La vera storia di Teseo, Minotauro

La Vera Storia di Teseo: il lato oscuro di un eroe greco

Scopri la vera storia di Teseo: non solo il Minotauro, ma rapimenti, tradimenti e il racconto dark di Plutarco. Ecco chi era davvero l’eroe con il mullet.

Tutti lo ricordano come l’eroe più glorioso della Grecia, sterminatore di minotauri, esploratore di labirinti, eroico guerriero. Ma se vi dicessi che in verità era un sanguinario che rapiva bambine, abbandonava principesse alla morte, torturava i briganti e portava pure un mullet anni ’80? Non sto scherzando. Aveva davvero i capelli così.

Da dove derivano tutte queste rivelazioni sconvolgenti? Da un autore greco del I secolo che a un certo punto ha voluto scavare tra le leggende per riportare alla luce la vera storia, quella autentica (e dark) di Teseo. Tale autore è Plutarco1.

Perciò, buttiamoci nella mischia: qual è la vera storia di Teseo?

La vera storia di Teseo comincia con Egeo, il re di Atene. Egeo è disperato perché non ha eredi e si reca in viaggio fino all’Oracolo di Delfi per sapere se avrà mai un figlio. La risposta dell’Oracolo è strana, come sempre: gli ordina di non stare con nessuna donna finché non sarà tornato a casa, ad Atene. Egeo non capisce il senso di quel divieto e, confuso, sulla via del ritorno, si ferma a chiedere consiglio al suo amico Pitteo, il re della città di Trezene. Un uomo famoso per la sua incredibile intelligenza.

Pitteo capisce subito quello che al re è sfuggito. L’Oracolo aveva detto a Egeo di non ficcare con nessuna donna fino ad Atene. Così facendo, avrebbe avuto finalmente il figlio che tanto desiderava, ad Atene, la città di cui era sovrano. Ma cosa sarebbe successo se Egeo avesse inzuppato prima? Lungo la strada? In un’altra città? Molto semplicemente, siccome il proiettile era in canna, avrebbe concepito lì.

Ecco l’inganno di Pitteo, nel capire l’occasione d’oro che gli era capitata. L’unico figlio del re di Atene, uno straordinario bambino il cui futuro era già scritto nelle profezie degli oracoli, poteva essere concepito a casa sua. Il futuro re di Atene poteva appartenere alla sua famiglia.

L’inganno di Egeo: un eroe nato nel peccato e nel fango

Senza dire nulla ad Egeo, Pitteo mette in atto il suo piano. Fa ubriacare il re e lo spinge a passare la notte con sua figlia Etra. In pratica, Pitteo “ruba” la profezia per far nascere l’erede di Atene in casa propria. Quando Egeo si sveglia e capisce di aver infranto il divieto, viene colto dal terrore. Sa che i suoi nemici ad Atene ucciderebbero quel bambino pur di restare al potere.

Egeo allora decide di ripartire verso Atene da solo. Nasconde la sua spada e i suoi sandali sotto un masso gigantesco. Fa una promessa solenne ad Etra: “Se nascerà un maschio, crescilo nel segreto. Solo quando sarà abbastanza forte da spostare questa pietra, mandalo da me ad Atene”. E se ne andò.

Teseo quindi nacque senza padre, ignaro di tutto.

Vorrei soffermarmi su questo punto. Teseo non nasce da un amore eroico, ma da un inganno, da una ubriacatura pesante e una violazione dei divieti divini. È, di fatto, un anti-eroe prima ancora di venire alla luce, destinato a portare il sangue ovunque andrà.

Inoltre, nell’ombra, ignaro di essere protagonista di una profezia che sta per cambiare la storia della Grecia. Come il prescelto delle storie fantasy.

La madre Etra tenne segreta la vera identità del padre. In giro si diceva che Teseo fosse figlio di Poseidone, il potente dio del mare. Questa storia faceva comodo a tutti, soprattutto agli abitanti di Trezene, che adoravano Poseidone come loro protettore, gli offrivano i primi frutti dei raccolti e stampavano persino il tridente sulle loro monete.

E Teseo crebbe, forte e combattivo. Pronto a spaccare il mondo, e far cose brutali.

Prima di indossare l’elmo, però, andiamo tutti dal parrucchiere. Che devo spiegarvi questa cosa del Mullet.

Il “Mullet” di Teseo: perché l’eroe portava i capelli anni ‘80?

In quel tempo, dice Plutarco, c’era una tradizione molto importante per i ragazzi che stavano diventando uomini: dovevano andare a Delfi per offrire al dio Apollo la prima ciocca dei loro capelli. Era un rito di passaggio, un modo per dire che l’infanzia era finita. Anche Teseo fece questo viaggio, però decise di tagliarsi i capelli in modo strano: cortissimi davanti, sulla fronte, lasciandoli invece lunghi dietro. Questo stile divenne famosissimo fino al tempo di Plutarco e fu chiamato “alla Teseo”. 

