Ovvero Italia vs Francia a spadate: la disfida di Barletta e la storia di Ettore Fieramosca, anno 1503
Nella storia medievale i francesi sono stati spesso ritenuti i migliori cavalieri del mondo. Migliori in quanto ad abilità, coraggio, onore. Una reputazione fondata sulla letteratura, sulle canzoni di gesta, a cominciare dal ciclo dei paladini di Carlo Magno; e sulle imprese eroiche dei normanni di Guglielmo il Conquistatore, dei crociati del re santo, dei fratelli d’arme di Giovanna d’Arco… Insomma, i francesi si sentivano i protagonisti dell’Occidente, e agivano come tali. Finché, a tale spocchia, non si decise di porre un freno nei primissimi anni del Cinquecento. Perché coloro che si reputavano i migliori cavalieri del mondo avrebbero dovuto provarlo, sul campo, tramite una disfida d’armi. Una sfida che fu raccolta proprio dagli italiani.
Ettore Fieramosca e l’onore ferito: la vera storia della Disfida di Barletta
L’Italia era allora dilaniata da una guerra per la spartizione territoriale tra due potenti casate reali: quella di Spagna e quella di Francia. Il Regno di Napoli era al centro della contesa, chiave di volta dell’intera guerra, che di lì a poco sarebbe scoppiata in una sanguinosa battaglia campale. Le armate europee si radunavano nel sud Italia, chiamando alleati, e mercenari, tutti pronti all’imminente grande scontro.
In questo clima frenetico, nel gennaio del 1503 il condottiero spagnolo Diego de Mendoza catturò un gruppo di cavalieri della parte avversa: signori francesi di grande importanza e che, considerato il loro rango, non furono sbattuti nelle segrete del castello, ma poterono contare su un trattamento di tutto rispetto, compreso un banchetto per onorare la loro sconfitta.
Nel corso della cena, gli spagnoli lodarono le virtù dei prigionieri francesi, sottolineando, però, che in quel momento gli italiani erano di gran lunga i più valenti. Specialmente i signori delle bande dei Colonna, capitanati da un certo Ettore Fieramosca, loro alleato. Uno dei prigionieri francesi, Charles La Motte, forse scaldato dal vino, rispose che non poteva tollerare che “si parlasse in quel modo degli italiani, i quali trattavano le armi senz’arte e senza fede.”
Gli spagnoli presero subito le difese degli italiani, avvertendo che se fossero venuti a sapere di quel che aveva appena detto La Motte, sarebbero giunti a chiedere ragione dell’offesa. Poiché si trattava di un insulto vero e proprio. Il francese replicò: “E io sono pronto a darla, io.”
Gli spagnoli corsero a raccontar tutto proprio al cavaliere italiano che loro stessi avevano tirato in ballo, a cena, Ettore Fieramosca: veterano di battaglie e di assedi, comandante di eserciti, conquistatore e difensore di castelli, un uomo che non aveva alcuna paura di misurarsi col nemico e che, puntualmente, venuto a sapere dell’offesa, pretese le scuse ufficiali di La Motte.
Charles La Motte non ritirò l’offesa, anzi calcò la mano, affermando che in battaglia i francesi non avrebbero mai combattuto a fianco degli italiani (come invece facevano gli spagnoli), ma che piuttosto li avrebbero lasciati da parte, a guardare. Perché erano dei vili. Si tratta chiaramente di un insulto basato sul nulla, perché nella storia i cavalieri francesi e italiani hanno combattuto fianco a fianco in innumerevoli occasioni.
A questo punto, Ettore Fieramosca e gli altri italiani che avevano saputo della vicenda, fremevano di rabbia. Avrebbero risolto la questione il giorno stesso, se non fosse intervenuto il comandante delle bande italiane, Prospero Colonna, il quale volle trattare la questione con cautela, poiché la notizia si era sparsa in lungo e in largo, e una singola bagarre tra masnadieri stava diventando materia d’onore per un intero popolo. Dopo essersi assicurato che la Motte facesse sul serio, il comandante Colonna bandì una prova d’armi per rendere conto delle offese francesi.
