Gotz Von Berlichingen, cavaliere della mano di ferro

Götz von Berlichingen: la Vera Storia della Mano di Ferro

Centrato da un cannone, si fece forgiare una mano di ferro. Scopri la vita epica di Götz von Berlichingen, il cavaliere che non si arrese mai.

È esistito un cavaliere tedesco, nato sul finire del Quattrocento, che durante un assedio perse la mano destra, tranciata di netto. Una vera disgrazia per un masnadiero come lui; una menomazione che di solito poneva fine alla carriera militare. Ma non fu il suo caso. Perché si fece forgiare una mano di ferro meccanica e continuò a combattere per altri cinquant’anni.

Coperto dall’armatura d’acciaio, in sella al destriero, in mezzo all’inferno di fumo e cannoni delle spietate guerre cinquecentesche. Cinquant’anni di battaglie, faide e assedi col pugno di ferro stretto da ruote dentate e molle, bloccato come una morsa intorno all’elsa della spada.

Il suo nome era Gotz Von Berlichinghen. E questa è la storia incredibile del cavaliere conosciuto in tutta Europa come “Mano di Ferro”. Le vicende che riporterò di seguito sono riprese dalla biografia 1che lui stesso scrisse (o fece scrivere sotto dettato) poco prima di morire, quando aveva circa ottant’anni. Che, per una vita un tantino movimentata come la sua, sono un traguardo straordinario.

Götz von Berlichingen: Il Cavaliere dalla Mano di Ferro

Vita sanguinaria che iniziò presto. Perché prima di diventare il temuto capitano mercenario, prima ancora di perdere la mano, Götz era solo un giovane paggio irrequieto, un nobile scapestrato che si faceva salire facilmente il sangue al cervello. E non poteva essere diversamente.

Lui, come molti altri ragazzi dell’epoca avviati a quel tipo di vita, fu allevato come paggio presso un signore importante. Svolgeva i primi allenamenti e molti compiti domestici, come servire a tavola i signori, per imparare i valori dell’ubbidienza, della disciplina.

Uova nei capelli e duelli di sangue: la giovinezza di Götz

Una sera Götz si ritrova seduto a mangiare accanto a un nobile polacco. Questo signore segue una moda particolare dell’epoca: si è spalmato i capelli con le uova per tenerli in ordine, una sorta di gel naturale molto comune tra i ricchi di allora per apparire impeccabili. Götz invece indossa un mantello all’italiana, un capo molto ampio e pesante che gli è stato regalato.

Il disastro succede quando Götz si alza. Il suo grande mantello sventola e colpisce la testa del polacco, rovinandogli l’acconciatura perfetta e impiastricciata. Un gesto che viene interpretato subito come una provocazione o un insulto gravissimo.

Il polacco non perde tempo. Afferra un coltello da pane, che all’epoca era una lama robusta usata per tagliare pagnotte dure, e cerca di accoltellare Götz. Il colpo va a vuoto, ma Götz perde la testa per la rabbia. Anche se ha con sé delle spade, decide di usare un pugnale corto, un’arma maneggevole e letale nei combattimenti ravvicinati. Reagisce immediatamente e colpisce il polacco dritto sulla testa. Non si tratta di una ferita mortale. Il polacco sopravvive. E la serata finisce lì. Sembra strano, ma Gotz se ne tornò a letto tranquillo. Pensava di essere completamente nel giusto, in quanto essersi legittimamente difeso. La cosa però doveva essere approfondita, e dimostrata dinnanzi all’autorità.

La mattina dopo lo scontro, l’atmosfera al castello è tesa. I cancelli vengono chiusi ed entra in scena il sottomaresciallo, che all’epoca era l’ufficiale incaricato di mantenere l’ordine e arrestare chi violava la legge nel castello.