Insomma, non voglio rovinarvi l’estetica dell’eroe greco, ma Teseo portava il Mullet anni ’80. Magari non esattamente quello, ma ci andiamo vicini per poterlo visualizzare.

La tattica degli Abanti: capelli corti per non farsi sgozzare

In realtà, Teseo non aveva inventato niente. I primi a lanciare questa moda cui aderiva anche Teseo erano stati gli Abanti, un popolo di guerrieri che viveva nell’isola di Eubea. Non lo facevano per bellezza, ma per un motivo molto pratico legato alla guerra.

Gli Abanti erano famosi perché non amavano combattere da lontano con archi o fionde. Loro preferivano lo scontro corpo a corpo, faccia a faccia con il nemico, usando solo le spade. Un antico poeta, Archiloco, raccontava proprio che questi signori dell’Eubea erano maestri nel combattimento ravvicinato. Tagliavano i capelli corti sul davanti per un motivo semplice: non volevano che il nemico potesse afferrarli per la chioma durante la mischia e tirargli indietro la testa per sgozzarli.

Questa idea della “sicurezza in battaglia” è rimasta famosa nella storia. Si dice infatti che, molti secoli dopo, anche Alessandro Magno ordinò ai suoi generali di far radere la barba a tutti i soldati macedoni. Anche in quel caso, il motivo era lo stesso: non voleva lasciare al nemico una comoda “maniglia” a cui aggrapparsi durante i combattimenti più feroci.

Divenuto uomo, sua madre portò Teseo davanti al famoso macigno. Gli raccontò finalmente la verità su re Egeo e gli ordinò di recuperare la spada e i sandali per portarli ad Atene. Teseo non ebbe problemi: sollevò la pietra con una facilità incredibile. Tuttavia, nonostante le preghiere della madre e del nonno, si rifiutò categoricamente di viaggiare via mare. Anche se il viaggio in nave era sicuro e veloce, lui voleva andare ad Atene a piedi, percorrendo la strada di terra.

In quegli anni, viaggiare via terra era un suicidio. La strada era infestata da briganti e assassini feroci. Ma non erano uomini normali. Erano praticamente dei giganti. Dotati di una forza e di una velocità sovrumane, ma che usavano questi doni solo per fare del male. Non credevano nella giustizia o nella gentilezza; per loro, queste erano solo scuse inventate dai deboli che avevano paura di essere colpiti. Secondo questi giganti, chi è più forte ha il diritto di schiacciare gli altri.

Qualche anno prima, il mitico Ercole aveva fatto “pulizia” eliminando molti di questi mostri durante i suoi viaggi. Però Ercole aveva poi avuto un momento terribile: aveva ucciso un suo amico, Ifito, in uno scatto d’ira. Per farsi perdonare dagli dei, aveva dovuto accettare di diventare schiavo della regina Onfale in Lidia (una regione dell’attuale Turchia) per molto tempo. Mentre Ercole era lontano a scontare la sua pena, i briganti erano tornati fuori dalle tane, rendendo la Grecia un posto di nuovo pericolosissimo.

Il nonno Pitteo cercò di spaventare Teseo raccontandogli nei dettagli quanto fossero crudeli questi criminali e come torturassero gli stranieri, ma ottenne l’effetto opposto. Teseo era letteralmente ossessionato dalla gloria di Ercole. Passava le notti a sognare le sue imprese e i giorni a pianificare come diventare come lui. Diceva quello che secoli dopo avrebbe detto il generale Temistocle: “Il successo degli altri non mi fa dormire”. Voleva dimostrare al mondo che anche lui poteva essere un eroe, affrontando i pericoli più grandi proprio per farsi un nome.

In realtà, Teseo ed Ercole non erano solo “colleghi” eroi, erano anche parenti, precisamente cugini di secondo grado. Se guardiamo l’albero genealogico, la madre di Teseo e quella di Ercole erano cugine. Per Teseo, questo legame di sangue era una motivazione in più. Pensava che sarebbe stato un vero disonore restare a guardare mentre suo cugino faceva tutto il “lavoro sporco” per ripulire i mari e le terre dai banditi.

Sentiva che scappare via mare per paura dei briganti sarebbe stato un gesto da vigliacco. Secondo lui, un viaggio comodo avrebbe offeso entrambi i suoi padri: avrebbe fatto fare brutta figura a Poseidone, il dio del mare, e avrebbe deluso Egeo. Non voleva presentarsi ad Atene portando solo dei sandali e una spada che non aveva mai colpito nessuno. Voleva essere annunciato come l’eroe trionfatore, comparso con la spada lucida di sangue fresco.

La vera storia di Teseo comincia con un’impresa degna di Ercole.

Le 6 fatiche di Teseo: la legge del taglione contro i briganti

Questa prima impresa contava in tutto 6 sfide, perché 6 erano gli avversari da sconfiggere. Tutti spietati, pericolosi. Ma Teseo non aveva paura. Lui era l’eroe.

Con questo spirito d’acciaio, Teseo si mise in cammino verso Atene. Aveva deciso di seguire una regola d’onore molto semplice: non avrebbe mai fatto del male a nessuno per primo, ma avrebbe punito con estrema violenza chiunque avesse provato a fare del male a lui o ai più deboli.

