L’origine delle streghe della mitologia greco-romana: tra magia e necromanzia nella misteriosa Tessaglia.
Chi è la strega? Esistono molte streghe, in verità. La parola stessa, oggigiorno, nell’immaginario collettivo derivato dalle opere letterarie, assume innumerevoli significati. Ciascuno di noi immagina una strega diversa. Vi è la strega di mestiere (la levatrice, l’erborista, la sverminatrice), quella che se ne intende, insomma; le cui capacità derivano da un’approfondita (e segreta) conoscenza del ciclo vitale degli esseri umani, e del mondo naturale (erbe, intrugli, filtri, pozioni).
Vi è la strega che è accusata d’essere tale, ma che in realtà non lo è: la classica fanciulla innocente, perseguitata da folle di contadini superstiziosi coi forconi e inquisitori vari. E vi è anche la strega che è consapevole d’esserlo, che va ai sabba di notte volando con la scopa perché è in combutta col Diavolo, sghignazzando con la tipica risatina. Vi è, poi, la strega mostruosa, orrida quanto crudele, vera e propria creatura soprannaturale, che non appartiene all’umanità, che non è un essere umano, (spesso presente nei film horror) dotata di poteri spaventosi. E poi ci sono anche le streghe della mitologia.
Tanti personaggi, tutti femminili, che rispondono a un unico nome, nonostante le differenze. Perché la parola “strega” non possiede un significato univoco. Nel corso dei secoli, e a seconda dei luoghi geografici, tale significato è mutato, talvolta assumendo una sfumatura diversa, talvolta ribaltando completamente la sua concezione. L’etimologia stessa è fumosa. Difficile stabilire quando si sia diffuso il termine. Molti storici concordano nel farlo risalire al latino strix, striges, ovvero gli uccelli notturni, come i gufi, i barbagianni, che oggi per l’appunto si definiscono strigidi, e che le loro personificazioni, nel folclore greco-romano, rapivano i bambini e addirittura succhiavano sangue umano; credenze che alcuni interpretano all’origine di un’altra figura folcloristica: il vampiro.
Le streghe della mitologia: tra sacro e profano
In questo calderone di credenze, però, c’è un elemento comune: qualcosa che accomuna le streghe comparse nelle opere antiche e medievali prima della loro rivalutazione tramite le correnti letterarie moderne, il neopaganesimo, l’esoterismo new age… tale caratteristica, presente in ogni strega, era la malvagità. Le streghe erano rappresentate come crudeli soprattutto perché praticavano la magia andando contro le consuetudini religiose o addirittura le religioni stesse (badate bene, non solo la religione cristiana, ma le streghe andavano contro anche ai culti cosiddetti pagani, e agli dèi, come quelli greco-romani, e fra poco lo vedremo).
Praticavano la magia, ma non solo: la loro magia era nera.
La strega praticava la magia nera, nel medioevo definita con un termine specifico: la negromanzia. Dal latino nigrum, che vuol dire nero, oscuro. Un termine che purtroppo, oggigiorno, attraverso i socialmedia pesantemente censori, ostacola la diffusione di gran parte dei miei contenuti (che si fondano proprio su queste tematiche), perché preventivamente oscurato, sui social, sulle piattaforme video, ecc… “negromanzia” non piace ai vari algoritmi nonostante non abbia evidentemente nulla a che fare col motivo per il quale viene censurato. Ma io lo scrivo e lo pronuncio lo stesso. Perché non è impoverendo la lingua in maniera automatizzata, alla cieca, che si conquistano diritti sociali. E poi, in ogni caso, il mio podcast “Storia della Magia” fa comunque migliaia di download ogni giorno, quindi vuol dire che la passione per la storia non può essere frenata dalla censura.
