Chi erano davvero i Diecimila Immortali Persiani? Scopri come l’élite di Serse fu annientata dagli Spartani nella battaglia di Platea.
Nel 479 avanti Cristo una marea di trecentomila uomini partì dal cuore dell’attuale Iran per mettere in ginocchio l’Occidente. Si trattava della colossale armata del gran re persiano Serse, composta da guerrieri che le leggende ritenevano invincibili: gli Immortali Persiani. Giunti in Grecia, però, si trovarono davanti ai guerrieri spartani, schierati in battaglia per difendere la loro terra. Sotto i colpi delle lance di Sparta, quel giorno, gli immortali cominciarono a morire.
- 1. L’Armata di Serse e il mito degli Immortali Persiani
- 2. Il piano di Mardonio: la Grecia deve cadere
- 3. Pausania e il muro di scudi: il sacrificio prima del sangue
- 4. La caduta di Mardonio e la fine del sogno persiano
- 5. Il mistero del tempio di Demetra e la fuga di Artabazo
- 6. L’assedio finale: quando gli Ateniesi aprirono le mura
L’Armata di Serse e il mito degli Immortali Persiani
La battaglia di Platea è uno scontro epocale che vede da una parte l’Impero Persiano, la superpotenza dell’epoca che dominava mezzo mondo conosciuto, e dall’altra una coalizione di città greche che lottavano per non finire sottomesse. Accadde un anno dopo la battaglia delle Termopili, dove secondo la tradizione i 300 spartani si sacrificarono per rallentare l’avanzata nemica. Dopo un anno da quello scontro, le due armate si schierano finalmente in campo aperto, sulla pianura nei pressi della città di Platea, in Grecia, per dare inizio alla battaglia decisiva.
E lo fu davvero. Uno scontro che annientò gli invincibili immortali persiani e pose fine alle ambizioni dell’impero di espandersi in Europa, segnando l’inizio di un lento declino che avrebbe portato, un secolo e mezzo dopo, alla caduta totale della Persia sotto i colpi di Alessandro Magno. Il resoconto di questa battaglia è narrato nientemeno che da Erodoto1, ed è tramite le sue parole che voglio raccontarvelo.
Il piano di Mardonio: la Grecia deve cadere
Siamo nell’agosto del 479 avanti Cristo, nell’assolata pianura di Platea. Da una parte troviamo l’esercito del Gran Re, una forza multietnica che riflette l’immensità dell’Impero Persiano: fanti leggeri protetti da scudi di vimini, arcieri micidiali e una cavalleria nobile capace di manovre fulminee. Al comando c’è Mardonio, un generale ambizioso che ha un solo obiettivo: trasformare la Grecia in una provincia.
Mardonio può contare sulla forza devastante dell’impero persiano: i Diecimila Immortali persiani. Erano chiamati così perché il loro numero non scendeva mai; non appena uno cadeva, un altro prendeva il suo posto, dando l’illusione di una forza eterna e inarrestabile. Erano l’incubo di ogni esercito, e a Platea erano pronti rovesciare la loro forza sul nemico.
Dall’altra parte ci sono i Greci, stavolta in forze rispetto alle Termopili dell’anno prima. Ma lo schieramento è nel caos. Gli Ateniesi, che dovrebbero coprire un lato del fronte, vengono intercettati da altri Greci che hanno tradito e giurato fedeltà alla Persia. Si scatena uno scontro fratricida che li blocca lontano dal cuore dell’azione. A causa di questo imprevisto, il comando supremo della resistenza greca rimane isolato. Il generale spartano Pausania si ritrova così a gestire la fase più critica della battaglia con appena una frazione dell’esercito, ovvero, prevalentemente i suoi spartani.
Perché al fianco di Pausania restano solo i fedelissimi guerrieri di Tegea, tremila uomini famosi per non aver mai abbandonato il fianco di Sparta. In tutto, questo blocco conta circa cinquantatremila uomini. È un numero impressionante, ma la maggior parte sono truppe leggere; il vero cuore dell’armata greca è composto da cinquemila Spartani, gli opliti, soldati corazzati di bronzo e addestrati fin dall’infanzia a non indietreggiare mai.
