, in modo che fossero in tutto novemila cavalieri. E quel giorno invitò il Cesare a un banchetto. E quando ebbero mangiato, questo Gircon, capo degli Alani, entrò nel palazzo in cui erano Skyr Miqueli, sua moglie e il Cesare; e sguainarono le spade e massacrarono Cesare e tutti quelli che erano con lui;”
Il tradimento di Adrianopoli: l’assassinio di Ruggero da Fiore
Il quattordicesimo giorno di permanenza ad Adrianopoli, dopo feste e banchetti, Michele IX convocò Georgios, capo degli Alani, un popolo nomade e guerriero delle terre orientali, e Melech, capo dei Turcopoli, i mercenari al soldo dei bizantini che avevano abiurato la religione islamica, mettendo assieme una forza complessiva di 9.000 cavalieri. Quello stesso giorno, il capo degli Alani entrò nel palazzo con i suoi soldati, durante un banchetto, e sguainò la spada contro l’inerme Ruggero da Fiore, per eseguire lo spietato ordine di Michele IX.
Dopo una vita di avventure fra traversate in mare, guerre, bottini e un regno conquistato con la fatica e il ferro affilato, Ruggero da Fiore venne assassinato durante la festa tenuta in suo onore, e tutto il seguito di almogaveri che lo avevano accompagnato ad Adrianopoli fu sterminato con lui.
La storia di quel fanciullo di Brindisi, cresciuto come mozzo tra le navi in partenza per le crociate e divenuto Cesare dell’Impero romano d’Oriente, si concluse così, in una pozza di sangue.
“E poi, per tutta la città, uccisero tutti quelli che erano venuti con Cesare; non più di tre scamparono che salirono in un campanile. E di questi tre, uno era En Ramon, figlio di En Gilabert Alquer, cavaliere di Catalogna, nativo di Castellon de Ampurias; e l’altro figlio di un cavaliere catalano, chiamato G. de Tous, e l’altro Berenguer de Roudor, che era di Llobregat. E questi furono assaliti nel campanile e si difesero tanto bene che il figlio dell’imperatore disse che sarebbe stato peccato se fossero stati uccisi; e così diede loro un salvacondotto, e solo loro fuggirono.”
Adrianopoli si tinse del sangue degli almogaveri, dei quali non ne sopravvisse nessuno a parte tre cavalieri di Catalogna, che riuscirono a salire sulla cima di un campanile e si difesero strenuamente, senza mai cedere. Michele IX decide di lasciarli in vita, tanto si erano battuti bene, e furono gli unici della Compagnia Catalana a fuggire dalla città, quel giorno di morte.
Secondo la cronaca di Ramon Muntaner, Michele IX, dopo aver assassinato Ruggero da Fiore, volle liberarsi della sua intera masnada. Il piano per sterminare la Compagnia Catalana fu messo in atto fuori dalle mura di Adrianopoli, fino alla penisola di Gallipoli, dove giunsero le forze degli Alani, dei Turcopoli e dei Greci tutte assieme, armate e pronte alla battaglia. Ed erano un’armata grandissima: “quattordicimila cavalieri, tra Turcopoli, Alani e Greci, e trentamila uomini a piedi”.
La Vendetta Catalana: l’ira degli Almogaveri scuote Bisanzio
La Compagnia Catalana, sparsa per le città e gli insediamenti della regione, fu attaccata da coloro che, fino a quel momento, erano stati alleati. I manieri vennero assediati, i destrieri da guerra, che si trovavano al pascolo, rubati: l’assalto colse così impreparati gli almogaveri, rimasti senza il loro condottiero, e ne morirono più di 1000 in un solo giorno. Il tradimento del figlio dell’imperatore aveva tinto l’impero di rosso, e lasciato la compagnia con soli 3307 uomini d’arme, “tra cavalli e fanti, marinai e marittimi”, e soli 206 destrieri da guerra.