Il sottomaresciallo ordina a Götz di arrendersi, ma il ragazzo è una testa calda. Gli risponde malamente e si rifiuta di seguire il sottomaresciallo. Resiste, quindi, all’arresto. Corre a cercare protezione dai “giovani signori”, ovvero i figli del Margravio. Questi giovani principi sono amici di Götz e coetanei che condividono lo stesso spirito ribelle.

I principi decidono di nascondere Götz nel “bagno privato”, una piccola stanza appartata della loro zona privata dove nessuno oserebbe entrare senza permesso. Mentre lui è nascosto, i figli cercano di convincere il padre e la madre, a perdonarlo. C’è una discussione familiare: il vecchio principe vorrebbe punirlo severamente per dare l’esempio, ma alla fine si arriva a un compromesso per non fare un torto ai figli. Götz deve subire una punizione simbolica: andare nella torre, che era la prigione del castello.

Götz è furioso perché ritiene di aver solo reagito all’attacco del polacco, ma i principi lo rassicurano. Gli promettono che la prigionia durerà pochissimo e il signore arriva persino a offrirgli la sua lussuosa veste di velluto foderata di zibellino, una pelliccia pregiatissima, per non farlo stare al freddo. Götz, con orgoglio, rifiuta il lusso della pelliccia e accetta la punizione nella cella nuda e cruda.

Vuoi per stima nei confronti di questo ragazzo testardo e coraggioso, vuoi per l’insistenza dei principi, suoi amici, che erano cresciuti con lui e gli volevano bene, dopo pochissimo tempo, nel corso della stessa giornata, Götz viene liberato. A prenderlo va un cavaliere esperto del castello, uno dei più rinomati, che è venuto a sapere della faccenda. Lo accompagna davanti a tutti i nobili del castello e lo difende con forza, spalleggiato da tutti i giovani tra paggi e scudieri, circa sessanta ragazzi, che si schierano dalla sua parte. Per un attimo viene fuori pure l’idea di arrestare il polacco, dando la colpa a lui. Ma alla fine la questione si chiude così, chiudendo un occhio sull’intera faccenda. E Götz la spunta, uscendosene quasi come un eroe tra i suoi coetanei. Perché da paggio si era fatto valere battendosela alla pari con un vero nobile, adulto, e di esperienza. E non fu assolutamente l’unica volta.

Götz si ritrovò più volte in mezzo alla mischia, ancor prima di diventare un guerriero vero e proprio. Come quando si ritrovò ad assistere a una lite tra un nobile tedesco, suo parente, e un altro polacco, in città. Tra le minacce d’armi, Götz, con la solita sfacciataggine, si mette in mezzo ai due e urla al polacco che, se oserà colpire, gli spaccherà la testa così forte da fargli venire il mal di denti. E indovinate un po’? Proprio in quel momento, spunta fuori un altro polacco che lui risconosce subito: esatto, quello con l’uovo nei capelli, che adesso cerca vendetta. Gotz e il polacco si affrontano da soli in un duello definitivo in mezzo alla piazza, sotto gli occhi di decine di persone affacciate alle finestre. Götz combatte come una furia e riesce a vincere. Mette in fuga l’avversario, che scappa a gambe levate, con l’uovo nei capelli o senza, non si sa.

I due, non si rincontreranno più. Ma Gotz menerà ancora parecchio con la spada. Di storie del genere ce ne sono un’infinità sulla sua giovinezza. Finché non cresce e diventa adulto pure lui. E allora il livello di pericolo si alza. Un combattimento divertente in cui finì coinvolto avvenne durante un matrimonio reale. Una festa enorme nell’Assia, una delle regioni più importanti della Germania. Götz è lì per servire il suo signore. E mentre torna verso il castello al tramonto, dopo la festa, un suo compagno inizia a litigare con un trombettiere.

All’epoca, i trombettieri non erano semplici musicisti, ma uomini duri e pericolosi: dei combattenti che fungevano anche da messaggeri in guerra. Questo in particolare era un tipo poco raccomandabile che aveva già ucciso degli uomini. Si dice che avesse infilzato un poveraccio fin nei polmoni, lasciandolo senza vita, in una delle varie risse e duelli che, a quanto pare, erano frequenti. Insomma, un avversario da temere.