“Dopo che si fu riscattato, la Motta mandò da Ruvo un trombetta per significare, che dieci cavalieri francesi orano pronti alla sfida, egli voleva essere l’un decimo; proponeva però, che ogni uomo d’arme dovesse portare 100 corone d’oro, ed i vinti perdessero le 100 corone, le armi ed il cavallo. Accettarono gl’italiani, che non volevano parole, ma fatti. Dipoi proposero i francesi, che i combattenti fossero tredici; ed anche questo fu consentito.”
Tredici cavalieri per fazione, ciascuno che doveva portare con sé 100 corone d’oro. Nessuna regola, se non la delimitazione di un perimetro da non valicare, pena l’esclusione dalla disfida, per evitare che i combattimenti a cavallo si trascinassero chissà dove per le campagne pugliesi. I vincitori avrebbero guadagnato cavalli, armi e l’oro della parte sconfitta, proprio come in guerra. Solo che, stavolta, in ballo vi era soprattutto l’onore, piuttosto che la vita stessa.
La notizia si sparse in tutta Italia. Cavalieri di ogni città si proposero come campioni per partecipare alla disfida, e rappresentare la penisola. Il compito di sceglierne tredici fu difficilissimo per il comandante Colonna, poiché assieme a guerrieri di comprovato valore, si presentavano nobili il cui unico intento era esclusivamente quello di comparire a una festa d’armi così prestigiosa. Tra di essi, vi era persino il nipote del comandante, un giovanissimo Pompeo Colonna, che tuttavia lo zio relegò sugli spalti della prova d’armi per ripiegare su cavalieri d’indubbia esperienza, pronti a sfidare gli avversari in una località della Puglia occupata dagli spagnoli: Barletta.
I nomi dei 13 cavalieri italiani: l’elenco dei guerrieri di Barletta
Ettore Fieramosca fu nominato capitano dei tredici cavalieri migliori d’Italia, i quali furono Ludovico d’Abenavolo da Capua, Francesco Salomone e Guglielmo Albamonte dalla Sicilia, Romanello da Forlì, Miele (secondo alcuni cronisti proveniente dalla Toscana), Ettore Giovenale, Giovanni Bracalone e Giovanni Capoccio da Roma, Marco Corollario da Napoli, Mariano Abignente da Sarno, Riccio e Giovanni Bartolomeo Fanfulla da Parma.
Ecco i tredici nomi incisi nel ferro e nel fango di Barletta. Uomini che non combattevano per un re, ma per la propria faccia. Ettore Fieramosca guidò una compagnia di veterani: da Fanfulla da Parma al feroce Capoccio, fino ai siciliani Salomone e Albamonte. Non erano solo soldati; erano il simbolo di un’Italia che, pur divisa, sapeva ancora come impugnare la spada per lavare l’offesa francese.
Tredici cavalieri a quel tempo “famosi e noti a tutti gli italiani”, scelti per ottenere vendetta contro i tredici francesi di Charles La Motte.
I nomi dei 13 cavalieri francesi
I cavalieri francesi furono questi: Carlo de la Mote, Marco du Fresne, Chastelart borgognone, Graian d’Asti, Pietro de Chals savoiardo, Giacomo della Fontaine, Forfais, Bartault guascone , Richebourg , Francesco de Pise savoiardo, La Faxe savoiardo, Casset savoiardo e Le Landais. Fu covenuto che la disfida dovesse combattersi il giorno 13 febbraio, lunedì, dell’anno 1503 nel campo ira Andria e Quarata dove Bajardo aveva combattuto con Soto mayor; furono dati e ricevuti ostaggi: pei francesi Dumoble e Musnay, per gl’ italiani Angelo Galeota napolitano capitano d’uomini d’armi e l’Arbernuz spagnuolo. A giudici del campo furono deputati du Bruii e Claudio di Montrambert borgognone , Aimar de Villars e Etum 9ute per la parte francese; da parte nostra Francesco Zurlo,. Diego de Vera, Francesco Spinola, Alfonso Lopes.”
La partita Italia-Francia del 1503 stava per avere inizio.
