L’equipaggiamento protettivo dell’esplorazione sottomarina: l’invenzione dello scafandro da palombaro
Fin dai tempi di Leonardo da Vinci l’uomo ha sempre sognato di fare principalmente due cose: volare ed esplorare gli sconosciuti fondali marini. Grazie a innumerevoli tentativi, studi scientifici ed esperimenti rocamboleschi questi sogni primordiali sono stati esauditi nel meraviglioso Lungo Secolo: l’Ottocento! Dopo aver parlato della mongolfiera (o meglio, del disastro di una mongolfiera) oggi vediamo come ha avuto inizio l’affascinante mondo delle immersioni subacquee.
Aria e Pressione: Cosa si immette nello scafandro da palombaro?
Molti si chiedono cosa sia l’elemento vitale che permette la discesa negli abissi. La risposta è semplice: l’aria compressa. È proprio l’aria ciò che la si immette nello scafandro tramite una pompa a mano o meccanica situata in superficie. Senza questo flusso costante, la pressione dell’acqua schiaccerebbe i polmoni del palombaro in pochi secondi. L’aria non serve solo a respirare, ma crea una bolla protettiva che bilancia la spinta idrostatica.
L’elmo da palombaro è uno degli oggetti più iconici dell’immaginario tecnologico ottocentesco. Si tratta di un’invenzione ingegnosa che consentiva al subacqueo di immergersi fino a toccare il fondale e respirare aria compressa tramite un lungo tubo collegato a una pompa posta in superficie.
L’elmo era solitamente realizzato in rame stagnato e presentava 4 visiere in vetro disposte una davanti, due ai lati e la quarta in alto. Una spessa rete metallica proteggeva il vetro da eventuali urti e permetteva al palombaro di godere di un’ampia visuale. Sul retro dell’elmo era assicurato il tubo di arrivo dell’aria mentre sul lato anteriore fuoriusciva l’aria espirata attraverso a una valvola. Il palombaro poteva regolare il flusso dell’aria a seconda delle sue necessità: chiudendo la valvola l’aria si sarebbe immagazzinata velocemente nel casco e nella muta dando inizio a una rapida risalita; viceversa, aprendo la valvola, la muta si sarebbe svuotata d’aria riportando il subacqueo con i piedi sul fondo.
Lo Scafandro da Palombaro: Una prigione di rame e vetro
Lo scafandro da palombaro non era un semplice vestito. Era un pezzo di ingegneria pesante, una corazza che separava la vita dalla morte. Il metallo dell’elmo e la tela gommata della muta dovevano resistere a sollecitazioni enormi. Ogni bullone era un patto con l’abisso. Se il tubo si attorcigliava o la pompa si fermava, il destino dell’uomo era segnato.
L’elmo era imbullonato alla muta: un unico pezzo realizzato in tela foderata con uno spesso strato di gomma. Concludevano l’outfit un paio di stivali in piombo e un pugnale legato alla cintura che sarebbe servito per rimuovere eventuali ostacoli e difendersi dagli attacchi degli ignoti abitanti dei mari1.
La traspirazione all’interno dello scafandro era nulla, ma nonostante questo il subacqueo indossava un berretto, dei pantaloncini, un gilet e calze di lana per evitare che il sudore si raffreddasse con conseguenti ripercussioni sulla salute.
Perché buscarsi un raffreddore mentre si esplora antiche rovine perdute negli abissi marini non è per nulla avventuroso, giusto?
Il Palombaro: Il cavaliere degli abissi tra storia e leggenda
Chi diventava palombaro nell’Ottocento non era solo un tecnico, era un pioniere del vuoto. Questi uomini camminavano nel buio totale, nel silenzio rotto solo dal sibilo dell’aria che entrava nell’elmo. Erano i paladini di un mondo sommerso, armati di coltello e coraggio, pronti a sfidare correnti e mostri marini per recuperare relitti o costruire le fondamenta della civiltà moderna.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Les Merveilles de la science, La Cloche à plongeur et le Scaphandre – Louis Figuier, 1870 ↩︎