Il granduca Berenguer de Entenza, ovvero il fedelissimo compagno d’armi del defunto Ruggero da Fiore, nonché gran signore spagnolo e nuovo condottiero della Compagnia Catalana, ordinò di arroccarsi a Gallipoli, scavando una lunga fossa tutto intorno. Gli almogaveri si radunarono lì, assediati dalle forze soverchianti messe in piedi dal figlio dell’imperatore, e combatterono strenuamente, giorno dopo giorno, per non permettere al nemico di concludere l’orrendo piano ordito contro di loro.
L’autore della cronaca, Ramon Muntaner, da questo punto in poi comincia a parlare in prima persona, poiché si trovava proprio lì, a Gallipoli, in veste di comandante, al fianco del granduca, del siniscalco Berenguer de Rocafort e dei soli quattro gran signori spagnoli rimasti, fra tutti quelli che erano partiti per trovare gloria e fortuna in Oriente: G. Sischar, cavaliere di Catalogna, Ferran Gordi, cavaliere d’Aragona, Juan Peris de Caldes di Catalogna e Ximeno de Albero. In tutto le loro forze erano composte da 1462 cavalieri, di cui solo 206 a cavallo, poiché avevano perduto gran parte dei cavalli, e 1256 almogaveri a piedi, per un totale di 2718 uomini contro i 44.000 di Michele IX.
A questo punto, però, la storia di Ramon Muntaner contrasta con l’opinione di molti storici, i quali ritengono che gli almogaveri non fossero rimasti con le mani in mano nell’apprendere la notizia dell’assassinio di Ruggero da Fiore, ma che avessero dato inizio a una grande operazione di vendetta, la cosiddetta “vendetta catalana”. Molti affermano che la compagnia riversò la propria furia sulla penisola di Gallipoli, per poi saccheggiare e devastare l’intera Tracia. Michele IX potrebbe essersi mosso con un tale esercito per fermare la sanguinosa vendetta, e tentare di sbandare una volta per tutte quei mercenari che non ne volevano sapere di abbandonare la Grecia.
Il granduca Berenguer de Entenza riuscì a equipaggiare cinque galee e due navi da trasporto, per tentare l’impresa impossibile di salpare dalla penisola di Gallipoli, assediata in ogni parte e percorsa dal nemico, compiendo una rapida incursione nella Propontide, mar di Marmara, vicino Costantinopoli, e guadagnare gli alimenti necessari a sopravvivere sotto assedio. Gli almogaveri rimasti glielo sconsigliarono fortemente, ma lui sapeva bene che senza cibo non si può combattere. Dunque, salpò con una parte dell’esercito per fare quello che la Compagnia Catalana sapeva fare meglio di qualunque altra cosa: la pirateria. Ma dei vecchi nemici si stavano facendo avanti per dare anche loro una pugnalata al cuore della compagnia del defunto Cesare.
L’avventura di Berenguer de Enteza viene narrata più avanti nella cronaca, al capitolo CCXVIII, che io ho anticipato qui per seguire un ordine cronologico. Berenguer saccheggiò la Propontide, accumulando bottino e viveri, tuttavia venne intercettato da una flotta di 18 galee genovesi, più di tre volte superiori in numero, che lo circondarono e lo trassero a bordo su una zattera, con promesse amichevoli. Tuttavia, quando il granduca della Compagnia Catalana salì a bordo della galea genovese, le altre 17 diedero guerra alle 5 galee degli almogaveri, i quali vennero massacrati, anche se riuscirono a portare all’Inferno con loro 300 genovesi.
Berenguer de Enteza venne quindi fatto prigioniero, nonostante successivamente lo stesso Ramon Muntaner arrivò ad offrire 10.000 iperperi, la moneta d’oro di Costantinopoli, per il rilascio. I genovesi, però, non accettarono.
Il consiglio della Compagnia Catalana deliberò per accusare l’imperatore in presenza di Venezia, come giudice neutrale, per malafede, sfidandolo a un duello di Dio (Ordalia) cento contro cento, o dieci contro dieci. L’ambasceria degli almogaveri si recò a Costantinopoli, con le lettere pubbliche e ufficiali garantite da Venezia. L’imperatore, però, non li accolse bene.