La prima sfida di Teseo avvenne contro Perifete. Questo brigante era soprannominato “il portatore di clava” perché usava un pesante bastone di bronzo per bloccare e uccidere chiunque passasse sul suo cammino. Teseo non solo lo sconfisse, ma rimase così affascinato da quell’arma che decise di tenerla per sé. Proprio come Ercole portava sempre la pelle del leone per mostrare a tutti quale bestia enorme avesse abbattuto, Teseo portava la clava: nelle sue mani era un’arma imbattibile, e serviva a ricordare che era riuscito a strapparla a un nemico pericoloso.

Sinide e Procuste: quando il giustiziere diventa un mostro

Poco dopo incontrò Sinis, il secondo avversario, detto “il piegatore di pini”. Questo folle aveva un vizio orribile: piegava due cime di pini fino a terra, vi legava i prigionieri in mezzo e poi lasciava andare gli alberi, squartando le persone. Teseo non si limitò a fermare Sinis. Godette nel vederlo implorare mentre lo legava a quegli stessi pini. Lo squartò con la precisione di un macellaio, e poi, con le mani ancora sporche del sangue, si prese la figlia. Non fu un matrimonio, fu una preda di guerra. Teseo si sposò con la figlia di Sinis e ci ebbe un figlio. Perché con quel mullet faceva faville. Ma non immaginatelo padre di famiglia, questa relazione è solo la prima di una lunga serie. Teseo aveva da fare, e quindi proseguì il suo viaggio di sterminio verso Atene, da solo, abbandonando lì questa sua nuova famiglia.

Teseo non si limitava a difendersi, voleva dimostrare di essere un eroe a tutto tondo. Per questo deviò dal suo percorso per affrontare la scrofa di Crommione, chiamata Fea. La terza sfida era una scrofa, sì. Ma non era un semplice maiale, bensì una bestia feroce che terrorizzava la zona. Alcuni dicono però che Fea non fosse un animale, ma una brigante donna, violenta e dai modi talmente volgari da essere soprannominata “scrofa”.

Poi fu il turno del quarto avversario: Scirone. La leggenda racconta che Scirone costringesse i passanti a lavargli i piedi sull’orlo di un precipizio e poi, con un calcio, li scaraventasse in mare. Teseo gli fece fare la stessa fine. 

Prima di arrivare finalmente ad Atene, Teseo dovette superare le ultime due prove. Sconfisse nella lotta il potente Cercione. poi incontrò Damaste, meglio conosciuto come “lo stiratore”. Costui aveva un letto e costringeva gli stranieri a sdraiarvisi sopra: se erano troppo corti, li stirava con dei macchinari fino a rompergli le ossa; se erano troppo lunghi, gli amputava le gambe. Teseo lo costrinse a sdraiarsi sul suo stesso letto e lo punì adattando il corpo del carnefice alla sua stessa tortura. 

Teseo stava applicando la “legge del taglione”: ripagava i malvagi con la loro stessa moneta. Era esattamente quello che faceva Ercole, che aveva sacrificato chi voleva sacrificarlo e stritolato chi voleva stritolarlo. Con queste imprese, Teseo non arrivava ad Atene come un semplice ragazzo, ma come un giustiziere che aveva reso le strade della Grecia finalmente sicure per tutti. Tuttavia la sua era una giustizia brutale, che rifletteva la malvagità dei mostri che abbatteva. Per distruggere il male, Teseo diventava egli stesso un mostro.

Nella vera storia di Teseo, l’eroe entrò finalmente ad Atene a metà estate. La città era nel caos. Il vecchio re Egeo era terrorizzato dalle fazioni che volevano rubargli il trono e viveva sotto l’influenza di Medea. Questa donna era una maga potentissima e spietata, scappata da Corinto dopo aver fatto cose terribili. Medea aveva promesso a Egeo che, grazie alle sue pozioni, avrebbe potuto avere ancora dei figli, ma quando vide Teseo capì subito chi fosse. Per non perdere il suo potere, convinse il re che quel giovane straniero era una spia pericolosa e che dovevano avvelenarlo durante un banchetto.

Teseo si sedette a tavola senza dire chi fosse, voleva che suo padre lo riconoscesse da solo. Quando portarono la carne, lui tirò fuori la sua spada come per tagliarla. Egeo riconobbe immediatamente l’arma che aveva nascosto sotto il macigno anni prima. In un impeto di gioia e terrore, fece cadere la coppa di veleno, abbracciò suo figlio e lo presentò ufficialmente a tutto il popolo.

Ma la pace durò poco. I cinquanta nipoti di Egeo erano furiosi. Speravano di ereditare il regno e non potevano accettare che un “perfetto straniero” arrivato dal nulla prendesse il loro posto. Dichiararono guerra e organizzarono una trappola: una parte dell’esercito marciò apertamente sulla città, mentre l’altra si nascose per colpire Teseo alle spalle. Ma un araldo tradì il piano e raccontò tutto all’eroe. Teseo piombò addosso a quelli che erano in agguato e li sterminò tutti. Gli altri, terrorizzati, scapparono.