Ma non appena il trombettiere estrae la spada, Götz gli salta addosso. Perché lui di paura non ne ha. I due rotolano a terra nel fango, lottando corpo a corpo. Götz riesce a disarmarlo, ma nella mischia si becca una ferita alla testa lunga quanto un dito. Il trombettiere scappa nel buio e Götz non riesce a inseguirlo per restituire il colpo.

Il vero problema è che Götz ha un taglio profondo sulla testa che non può mostrare all’interno di un corteo nobile nel contesto di un grande matrimonio. Non può presentarsi come un sanguinario ferito. Non sta bene durante i festeggiamenti, dove sono tutti belli e rileccati. E quindi, nonostante il dolore, Götz s’infila l’elmo per coprire tutto. Un’operazione che, descrive, come molto dolorosa, perché la ferita era aperta e viva. Ma lui è un vero masnadiero, stringe i denti e tutto va bene. Nessuno si accorge del suo cranio spaccato. Dice che fu una festa pazzesca.

Gli anni passano, Gotz compie diciotto anni e si fa uomo. E scoppia la guerra. La guerra svizzera, come la chiama lui.

Si tratta di un conflitto durissimo tra l’Imperatore e i cantoni svizzeri, che volevano l’indipendenza definitiva. Götz non ci pensa due volte: salta in sella e segue il suo signore sul campo.

L’esercito è schierato in ordine di battaglia. Götz è in sella, orgoglioso, e regge una lancia enorme con un vessillo bianco e nero, i colori del suo signore. Ha persino una piuma altissima sull’elmo. L’Imperatore in persona gli galoppa incontro e gli chiede per chi combatte. Quando Götz risponde, l’Imperatore gli dà un ordine importante: “Cavalca laggiù e aspetta che esca il Vessillo dell’Aquila Imperiale!”.

L’Aquila Imperiale era il simbolo supremo: vederla sventolare significava che l’Impero intero era in guerra. Götz ubbidisce e si posiziona accanto al portatore della bandiera ufficiale dell’Impero, vivendo il momento più epico della sua giovinezza.

Tuttavia, la guerra non è fatta solo di gloria. Götz nota una cosa che lo fa infuriare: l’Imperatore vorrebbe attaccare subito gli Svizzeri per prenderli di sorpresa, ma i suoi consiglieri iniziano a litigare e a esitare. A causa di questa indecisione, gli Svizzeri hanno il tempo di rinforzarsi e occupare una posizione strategica migliore. L’attacco viene annullato e l’occasione d’oro sfuma. Götz impara una lezione amara che si porterà dietro per sempre: quando ci sono troppe teste a decidere, spesso non si conclude nulla.

La guerra contro gli Svizzeri entra nel vivo e Götz si ritrova in una situazione brutale, bloccato in un villaggio. Qui, un gruppo di soldati svizzeri si barrica nel campanile della chiesa: sono decisi a morire piuttosto che arrendersi, gridando di voler restare fedeli alla loro confederazione fino all’ultimo respiro.

Götz è un giovane nobile, ma in quel momento è appiedato perché il suo cavallo è morto. Invece di restare nelle retrovie, si comporta di nuovo da scatenato sanguinario: si taglia i pantaloni per correre meglio, afferra uno scudo trovato per terra e si lancia all’attacco insieme ai fanti semplici. La battaglia è un inferno di pietre e proiettili delle prime armi da fuoco che comparivano sui campi di battaglia europei. Armi che già si dimostravano devastanti e infatti, proprio accanto a lui, un piccolo e magro bombardiere, ovvero un operatore di bombarda, una specie di cannone, viene colpito da un proiettile che lo trapassa e prosegue la sua corsa fino a schiantarsi addosso a un altro soldato che stava dietro di lui. Gotz lo ricorda vivamente, e lo descrive come vestito di blu, che stramazzò al suolo subito. Il bombardiere invece era stato ferito di striscio e sopravvisse. L’atmosfera, insomma, era un inferno. Il tutto, ai piedi della chiesa sotto assedio dove si erano barricati gli svizzeri.

