roman de renart la volpe

Roman de Renart: la Vera Storia (Sanguinaria) della Volpe

La vera storia della sanguinaria volpe che ha ispirato il film d’animazione Disney “Robin Hood”, tratto dal racconto medievale: il Roman de Renart.

I film d’animazione Disney che mettono in mostra il medioevo, o almeno si ispirano ad esso, non sono affatto pochi: La spada nella roccia, Ribelle, Il gobbo di Notredam e i vari racconti fiabeschi come La bella addormentata nel bosco. Il film più famoso per la rappresentazione dei cosiddetti Secoli bui, però, quello che salta subito in mente quando pensiamo a castelli, spade, cavalieri e tornei di tiro con l’arco, è proprio lui: Robin Hood. L’avresti mai detto che il colorato mondo di animali antropomorfi proiettato al cinema negli anni ‘70 è ispirato ad autentiche opere medievali del XII-XIII secolo? Mi riferisco al Roman de Renart, il cui protagonista è, manco a dirlo, Renart la volpe.

Cos’è il Roman de Renart: l’origine della volpe medievale

Il Roman de Renartè un insieme di racconti in antico francese scritti tra il XII e il XIII secolo. Al centro di tutto c’è la volpe, un antieroe che usa l’astuzia per farsi beffe dei potenti e della Chiesa. Non sono semplici favole per bambini: è una satira feroce della società feudale. Racconti su modello delle fiabe di Esopo, pieni di animali antropomorfi che vivono avventure rocambolesche. Numerosi artisti si sono succeduti nella loro personale interpretazione del ciclo di Renart, dando origine a svariati episodi detti “canti”.

Oggi voglio raccontarvi il canto conclusivo, quello che pone fine all’intera saga: la morte di Renart1: un episodio ricco di ironia, simboli, analogie con la quotidianità basso medievale, ma anche di violenza, linguaggio scurrile e siparietti sessuali. Già, perché contrariamente a quel che si pensa, nel medioevo avevano molta liberta espressiva, e alcune cose che racconterò a proposito di Renart la volpe, sono sicuro che risulteranno esagerate persino ai nostri occhi. Anzi, prevedo che questo sarà l’episodio di Leggende Affilate più censurato di tutti. Ma pazienza, non intendo modificare alcunché per appagare gli algoritmi, anzi leggerò parecchi frammenti di testo originale, tradotti da Massimo Bonafin2. La storia è storia e non esiste censura che possa fermarmi. Cominciamo!

La morte di Renart: violenza, sesso e satira nel ciclo della volpe

“Nel mese di maggio all’inizio dell’estate,
quando gli alberi germogliano,
quando chiaro canta nel bosco
l’oriolo e il pappagallo,
in questo tempo che vi diciamo
Renart era a casa sua
che per il bel tempo che tornava
si rallegrava e molto gioiva,
ché a stento aveva sopportato l’inverno.”

Vita e morte avventurose di Renart la volpe, a cura di Massimo Bonafin

Comincia così il canto conclusivo delle avventure di Renart. Con la volpe che si rallegra del tempo estivo, giunto finalmente a spazzar via gli stenti invernali. Renart vive in un “castello” perché è un animale antropomorfo proprietario di un feudo di nome Malpertugio. Con l’arrivo della primavera, Renart esce dal castello e s’incammina per rimediare qualcosa da mettere sotto i denti, raggiungendo presto il terreno di un’abbazia dove, all’interno di un recinto, si trovano polli, galline e capponi. Renart scavalca la recinzione e piomba sulle prede, guidato dalla fame più vorace. Divora un cappone intero e, soddisfatto, fa per tornarsene a casa, quando uno dei monaci lo scorge: “Renart, sei in trappola!”.

Il monaco, che conosce perfino il nome della volpe, evidentemente una vecchia quanto sgradita conoscenza, impugna un bastone per colpirlo, ma Renart si difende senza esclusione di colpi, infilandosi in mezzo alle gambe del monaco per colpire là dove non batte il sole.