Teseo però non voleva stare con le mani in mano. Voleva farsi amare ancora di più dagli ateniesi, così decise di affrontare il Toro di Maratona. Era una bestia feroce che stava devastando le campagne e uccidendo i contadini. Teseo lo affrontò, lo catturò vivo e lo trascinò in trionfo attraverso le strade di Atene prima di sacrificarlo al dio Apollo.

Poco tempo dopo arrivò per la terza volta ad Atene la nave da Creta. Era una nave scura e triste perché veniva a riscuotere un tributo terribile. Ma perché gli ateniesi dovevano pagare questo prezzo di sangue? Tutto era iniziato anni prima, quando il re di Creta Minosse aveva scatenato una guerra devastante. Come se non bastasse, su Atene si erano abbattute carestie e pestilenze: i fiumi si erano seccati e la terra non dava più frutti. L’oracolo disse chiaro e tondo agli ateniesi che l’unico modo per far cessare l’ira degli dei era fare pace con Minosse.

La condizione della pace fu durissima: ogni nove anni, Atene doveva inviare a Creta sette ragazzi e sette ragazze. La leggenda più famosa e drammatica racconta che questi giovani venivano gettati nel Labirinto, una prigione così intricata che era impossibile uscirne. Lì dentro viveva il Minotauro, una creatura mostruosa con il corpo d’uomo e la testa di toro, che sbranava chiunque incontrasse.

Il Minotauro era un uomo? la vera storia di Teseo

Però, come sempre accade con i miti (dice Plutarco), esiste un’altra versione dei fatti meno “fantastica”. Quella che rientra nella vera storia di Teseo. Gli storici cretesi dicono che il Labirinto era solo una prigione normalissima, dove i ragazzi venivano rinchiusi in attesa di partecipare a dei giochi atletici organizzati in onore del figlio defunto di Minosse. Il vincitore di questi giochi prendeva i ragazzi ateniesi come premio. Si racconta che per molto tempo il campione imbattibile fu un generale cretese di nome Tauro. Era un uomo dal carattere violento e crudele che trattava malissimo i giovani prigionieri. Forse, il nome di questo generale “Tauro” è ciò che ha dato origine alla leggenda del mostro metà toro. Persino il grande filosofo Aristotele non credeva alla storia dei ragazzi mangiati dal mostro. Secondo lui, i giovani ateniesi diventavano semplicemente schiavi a Creta fino alla vecchiaia.

Quando arrivò il momento della terza spedizione, ad Atene scoppiò il caos. I padri che avevano figli adolescenti dovevano estrarre a sorte chi sarebbe partito per morire a Creta. La gente era furiosa e se la prendeva con il re Egeo. Dicevano: “Lui è la causa di tutti i nostri mali, ma è l’unico che non soffre. Noi perdiamo i nostri figli legittimi, mentre lui si tiene stretto quel ragazzo straniero che ha appena nominato erede”.

Teseo non rimase a guardare. Non sopportava l’idea di veder soffrire i suoi cittadini mentre lui se ne stava al sicuro nel palazzo. Così, con un gesto che lasciò tutti a bocca aperta, si offrì volontario senza aspettare il sorteggio. Il popolo fu colpito dal suo coraggio e dal suo amore per la patria. Il vecchio Egeo, invece, era disperato: pianse e supplicò il figlio di non andare, ma Teseo era irremovibile. Alla fine, il re dovette rassegnarsi e procedette a sorteggiare gli altri tredici ragazzi.

Alcuni storici raccontano le cose in modo un po’ diverso: dicono che fu lo stesso re Minosse a venire ad Atene per scegliere personalmente i ragazzi, e che il primo che volle fu proprio Teseo. Il patto era chiaro: gli ateniesi dovevano fornire la nave, i giovani dovevano salire a bordo disarmati e, se Teseo fosse riuscito a uccidere il Minotauro, il tributo sarebbe finito per sempre.

Fino a quel momento, nessuno aveva mai avuto speranza di tornare. Per questo la nave che portava i ragazzi aveva sempre avuto una vela nera, simbolo di morte certa. Ma stavolta Teseo era così carico e sicuro di farcela che convinse suo padre a consegnare al timoniere una seconda vela, questa volta bianca. Il piano era semplice: se al ritorno la nave avesse avuto la vela bianca, Egeo avrebbe saputo che Teseo era vivo; se fosse rimasta quella nera, sarebbe stato il segnale del funerale. Altri dicono che la vela non fosse bianca, ma rosso scarlatto, tinta con il succo di una ghianda particolare.