Assedio che finisce in modo atroce. Non riuscendo a far uscire gli svizzeri, i cavalieri tedeschi decidono di usare la polvere da sparo. Piazzano le cariche sotto la torre e danno fuoco a tutto. Il campanile diventa una trappola mortale di fiamme. Götz assiste a scene terribili: uno svizzero si lancia nel vuoto dalla cima con un bambino in braccio pur di non bruciare vivo; l’uomo muore sul colpo, ma il bambino si salva miracolosamente e viene raccolto da un cavaliere. Anche alcuni soldati imperiali, entrati in chiesa per saccheggiare, finiscono investiti dalle fiamme e spariscono nel rogo. Scene tragiche e pure spettacolari, da film.

Dopo questo episodio, Götz riflette sul fallimento generale della campagna militare. Gli Svizzeri, famosi per la loro ferocia e rapidità, continuano a sconfiggere i vari pezzi dell’esercito imperiale perché questi non riescono mai a restare uniti.

Ecco perché, al termine di questa guerra, Gotz decide di mettersi in proprio, offrendo la sua spada come mercenario e partecipando a diverse faide private, quelle guerre in miniatura tra nobili che all’epoca erano il pane quotidiano in Germania. La sua fama di guerriero coraggioso e spericolato cresce, finché nel 1504 non scoppia una guerra di successione per il controllo del Ducato di Baviera, una guerra su larga scala che attira soldati di ventura da ogni dove. Götz, sempre in cerca di gloria e bottino, decide di schierarsi con il duca Alberto di Baviera e marcia verso la città di Landshut. Non sa ancora che proprio sotto quelle mura, durante un feroce assedio, la sua vita cambierà per sempre a causa di un singolo colpo di cannone.

Il giorno in cui è nata la leggenda della mano di ferro.

L’assedio di Landshut: il colpo di cannone che cambiò la storia

Götz ha circa ventiquattro anni e, come dice lui stesso, ha una voglia folle di dimostrare a tutti di essere un vero soldato, un uomo fatto e finito che non teme il pericolo.

La domenica dello scontro, Götz si trova in sella, sotto le mura di Landshut. Ha individuato un cavaliere nemico vicino a un fossato e vuole sfidarlo a duello per “spezzare la lancia”, ovvero caricare al galoppo per colpirlo in pieno. Ma in quel momento succede l’imprevedibile: le artiglierie di Norimberga, che combattevano dalla sua stessa parte, iniziano a sparare nel mucchio, colpendo indistintamente amici e nemici.

Una colubrina — un tipo di cannone lungo e sottile molto diffuso all’epoca — spara un colpo che centra in pieno la spada di Götz. Il proiettile è così potente che frantuma il pomo d’acciaio (la parte rotonda alla fine dell’impugnatura) e lo spinge con una forza sovrumana contro il braccio del cavaliere. I pezzi di metallo della spada e le piastre della corazza gli entrano nella carne, restando incastrati sotto l’armatura.

Götz guarda la sua mano destra: è ridotta a un ammasso di ossa e metallo, attaccata al braccio solo da un lembo di pelle. La sua lancia è caduta a terra, finendo sotto gli zoccoli del cavallo. In una situazione in cui chiunque avrebbe urlato o sarebbe svenuto per lo shock, Götz dimostra una tempra incredibile. Fa finta di nulla per non farsi catturare dai nemici che sono a pochi metri, gira lentamente il cavallo e si allontana al passo, tornando verso le sue linee.