Renart l’ha afferrato per i coglioni
coi denti e tira con tal forza
che gli strappa uno dei pendenti.

Il monaco cade in terra in preda al dolore, e Renart se la svigna, a pancia piena e con l’animo rallegrato da “gioia maligna”. Finora, non è esattamente la volpe alla “Robin Hood” disneyana che ci aspetteremmo, vero?

Il “mondo al contrario” e la giustizia medievale

Nel tornare a casa, Renart la volpe si imbatte in Coart, il suo amico leprotto, che cavalca un destriero e porta in spalla un pellicciaio. Questo è il primo evidente elemento del “mondo al contrario” tipico dei marginalia medievali. In questo caso, la preda preferita dei pellicciai, ovvero un leprotto, compare sulla scena con un bel trofeo di caccia portato in spalla: il pellicciaio stesso! E lo fa cavalcando un destriero, munito di spada (che ha sottratto al pellicciaio).

Renart risponde che dopo un simile affronto Coart avrebbe tutto il diritto di disporre da solo della vita del villano, uccidendolo. Ma Coart preferisce comunque affidarlo a Noble, il leone, e alla sua corte. Dunque, chiede alla volpe di accompagnarlo.

I due amici, col villano legato e tenuto in spalla, raggiungono la sala del re Noble, il leone, quel giorno gremita di bestie, sue cortigiane: “principi e gentiluomini”. Renart la volpe si fa avanti, e dopo un inchino spiega al re cosa è capitato al suo amico Coart, chiedendo che la vita del villano venga messa a giudizio. Non appena il villano capisce che sta per essere messo a morte, piagnucola un tentativo di difesa.

Alla corte del re leone vengono chiamati 12 pellicciai, amici dell’imputato, per testimoniare in quello che è divenuto a tutti gli effetti un processo inquisitoriale, svolto secondo una procedura di compurgazione: ovvero il giuramento d’innocenza dell’imputato a un determinato numero di persone (spesso 12) che avrebbero giurato a loro volta. Tutto questo, però, si svolge in maniera ironica, prendendo in giro i veri processi medievali derivati dal diritto romano.

Poiché l’accusa riguarda la semplice bontà di cuore del villano, e il re è chiamato a giudicarla ascoltando il parere di coloro che lo conoscono bene.

Per testimoniare che, in fondo, il villano era una brava persona. Tutti e 12 i pellicciai raccontano l’episodio più significativo, che per loro ben rappresenta il carattere dell’imputato.

Per il re leone, questa accorata testimonianza è più che sufficiente. Lascia libero il villano e il processo si conclude. Per festeggiare, dispongono i tavoli per accogliere tutti gli animali e dare inizio a una grande e allegra abbuffata. Dopo mangiato, Renart gioca a scacchi con il lupo Isengrin, e lo fanno alla maniera medievale, ovvero impegnando monete sonanti. Al termine della partita però Renart la volpe non ha più il becco di un quattrino, affermando d’esser rimasto, cito testualmente, solo con il “il cazzo e i coglioni”. Ed è proprio scommettendo quei preziosi, che decide di giocare un’ultima partita. Purtroppo, però, perde di nuovo, e il lupo si fa avanti per reclamare ciò che gli spetta.

“Isengrino che aveva vinto
ne fu contento e molto lieto.
All’istante senza piú aspettare
ha fatto portare un grosso chiodo,
glielo piantò in mezzo ai coglioni
e l’inchiodò alla scacchiera.
Quindi se ne andò abbandonandolo.
Renart sta lí, grida e urla
assai afflitto e in preda all’ira,
perché soffriva uno strazio sì grande.”

Inchiodato alla scacchiera per i pendenti, il nostro Renart la volpe cominciò a gridare, afflitto dal dolore e dall’ira. I cortigiani accorsero per aiutarlo, e lo coricarono sul letto, in preda alla sofferenza più struggente. Stava morendo, e lui stesso ne era consapevole. Per questo chiese di farsi mandare un arciprete, in modo da confessarsi e garantirsi la remissione dei suoi peccati.