Appena la nave attraccò a Creta, la vera storia di Teseo si intrecciò con quella di Arianna, la figlia di Minosse. La versione più famosa ci dice che lei si innamorò perdutamente dell’eroe greco al primo sguardo. Per aiutarlo a non perdersi nel Labirinto, gli diede il celebre “filo”: un gomitolo che Teseo srotolò entrando e che gli permise di ritrovare l’uscita dopo aver ucciso il Minotauro. Una volta compiuta l’impresa, Teseo scappò via con i ragazzi e con Arianna, non prima però di aver sfondato le carene delle navi cretesi per evitare di essere inseguito.

Ma Plutarco ci racconta una seconda versione. Dice che tutti odiassero quel potente generale cretese, Tauro. Un uomo arrogante, sospettato persino di essere l’amante della regina. Quando Teseo si offrì di sfidarlo nella lotta in quella sorta di giochi atletici di Creta, Minosse non vedeva l’ora di veder umiliato il suo generale troppo ambizioso. Teseo non solo sconfisse Tauro davanti a tutto il popolo e ad Arianna (che rimase folgorata dalla sua bellezza e forza), ma convinse il re a liberare i giovani ateniesi e a cancellare il tributo.

Esiste poi una terza versione ancora più epica e complessa, quasi un film d’azione. In questo racconto, Teseo non è un ragazzo che va al sacrificio, ma un generale che prepara un’invasione segreta. Costruì una flotta di nascosto, lontano dagli occhi dei nemici, e partì verso Creta approfittando del fatto che nessuno si aspettava un attacco. Sbarcò nel porto di Cnosso e, mentre i cretesi pensavano arrivassero amici, lui marciò dritto verso il palazzo.

In questa versione, Teseo dovette combattere una vera battaglia alle porte del Labirinto contro Deucalione, il figlio di Minosse. Dopo averlo ucciso in combattimento, il potere passò ad Arianna. Teseo allora, da saggio politico, invece di distruggere tutto, trattò con lei: firmarono un trattato di pace eterno tra Atene e Creta e riportò a casa i ragazzi sani e salvi. In ogni versione, però, il risultato è lo stesso: Teseo spezza le catene che legavano Atene a quell’isola lontana.

Sulla fine di Arianna le storie si intrecciano e si smentiscono a vicenda. La versione che conosciamo tutti è che Teseo la abbandonò sull’isola di Nasso, ma il “perché” cambia a seconda di chi racconta. Alcuni dicono che lei si impiccò per la disperazione, altri che fu lasciata lì perché Teseo si era perdutamente innamorato di un’altra ragazza.

C’è però una versione molto più umana e tragica. Si racconta che la nave fu colpita da una tempesta e trascinata fino a Cipro. Arianna, che era incinta, stava malissimo per il mal di mare e Teseo la fece scendere a terra per riprendersi. Proprio in quel momento, un colpo di vento improvviso spinse la nave al largo, trascinando via Teseo e lasciando la ragazza sola. Le donne del posto furono gentilissime: per non farla soffrire, le portavano finte lettere d’amore scrivendole che Teseo sarebbe tornato presto. Purtroppo Arianna morì durante il parto. Quando Teseo riuscì finalmente a tornare, fu distrutto dal dolore e lasciò una somma di denaro agli abitanti perché celebrassero ogni anno un rito in suo onore.

Questa versione prova a nobilitare in qualche modo Teseo, che finora si dimostra parecchio instabile nelle relazioni. La verità cruda e dark potrebbe essere allineata a tutte le altre sue vecchie storie d’amore: Teseo potrebbe aver usato Arianna per poi abbandonarla su uno scoglio, proiettato verso la sua prossima preda.

Ma qui arriviamo a una nuova tragedia, forse quella più famosa.

Mentre la nave si avvicinava alle coste dell’Attica, successe l’irreparabile. Presi dall’entusiasmo e dalla gioia per il ritorno a casa, sia Teseo che il suo timoniere commisero una dimenticanza fatale: si scordarono di ammainare la vela nera per issare quella bianca, il segnale che avrebbe dovuto rassicurare il vecchio re. Egeo, che passava le sue giornate scrutando l’orizzonte da un’alta scogliera, quando vide spuntare quella macchia nera in lontananza, pensò che suo figlio fosse stato sbranato dal mostro. Distrutto dal dolore e senza più alcuna speranza, si lasciò cadere nel vuoto e morì tra le onde.

Il mare in cui si gettò, da quel giorno, prese il suo nome: mare Egeo. Atene passò in un istante dal trionfo al lutto. E di nuovo al trionfo. Perché aveva un nuovo re, adesso: lo stesso Teseo. Tutto di lui fu celebrato, persino la nave.

La nave con cui Teseo era tornato da Creta divenne un vero e proprio pezzo da museo per gli ateniesi. La conservarono per tantissimo tempo, quasi come una reliquia, sostituendo le assi man mano che marcivano. Questo creò un grattacapo pazzesco ai filosofi dell’epoca, che iniziarono a litigare su un dilemma famosissimo: se ogni singolo pezzo di legno viene cambiato, la nave è ancora la stessa di Teseo o è una nave completamente nuova? È quello che oggi chiamiamo il “paradosso della nave di Teseo”.