Necromanzia e Divinazione: il richiamo dell’Aldilà
Con la negromanzia salta subito fuori la vicinanza tra la strega e il mondo del sottosuolo, dell’Aldilà. Perché “negromanzia” è un termine latino che come molti altri deriva dal greco, e che quindi ne eredita l’origine concettuale. La negromanzia medievale non è altro che l’evoluzione di una forma divinatoria pagana, ovvero la necromanzia. Dal greco necros (morto) e manteia (divinazione): La divinazione dei morti. O più precisamente, coi morti. Negromanzia e Necromanzia, termini diversi, che non si possono usare come sinonimi, come invece viene fatto oggi, soprattutto per scampare alla censura. Anche perché rispecchiano epoche diverse. Millenni diversi.
Esistevano molte forme di divinazione nell’antica Grecia: dall’ascolto degli oracoli, all’interpretazione delle viscere animali. E poi le forme di predizione legate agli elementi: piromanzia, aeromanzia, idromanzia, geomanzia (fuoco, aria, acqua, terra). Ciascuna di queste arti permetteva di profetizzare gli eventi con l’osservazione e l’interpretazione delle dinamiche naturali, anche semplici: gettare oggetti o ingredienti tra le fiamme per studiarne il movimento, il colore; gettarli nell’acqua per vedere le increspature, il disegno dei cerchi in superficie; smuovere la terra con le mani; oppure alzare lo sguardo al cielo e leggere le nubi, i venti, la pioggia.
E anche la capacità di interpretare movimenti di una bacchetta, la rabdhos (che significa verga, bacchetta, e talvolta anche bastone, inteso come bastone di potere), dando origine alla rabdomanzia (divinazione con la bacchetta). Tra tutte queste forme magiche spicca per inquietudine e indiscutibile fascino narrativo, la necromanzia.
Necromanzia, divinazione antichissima, che deriva dalla Nèkyia, ovvero l’interrogazione dei morti (talvolta effettuata con una discesa vera e propria nel sottosuolo, come fanno alcuni eroi mitologici), che a sua volta deriva da una forma di contatto con l’Aldilà ancora più antica che è la psicagogia, di cui abbiamo un esempio nella tragedia degli Evocatori, di Eschilo del V secolo avanti Cristo. Gli psicagogoi erano gli evocatori di ombre, o spiriti dei defunti, spesso tradotti in italiano semplicemente come “evocatori”, che perseguivano lo scopo di evocare i morti per pacificarli, e non interrogarli: ecco la sostanziale differenza con la necromanzia successiva. Per approfondire queste tematiche, consiglio l’ascolto del mio podcast “Storia della Magia”, disponibile su tutte le piattaforme di streaming.
Dalla tarda antichità in poi cominciarono a diffondersi sempre più storie di streghe. Le streghe della mitologia. Ma, inizialmente, non erano chiamate così. Un termine con cui venivano identificate potrebbe essere tradotto in italiano più o meno come donne sagaci (“sagae mulieres”, Apuleio, l’asino d’oro) oppure vecchie oscene (Orazio, Epode V su Canidia), oppure maghe, malìe o lamie. Finché non affiorò finalmente anche il termine che diventerà il più utilizzato, assorbendo tutti gli altri.
Plauto, Petronio, Properzio definiscono Striges, Strix, Strigibus le donne che influivano maleficamente sugli uomini, che preparavano intrugli, che compivano orrendi riti con calderoni e cadaveri: un nome che comincia a soppiantare e inglobare tutti gli altri. Questa è la base letteraria da cui ha attinto la figura della strega, nel corso della Tarda Antichità, soprattutto per quanto riguarda le malefiche donne di una regione, in particolare: la Tessaglia.
Le Streghe di Tessaglia: l’origine del male antico
La Tessaglia, la più grande regione dell’Antica Grecia, celebre per i suoi leggendari cavalli (fra i quali si ricorda Bucefalo, destriero di Alessandro Magno) ma soprattutto per i riti occulti svolti al tramontar del sole, fra orridi sepolcri e tenebrosi boschi di tasso. L’origine della stregoneria sta tutta lì, in quella terra esoterica, dove le storie mitologiche danno vita a personaggi ancora oggi famosi per i loro filtri incantati, rituali di necromanzia e magia nera.