Guardate bene questo momento. Un uomo con il braccio polverizzato che non urla e non scappa. Questa non è solo forza: è avere un sistema di controllo mentale che funziona anche nei momenti più tragici. Una disciplina interiore che gli consente di imporre la sua volontà anche sulla ferita più orribile.

Appena si sente al sicuro, ferma un vecchio lanzichenecco, i famosi soldati mercenari tedeschi, noti per la loro brutalità e i vestiti sgargianti, e gli chiede aiuto. Chiamano i medici che sono disponibili in quel momento. Ma non possono aiutarlo granché. A questo punto, Götz si trova in una situazione paradossale. Lui stava combattendo contro la città di Landshut, ma è proprio dentro quella città che deve andare per salvarsi.

Il motivo è semplice: nella città era più semplice trovare medici attrezzati, medicine e un letto pulito, rispetto all’accampamento. Il suo signore, il Margravio, deve quindi chiedere un favore speciale al nemico, il Duca Ruperto (il capo della fazione opposta), affinché lasci entrare il ferito come gesto di cortesia tra nobili. Il Duca accetta: nonostante siano in guerra, anche perché si conoscevano tutti. Quella era una guerra tra tedeschi che in più occasioni avevano persino combattuto gomito a gomito, in passato. Dinamiche che a noi, oggi, possono sembrare assurde, abituati come siamo alla guerra moderna, fredda e spietata. Ma in quel contesto, gli avversari si guardavano in viso e si conoscevano bene.

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Il viaggio verso la città è un incubo. Siamo in piena estate, nei giorni della “canicola” (il periodo più caldo dell’anno, tra luglio e agosto). Per un uomo con un braccio maciullato, il calore è letale perché favorisce l’infezione e la cancrena. Götz viene caricato su un carro all’alba per evitare il sole cocente. Proprio mentre sta uscendo dal campo, assiste a una scena di guerra: vede le pattuglie nemiche e le sue che si inseguono fin dentro la Wagenburg, ovvero il recinto fortificato fatto di carri che i soldati usavano come base sicura durante gli assedi. Anche questo un dettaglio meraviglioso che il vecchio Gotz ottantenne riporta nella sua biografia e che ricorda vividamente. Lui, ferito gravemente sul carro, mentre gli altri cavalieri galoppano l’uno incontro all’altro per darsi battaglia.

Götz entra quindi in città e viene accolto da un vecchio amico e cavaliere. I due avevano combattuto insieme anni prima e quello che tecnicamente ora era suo nemico si dimostra un amico straordinario: lo porta a casa sua, gli promette assistenza totale e gli confida persino di avere un piccolo tesoro segreto in monete d’oro da usare per le sue cure.

La stanza di Götz diventa una meta di pellegrinaggio. Decine di cavalieri, nobili e “pezzi grossi” dell’esercito vanno a trovarlo per vedere se è ancora vivo. Persino il Duca Ruperto in persona annuncia di volerlo andare a visitare di persona, il capo della resistenza della città. Götz si fa lavare e sistemare il letto per accogliere il grande signore con onore, ma l’incontro non avverrà mai. E anche questo è un dettaglio bellissimo, di Gotz massacrato che attende con ansia il signore nemico.

Le visite però non cessano. Ii cavalieri che solo pochi giorni prima cercavano di ucciderlo, suoi avversari, fanno avanti e indietro dalla sua camera. Incredibilmente, questi uomini lo riempiono di complimenti. Gli raccontano ogni dettaglio dei suoi movimenti in battaglia, descrivendo persino il colore del suo cavallo e la forma del suo elmo. Questo significa che lo avevano notato, che si ricordano degli elementi suoi e glieli descrivono per fargli capire che di lui parlavano, e si ricordavano delle sue imprese. È il massimo riconoscimento per un soldato: essere riconosciuto dai nemici, che si ricordano di quel che ha fatto sul campo. Figuratevi come doveva essere rimasto impresso nelle loro menti, tanto da ricordarsi il colore specifico del cavallo. Di cavalli ce n’erano a centinaia.

