Crociati afflitti da lebbra, votati alla fede e al sacrificio: l’ordine dei cavalieri di San Lazzaro nelle campagne militari di Terra Santa.
“I fratelli cavalieri e altri del suddetto ospedale (San Lazzaro) sono stati molte volte orribilmente uccisi e la loro casa a Gerusalemme e in molti altri luoghi della Terra Santa è stata completamente distrutta”
Giovanni, vescovo di Gerusalemme, 1323
I cavalieri di San Lazzaro appartenevano all’omonimo ordine dei Fratres hospitalis Sancti Lazari Hierosolimitani, che al tempo delle Crociate si occupava dell’assistenza ai bisognosi, proprio come faceva il ben più famoso ordine degli Ospitalieri. Tuttavia i fratelli con la croce verde cucita sulla sopravveste erano accomunati da un tratto distintivo non indifferente, che li rendeva unici nella società d’Oltremare: la lebbra.
- 1. L’Ordine di San Lazzaro: chi erano i crociati lebbrosi?
- 2. Il morbo di Hansen: la lebbra nel Medioevo tra misticismo e terror
- 3. Cavalieri Templari e Lazzariti: il legame di sangue e di fede
- 4. I Cavalieri di San Lazzaro in battaglia: la leggenda dei “Morti Viventi”
- 5. La disfatta di Al Mansurah e il sacrificio finale dei Lazzariti
- 6. Tattiche e razzie: perché i Lazzariti erano un Ordine autonomo
L’Ordine di San Lazzaro: chi erano i crociati lebbrosi?
L’Ordine di San Lazzaro nacque fuori dalle mura di Gerusalemme, in un lazzaretto dedicato alla cura dei malati. Quella che era iniziata come una missione di pietà divenne presto una necessità militare. Non erano solo monaci: erano veterani che, nonostante il corpo martoriato dal morbo, non volevano abbandonare la croce. Questo rese l’ordine un unicum nella storia delle Crociate.
L’idea di cavalieri lebbrosi può sembrare bizzarra (e infatti è perfetta per il romanzo di avventure-spade-ammazzamenti-medievali che sto scrivendo), ma in realtà sopperisce a un bisogno spirituale e militare di cui si aveva grande necessità nel regno crociato. Con l’avanzare della guerra e la cronica carenza di uomini in Terra Santa, l’ordine di San Lazzaro da semplice struttura assistenziale cominciò a ritagliarsi uno spazio fra gli schieramenti da battaglia crociati, divenendo a tutti gli effetti un ordine monastico-militare.
Il morbo di Hansen: la lebbra nel Medioevo tra misticismo e terror
La parola lebbra fa subito venire in mente tristi immagini di uomini deformi e respinti dalla società, che vagano per i vicoli medievali con una campana legata al collo. Alcune moderne ipotesi però restituiscono un quadro più complesso di come veniva vissuto quello che oggi chiamiamo il morbo di Hansen.
La lebbra è una malattia molto presente nei testi sacri e a differenza di altre, come la peste, assumeva forti connotati spirituali. Numerosi santi della cristianità si sono adoperati strenuamente per assistere e proteggere coloro che subivano gli effetti del castigo divino, proprio come accadde in Terra Santa nel XII secolo: la nascita dell’ordine di San Lazzaro è la prova che gli infermi non venivano sempre abbandonati a un misero destino.
A Gerusalemme sorgeva un lebbrosario che con l’arrivo dei crociati venne preso sotto la protezione dei cavalieri di San Lazzaro. Era composto da un convento con una piccola chiesa, un chiostro, una sala capitolare, un refettorio e due dormitori separati per far fronte alle esigenze della comunità: separare i fratelli sani dai fratelli lebbrosi1. Si trattava di un compito sacro, che il nuovo ordine portava avanti con dedizione e che, con il tempo, diede modo all’organizzazione di accrescere i propri ranghi. Come? Semplice, quei cavalieri che si ammalavano di lebbra solitamente erano tenuti a ritirarsi dalla società abbandonando beni ed eventuali signorie2, le mogli li avrebbero abbandonati per ritirarsi in convento e tutto ciò che rimaneva da fare per trovare rifugio e proseguire la propria vita con una minima possibilità di salvezza era di entrare a far parte dell’ordine dei lazzariti.