Come nel vero mondo del tardo XIII secolo, pure gli animali antropomorfi credono nel Signore Iddio, nell’Inferno e nel Paradiso. Per questo, Renart la volpe, all’arrivo dell’arciprete confessa tutti i suoi peccati, che a giudicare da come è cominciato questo canto, hanno tutta l’aria d’essere spregevoli, e infatti agli occhi dell’arciprete lo sono eccome.

Renart la volpe confessa d’aver copulato con donna Hersent (moglie del lupo Isengrin), senza in realtà trovarci nulla di male poiché, nonostante Renart sia “allegramente sposato”, quel rapporto aveva fatto “piacere e bene” all’amante. Poi ammette d’aver copulato con Donna Fière, la regina leonessa, moglie del re leone. L’arciprete gli intima di pentirsi e giurare, nel caso guarisse, di non copulare più con la regina. Ma Renart non vorrebbe giurare, perché se fosse guarito dal male ai coglioni, con la regina ci sarebbe tornato più che volentieri.

“La confessione parodica di Renart va collocata in un particolare contesto storico: se è giusta la datazione della branche all’inizio del XIII secolo, sono infatti quelli gli anni in cui la Chiesa cerca di imporre ai laici il dovere della confessione annuale e di regolamentare il sacramento della penitenza, col Concilio Lateranense del 1215. Il tema della confessione e del pentimento si diffonde perciò anche nella letteratura cortese, dove entra in contrasto con l’etica pragmatica dei cavalieri, per i quali non contano le intenzioni, ma le azioni.”

Massimo Bonafin, Le malizie della volpe, Parola letteraria e motivi etnici nel Roman de Renart

Senza rilasciare una piena confessione, poco dopo, Renart la volpe svenne così profondamente che tutti lo credettero morto.

Attorno alla salma si raccolse l’intera corte. Il re leone stesso, molto dispiaciuto, pianse la scomparsa del suo migliore barone. Così come anche la regina e la stessa moglie di Renart, Hermeline di Malpertugio, con i tre figli al seguito: tutti accorsi al castello per la terribile notizia. E con loro sopraggiunsero tutti gli animali protagonisti del Roman de Renart, riuniti assieme per il gran finale: un funerale medievale descritto nei minimi particolari, condito ovviamente con svariati elementi satirici.

La regina leonessa fece portare candele in gran quantità e numero, tante per un re o un conte, illuminando l’intero palazzo. “Per San Denis, San Gilles e Sant’Eligio”, santi ricorrenti nella tradizione religiosa francese, venne poi dato inizio ai canti e alla veglia funebre.

La descrizione di questa veglia funebre, seppur parodistica, lascia affiorare gli elementi culturali delle cerimonie funebri medievali, fra cui le crisi di cordoglio manifestate nel pianto a dirotto, nelle grida e nei comportamenti autolesionistici, come lo strapparsi i capelli e battere i pugni contro la pietra del pavimento, e gli svenimenti (lo stesso re leone, infatti, crolla a terra per un mancamento). Atteggiamenti che ho voluto inserire pure nel mio ultimo romanzo, La Stirpe delle Ossa, dove viene inscenato un rito funebre abbastanza movimentato.

Oltre a questo, i personaggi del Roman de Renart dimostrano i loro sentimenti nei confronti del defunto nei modi più disparati. Il mastino Roonel, ad esempio, fa una smorfia al termine del canto. L’orso Brun lancia un peto e Isengrin il lupo non riesce a contenere la gioia nel vedere il suo storico avversario finalmente nella bara.

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La cerimonia prosegue con una grande festa e un gioco particolare, il plantées, il cui scopo è quello di restare in piedi su una gamba sola mentre l’avversario colpisce il piede della gamba sollevata con un bastone: un modo come un altro per picchiarsi in allegria. Il funerale va avanti per tutta la notte tra fiumi d’alcol, vino e birra.