Erichto e Canidia: le divoratrici di cadaveri
Aglaonice, l’astronoma che sapeva nascondere la luna, descritta da Plutarco1; Erichto, la necromante mangia cadaveri del Farsaglia di Lucano; Canidia, la maga descritta da Orazio, che sacrificava bambini per produrre filtri d’amore2: queste sono solo alcune delle streghe di Tessaglia, donne capaci di poteri sovrannaturali che perfino gli dei temevano. Donne che possono essere davvero definite “streghe della mitologia”.
Nelle “Metamorfosi” di Apuleio, un’opera scritta nel tardo II secolo e chiamata anche “L’asino d’oro”, vengono narrati alcuni brani in cui compaiono queste “donne sagaci”, come vengono definite in questo specifico testo. Un testo spesso associato al “romanzo” per via della scrittura in prosa e dell’intreccio narrativo di una modernità affascinante. Sicuramente un modello d’ispirazione (specialmente per me che amo scrivere narrativa), pieno di dettagli così vividi che si fa fatica a credere che abbia quasi duemila anni.
Il protagonista de L’asino d’oro è un giovane di nome Lucio, appena arrivato in Tessaglia, spinto dalla voglia di conoscere i misteri che caratterizzano la meta più esoterica di tutta la Grecia. Le sue avventure vanno ad abbracciare svariati aspetti della magia antica, a cominciare dalla maledizione che lo condanna a una trasformazione bestiale, in asino: un asino che però conserva la consapevolezza di sé e il raziocinio umano.
All’interno dell’opera sono presenti vere e proprie chicche da letteratura dell’orrore, di cui voglio raccontarne due, in particolare. Si tratta di intermezzi narrativi, racconti nel racconto, narrati da personaggi secondari, come nel caso dello sventurato Telifrone, vittima di una maledizione tra le più orribili mai scritte.
Gli estratti di testo cui farò riferimento provengono dalla volgarizzazione cinquecentesca di Agnolo da Firenzuola, dunque sono conditi di richiami culturali estranei al mondo greco-romano, come termini connessi alla religione cristiana, nomi propri di persona ed espressioni dialettali. Possono essere colti e isolati facilmente, oppure ignorati, non ha importanza ai fini del racconto.
La prima storia vede il giovane Telifrone partire per la Tessaglia nei panni di un visitatore spiantato, senza soldi. Il suo obiettivo era quello di vedere i famosi luoghi di quell’isola: una sorta di turista antico ante litteram. Giungendo nella piazza di una città, si trovò ad ascoltare un anziano, ritto su un pietrone, che con voce alta si rivolgeva ai passanti offrendo un lavoro particolare: far la guardia a un morto. Telifrone, che aveva bisogno di soldi per proseguire il suo viaggio, chiese che tipo di incarico fosse e se, per caso, in quella regione solevano fuggire via i morti. L’anziano gli rispose di stare attento a quel che diceva, visto che era forestiero. Perché in Tessaglia le streghe vagavano per ogni canto morsicando il viso dei morti, e coi pezzi dei cadaveri ci facevano i loro incantamenti.
Le streghe di Tessaglia erano conosciute per la loro insaziabile fame di carne morta e organi. Per procurarseli vagavano di sepolcro in sepolcro, anche se talvolta preferivano i morti più “freschi”, quelli ancora da seppellire, presentandosi alle cerimonie funebri o al termine dei processi, arrampicandosi sui pali della forca per azzannare i condannati che penzolavano3.
Telifrone, che ancora non credeva molto a queste cose, chiese quanto fosse la paga. Ma l’anziano lo avvertì che, a prescindere dalla paga, sarebbe stata una notte d’Inferno, e che non avrebbe mai potuto distogliere lo sguardo per un solo istante dal cadavere, perché quelle donne sagaci si tramutavano in qualsiasi animale, come uccelli, topi e addirittura mosche, per avvicinarsi agli uomini e colpirli con una nebbia di sonno magica; in modo da razziare le membra del cadavere, indisturbate.