Cavalieri Templari e Lazzariti: il legame di sangue e di fede
L’ospedale lazzarita fungeva da rifugio per tutti coloro che contraevano il morbo e concedeva una possibilità di riscatto per quei cavalieri, in particolare templari, che avevano giurato di combattere in nome della fede e avevano tutta l’intenzione di continuare a farlo.
Il legame con i Poveri Cavalieri di Cristo era strettissimo. Molti membri di San Lazzaro erano ex Templari che, dopo aver contratto la lebbra, venivano trasferiti tra le fila della croce verde. Era un passaggio quasi obbligato: il codice del Tempio non permetteva ai malati di restare, ma la loro esperienza bellica era troppo preziosa per essere sprecata.
“Quando, per volontà di Nostro Signore, un fratello contrae la lebbra, e viene provato che le cose stanno così, gli uomini onorati della casa devono esortarlo a chiedere il congedo dal Tempio per entrare nell’Ordine di San Lazzaro e prendere l’abito di quell’Ordine; e se il fratello infermo è un uomo pio, dovrà obbedire, anzi sarà egli stesso, di sua spontanea volontà, a chiedere il congedo dalla casa, prima che venga esortato a farlo. E il maestro, o chi ne ha la prerogativa, deve concederglielo, ma solo dopo aver sentito i fratelli; dopodiché il maestro e i gentiluomini devono prendersi cura di lui fino al giorno in cui non prende l’abito di San Lazzaro. E devono prendersi scrupolosamente cura di quel nostro fratello, e fare in modo che venga accolto nell’Ordine di San Lazzaro, cosicché non manchi nulla alla sua povera esistenza finché vivrà”.
Regola del Tempio, art. 443“Tuttavia, sia chiaro che se un fratello, che ha contratto la lebbra, rifiuta ostinatamente di chiedere il congedo e di abbandonare la casa, non potrà essere privato dell’abito né allontanato dalla casa, ma dovrà essere mantenuto in un luogo separato dalla compagnia dei fratelli, come si è detto a proposito dei malati gravi; e lì deve ricevere il suo sostentamento”.
Due articoli del codice templare “La regola dei cavalieri del Tempio” conservato a Parigi
Regola del Tempio, art. 444
L’esortazione a congedare i fratelli templari qualora avessero contratto la lebbra appare evidente nel Codice dei cavalieri del Tempio. Si faceva leva perfino sulla devozione religiosa del malato: “se il fratello infermo è un uomo pio dovrà obbedire”. Tuttavia si specifica anche che si tratta di una libera scelta, che se il fratello rifiuta ostinatamente di chiedere congedo non potrà essere sbattuto fuori (anche se debitamente tenuto a distanza, in luogo separato). Insomma, date le premesse si potrebbe questionare su quanto fosse realmente libera la scelta ricordando vagamente il concetto di libero arbitrio cristiano: o così oppure l’Inferno.
La Regola del Tempio ha subito svariate mutazioni nel corso del tempo. Nacque come codice di 72 articoli e, a seguito di numerose aggiunte e modifiche, arrivò a contarne centinaia. Le versioni pervenute a noi sono numerose e ve n’è una conservata a Barcellona, scritta in catalano, che risulta molto più restrittiva riguardo i fratelli contagiati dalla lebbra. Nella Regola Catalana l’obbligo di entrare a far parte dell’ordine di San Lazzaro è imperativo, senza alcuna concessione.
Ma come si comportavano in battaglia questi morti viventi?
I Cavalieri di San Lazzaro in battaglia: la leggenda dei “Morti Viventi”
In Terra Santa erano simili a “morti viventi”. Le leggende narrano che i gravi disturbi della sensibilità dovuti all’incedere della lebbra rendessero i cavalieri di San Lazzaro immuni al dolore. Morti viventi, appunto, come nelle moderne storie fantastiche. Immagina l’impatto psicologico sui saraceni: vedere cavalieri che non sentivano il dolore, con i volti coperti da bende e armature pesanti, caricare senza alcuna speranza di sopravvivenza. Per un lazzarita, cadere in battaglia non era una sventura, ma una liberazione onorevole da una carne che stava già marcendo.