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Dopo la morte di Egeo, Teseo ebbe un’intuizione che avrebbe cambiato la storia: decise di unire tutti gli abitanti dell’Attica in una sola, grande città. Prima di allora, le persone vivevano sparse in piccoli villaggi, erano difficili da radunare per le emergenze e, spesso, si facevano persino la guerra tra loro.

Teseo fece il giro di ogni singola tribù per convincerle. Ai poveri promise protezione, mentre ai potenti fece una proposta incredibile per l’epoca: rinunciò al potere assoluto. Disse che non voleva essere un re tiranno, ma solo il comandante dell’esercito e il custode delle leggi. In tutto il resto, ogni cittadino sarebbe stato libero e uguale agli altri. Molti accettarono per queste belle parole, altri perché conoscevano la sua forza e sapevano che era meglio non contrariarlo. 

Tutti conoscevano il peso della sua clava di bronzo. Tutti, di fatto, lo temevano. Fu la prima democrazia, sì, ma nata sotto l’ombra di un guerriero spietato.

Per capire se stava facendo la cosa giusta, interrogò l’Oracolo di Delfi. La risposta fu rassicurante: “Atene è come un otre nell’acqua; potrà essere schiacciata dalle onde, ma non affonderà mai”. Per far crescere la città, Teseo invitò chiunque a trasferirsi lì, creando una sorta di prima democrazia della storia. Divise la popolazione in tre classi: i nobili (che si occupavano di religione e leggi), i contadini (fondamentali per il cibo) e gli artigiani (che facevano girare l’economia). Fu il primo re a dare il potere al popolo, tanto che persino Omero, nei suoi poemi, parla degli Ateniesi come di un popolo unito.

Per celebrare la nuova unione, coniò monete con l’immagine di un toro e fissò i confini della sua terra sull’Istmo di Corinto. Lì piazzò una colonna con una scritta chiarissima: da un lato “Qui non è il Peloponneso”, dall’altro “Qui è il Peloponneso”. Fondò anche i Giochi Istmici, delle grandi olimpiadi in onore di suo padre Poseidone, per competere in prestigio con i giochi che Ercole aveva dedicato a Zeus.

Ma Teseo non riusciva a stare fermo. Partì per una nuova avventura verso il Mar Nero, nella terra delle Amazzoni, le leggendarie donne guerriere. Alcuni dicono che andò con Ercole, altri che fece da solo. Si racconta che catturò la loro regina, Antiope, con un trucco: lei gli aveva portato dei regali sulla nave e lui, appena salita a bordo, levò l’ancora e scappò via.

La vendetta delle Amazzoni non si fece attendere: fu una guerra vera, cruda e brutale. Queste donne guerriere non si limitarono a qualche scorreria, ma invasero l’Attica con una tale forza da arrivare a piantare le tende proprio nel cuore di Atene. Per riuscirci, devono aver conquistato ogni singolo villaggio lungo la strada. 

Per un po’ i due eserciti rimasero a guardarsi, nessuno osava fare la prima mossa. Alla fine Teseo, dopo aver fatto un sacrificio a Fobos (il dio della Paura, per allontanarla dai suoi uomini), diede l’ordine di attaccare. Era l’inizio dell’autunno. Fu una battaglia urbana ferocissima. In un primo momento, le guerriere furono così violente da respingere i soldati ateniesi fino al tempio delle Eumenidi (le dee della vendetta). Ma poi, le truppe di Teseo riuscirono a sfondare il fianco destro delle nemiche, facendone strage e costringendole alla ritirata.

Dopo quattro mesi di scontri continui, si arrivò a una pace. Alcuni dicono che Antiope morì in battaglia combattendo proprio al fianco di Teseo, colpita da un giavellotto mentre difendeva l’uomo che l’aveva rapita. È difficile sapere la verità assoluta dopo migliaia di anni, ma i segni di questa guerra sono ovunque, dice Plutarco. Ci parla infatti delle tombe delle Amazzoni sparse per tutta la Grecia, a dimostrazione che il loro viaggio di ritorno fu una lunga e dolorosa ritirata.

Nonostante le ombre, la sua fama di guerriero era tale che nacque pure un proverbio, dice Plutarco: “Nulla senza Teseo”. Si diceva che fosse presente in ogni grande impresa dell’epoca: dalla caccia al feroce cinghiale di Calidonia al viaggio degli Argonauti con Giasone alla ricerca del Vello d’Oro. Era considerato una sorta di “secondo Ercole”. Finché non cominciò la discesa verso il baratro.

Tutto ebbe inizio con la nascita di un’amicizia leggendaria, quella con Piritoo. Un altro grande eroe, che fu anche un Argonauta, partecipando alla spedizione di Giasone per recuperare il vello d’oro, e altre mirabolanti avventure. I due s’incontrarono per la prima volta come sfida. Si erano dati appuntamento per un duello all’ultimo sangue, perché non si sopportavano. Ma quando si trovarono uno di fronte all’altro, armati fino ai denti, con lo scudo, la lancia, rimasero a scrutarsi. Si dice che rimasero fermi un bel po’, ad ammirarsi. Perché erano due guerrieri fieri, belli, forti. Perciò, invece di combattere, finirono per stringersi la mano. Diventarono amici inseparabili, giurando di aiutarsi in ogni folle avventura. Tutto molto strano, lascio a voi le speculazioni.