Durante le visite, Götz scopre anche una conseguenza tragica. Quello stesso colpo di cannone che ha distrutto il suo braccio non si è fermato: dopo aver colpito lui, la palla di ferro ha centrato in pieno un giovane nobile uccidendolo sul colpo. Uno dei giovani più belli e promettenti di tutta la Germania. Questa era la cruda realtà della guerra dell’epoca: un solo proiettile poteva rovinare un eroe e ucciderne un altro in un istante.

E le cose andarono pure peggio. Proprio in quei giorni scoppia un’epidemia di dissenteria, una gravissima infezione intestinale che all’epoca, in condizioni igieniche precarie come quelle di un assedio, uccideva più delle spade. E, colpo di scena, il Duca Ruperto si ammala e muore. E persino il generoso amico di Götz, il cavaliere che lo aveva ospitato a casa sua, viene portato via dalla malattia. Götz resta solo nella sua stanza, sofferente e con il tempo che non passa mai, mentre intorno a lui i grandi cavalieri di quella maledetta guerra cadono uno dopo l’altro, tra orribili malattie e colpi di cannone.

Götz resta bloccato a Landshut per mesi. Sono mesi di agonia pura. In quel tempo non esistevano anestetici efficaci e le infezioni erano all’ordine del giorno. Disperato, Götz prega Dio di morire. Si sente un “soldato rovinato”, un uomo che ha perso lo strumento principale del suo mestiere e che non vede più un futuro. Che senso ha continuare in quelle orribili condizioni, senza più la mano destra?

Proprio nel momento più buio, gli torna in mente una storia che gli raccontava suo padre. Esisteva un soldato leggendario chiamato Kochle, che combatteva nonostante avesse una mano sola. Kochle era riuscito a compiere imprese incredibili, dimostrando che la volontà conta più del fisico. Götz si aggrappa a questo pensiero: se Kochle ce l’aveva fatta, forse poteva riuscirci anche lui. Inizia a convincersi che, con l’aiuto di Dio e una “mano di ferro” artificiale, sarebbe tornato a essere utile sul campo di battaglia come un uomo sano.

Ed ecco la nascita della leggenda. Sul letto, massacrato e stremato, Götz arriva alla conclusione di continuare la sua carriera con una mano di ferro, che poi andrà a farsi forgiare appositamente, e che migliorerà, col tempo, fino a ritrovarsi un capolavoro di meccanica con dita che potevano stringere le redini o la spada, diventando un personaggio immortale della storia.

Ingegneria e Volontà: Come funzionava la Mano Meccanica

La mano di ferro era un miracolo della meccanica cinquecentesca. Götz se ne fece costruire due versioni: la seconda, più complessa, permetteva di muovere le dita grazie a un sistema di ruote dentate e pulsanti interni, simili a quelli di un orologio o di un’armatura da torneo. Poteva impugnare una lancia, scrivere con una penna d’oca o reggere le redini del cavallo.

Gotz Mano di Ferro, così cominciarono a chiamarlo. E come promise su quel letto, dopo essere guarito, continuò il mestiere delle armi, attraverso l’intera Germania, a caccia di battaglie, faide e guerre. Vicende una più emozionante dell’altra, in cui Gotz si dimostra sempre un masnadiero tutto d’un pezzo. O quasi. Un pezzo gli mancava. Ma, insomma, un tipo tosto, e anche con la risposta pronta, tagliente come la sua lama.

Come accadde nel 1515. Götz comandava una piccola banda di sei cavalieri fidati. Il piano è un classico dell’avventura: un’imboscata su una strada isolata, per colpire un nobile di passaggio. Per non farsi scoprire, deve attraversare un fiume usando un guado abbandonato, conosciuto solo dalle genti locali. È un passaggio pericoloso, ma Götz riesce a portare i suoi uomini dall’altra parte nel silenzio più totale.