Gli ambasciatori degli almogaveri furono massacrati, e divisi in quattro parti, ciascuna appesa nella pubblica piazza. 27 uomini, fra catalani e aragonesi, una crudeltà che il consiglio della Compagnia Catalana decise che avrebbe punito col ferro affilato, assieme al grande torto dell’assassinio di Ruggero da Fiore.
Il consiglio della Compagnia Catalana, ormai rimasto del solo siniscalco Berenguer de Rocafort, decise di togliere due assi dal fondo di ciascuna nave, per affondare le imbarcazioni che si trovavano a Gallipoli, affinché nessuno potesse tirarsi in dietro. Si trattava forse di una contromisura dopo ciò che era successo con Berenguer de Enteza, appena catturato dai genovesi, e tacciato, silenziosamente, di vigliaccheria? L’autore Muntaner non lo esplicita in modo chiaro, ma potrebbe essere un buon motivo per una così drastica scelta.
Il consiglio scelse di vendicare fino alla morte il “così grande tradimento”. Poiché non ci sarebbe stata persona al mondo che non avrebbe avuto diritto di lapidarli se non l’avessero fatto, soprattutto perché erano persone “di tale fama”, quindi meglio “morire che vivere nel disonore”. Gli stendardi del signore di Aragona, del Re aragonese di Sicilia e lo stendardo di san Giorgio furono preparati per la grande battaglia decisiva.
Venerdì 6 giugno 1305, ventitré giorni prima del giorno di san Pietro, all’ora dei vespri, la Compagnia Catalana si radunò in armi davanti alla porta di ferro del castello di Gallipoli, dove aveva luogo il quartier generale degli almogaveri. Un marinaio cantò l’inno del beato san Pietro e tutti si emozionarono, con le lacrime agli occhi, anche perché furono testimoni di un piccolo miracolo: una nuvola scaricò loro addosso una breve pioggia mentre erano in ginocchio, dell’esatta durata dei canti liturgici. Non appena le preghiere furono concluse, la pioggia cessò e il cielo tornò limpido. Quella notte ognuno si confessò per prendere comunione al mattino seguente, e prepararsi all’incontro con il grande esercito di Michele IX, accampato su un monte a breve distanza (circa due miglia): la vendetta catalana stava per compiersi.
Il giorno dopo, di sabato, la Compagnia Catalana, con i soli 206 cavalieri montati e 1256 fanti almogaveri si schierò in formazione da battaglia fuori dalla grande fossa fatta scavare da Berenguer de Enteza, senza formare “né avanguardia né centro né retroguardia”: ovvero i cavalieri a sinistra e i fanti a destra. I soldati erano troppo pochi per tentare elaborate tattiche e troppo galvanizzati. La loro causa era giusta, non c’era bisogno di tattiche e strategie complicate: quei pirati che avevano terrorizzato per anni il Mediterraneo erano pronti a morire per vendicare i torti subiti.
L’esercito di Michele IX, composto da Alani, Turcopoli e Greci, schierò 8.000 cavalieri, lasciandone 2.000 di retroguardia all’accampamento, assieme agli uomini a piedi, poiché erano completamente sicuri della vittoria. Gli 8.000 cavalieri si misero in attesa, “lancia sulla coscia”, e non appena il marinaio almogavero cantò il Bona Paraula, suonarono trombe e nacchere per dare inizio all’assalto.
La Compagnia Catalana, in completa inferiorità numerica, si lanciò all’attacco in mezzo alle schiere nemiche con tanta foga e vigore da sconfiggerne l’avanguardia. Non appena l’avanguardia bizantina si voltò per fuggire, gli almogaveri diedero inizio a uno spietato inseguimento. I fedeli di Ruggero da Fiore spinsero il nemico così vigorosamente che nessun alano, turcopolo o greco poté “alzare la mano senza toccare la carne”.
L’inseguimento giunse fino ai piedi del monte su cui era stato montato l’accampamento nemico, entro il quale si trovavano ancora numerose forze che avrebbero potuto, da sole, lanciare il contrattacco e ribaltare completamente la situazione.