A Telifrone tutte queste cose uscirono dalle orecchie quando scoprì che la paga era abbastanza alta. Quindi disse all’anziano di non cercare più nessuno, perché sarebbe stato lui a fare la guardia al morto. Venne scortato in una casa sprangata, con tutte le finestre serrate, all’interno di una stanza buia, dove giaceva il cadavere vegliato da una signora bellissima, vestita a lutto, e col volto bagnato di lacrime: la vedova. Al cospetto di sette testimoni venne rimosso il sudario e messo per iscritto che il cadavere possedeva tutti gli organi, e venne pure stilato un macabro elenco: perché nel caso in cui si fossero presentate le streghe di Tessaglia per derubarlo di qualche pezzo, lo stesso Telifrone, suo guardiano, avrebbe dovuto rimpiazzare le parti mancanti con le proprie.
Con una sola lampada a olio come strumento per combattere l’oscurità, Telifrone rimase da solo e si preparò a trascorrere la notte di guardia, ai piedi del cadavere. Dopo un bel po’ di tempo passato a cantare canzonette, per tenersi sveglio, si trovò davanti una donnola, entrata da chissà quale pertugio. Spaventato, le gridò contro per cacciarla via e subito un sonno pesante lo colse, costringendolo ad arrendersi alla notte. Telifrone s’addormentò.
Al suo risveglio, terrorizzato, corse a vedere il cadavere, ma scoperto il sudario lo vide ancora intatto: nessun organo mancava all’appello. Nonostante tutto, la sua missione era andata a buon fine. La vedova ricompensò Telifrone, ringraziandolo. E Telifrone, ingenuamente, disse che sarebbe tornato volentieri a lavorar per loro, visto quanto era stato facile. Ma le sue parole suonarono come un augurio di morte nei confronti di un altro membro di quella famiglia, e dunque lo inseguirono fino sull’uscio, pestandolo e picchiandolo, menandogli calci e tirandogli i capelli. Telifrone, tutto fracassato e pieno di sangue, fu cacciato via con le sue monete.
Il nostro se ne andò, quindi, ripensando alle sue sconsiderate parole. Ma poco dopo si vide passare accanto il corteo funebre del cadavere che aveva appena vegliato. Corteo parecchio movimentato, poiché un parente del morto si levò tra la folla per accusare la vedova d’aver avvelenato il marito; il tutto per buscarsi l’eredità. La stessa donna che aveva pagato Telifrone per vegliare, insomma. La folla, scossa da simili parole, si spaccò a metà fra chi patteggiava per la vedova e chi per il parente.
Il rituale di Zacla: riportare la voce ai morti
Ed è a questo punto che entrò in scena Zacla (o Zachla), sacerdote della dea Iside e necromante. Costui, cultista della religione egizia e mago molto potente (paragonabile alle stesse streghe di Tessaglia), si propose di riportare in vita il defunto per interrogarlo, mettendo in scena un rito necromantico di origini esotiche. Perché oltre alle streghe della mitologia, vi erano altre figure: gli stregoni.
Nel contesto greco-romano tardo-antico, la magia egizia faceva parte del folclore e, soprattutto, del mondo segreto delle religioni misteriche. I sacerdoti, come questo Zacla, erano celebri per i loro presunti poteri, persino tra i romani.
“Vestito di sacco, colle scarpe di palma, e col capo raso, Zacla si avvicinò, pose una erbetta alla bocca del morto tre volte, e un’altra al petto; e poscia voltosi verso l’Oriente, e tacitamente adorata la potenzia dello illustrante Sole, con così venerevole spettacolo trasse tutti i circostanti a vedere un così fatto miracolo.”
Il rituale funzionò. Il cadavere gonfiò il petto, si rizzò a sedere e parlò: “Per quale ragione, nonostante io abbia bagnato le labbra entro alle onde del fiume Lete, e solcata la stigia palude, mi riducete di nuovo in questo spiacevole corpo?” Come da tradizione necromantica, l’anima del defunto non voleva tornare nel vecchio corpo, specialmente se aveva già incominciato il viaggio nelle paludi stigie. Ma Zacla l’egizio, determinato, lo minacciò invocando le furie infernali per tormentarlo, se non avesse rivelato alla folla la causa della sua morte. Allora, il cadavere si rivolse al popolo e confessò: “Io sono stato tolto da questa che voi chiamate vita per gl’inganni della mia novella sposa, e sforzato dal venenoso beveraggio lasciai con violente prestezza vuoto allo adultero suo il santo letto matrimoniale.”