Le Commanderie in Europa: l’economia dietro la Croce Verde
Ma non erano tutti lebbrosi. Un ordine come quello di San Lazzaro, seppur più piccolo rispetto ad altri come i templari, gli ospitalieri o i teutonici, era una struttura ramificata in tutta Europa, suddivisa in case (commanderie) che amministravano terreni agricoli sparsi per il territorio, affidati a mezzadri (magari anche laici) compensati da regolare contratto.
Oltre agli aspetti economici necessari alla sopravvivenza dell’organizzazione, dobbiamo considerare l’insieme della manodopera legata agli ospedali dove venivano accolti i lebbrosi, e tutto l’insieme di fratelli serventi e dei monaci che la spada non sapevano neppure come impugnarla. Insomma, quella dei cavalieri era solo una parte dell’intera organizzazione. La parte più tragica, fra l’altro. Nel senso drammaturgico del termine.
La disfatta di Al Mansurah e il sacrificio finale dei Lazzariti
Perché dalle testimonianze che ci sono pervenute, le imprese a cui parteciparono i cavalieri di San Lazzaro finirono davvero tutte in tragedia. Matthew Paris, uno degli autori del Flores Historiarum e creatore di una serie di meravigliose mappe della Terra Santa, scrisse queste parole riguardo la battaglia di Al Mansurah dell’11 febbraio 1250:
“Luigi, re di Francia, fu fatto prigioniero, e tutto il suo esercito disperso e messo in rotta, e molti nobili del suo regno furono presi con lui, e un grande corpo appartenente al Tempio, all’Ospedale, all’Ordine Teutonico e quello del Santo Lazzaro.“
M. Paris. Flores historiarum. 1307
“… Furono catturati, uccisi e dispersi gli ordini del Tempio, dell’Ospedale, di Santa Maria Teutonica e di San Lazzaro, due volte (…) I Saraceni trionfarono molte volte sull’esercito generale dei cristiani, vale a dire i Francesi, con il Re presente, i Templari, gli Ospitalieri, i Teutonici, i fratelli di San Lazzaro e tutti gli abitanti della Terra Santa furono conquistati, catturati, massacrati, ahimè!”
La battaglia di La Forbie: lo sterminio totale
A onor del vero, le fonti che ci sono pervenute non li dipingono come guerrieri di particolare successo. Nel senso che ogni attività militare cui presero parte si concluse con un fallimento, spesso catastrofico. Come nella battaglia di La Forbie del 1244, quando le forze cristiane subirono una sconfitta terribile e al termine della battaglia di tutti i cavalieri che avevano preso parte allo scontro restarono solo 33 templari, 27 ospitalieri e 3 teutonici. Fra questi non vi era alcun lazzarita: la battaglia li aveva consumati tutti, fin all’ultimo uomo3.
Per quanto riguarda la tattica militare vera e propria, è probabile che i cavalieri di San Lazzaro svolgessero un ruolo prevalentemente di supporto, occupandosi di missioni esplorative e di saccheggio4, questo lo possiamo desumere proprio dalla loro condizione fisica e dalla terribile malattia che li obbligava a un allontanamento forzato dal resto della truppa, oltre al fatto che esiste un episodio molto interessante (uno dei pochi che li vede coinvolti in realtà) che sembra validare questa ipotesi.
Tattiche e razzie: perché i Lazzariti erano un Ordine autonomo
Re Luigi IX, detto il Santo, organizzò una campagna in Siria (1250-1254) accompagnato dagli ordini militari fra i quali figurava anche un distaccamento di cavalieri di San Lazzaro. Il cavaliere Jean de Joinville nelle sue memorie ha dedicato un intero capitolo all’episodio che vede coinvolti i cavalieri di san Lazzaro durante una razzia. E l’immagine che ne viene fuori non è del tutto lusinghiera.
“Mentre il re era accampato davanti a Giaffa, il maestro di San Lazzaro aveva saputo che presso Ramah, a tre leghe di distanza da lì, vi stanziavano bestiame e altre cose, e pensava di fare un grande bottino. Non occupando nessun ufficio nel campo, anzi facendo quel che voleva, vi andò senza dir nulla al re. Non appena raccolto il bottino e depredato il bestiame, i Saraceni lo aggredirono e ricacciarono con tanta violenza, che di tutti gli uomini che aveva con sé, quattro soltanto riuscirono a sopravvivere. Rientrando al campo, il maestro di San Lazzaro cominciò a gridare all’armi.