Una voce si levò in mezzo agli almogaveri, al grido di “Su! a loro! Aragona! Aragona! San Giorgio! San Giorgio!”, infondendo coraggio nei masnadieri sanguinari e spingendoli alla scalata del monte, su, in cima all’accampamento, per sferrare l’ultimo grandioso attacco. L’esercito bizantino venne sconfitto nel suo stesso accampamento e si diede alla fuga. L’inseguimento prese piede per 24 miglia, e durò ben oltre il tramonto. Gli almogaveri tornarono al castello di Gallipoli quando era ormai notte fonda, scoprendo di aver perso solo un cavaliere e due fanti in tutta la giornata. Il nemico, invece, era stato decimato di 600 cavalieri e 20.000 a piedi.
Ramon Muntaner redige un resoconto di battaglia che vede, al termine dello scontro, solo 3 perdite per gli almogaveri a fronte delle più di 20.000 perdite tra le schiere dei bizantini. Cifre fantasiose, simili a quelle riportate nelle canzoni di gesta del ciclo Carolingio e dei paladini di Orlando, o nella storia dei Re Britanni di Monmouth, dove si racconta di Artù e della sua spada Caliburn.
Questa, secondo l’autore, fu la Vendetta Catalana, “l’ira di Dio” contrapposta alla sanguinaria rappresaglia fatta di saccheggi e stermini contro la popolazione di Tracia e Tessaglia che molti storici prendono per vera. Ramon Muntaner, presente alla battaglia, dice di meravigliarsi egli stesso di aver ucciso così tanti nemici, “anzi, pensavamo che si fossero soffocati a vicenda.” I vinti, in rotta, raggiunsero il mare, lanciati su delle chiatte che, capovolte per il troppo peso e la foga, ne fecero annegare moltissimi.
La Compagnia Catalana restò sul campo di battaglia per otto giorni, guadagnando un bottino “così grande che non poteva essere contato”. Le cinture dei cavalieri, le spade, le selle, le redini, le armature: tutto era guarnito d’oro e d’argento. E poi il denaro portato indosso da cavalieri e fanti era pari a un tesoro inimmaginabile. Perfino i cavalli vinti al nemico erano moltissimi: 3.000 in tutto, così tanti che ve n’erano 3 per ogni soldato Almogavero.
Ramon Muntaner, nel corso del saccheggio, s’imbatté in alcuni greci che prese a pietà. Li vestì bene, donò loro dei cavalli e li fece giurare fedeltà, poiché intendeva mandarli come spie ad Adrianopoli, dove soggiornava Michele IX, l’assassino. I greci ubbidirono e tornarono pochi giorni dopo, avvertendo Muntaner che il figlio dell’imperatore si era messo in marcia con 17.000 cavalieri e 100.000 fanti, dritto contro di loro. Michele IX era ancora una pericolosa minaccia, il bersaglio numero uno della Vendetta Catalana: la guerra non era ancora finita.
La Compagnia Catalana si riunì in consiglio per decidere il da farsi. Michele IX stava marciando contro di loro, alla testa di un esercito colossale. “Quell’uomo malvagio che aveva così perfidamente ucciso Cesare” non poteva restare impunito. Doveva essere sconfitto, e lo sarebbe stato proprio durante quella lunga marcia, quando il suo immenso esercito era suddiviso in reparti distanti svariate leghe l’uno dall’altro, ciascuno con la propria linea di rifornimenti e il proprio itinerario da percorrere, per non esaurire le risorse della regione tutte in una volta.
Gli almogaveri sapevano bene quanto fosse complessa l’organizzazione di un’armata. Loro stessi erano esperti nell’approvigionamento, manutenzione, distribuzione paghe, derrate alimentari e dell’allestimento di campi. Per questo individuarono il punto debole del nemico proprio nel numero: Michele IX, durante la marcia, si sarebbe trovato con l’avanguardia, distante dagli altri gruppi che componevano quell’esercito colossale.
Gli almogaveri, esperti di guerra, pirateria e saccheggio, organizzarono un’incursione mirata a mozzare la testa del lungo serpente nemico: vinto lui, l’intero seguito si sarebbe dato alla fuga.