Pausania e il muro di scudi: il sacrificio prima del sangue
Mardonio, vedendo i Greci divisi e vulnerabili, capisce che è il momento di colpire. Mentre l’immensa armata persiana inizia a muoversi, Pausania compie un gesto che oggi ci sembra folle: ordina di fermare tutto per eseguire dei sacrifici rituali. Per gli Spartani, infatti, la forza dei muscoli non conta nulla senza il favore divino. Mentre i sacerdoti scrutano le viscere degli animali tra le fiamme, cercando un segno di vittoria, i Persiani piantano i loro scudi nel terreno erigendo una lunghissima barriera che appare come una muraglia e iniziano a scagliare migliaia di frecce.
Il cielo si oscura e la morte inizia a piovere dall’alto, ma Pausania non dà l’ordine di caricare. Gli Spartani restano immobili, protetti solo dai loro scudi rotondi, aspettando una risposta dagli dei che sembra non voler arrivare.
Proprio mentre Pausania sta ancora pregando con il fiato sospeso, succede qualcosa. I soldati di Tegea, i gloriosi alleati spartani, non ce la fanno più a restare fermi sotto le frecce e scattano in avanti per primi, partendo all’attacco contro i Persiani. Quasi nello stesso istante, come per miracolo, i sacrifici degli Spartani cambiano segno. Finalmente i sacerdoti vedono nelle viscere degli animali i segnali favorevoli che aspettavano: gli dei hanno dato il via libera.
A quel punto anche gli Spartani partono alla carica. I Persiani, vedendoli arrivare, mettono giù gli archi e si preparano al corpo a corpo. La prima fase dello scontro è violentissima e avviene proprio a ridosso di quel muro di scudi di vimini che i Persiani avevano piantato nel terreno. Una volta abbattuta quella barriera, la battaglia si sposta vicino a un tempio dedicato alla dea Demetra e diventa ancora più brutale.
La tattica della falange: spinta o duello serrato?
Si arriva a quello che i Greci chiamavano “la spinta”. Erodoto la definisce così, questa fase di combattimento. Si tratta di uno dei concetti più dibattuti della storiografia militare antica: riguarda il modo in cui i fanti pesanti (gli opliti) combattevano una volta arrivati al contatto fisico. Secondo l’interpretazione letterale, alcuni storici credono che gli opliti greci spingessero tutti insieme contro il nemico, spalla contro spalla, creando una massa d’urto. Quello che vediamo proprio nel film Trecento, sulla battaglia delle Termopili. Interpretazioni più realistiche, però, credono che non fosse una “spinta” letterale, stile Rugby. Anche perché se le file dei greci dietro spingevano, quelle davanti sarebbero rimaste schiacciate. Personalmente non credo nel mischione dove tutti premono l’uno contro l’altro. Io credo che fosse semplicemente un combattimento molto serrato, dove i greci mantenevano una linea compatta e combattevano uniti, per far indietreggiare il nemico. Ma senza andargli fisicamente addosso a spallate.
Dice Erodoto che in questa mischia cruenta i Persiani combattono con un coraggio incredibile e una forza fisica che non ha nulla da invidiare a quella dei Greci. Lo storico greco quindi rende onore al nemico. E dice che addirittura i persiani arrivano ad afferrare con le mani le lunghe lance degli Spartani per spezzarle a metà, cercando di annullare il vantaggio della portata nemica. Altro elemento questo che ci fa capire che i greci non prendessero a spallate il nemico, visto che avevano “lunghe lance”.
Questa è la fase centrale della battaglia di Platea. Quando gli Immortali persiani, i soldati scelti dell’armata persiana, si ritrovano faccia a faccia con gli Spartani. È qui che la leggenda si scontra con la realtà: quegli uomini considerati invincibili scoprono che le loro tuniche eleganti e i loro scudi di vimini nulla possono contro le lance di bronzo. Gli Immortali iniziano a morire a centinaia, svelando al mondo che anche i semidei del Gran Re possono sanguinare.
Il problema dei Persiani, secondo Erodoto, è l’equipaggiamento. Rispetto agli Spartani sono praticamente nudi, perché non indossano corazze pesanti ma solo tuniche di stoffa o cuoio. Inoltre non conoscono le tattiche della falange greca, quel modo di combattere tutti uniti e coordinati. I Persiani si lanciano all’attacco a piccoli gruppi o da soli, cercando di sfondare la linea spartana con l’eroismo individuale, ma finiscono per schiantarsi contro un muro impenetrabile e vengono massacrati.