A quel punto, la vedova si scagliò contro il defunto marito, ringhiandogli contro che aveva torto, mentre la folla impazziva, tra chi voleva credere al morto e chi alla vedova. Allora il defunto disse che avrebbe dato a tutti la prova inconfutabile che i morti dicono sempre il vero. Mosse il dito contro il nostro Telifrone, che si era soffermato per assistere allo spettacolo. E disse: “Le streghe dopo aver addormentato il mio guardiano, cominciarono a chiamarmi per nome, ma per un caso eccezionale, il mio nome è lo stesso del guardiano. Il quale, dormendo, si alzò per barcollare verso le streghe e offrir loro i pezzi al posto mio.”
Terrorizzato per questa rivelazione, Telifrone si afferrò il volto, tastandosi il naso, e le orecchie. E con orrore si accorse che si staccavano dalla pelle, poiché le streghe avevano rubato per davvero pezzi del suo corpo, per poi sostituirli con copie di cera. E la storia si conclude così, con un brutale colpo di scena.
La seconda storia che ci narra le orribili gesta di quelle che più tardi saranno chiamate streghe di Tessaglia è strutturata con un elemento drammaturgico che oggi definiremmo cliffhanger, o finale in sospeso, poiché nel corso della narrazione, quando tutto sembra essersi risolto per il meglio, viene a galla la verità, rivelando il tragico finale.
Il protagonista del racconto, Aristomene, in viaggio in Tessaglia, incontrò un vecchio amico di nome Socrate (niente a che fare con l’altro Socrate, ben più famoso, che tutti noi conosciamo). Questo Socrate versava in condizioni pietose. “Se ne stava seduto per terra, ravvoltolato a mala pena in un mantellaccio sbrindellato, irriconoscibile, tanto era pallido e smagrito; pareva uno di quei poveri disgraziati perseguitati dalla malasorte che si riducono a chiedere l’elemosina alle cantonate.” Aristomene gli si avvicinò, dicendogli. “Socrate! Cos’è questa storia? Com’è che sei in questo stato? Che t’è capitato? A casa ti piangono per morto e ai tuoi figli i giudici hanno già dato un tutore; con tua moglie, che t’ha fatto il funerale e che s’è consumata in lacrime e che per il pianto le si sono seccati gli occhi, i suoi parenti insistono perché si consoli della tua perdita e rallegri la tua casa con nuove nozze. E tu, intanto, te ne stai qui che mi sembri proprio un fantasma!”
Socrate era stato dato per morto da tutti, infatti. Ma la malasorte lo aveva spinto fino in Tessaglia, dove adesso elemosinava pasti, con un solo mantello sbrindellato a ripararlo dal freddo. Aristomene lo tirò su dal terreno e lo portò prima alle terme, per ripulirlo dal sudiciume, e poi in locanda, per ristorarlo. Ed è a quel punto che Socrate spiegò cosa gli era accaduto.
“Ma si può essere più iellati di me’ cominciò a lamentarsi ‘se soltanto per aver voluto correre dietro a uno spettacolo di gladiatori di cui, si dicevano meraviglie, mi sono ridotto in questo stato. Ricordi che ero andato in Macedonia per il mio lavoro? Ebbene gli affari m’erano andati a gonfie vele e così, dopo nove mesi, stavo tornando a casa, ben fornito di quattrini, quando poco prima di giungere a Larissa, mi venne in mente di fare una capatina a quel famoso spettacolo, ma, in una valle impervia e deserta, fui assalito da una banda di briganti ferocissimi che mi lasciarono completamente al verde: per fortuna non ci rimisi la pelle e riuscii a raggiungere la locanda di una certa Meroe, una donna matura ma ancora belloccia, alla quale raccontai dei miei lunghi viaggi, del mio desiderio di tornare a casa e, infine, della rapina subita. Ella fu molto gentile, mi preparò gratis una graditissima cena e, alla fine, andata in fregola, mi portò a letto con lei. Scalogna maledetta, perché bastò che dormissi una sola notte con lei per impegolarmi in una di quelle relazioni che poi ti tiri dietro per anni: le diedi quei pochi stracci che i briganti mi avevano lasciato addosso, e pefino gli spiccioli che, facendo il facchino (allora ero ancora in gamba) mi venivo guadagnando. Ed ecco in quale stato tu l’hai visto, quella buona donna e la mia cattiva stella, mi hanno ridotto.’”