L’armamento degli italiani: lance, scuri e “stocchi” segreti
Il comandante Prospero Colonna si occupò di armare al meglio i tredici italiani della disfida. Ciascuno di loro fu equipaggiato con una lancia forte e resistente, mezzo braccio più lunga di quelle dei francesi, più difficile da manovrare ma vantaggiosa per via della sua maggiore portata; e poi due stocchi a testa, tipologie di spade tenaci e acuminate, perfette per penetrare gli anelli della maglia di ferro, uno stocco lungo da portare sospeso all’arcione del destriero, l’altro più corto come un pugnale, da indossare alla cintura. L’arma primaria scelta dagli italiani per combattere in sella al destriero, dopo aver spezzato la lancia, era una scure “rustica e pesante”, col manico lungo mezzo braccio, quindi abbastanza corto, legata con catena di ferro all’arcione del cavallo.
I cavalli stessi furono protetti da piastre di ferro sul muso, sul collo, e da una coperta di cuoio cotto, ornato d’oro e altri colori. Sul campo della disfida, poi, furono piantati in terra, esattamente nel centro, due spiedi da guerra, ovvero armi in asta con delle lunghe punte di ferro acuminato sulla cima e due lame secondarie più piccole che dipartono dalla punta: utili per chiunque fosse rimasto disarcionato, e avesse voluto continuare il combattimento a piedi.
Così, i preparativi furono terminati. Il 13 febbraio dell’anno 1503, i cavalieri si recarono sul luogo stabilito della disfida, alle prime luci dell’alba, dopo aver preso messa ed essere stati benedetti dal Signore Iddio con tutte le loro armi.
Avanzavano intanto i francesi in bell’ordine coverti di saioni cremisi e di broccato ad oro. Anch’essi come gl’italiani, scesi di sella, in ginocchio, a mani giunte pregarono; levatisi s’abbracciarono e baciarono fra loro. Dall’una e dall’altra parte nessuna buona consuetudine di cavalleria fu trasandata. Ettore salutò gli avversari e invitolli ad entrare nel campo i primi, perchè di loro diritto; gl’italiani li seguirono. Dato e reso il saluto, stettero di fronte ordinati a battaglia. Quel giorno s’era messo un vento d’austro furiosissimo e, come avviene nei campi di Puglia, levava nuvoli di polvere; i nostri avevano sul viso il vento, il sole, e la polvere.”
Il capitano Ettore Fieramosca fece giurare ai suoi fratelli cavalieri di ubbidire al suo comando, di prestarsi soccorso a vicenda, “e che tutti, anziché darsi vinti, sarebbero morti”. Tale era l’importanza dell’evento, un sacrificio necessario per ottenere vendetta, e salvare l’onore dell’Italia intera.
La processione italiana raggiunse il campo della disfida: coi tredici destrieri da guerra in testa, uno in fila all’altro, condotti per le briglie da tredici capitani di fanteria. Costoro erano seguiti dagli sfidanti, armati di tutto punto, in sella ai palafreni, e dagli scudieri che trasportavano lance ed elmi. I francesi giunsero poco dopo, anch’essi in sfilata, coperti però da sfarzosi mantelli di panno cremisi broccati d’oro: un’entrata in scena creata ad arte per appagare gli spettatori in tribuna, ansiosi di scoprire chi fossero i migliori cavalieri dell’Occidente.
Gli sfidanti montarono in sella, indossarono gli elmi e imbracciarono le lunghe lance, poggiate sulla coscia, con la punta rivolta al cielo. Il campo era ampio un quarto di miglio, segnato da un solco nel terreno e dotato di una tribuna su uno degli angoli. Un forte vento d’austro cominciò a soffiare, ovvero da mezzogiorno, come era solito in Puglia, di quella stagione, levando nuvole di polvere, che infastidivano i cavalli e limitavano la visuale già compromessa dagli elmi ingombranti.
Chi ha vinto la Disfida di Barletta? Il resoconto del duello
Poco prima del tramonto squillarono le trombe per dare inizio alla disfida. Al terzo squillo, le due schiere di cavalieri cominciarono ad avanzare, una verso l’altra, lentamente, senza spronare i cavalli, per essere certi di colpire tutti assieme, come un maglio sull’incudine. Una lenta avanzata, finché la distanza tra di loro non si ridusse a venti passi, e allora all’unisono, si gettarono al galoppo, abbassando le lance per colpire gli avversari con la violenza e il peso dei destrieri lanciati alla massima velocità.