La caduta di Mardonio e la fine del sogno persiano
La battaglia raggiunge il suo culmine proprio nel punto dove si trova Mardonio in persona. Il generale persiano non se ne sta nelle retrovie a guardare, ma combatte in prima linea montato su un maestoso cavallo bianco. Attorno a lui ci sono i mille soldati migliori di tutta la Persia, il cuore pulsante degli Immortali persiani. È la loro guardia d’élite, guerrieri che hanno giurato di morire pur di proteggere il generale. E lo fanno: combattono con un furore disperato.
Finché Mardonio resta in vita e continua a incitare i suoi, i Persiani tengono duro con le unghie e con i denti. Riescono ad abbattere molti spartani, rispondendo colpo su colpo nonostante l’inferiorità delle loro armi. Ma poi succede l’imprevisto che cambia tutto: Mardonio viene colpito a morte e cade dal suo cavallo bianco.
In quel momento, il mito crolla: la morte del generale trascina con sé l’aura di invincibilità della sua guardia, che viene annientata dal muro di scudi spartano. In quel settore del campo lo scontro diventa una carneficina.
Appena si sparge la voce che il generale è morto, tra le fila persiane scoppia il panico. Senza più un comando e vedendo cadere i loro compagni più forti, tutti gli altri soldati iniziano a cedere e a scappare. Gli Spartani non danno tregua e continuano ad avanzare. La grande armata del Re, che doveva conquistare il mondo, viene trucidata sotto i colpi dei guerrieri di Sparta.
In quel preciso istante, una profezia si avvera. Gli dei avevano promesso agli Spartani che la morte di Leonida, il re caduto eroicamente alle Termopili contro i Persiani, sarebbe stata vendicata proprio dal sangue di Mardonio. Pausania, il comandante supremo, ottiene così la vittoria più gloriosa e schiacciante che la storia ricordi fino a quel momento. Per lui è un trionfo personale immenso, che lo lega per sempre alla stirpe dei grandi re di Sparta.
Il mistero del tempio di Demetra e la fuga di Artabazo
Dopo la morte di Mardonio, i Persiani scappano in totale disordine verso il loro accampamento fortificato, una sorta di grande cittadella fatta di legno che avevano costruito poco lontano. È una ritirata caotica e disperata, dove ognuno pensa solo a salvare la pelle mentre gli Spartani li incalzano senza pietà.
In tutto questo caos succede una cosa davvero strana che lascia tutti a bocca aperta. Anche se il combattimento infuriava proprio accanto al bosco sacro della dea Demetra, nessuno dei Persiani entra nel recinto del tempio. Nonostante migliaia di soldati stiano morendo ovunque, non viene trovato nemmeno un cadavere nemico all’interno dell’area sacra. Sembra quasi che una forza invisibile li tenga lontani.
Lo storico Erodoto ha una spiegazione molto chiara per questo mistero. Secondo lui, è stata la dea Demetra in persona a tenerli lontani col suo potere. La dea non ha permesso ai profanatori nemmeno di morire sulla sua terra benedetta.
Mentre il grosso dell’esercito persiano viene massacrato, c’è un uomo che potrebbe ribaltare le sorti dello scontro, ma decide di restare nell’ombra. Si chiama Artabazo ed è un altro importante generale del Gran Re. Lui non è mai andato d’accordo con Mardonio. Fin dall’inizio aveva cercato di convincerlo a non combattere in campo aperto contro i greci, suggerendo tattiche più prudenti, ma Mardonio non lo aveva ascoltato.
Artabazo ha sotto il suo comando una forza enorme, circa quarantamila uomini. È un contingente che potrebbe cambiare le sorti dello scontro, ma lui decide di fare di testa sua. Non appena vede i primi reparti persiani scappare a gambe levate e capisce che Mardonio è stato sconfitto, cambia immediatamente rotta. Non prova nemmeno a raggiungere i suoi compagni che si stanno rifugiando dietro le mura di legno o verso la città di Tebe.