Il sermone dell’asino: la parodia del sacro nel Roman de Renart

L’indomani gli animali portano in processione il corpo di Renart la volpe fino in chiesa, davanti all’altare, nello stesso luogo in cui riposa una santa cui sono attribuiti miracoli di guarigione. Bernart l’asino arciprete, Bruiant il toro, Ferrant il ronzino, Roonel il mastino, Brun l’orso e il cervo Brichemer sono i sei gran signori che, rivestiti in modo adatto, si adoperano per il servizio funebre, durante la messa. Poi Bernart pronuncia un insolito sermone, prima del vangelo.

“Se ha fottuto volentieri,
non glielo si deve mettere in conto.
Non c’è al mondo re o conte
(di questo sono sicuro)
che non abbia fottuto o non fotta.
Fottere bisogna, a parer mio.
Perciò dico a voi tutti insieme
che fottere non sarà mai vietato.
Per fottere fu aperta la fica.
E dichiaro a tutti senz’altro
che chi ha il cazzo duro e ritto,
se ha la fica disponibile,
gli è perdonato il fottere,
e non gli sarà rimproverato,
perché il fottere non è peccato,
purché il cazzo abbia i coglioni,
non piú che fare salsicce
da insaccare di budella in budella.

Tutti si divertono a questo gioco.
Renart ha fottuto volentieri:
per Hersent è stato tutto
il suo cuore e per madama Fière.
È morto e non ho paura
che se la pigli con me per quello che racconto.
Cara Maestà, per grazia di Dio,
fate proclamare nel vostro regno
che chi fotterà non sarà piú biasimato.
Questo peccato voglio perdonare
e se potessi donare loro
delle rendite, volentieri lo farei
e perdonerei i loro peccati.
Non glielo prometto invano:
qui e dinanzi a Dio perdono loro
quanto commetteranno per fottere.
Faranno siffatta penitenza
che mangeranno a festa
carne tutti i giorni della settimana.
Ma chi trasgredirà il mio ordine
e non fotterà volentieri,
sia uomo, sia donna o animale,
piedi e mani e corpo e testa
gli siano legati con catene di ferro
nei grandi tormenti infernali.
Quelli che seguiranno il mio ordine
saranno nelle gioie del paradiso.»”

Questo è l’inizio del sermone sull’amore libero, se fatto volentieri, pronunciato da Bernart l’asino arciprete. Un sermone con tanto di benedizione per tutti coloro che “fottono”, sempre che sia fatto volentieri.

Bernart l’asino, vestito da arciprete, pronuncia un discorso assurdo. Invece di condannare il peccato, celebra l’amore carnale. È il massimo esempio di “mondo al contrario” medievale, dove i ruoli si ribaltano per ridere dei vizi umani più nascosti.

Dopodiché l’arciprete prosegue elencando i peccati di Renart la volpe, la maggior parte dei quali riguardo il peccato carnale con Donna Hersent, moglie del lupo Isengrin, “perché piú d’una volta, in privato, Renart l’ha tenuta supina (…) e dovrebbe avere la coda bruciata”, e con la regina leonessa Fière che mai “fu stanca dei colpi di coglione”.

Dopo aver scavato una fossa sotto un pino, in una processione di incensi, candele tamburi e arpe, gli animali portano il corpo della volpe coperto da un sudario verde fino al luogo della sepoltura. Ma, dopo aver bagnato il defunto con acqua santa affinché “qualcosa di maledetto non potesse entrare nel corpo”, avvenne il miracolo: Renart apre gli occhi e, impaurito, salta fuori dalla fossa.

La resurrezione e l’ultimo inganno di Renart la volpe

Tutti rimangono impietriti dinnanzi alla resurrezione della volpe, la quale, invece, agisce come sa far meglio: acciuffa il gallo Chantecler per il collo e fugge via, come un ladro di polli quale è. Il re leone, infuriato, proclama allora la caccia: chiunque catturerà quel maledetto otterrà l’amicizia del re in eterno.