Poco dopo, Piritoo invitò Teseo al suo matrimonio. Alla festa dice Plutarco che erano presenti anche i Centauri, creature metà uomini e metà cavallo. Un evento fondamentale della vera storia di Teseo (che a questo punto, perde definitivamente la sua aura di verità). Si dice una cosa interessantissima sui centauri, però: che erano famosi per non reggere bene il vino. Durante il banchetto, i Centauri si ubriacarono e iniziarono a molestare le donne presenti. Scoppiò una rissa colossale che si trasformò in una vera guerra: Teseo combatté fianco a fianco con Piritoo e insieme riuscirono a sterminare molti Centauri e a cacciare gli altri per sempre da quella terra.

E dopo aver sterminato tutti i centauri della Grecia, Teseo incontrò finalmente il suo idolo, Ercole. I due si scambiarono grandi onori e Teseo aiutò Ercole a purificarsi dai suoi crimini passati, permettendogli di partecipare a dei riti religiosi “misterici”, i più segreti e importanti della Grecia. 

A questo punto, però, dopo tante avventure, Teseo aveva ormai cinquant’anni. Un’età avanzata per l’epoca, ma lui non se ne curava. E si infilò nell’impresa più crudele della sua vita. Dalla gloria delle imprese eroiche, qui si finisce al lato oscuro di Teseo, che di eroico non ha un bel niente. E, anzi, lo fa somigliare proprio a un malvagio antagonista. Col Mullet anni’ 80.

Abbiamo già scoperto che se molte sue imprese erano effettivamente gloriose, la sua vita sentimentale fu un vero disastro, piena di rapimenti e decisioni discutibili che i poeti dell’epoca cercarono spesso di nascondere. Si dice che abbia rapito una ragazza di Trezene e che abbia preso con la forza le figlie dei briganti che lui stesso aveva ucciso. Piantò in Nasso (l’isola) Arianna per un’altra donna, un gesto che macchiò per sempre la sua reputazione (e diede origine al detto “piantare in asso”, anche se l’Accademia della Crusca non è d’accordo2).

Ma l’errore più grave fu senza dubbio il rapimento di Elena, la donna più bella del mondo. Esatto, la stessa Elena che fu la causa scatenante della guerra di Troia. Teseo mise lo zampino pure su di lei. Un atto sconsiderato che segnò l’inizio della sua rovina.

Il lato oscuro del Re: il rapimento di Elena e il tradimento finale

Insieme al fedele Piritoo, Teseo rapì Elena, la donna più bella del mondo. Che a quel tempo era solo una bambina spartana. Si recarono a Sparta e la rapirono mentre danzava in un tempio. I due amici avevano fatto un patto folle: avrebbero estratto a sorte chi dovesse sposare Elena, a patto che il vincitore aiutasse poi l’altro a rapire un’altra moglie. La sorte baciò Teseo. Poiché Elena era ancora troppo piccola per il matrimonio, la nascose in un villaggio, affidandola alla madre Etra.

Qui la maschera cade definitivamente. Un eroe di cinquant’anni che rapisce una bambina mentre danza. Non c’è mito che possa ripulire questa macchia. Insieme a Piritoo, Teseo si comporta come il peggiore dei briganti che aveva ucciso anni prima sulla via di Atene. È diventato ciò che cacciava: un predatore di innocenti.

E non pensate che fosse normale, all’epoca. Plutarco stesso definisce questo atto come una follia illegale. Persino per gli standard brutali della Grecia antica, tra sacrifici e riti brutali, rapire una bambina protetta dagli dei non era eroismo, era un crimine. Questo fu l’atto che trasformò ufficialmente il salvatore della città in un tiranno da abbattere. Come vedremo fra poco.

Per onorare il patto, Teseo accompagnò poi Piritoo a rapire una moglie per lui, in una missione suicida nell’Epiro. Il re di quella regione aveva una bellissima figlia e un cane ferocissimo di nome Cerbero. Il re prometteva la figlia a chiunque fosse riuscito a sconfiggere il cane, ma quando scoprì che i due eroi non erano lì per corteggiarla onestamente, ma per rapirla, passò alle maniere forti. Fece sbranare Piritoo dal cane e gettò Teseo in una prigione. Finita malissimo.

Mentre Teseo era marcire in cella, ad Atene le cose stavano precipitando. Un nobile approfittò della sua assenza per scatenare una rivolta. Si rivolse agli abitanti per istigarli con facili promesse e parole vuote, quello che oggi chiameremmo un demagogo. Convinse i nobili che Teseo li aveva trasformati in schiavi togliendo loro il potere nei villaggi, e disse al popolo che la loro libertà era solo un’illusione, perché vivevano sotto la dittatura di un solo uomo invece di avere i loro vecchi re locali.