Lasciati 100 uomini a Gallipoli, dopo tre giorni di viaggio la Compagnia Catalana raggiunse i piedi di una montagna al di là della quale si trovava la città di Apros, all’interno della quale Michele IX sostava con 6.000 cavalieri dell’avanguardia. Il resto dell’esercito si trovava indietro, a una lega di distanza.
All’alba gli almogaveri si confessarono, presero comunione, e salirono sulla cima del monte, in armi, dove furono avvistati dai soldati di Michele IX, nella piana di sotto. Il nemico, vedendoli così pochi, pensò che stessero venendo per parlamentare, forse per arrendersi, ma il figlio dell’imperatore non era così sciocco da incontrarli senza precauzioni.
I bizantini andarono incontro agli almogaveri, anche loro vestiti di guerra, compreso Michele, con l’armatura completa e, come preventivato, non ci fu alcuna discussione. I catalani e gli aragonesi al suono di trombe e nacchere si lanciarono all’assalto, a piedi e cavallo, e i bizantini fecero lo stesso.
La battaglia infuriava e Michele IX si lanciò nella mischia coi suoi cavalieri. Scorse un almogavaro che montava un destriero prezioso, con armatura bellissima, e “Il figlio dell’imperatore pensò che fosse un uomo di grande importanza”. Ma in realtà quell’almogavaro era un marinaio divenuto ricchissimo grazie alla precedente battaglia, così come lo erano diventati molti altri semplici masnadieri nelle sue stesse condizioni. Il fatto che non fosse un vero cavaliere, è testimoniato dall’assenza dello scudo, “perché non sapeva maneggiarlo a cavallo”. Qualunque vero cavaliere sarebbe stato in grado di portare lo scudo a cavallo, proprio come viene insegnato in gioventù assieme al maneggio della lancia, della spada, e delle tecniche fondamentali dell’arte del combattimento in sella.
Il duello tra Michele IX e l’Almogavaro: il principe sfigurato
Michele IX ingaggiò un duello di spada col semplice almogavaro vestito da gran signore, e gli assestò un colpo alla mano.
“Ed egli, vedendosi ferito, ed essendo giovane e animoso, gli andò vicino e, con un pugnale che aveva, gli diede ben tredici colpi. Con uno lo ha ferito al volto ed era abbastanza sfigurato, e poi lasciò cadere lo scudo e cadde da cavallo. E i suoi uomini lo portarono fuori dalla mischia che era grande (e non sapevamo che fosse lui) e lo misero nel castello di Apros.”
L’almogavaro ferito dal figlio dell’imperatore, “essendo giovane e animoso”, rispose all’assalto cavalleresco come meglio sapeva fare: estrasse il pugnale, si avvicinò in corpo a corpo e affondò la lama tredici volte.
Michele IX, assalito dal masnadiere vestito come un nobile (ma che combatteva alla stregua di un pirata), fu ferito al volto tanto da rimanere “abbastanza sfigurato”. Lasciò cadere lo scudo e cadde da cavallo. I suoi lo soccorsero all’istante e lo portarono fuori dalla grande mischia, fino al castello, in mezzo alla confusione. Nessuno si accorse che l’assassino di Cesare era vinto.
La battaglia proseguì fino al tramontare del sole. I bizantini furono sconfitti e cominciarono a fuggire. Molti si rifugiarono nel castello, molti altri invece si allontanarono del tutto. Le perdite del nemico vengono stimate da Muntaner in più di 10.000 cavalieri e “un’infinità di fanti”, mentre le perdite degli almogaveri, ricalcando le tradizioni letterarie dell’epica cavalleresca, furono di 9 cavalieri e 27 fanti.
La Compagnia Catalana restò tutta la notte sul campo, in armatura, attendendo il giorno e un aspettato contrattacco delle forze nemiche, ancora ingenti. Ma non avvenne niente di tutto ciò. L’esercito di Michele IX si disperse. Perciò gli almogaveri mossero contro il castello di Apros, lo conquistarono, sterminarono e saccheggiarono, aggiungendo ricchezze su ricchezze, tanto da portar via “dieci carri pieni, ciascuno trainato da quattro bufali, e tanto bestiame che copriva la terra”.