I francesi, negli ultimi istanti prima della carica, si divisero in due gruppi, aprendosi sui lati. Ettore Fieramosca se ne accorse in tempo, e comandò ai suoi di fare altrettanto: 5 italiani sostennero l’impeto di sei francesi, e gli altri 8 urtarono contro 7. Alcune lance si spezzarono contro gli scudi, ma il forte vento impediva di manovrarle a dovere, così i cavalieri misero subito mano agli stocchi, alle scuri e alle mazze ferrate. Gli italiani restarono uniti sotto le grida di Fieramosca, pronti al corpo a corpo, mentre i francesi andarono in disordine.
Il primo a cadere da cavallo fu proprio un francese, Claude Grajan d’Aste, seguito da altri due suoi compagni. Ettore Fieramosca guidava gli italiani con precisione, dando modo al siciliano Salomone, al romano Bracaleone e al parmense Fanfulla di distinguersi per le loro prodezze, mettendo a segno i tre disarcionamenti. Di contro, il primo italiano a cadere da cavallo fu il romano Giovanni Capoccio, poiché gli fracassarono il muso del destriero con un colpo d’azza.
Ma lui, impetuoso, saltò in piedi e afferrò uno dei lunghi spiedi da guerra che erano stati piantati in mezzo al campo, per cominciare a ferire i destrieri di tutti i francesi che gli andavano addosso. Era tanto furioso, che a un certo punto si lanciò all’inseguimento di un avversario, fino a bordo campo, facendolo uscire dal solco tracciato sul terreno. Poi, non soddisfatto, colpì alla testa un altro francese, facendolo cadere di sella e lasciandolo sul terreno polveroso. Non si rialzava più. Giovanni Capoccio, a piedi, ne aveva appena eliminati due.
Nel frattempo, un secondo italiano cadde da cavallo, il toscano Miele, anche lui che proseguì a combattere a piedi, senza darsi per vinto, pronto a morire. Ettore Fieramosca, invece, combatteva il suo personale duello con Charles La Mott, colui che a quella famosa cena con gli spagnoli aveva dato inizio alla disputa, e che finalmente avrebbe ricevuto quel che meritava.
Fieramosca disarcionò La Motte, gettandolo a terra. Quest’ultimo continuò a combattere con grande impeto, a piedi, consapevole di non poter mollare per niente al mondo, vista la posta in gioco. Ma proprio come avevano sentenziato gli spagnoli, gli italiani erano più valenti. E Fieramosca lo era più di tutti. Spronò il destriero contro La Motte e lo spinse a bordo campo, finché non lo costrinse a uscire dal solco, eliminando a duello il capitano dei tredici francesi. Per quelli che si erano reputati i migliori cavalieri del mondo, le cose si mettevano male.
Dopo la prima fase della mischia, sul campo restarono solo 4 francesi, 3 ancora in sella e 1 a piedi. Gli italiani rimasti, invece, erano 9, 7 dei quali a cavallo. In poco tempo, tale disparità portò alla facile eliminazione di altri 3 francesi, tra sconfitti e fuoriusciti dal campo. L’ultimo a difendere l’onore di Francia fu Pierre de Chals, rimasto a piedi, che combatteva come un leone, e veniva ferito da tutte le parti. Subì così tanti colpi di stocco e di scure, che a un certo punto intervennero gli stessi giudici per trascinarlo via dal campo, prima di vederlo sacrificarsi inutilmente, per una disfida che era già conclusa.
“Gl’italiani allegri d’una tanto compiuta vittoria, al suono delle trombe, fra liete grida dei presenti, per alquanto tempo si diedero a correre pel campo, e chetato il primo impeto della gioia, s’affrettarono al ritorno. I francesi, che avevano proposto di doversi combattere per 100 corone , armi e cavallo, certi della vittoria, non avevano portato il denaro del riscatto; furono quindi con tanta maggior vergogna condotti prigionieri.”
Gli italiani avevano vinto la disfida. Al suono delle trombe e delle grida degli spettatori, quei cavalieri venuti da ogni città della penisola, si lanciarono in una corsa sfrenata per tutto il campo, consci d’aver salvato l’onore d’Italia in una disputa che sarebbe passata alla storia. I dodici francesi rimasti, si radunarono, ammaccati e feriti. Dodici, poiché il loro compagno colpito dal furioso Capoccio, non si alzò più dalla terra polverosa. Le loro armi, i cavalli e le armature, furono prese in consegna, e sarebbe dovuto avvenire lo stesso con i 1300 scudi d’oro del riscatto: una somma, però, che non era presente, quel giorno.