In quel clima teso, arrivarono ad Atene pure i fratelli di Elena, i Dioscuri (Castore e Polluce), con un intero esercito per riprendersi la sorella. Conosciuti come i “figli di Zeus” e venerati come guerrieri invincibili — Castore abile domatore di cavalli e Polluce pugile imbattibile — i due gemelli spartani rappresentavano una forza semidivina a cui era impossibile opporsi.

Gli ateniesi, che non sapevano dove fosse nascosta la bambina, cercarono di trattare, ma la situazione precipitò. I Dioscuri attaccarono, liberarono la sorella e presero prigioniera persino la madre di Teseo, Etra, portandola a Sparta come schiava. In quel momento, il prestigio di Teseo ad Atene crollò definitivamente: la città era stata invasa e la sua famiglia distrutta a causa di un suo capriccio. Il contrasto era netto: mentre i Dioscuri agivano per proteggere l’onore della propria stirpe, Teseo appariva ormai solo come un re sconsiderato che aveva esposto il suo popolo a una forza superiore.

In questo caos, la povera Etra, madre di Teseo, finì malissimo: fu rapita e portata come schiava a Sparta e, si dice, seguì poi Elena fino a Troia. Mentre la sua famiglia andava in pezzi, Teseo era ancora marcire nella prigione in Epiro. A salvarlo fu Ercole. Durante una visita al re dell’Epiro, Ercole venne a sapere della fine di Piritoo e della prigionia di Teseo. Con la diplomazia (e il peso del suo nome), convinse il re a liberarlo.

Teseo tornò ad Atene non come un salvatore, ma come un re detronizzato e rancoroso. Sperava di riprendersi con la forza ciò che aveva perso per colpa dei suoi vizi, ma trovò una città che aveva imparato a fare a meno di lui. Non era più il giovane sterminatore di mostri, era un vecchio predatore che aveva portato la guerra in casa propria.

Provò a imporsi con la forza, ma fallì miseramente. 

Prima di fuggire dalla città, Plutarco ci racconta un dettaglio inquietante: Teseo lanciò delle maledizioni solenni contro il suo stesso popolo. L’uomo che aveva unito l’Attica, ora augurava la rovina alla sua stessa creazione. Non se ne andò con dignità; se ne andò vomitando odio contro la città che lo aveva rigettato.

Salpò quindi per l’isola di Sciro, dove sperava di trovare rifugio dal re Licomede. Ma anche qui non trovò pace. Licomede, forse per paura che Teseo gli rubasse il trono o forse per compiacere il nuovo potere di Atene, tese all’eroe una trappola mortale. Lo portò sulla cima di una scogliera altissima, fingendo di volergli mostrare i confini delle sue terre, e lo spinse giù nel vuoto. Teseo, l’uomo che aveva ucciso il Minotauro e unito l’Attica, morì così: tradito e dimenticato in una terra straniera.

Per anni nessuno parlò più di lui. Ma la storia è scritta dai vincitori e dai propagandisti. Secoli dopo, durante la battaglia epocale di Maratona, i soldati ateniesi giurarono di aver visto un fantasma gigantesco e armato fino ai denti guidare la carica contro i Persiani. Era lo spirito di Teseo, Fantasma Vendicatore. La sua figura tornò a terrorizzare il nemico, ancora una volta. Coi capelli anni ’80.

Dopo le guerre contro i Persiani, accadde qualcosa che riaccese il mito. Gli Ateniesi ricevettero un messaggio preciso dall’Oracolo di Delfi: dovevano ritrovare le ossa di Teseo e riportarle in patria, trattandole con il massimo rispetto. Non era un’impresa facile, perché gli abitanti dell’isola di Sciro erano gente ostile, e nessuno sapeva più dove fosse sepolto l’antico re.

Mentre perlustravano l’isola, videro un’aquila che colpiva con il becco e scavava con gli artigli un piccolo cumulo di terra. Scavarono proprio in quel punto. Sotto terra trovarono una bara enorme: dentro c’era lo scheletro di un uomo di statura gigantesca, con accanto una punta di lancia in bronzo e una spada.

La città esplose di gioia. Furono organizzate processioni sfarzose e sacrifici, proprio come se Teseo in persona fosse tornato a casa dopo secoli di esilio. Fu sepolto nel cuore della città e la sua tomba divenne un luogo sacro e inviolabile. Non era solo un monumento: divenne un rifugio sicuro per gli schiavi, per i poveri e per chiunque venisse perseguitato.

Alcuni storici leggono in questo gesto l’ultima, geniale mossa politica di Atene: trasformare il ricordo di un sovrano violento e instabile in un simbolo di protezione popolare per tenere a bada le rivolte. Dentro quella bara enorme nel cuore di Atene, non riposava un santo, ma il ricordo di un tiranno. Il vero mostro di una storia piena di lati oscuri, che si conclude con un volo giù dalla scogliera.

Questa è la vera storia di Teseo.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Vite Parallele, Plutarco, I sec. ↩︎
  2. Accademia della Crusca, piantare in Nasso ↩︎
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