Michele IX era sconfitto, e l’intera Tracia assoggettata a quei masnadieri degli almogaveri, che da quel momento in poi diedero inizio a una famelica scorreria che durò mesi, se non anni, devastando la terra dei bizantini fino alle porte di Costantinopoli, dove l’imperatore Andronico II stava rinchiuso, inerme. La Vendetta Catalana fu consumata lentamente, incursione dopo incursione, “e avevamo messo tanta paura nei loro cuori, che non potevamo gridare “Franchi” che erano subito disposti a fuggire.”
Dopo aver devastato la regione, gli almogaveri, ormai in preda a una frenesia sanguinaria incontrastabile, mossero verso la città di Rodosto, dove a suo tempo l’ambasceria che avrebbe dovuto sfidare l’imperatore fu catturata e squartata. Per vendicarsi, la Compagnia Catalana mise in piedi una punizione crudele, poiché una mattina, all’alba, entrarono in città e sterminarono la popolazione per fare loro ciò che avevano fatto ai messaggeri, “uomini, donne e bambini”.
Ramon Muntaner, qui, ammette le crudeltà dei suoi compagni d’arme, e la narrazione della sua cronaca torna in terza persona plurale. Egli non dice d’essere stato presente, né di aver messo mano alla spada, quel giorno. Anzi, più avanti specifica di essere rimasto a Gallipoli con i marinai, 100 almogaveri e 50 cavalieri.
La Vendetta Catalana dilaniò l’Impero Romano d’Oriente per molto tempo, ancora. Quei masnadieri di terra e di mare si sparsero per tutta la Grecia e l’Anatolia, ammazzando e predando, finché l’impeto non scemò e le ragioni iniziali furono messe da parte. All’interno della stessa Compagnia Catalana si crearono dissensi, e i cavalieri che un tempo erano stati fratelli ai comandi di Ruggero da Fiore, finirono per separarsi, giurando fedeltà all’uno e all’altro signore, oppure tornandosene in Sicilia o nella stessa Spagna.
Michele IX fu costretto a dedicarsi a molte altre questioni di politica estera, per tenere in piedi l’impero traballante che si avviava verso una naturale conclusione. Finché, debilitato nello spirito e nel corpo (anche per via della coltellata presa in pieno volto dall’umile almogavaro vestito da gran cavaliere) morì di ictus svariati anni dopo. Anche se qualcuno afferma che sia morto dal dispiacere quando fu assassinato uno dei suoi figli.
Questo è l’articolo più lungo presente sul blog. Un vero e proprio saggio disponibile gratuitamente per tutti coloro che sono così appassionati da voler scoprire le gesta di un grande eroe storico: Ruggero da Fiore. Spero, nel mio piccolo, di aver reso abbastanza omaggio a questa storia così bella.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Nella cronaca originale è chiamato Frare Vassayll: titolo, quello di “frare” che, posto prima del nome, nell’armata spagnola è assimilabile al cappellano militare (capellán militar). Considerato che egli era fratello sergente dell’ordine monastico templare, ho deciso di tradurre “frare” nell’italiano “fratello”, allo stesso modo di fratello Ruggero da Fiore. ↩︎
- Alan J. Forey, The Templars and the sea ↩︎
- L’influsso delle marinerie nordiche sullo sviluppo del naviglio mediterraneo: un tema controverso, Antonio Musarra ↩︎
- La marina da guerra genovese nel tardo medioevo. In cerca d’un modello, Antonio Musarra. ↩︎
- Acri, 1291. Antonio Musarra ↩︎
- “Arricchitosi in Acri in mezzo alle sventure dei fratelli, cacciato dal gran maestro dell’Ordine per misfatti e per invidie” Cronache catalane del secolo XIII e XIV, una di Raimondo Muntaner, l’altra di Bernardo d’Esclot. Prima traduzione italiana di Filippo Moisè ↩︎