Perché i francesi erano così sicuri di vincere, che non avevano portato con loro il denaro. Per aggiungere vergogna, alla già umiliante sconfitta, costoro furono fatti prigionieri, nell’attesa di riscattare la somma della vincita.
Quella stessa notte tuonarono i cannoni per le vie di Barletta, illuminate da fiaccole e falò. Tutti si levarono per acclamare e festeggiare i tredici italiani, i cavalieri migliori del mondo, che ricevettero grandi lodi, onori e insegne cavalleresche. Di lì a pochi mesi, Napoli sarebbe stata strappata dagli invasori francesi, sconfitti duramente in battaglia, dando seguito a quel che era iniziato su quel circoscritto campo della disfida, a Barletta.
Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe chiedersi come si possa parlare di Italia e di italiani in un accadimento del 1500, quando ancora non vi era stata alcuna unificazione, avvenuta come tutti abbiamo imparato a scuola, nel 1861. Nonostante l’eco di questa vicenda abbia avuto un’eccezionale diffusione nell’Ottocento, durante il Risorgimento, e nel Novecento grazie alla propaganda fascista, impadronitasi di questa storia per declinarla in chiave politica, ideologica, di riscatto contro le altre nazioni, e di orgoglio italico, eccetera eccetera, nonostante questo, la vicenda fu effettivamente di grande portata: un evento celebrato in tutta Italia nel corso del Cinquecento e nei secoli successivi.
Perché i fondamenti che avrebbero permesso la nascita del concetto di stato-nazione, cominciarono a fiorire in Europa già nel Tardo Medioevo. I cronisti nel corso della guerra dei cent’anni, ad esempio, si riferivano agli inglesi e ai francesi esattamente come faremmo noi oggi, nel XXI secolo. Accadeva lo stesso con il termine “tedeschi”, e, soprattutto, per quanto riguarda il termine “italiani”.
“Italia mia” dice il Petrarca “Non è questa la patria in ch’io mi fido1”, e come lui Dante, “Serva Italia, di dolore ostello”, e poi moltissimi altri autori che non avevano alcuna velleità letteraria, ma che erano guidati dalla semplice volontà di raccontare la storia del loro tempo, come Giovanni Villani, l’Anonimo Romano, Dino Compagni, Donato Neri, Salimbene de Adam, persino il Machiavelli: tutti accomunati dalla consapevolezza che gli italiani possedessero un’unica identità culturale, al pari dei francesi, degli inglesi e dei tedeschi.
Nel 1500, quindi, non esisteva uno stato-nazione Italia, ma gli italiani erano tali e lo erano già dall’Età Antica, tra l’altro, dai tempi dell’Impero Romano. Non solo come aggettivo geografico, ovvero gli abitanti della penisola italia, ma proprio come concetto identitario. Ed è per questo, che alla disfida di Barletta parteciparono cavalieri provenienti da ogni angolo d’Italia, isole comprese. Perché i cavalieri siciliani Francesco Salomone e Guglielmo Albamonte si sentirono offesi dalle parole di Charles La Motte, così come si erano sentiti offesi tutti gli altri cavalieri, da Forlì a Capua.
Questo è ciò che accadde, il 13 febbraio dell’anno 1503, a Barletta, secondo le cronache del tempo, raccolte e riordinate dallo storico ottocentesco Faraglia: una partita tra Italia e Francia che decretò la decisiva vittoria italiana, stabilendo con chiarezza chi fossero i cavalieri migliori.
A conferma di quanto fosse sentito questo scontro da ambo le parti, concludo citando l’episodio che riguarda un monaco francese, giunto fino al campo di sfida, quel giorno, per osservare e supportare i campioni di Francia:
“Durante il combattimento, un monaco francese, ornato di sacre vesti, prostrato vicino al campo, pregava Dio per la vittoria dei suoi, gridando con quanta voce aveva in gola; ma come li vide vinti, tacque, gettò le vesti sacre ed il il libro delle preghiere, e percuotendosi il viso e strappandosi i capelli fuggì piangendo.”
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno, Francesco Petrarca, Canzoniere, 128 ↩︎