‘Perdio, te la meriti proprio una fregatura simile” gli disse Aristomene. “e anche di peggio se fosse possibile, dal momento che invece di pensare alla tua casa, ai tuoi figli, ti sei messo a fare il galletto, e con una vecchia baldracca.’
‘Zitto, per carità, zitto’ fece quello tutto spaventato, portando l’indice alle labbra e volgendo il capo all’intorno come per assicurarsi che nessuno ascoltasse ‘non parlare male di quella donna perché è una maga; capace di tirar giù la volta celeste e di sollevare la terra, di far diventare le fonti di sasso e liquefar le montagne, di riportare alla luce gli dei dell’inferno e inabissare quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.”
Aristomene ovviamente non credette a una sola parola. “Ma piantala, dài, con questa messinscena da tragedia, smettila di recitare e parla chiaro.’ Lui, alle streghe della mitologia non ci credeva. Per ora.
‘Vuoi che te ne racconti una o due o anche molte delle cose che ha fatte?” replicò Socrate. ”Con una sola parola ha mutato in castoro un suo amante che s’era messo con un’altra. E sai perché proprio in castoro? Perché questa bestia, quando è inseguita e teme di essere catturata, si stacca da sé i testicoli (e questa è una credenza folcloristica dell’epoca). Questo lei voleva che capitasse anche a quel suo amante che l’aveva piantata per un’altra. ‘E ancora: ha trasformato un oste che era suo vicino e le faceva concorrenza, in un rospo: ora quel povero vecchio sguazza in una botte del suo vino immerso nella feccia fino alla gola e chiama con suoni rochi che vorrebbero essere amabili i suoi avventori di un tempo. ‘Un altro l’ha trasformato in montone: era un avvocato che l’aveva calunniata e da montone ora difende le cause. ‘Alla moglie di un suo amante che le aveva indirizzato una paroletta pepata ha tappato l’utero e poiché quella era incinta le ha bloccato il feto in corpo condannandola a una perpetua gravidanza. La gente ha fatto i conti, dice che sono otto anni ormai che la poveretta si porta dentro quel peso ed è gonfia come se dovesse partorire un elefante.”
‘Per queste e per tante altre vittime l’indignazione popolare crebbe a tal punto che un giorno venne deciso, senza tanti complimenti, di condannarla alla lapidazione. Ma lei con le sue arti magiche prevenne la sentenza; un po’ come la famosa Medea che, ottenuta da Creonte una sola giornata di dilazione, con la fiamma sprigionata da una corona magica mise a fuoco tutta la reggia con dentro lui stesso e la figlia. Così questa Meroe, fatti alcuni sortilegi sopra un sepolcro ed evocando misteriose potenze soprannaturali, chiuse tutti nelle loro case tanto che per due interi giorni nessuno riuscì a sbloccare le serrature, a scardinare le porte, a sfondare le pareti. ‘Questo finché, per consiglio comune, non la supplicarono ad una voce giurandole solennemente che non le avrebbero torto un capello, pronti, anzi, a proteggerla da chi avesse osato qualcosa contro di lei. ‘Solo così’ ella si rabbonì e liberò dall’incantesimo la città. Ma l’ideatore del complotto lasciò serrato in casa e questa, così com’era, pareti, pavimento, fondamenta, di notte tempo, fece volare cento miglia lontano, in un’altra città, posta in cima a una montagna dirupata e priva d’acqua. “
Aristomene, dopo tutte queste storie, cominciò anche lui a provare un po’ di timore. Quindi decise di andarsene a letto col suo ritrovato amico, per poi partirsene subito da quella locanda, al mattino seguente, lasciandosi alle spalle l’odiata Tessaglia. I due si presero una bella sbronza, salirono in camera e dopo aver chiuso la porta coi chiavistelli, oltre ad aver avvicinato il letto all’uscio, addossandovelo bene contro per sigillare, si addormentarono.