Artabazo decide che la guerra per lui finisce lì. Dà l’ordine di accelerare al massimo e inizia una fuga disperata verso nord, attraversando la regione della Focide. Il suo unico obiettivo è raggiungere l’Ellesponto, ovvero lo stretto di mare che separa l’Europa dall’Asia, per tornare a casa. Quell’enorme esercito di quarantamila uomini, che avrebbe potuto schiacciare gli Spartani, sparisce così nel nulla senza aver scagliato nemmeno una freccia. Il grandioso impero persiano aveva già cominciato a dividersi, dando inizio al declino.
Mentre Artabazo scappa verso il mare, il resto del fronte è nel caos più totale. Gli altri alleati dei Persiani non hanno nessuna voglia di combattere e battono in ritirata, ma c’è un’eccezione: i Tebani. Tebe e gran parte della Beozia avevano scelto di stare dalla parte degli invasori, un fenomeno che i Greci chiamavano “medismo”, cioè l’atto di parteggiare per i Medi (i Persiani). Questi Tebani combattono contro gli Ateniesi con una ferocia incredibile.
L’assedio finale: quando gli Ateniesi aprirono le mura
Alla fine, però, gli Ateniesi hanno la meglio e i trecento soldati più forti di Tebe restano uccisi sul campo. I superstiti fuggono verso la loro città, separandosi dal resto dell’esercito persiano che invece corre verso l’accampamento di legno.
I Persiani rimasti e tutta la massa dei loro alleati riescono a rifugiarsi dentro la fortificazione. Si arrampicano sulle torri e rinforzano le difese come meglio possono prima che arrivino gli Spartani. Quando questi ultimi giungono sotto le mura, inizia una vera e propria guerra d’assedio, un tipo di combattimento che per gli Spartani era quasi sconosciuto.
Dice Erodoto che finché ci sono solo gli Spartani, i Persiani riescono a resistere bene. Gli uomini di Sparta erano i guerrieri più forti del mondo in campo aperto, ma non avevano la minima esperienza nell’assaltare mura o fortezze. La situazione cambia completamente quando arrivano gli Ateniesi. Loro, al contrario, erano molto più esperti in questa tecnica. Lo scontro si fa ferocissimo e dura a lungo, ma alla fine gli Ateniesi riescono a creare un varco e a far crollare un pezzo del muro.
I Greci iniziano a riversarsi dentro la fortezza come un fiume in piena. I primi a entrare sono gli uomini di Tegea (ancora loro, quei gloriosi guerrieri che per primi diedero inizio alla mischia di Platea), che si fiondano subito verso la tenda personale di Mardonio. È lì che trovano un tesoro incredibile: saccheggiano ogni cosa e portano via persino la mangiatoia dei suoi cavalli, che era interamente in bronzo e lavorata con un’arte meravigliosa.
Una volta abbattute le difese, i Persiani smettono di essere un esercito. Non riescono più a formare i ranghi o a combattere uniti. Sono decine di migliaia di uomini ammassati in uno spazio troppo stretto, paralizzati dal terrore. Per i Greci diventa un massacro. I numeri sono impressionanti: dell’immensa armata originaria di trecentomila uomini, tolte le quarantamila truppe che Artabazo aveva portato via in fuga, sopravvivono meno di tremila soldati.
Le perdite greche invece, in confronto, sono da epopea letteraria. In quella battaglia decisiva, secondo Erodoto, muoiono solo novantuno Spartani, sedici guerrieri di Tegea e cinquantadue Ateniesi. Cifre naturalmente fuori da ogni realtà. Il trionfo, però, è tutto vero. Un successo tale che ha risuonato per millenni.
L’importanza di questa battaglia è sempre stata dibattuta al livello storico. Molti la considerano così importante da aver fatto da vero e proprio spartiacque: la cultura, la democrazia e la filosofia che oggi consideriamo le radici dell’Occidente probabilmente non sarebbero mai esistite, se quel giorno gli spartani non avessero sconfitto l’impero di Persia. Se le libere città della Grecia fossero state annesse alla Persia. Altri pareri sono più moderati, ma resta comunque il resoconto di una storia epica di due culture antiche che hanno gettato le fondamenta dell’umanità intera.
La storia in cui gli Immortali Persiani scoprirono d’essere mortali.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
- Erodoto, Storie, Libro IX, 61-70 ↩︎