Nel fuggire, Renart s’imbatte nel mastino di un villano, che lo assalta e “gli strappa la pelle dalla schiena fino ai lombi.” La schiera da caccia del re leone lo raggiunge e, vedendolo scorticato, lo accerchia per bastonarlo e riportarlo al cospetto del re. Sono tutti così infuriati con lui che lo arderebbero vivo all’istante, se non fosse che Renart, sopravvissuto all’assalto del mastino e alle bastonate, chiede un regolare processo.

Il gallo Chantecler, allora, propone un giudizio ordalico: ovvero un duello fra lui e la volpe. Chiunque ne fosse uscito sconfitto sarebbe stato colpevole, e sarebbe finito impiccato o squartato. E così avviene. I due combattono dinnanzi alla corte del re un duello sanguinoso, senza escludere i colpi più letali, tanto che il sangue scorre per il campo “che ci si potrebbe far girare un mulino”. Renart viene mutilato dalle poderose beccate del gallo, restando senza orecchia destra e occhio sinistro, e capisce così d’essere sconfitto. Tuttavia, per non ammettere d’aver perso la sfida e finire impiccato, escogita un piano: si lascia cadere a terra e finge d’essere morto. Tutti gli animali cadono nel tranello e lo lasciano disteso lì, in una fossa. Restano solo Rohart il corvo e Corbant la cornacchia, due animali che hanno tutti i loro interessi nel trovarsi vicini a una carcassa.

E infatti si avvicinano per banchettare con i resti di Renart, ma quest’ultimo, nel sentire le beccate, non riesce più a fingersi morto e strappa una coscia della cornacchia a morsi per poi fuggire fino a Malpertugio, nel suo castello, mutilato e morente, gettandosi fra le braccia della moglie inorridita. I due uccellacci invece volano dal re a raccontare l’accaduto. E il re ordina di mandare subito un messaggio a Malpertugio per convocare la volpe: se avesse disubbidito, il leone non avrebbe esitato a far scoppiare una guerra. Renart, però, ha un altro piano in mente, e racconta al messaggero del re, Grimbert, suo cugino e alleato, una nuova menzogna.

Di recente, fuori da Malpertugio, era stato seppellito un contadino di nome Renart. E siccome tale nome è iscritto sulla lapide fresca, la volpe pensa bene di ordire una nuova truffa e fingersi morto, per la terza volta. I cavalieri del re, guidati dal buon Grimbert, che ha a cuore la sorte della volpe, vanno a visitare la tomba del contadino Renart e ci cascano in pieno. Tornando dal re per riferire quel che era accaduto, il re leone stesso si trova dispiaciuto della morte di Renart.

Il Re riceve la notizia e perde letteralmente le staffe. La sua rabbia si riaccende all’improvviso perché è profondamente addolorato per la sorte di Renart. Si alza in piedi, sconvolto e confuso, e inizia a parlare con il cuore a pezzi. Dice a tutti che è una tragedia enorme e che hanno appena perso il miglior barone del regno. I baroni, nel Medioevo, erano i nobili più importanti e fedeli, dei veri pilastri per il sovrano. Il Re è convinto di non poter trovare un modo per vendicare questa perdita e dichiara che avrebbe rinunciato volentieri alla metà di tutte le sue ricchezze pur di cambiare le cose.

Qui finisce il nome di Renart la volpe, nell’ultima storia che la vede protagonista di un ciclo d’avventure, fra combattimenti all’ultimo sangue, mutilazioni, giochi volgari, abbuffate, messe sacrileghe, animali che fottono e adulterio. Vedi, per caso, delle analogie con il classico Disney? Ben poche, a dir la verità, a parte l’estetica di un mondo d’animali antropomorfi ispirato al Medioevo.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. La Mort et Procession Renart, XII-XIII secoli ↩︎
  2. Il testo del Roman de Renart in italiano è tratto da “VITA E MORTE AVVENTUROSE DI RENART LA VOLPE”, Curatore: Massimo Bonafin, Collana: Gli Orsatti, Edizioni dell’Orso. Link ↩︎
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