Allo scoccare della mezzanotte, però, la porta venne tirata giù con un gran trambusto, il letto in cui dormiva Aristomene si ribaltò e lo stesso Aristomene finì sul pavimento, con il letto sopra la schiena. Ed ecco che dall’uscio spalancato entrarono “due donne di età piuttosto avanzata: l’una reggeva una lucerna accesa, l’altra una spugna e una spada sguainata.” Costoro erano Pantia e la stessa Meroe, che finora aveva ascoltato con i suoi poteri soprannaturali i discorsi tra i due ingenui, ed era giunta per la vendetta.
“Eccolo qui, sorella Pantia” disse Meroe, indicando Socrate per terra, privo di sensi. “Il mio Ganimede, quello che giorno e notte ha abusato della mia innocenza e che ora non soltanto mi diffama vigliaccamente ma si accinge a squagliarsela. Ma io, allora dovrei fare la fine di Calipso abbandonata dallo scaltro Ulisse e piangere la mia eterna solitudine?’
Nel veder Socrate addormentato, Meroe lo apostrofa in vari modi, rifacendosi a specifici episodi mitologici. Per prima cosa lo chiama Endimione, paragonandolo al bellissimo ragazzo condannato all’eterno sonno di giovinezza della divinità lunare Selene. Poi lo chiama Ganimede, eroe troiano definito da Omero come il più bello di tutti i mortali del suo tempo (anche se Omero ne definisce molti di eroi bellissimi, ciascuno che sembrerebbe essere il più bello di tutti). Infine lo paragona a Ulisse, che abbandona Calipso per svignarsela. Si tratta ovviamente di prese in giro, poiché la bellezza del povero Socrate non era di certo paragonabile a tali leggende mitologiche.
Poi con la mano tesa, Meroe indicò Aristomene a sua sorella Pantia ‘Ma guardalo là, Aristomene, questo bel consigliere, che ha avuto la bella pensata della fuga e che ora se ne sta mezzo morto accucciato sotto il letto a guardare illudendosi di passarla liscia dopo che mi ha coperto di improperi. Costui te lo servirò dopo a dovere, anzi no, all’istante si dovrà pentire della sua linguaccia e della sua curiosità, questo impenitente ficcanaso.’
Allora Pantia aggiunse; “Allora, sorella, cominciamo con questo? Facciamo come le Baccanti? Lo riduciamo a pezzettini, oppure lo leghiamo e poi gli tagliamo i testicoli?”
“Ma no”, disse Meroe. “Che resti vivo, invece, così getterà una manciata di terra sul corpo di questo miserabile.” Così dicendo, rovesciata la testa di Socrate da un lato, gli immerse la spada nel collo fino all’elsa; poi accostò alla ferita un piccolo otre e ne raccolse il sangue che sgorgava a fiotti, senza farne cadere nemmeno una goccia. Mettendo in atto un rituale di sacrificio in piena regola, Meroe affondò la mano in quella ferita, frugò dentro fino alle viscere e trasse il cuore del povero Socrate che, dalla gola tutta squarciata per la violenza del colpo, ancora mandava una voce, un sibilo indistinto, un gorgoglio.
«’O spugna nata dal mare’ intanto cantilenava Pantia e tamponava con la spugna la ferita là dov’era più larga ‘acqua di fiume non sorpassare.’
Compiuta ogni cosa se ne andarono; prima però tolsero il letto di dosso da Aristomene, si piazzarono sopra di lui a gambe divaricate e gli pisciarono in faccia inondandolo del loro fetore.”
Aristomene rimase disteso per terra, senza fiato, nudo e fradicio di pipì, più morto che vivo, nonostante tutto. Dopodiché la soglia si riaggiustò all’istante. I battenti della porta si drizzarono e si rimisero intatti al loro posto, così come i cardini volarono ciascuno nel loro buco, i chiavistelli negli infissi, i catenacci nei loro anelli: tutto come prima.