Jean de Joinville, Histoire de Saint Louis, 1309
Corsi ad armarmi, e supplicai il re che mi lasciasse andar là; e lui me ne diede licenza, e m’ordinò di portare con me anche i cavalieri del Tempio e dell’Ospedale. Quando arrivammo sul luogo, scoprimmo che nuovi Saraceni erano giunti nella valle dove il maestro di San Lazzaro era stato sconfitto. Mentre questi Saraceni sopravvenuti saccheggiavano i cadaveri lazzariti, il maestro degli arcieri del re li attaccò, e prima che noi accorressimo, li aveva sgominati, e uccisi molti. (…) Casi facemmo ritorno senza nessuna perdita, tranne quelle che aveva subito il maestro di San Lazzaro.“
L’autore della cronaca sottolinea che il maestro di San Lazzaro (che poi scopriamo essere fratello Nicolas Rainaldus de Floriaco, morto in Egitto nel 12585) non si occupava “di nessun ufficio nel campo, anzi facendo quel che voleva, vi andò senza dir nulla al re“. Questa precisazione non sta a significare, come potrebbe sembrare, che i cavalieri di San Lazzaro fossero dei trasgressori disubbidienti, gente che faceva quel che voleva perché sì. Ma, anzi, il fatto che il maestro venga definito come “di nessun ufficio nel campo“, vuol dire che non aveva una posizione nell’esercito regolare. E questo ci suggerisce che l’ordine dei cavalieri di San Lazzaro fosse un gruppo militare autonomo, che non aveva neppure bisogno di chiedere il permesso al re.
L’idea di andare a far razzia doveva essere affare molto comune in guerra, soprattutto per gli ordini che avevano costantemente bisogno di sostentarsi in tutte le loro attività, sperduti in una terra dove le donazioni e le rendite agricole non sempre bastavano. Stiam parlando di monaci, sì, ma pur sempre monaci guerrieri.
E veniamo alle ultime considerazioni, ovvero quelle legate all’esito dello scontro. Maestro Nicolas si recò da solo sul campo e venne travolto dai saraceni in maniera così violenta che soltanto lui e altri quattro uomini riuscirono a sopravvivere. Cosa potrebbe voler dire? Il cronista non entra nel dettaglio, ma le sue parole potrebbero essere viste come denigratorie, specialmente quelle finali “facemmo ritorno senza nessuna perdita, tranne quelle che aveva subito il maestro di San Lazzaro.” Il fatto che abbiano combattuto fino alla morte però non sembra essere sintomo di villania. Forse di scarsa intelligenza o avidità? Non lo sapremo mai.
Nel 1253 Innocenzo IV ricevette una richiesta da parte dei fratelli lazzariti per modificare la regola dell’ordine al fine di consentire “a qualsiasi cavaliere sano tra i fratelli della casa di essere nominato comandante generale, poiché tutti i cavalieri lebbrosi di detta casa sono stati miseramente uccisi dai nemici della fede6“.
In ogni caso non si tratta dell’unico episodio che vede i cavalieri di San Lazzaro annientati in battaglia. Quella della morte è una costante che li accompagna fin dai primordi della loro breve storia crociata, e che non deve essere letta col sinonimo di sconfitta. Dopotutto sopra le loro teste pendeva una condanna ben peggiore, alla quale sono certo che tutti loro volessero fuggire.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Monaci in armi, a cura di Franco Cardini ↩︎
- L’ordine di San Lazzaro di Gerusalemme: fra guerra santa e assistenza, Rafaél Hyacinthe ↩︎
- “Tutti i cavalieri lebbrosi della casa di San Lazzaro furono uccisi” Robert de Nantes, patriarca di Gerusalemme ↩︎
- King Saint Louis and the Order of Saint Lazarus, Charles Savona-Ventura ↩︎
- De Villeneuve-Trans. Histoire de Saint Louis, Roi de France. Paulin, Paris, 1839, p.402. ↩︎
- King Saint Louis and the Order of Saint Lazarus, Charles Savona-Ventura ↩︎