Aristomene cadde nello sconforto. ‘Che ne sarà di me’ gemeva ‘quando domani mattina troveranno quest’uomo scannato? Chi mi crederà quando racconterò per filo e per segno come sono andate le cose? Avresti per lo meno potuto gridare, mi ribatteranno, chiedere aiuto se ti mancava il coraggio, grande e grosso come sei, di tener testa a una donna. Ma come, si sgozza un uomo sotto i tuoi occhi e tu te ne stai in silenzio a guardare? E poi come mai delinquenti di tal razza non hanno fatto fuori anche te? Perché nella loro ferocia ti avrebbero risparmiato? Un testimone per giunta così compromettente del loro delitto? Comunque visto che sei scampato alla morte, va a fare compagnia all’amico tuo.’
Insomma, Aristomene temeva che non gli avrebbero creduto, e che lo avrebbero accusato d’omicidio. Tentò quindi di scappare, ma il guardiano della locanda si accorse che c’era qualcosa che non andava e salì fino in camera. I due cominciano a discutere, e fra le grida, inaspettatamente, Socrate si risvegliò. Stava bene e la sua gola non portava alcun segno del sacrificio. Che si fosse trattato di un incubo?
Lieto che tutto fosse andato per il verso giusto, Aristomene convinse Socrate a fuggir via il prima possibile, all’alba. Raccolsero i loro averi e s’incamminarono in strada. Aristomene non faceva che osservare la gola dell’amico, e pensare che avevano proprio ragione i dottori, quando sconsigliavano di bere troppo. Una sbronza così non l’aveva mai presa, infatti, e mai aveva avuto visioni così terribili, di notte. L’amico Socrate, però, si lasciò andare a una rivelazione terribile, mentre viaggiavano. Ovvero che quella stessa notte aveva sognato d’essere stato sgozzato. D’aver sentito un dolore alla gola, e che proprio in quel momento, mentre camminava, si sentiva molto debole.
I due, decisero quindi di riposare ai piedi di un albero, con pane e formaggio. Socrate trangugiò tutto quanto, facendosi via via sempre più pallido. Poi, con la gola riarsa dalla sete, si allontanò verso un ruscello che scorreva lì vicino, limpido e puro. S’accostò alla riva, là dove questa era più bassa, e fece per inginocchiarsi e bere con avidità ma non appena accostò le labbra all’acqua, il collo gli si aprì in un largo e profondo squarcio liberando la spugna con un po’ di sangue. Era morto.
Il rituale di queste streghe della mitologia greca aveva fatto diventare il povero Socrate un non-morto a tutti gli effetti, che prima di avvicinarsi all’acqua del fiume si era potuto godere un’ultima colazione a base di pane e formaggio, trangugiata avidamente per lenire quella spossatezza tipica delle anime che si apprestano a immergersi nelle paludi stige. La formula, infatti, recitata dalla strega Pantia, “Spugna nata dal mare, acqua di fiume non sorpassare” non era altro che una condanna a morte, compiuta dinnanzi a un rivolo d’acqua, dove il povero Socrate trovò la morte. La simbologia richiama le acque degli Inferi, che scorrono sotto forma di fiumi, e che Dante Alighieri raccoglie assieme in un’intera palude, la palude stigia.
Aristomene, pieno di dolore, scavò una fossa vicino al corso d’acqua, seppellì il suo amico, e se ne andò dalla Tessaglia, vagando per luoghi desolati e deserti e, quasi avesse sulla coscienza un delitto, lasciò scelse un volontario esilio.
Questo episodio di streghe della mitologia, narrato all’interno dell’Asino d’Oro, è uno dei miei preferiti. Infatti nel mio romanzo, “La Stirpe delle Ossa”, l’intreccio narrativo si snoda attorno a eventi magici pregni di simbologia legata al mondo naturale e, nella fattispecie, proprio a una palude, in un susseguirsi di colpi di scena esoterici, a cavallo tra la vita e la non-vita.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