Quando il nobile passa attraverso il sentiero, scatta la trappola. Götz ordina ai suoi di neutralizzare i servi e si lancia personalmente contro il signore. Nel bel mezzo del caos, un servo urla terrorizzato: “È proprio Götz!”. Lo riconoscono tutti, ormai, per via della mano di ferro.

Il consigliere prova a trattare, cercando di guadagnare tempo con le parole, ma Götz non ha voglia di chiacchiere in un posto così esposto, durante l’imboscata. E quindi gli rifila un colpo di spada sulla testa. Non vuole ucciderlo, e quindi lo colpisce di piatto, ma lo schianto è comunque brutale, forse più di quanto volesse. Vedendo tutto quel sangue, Götz si spaventa. Forse ha esagerato. Lui non è un brigante tagliagole qualsiasi. Lui è un cavaliere con un senso dell’onore, più o meno. E poi, il senso dell’imboscata era di prendere vivo il nobile per il riscatto. Quindi Gotz dopo averlo menato gli dà prontamente della tormentilla, una pianta medicinale nota come “radice del sangue” per le sue proprietà cicatrizzanti, che ferma subito l’emorragia.

La faccenda però prende una brutta piega. Götz affida il prigioniero a un altro nobile in un luogo che crede sicuro, ma viene tradito. Qualcuno fa la spia e il prigioniero viene liberato da un rivale di Götz che, grazie a questo “favore” fatto ai potenti, ottiene come premio un’importante carica politica.

“Leccami il culo”: l’origine storica del celebre insulto

Götz è furioso per il tradimento e decide di lasciare un “ricordo” indimenticabile prima di andarsene dalla regione. In una sola notte di neve, con appena sette cavalieri, appicca il fuoco in tre posti diversi contemporaneamente per attirare fuori il traditore. Resta appostato al freddo per ore, sperando che quest’ultimo esca per combattere. Ma quest’ultimo, che forse aveva capito che si trattava di un’esca, non esce. E, anzi, si affacciai dalle finestre sicure del castello e comincia a urlare fuori, sapendo che Gotz era in ascolto, per insultarlo. 

Götz allora si avvicina fin sotto il castello e gli risponde con quella che diventerà la sua frase più celebre: “Da schriehe ich wider zu ime hinauff, er soldt mich hinden leckhenn“. Che possiamo tradurre più o meno come “Leccami il culo!”

Credo sia una delle prime volte che questa espressione viene messa per iscritto nella storia con questo significato. Senza perdere altro tempo, Götz scompare nella notte, assalta altri tre carri carichi di merci per rifarsi delle spese e galoppa verso terre lontane, pronto per la prossima avventura.

Sembra una scena davvero da film, o da romanzo. Compreso il contesto del nobile che capisce che si tratta di una trappola e quindi non esce dal castello. Infatti avviene una cosa simile anche nei miei romanzi, in maniera specifica ne La Stirpe delle Ossa, quando il cavaliere protagonista tende una trappola al nemico per farlo uscire dal castello, ma quest’ultimo se ne resta chiuso dentro, al sicuro. Perché la guerra era così, fatta anche di strategie, oltre che di follie sanguinarie.

La Guerra dei Contadini e l’ultimo tradimento

Tra avventure e frasi memorabili, arriviamo al capitolo più drammatico e controverso della vita di Götz: la Guerra dei Contadini (1524-1525). Dove migliaia di contadini, stanchi di tasse e soprusi, imbracciano forconi e archibugi per ribellarsi ai signori feudali. È una rivolta totale, violenta e imprevedibile.

Götz si ritrova in trappola nel suo castello di Hornberg. Suo fratello lo supplica di aiutarlo perché i contadini sono accampati ovunque. Götz, da buon vicino, cerca di mediare, ma capisce subito che la situazione è disperata: i ribelli non hanno cannoni pesanti, ma sono tantissimi e “indiavolati”, come dice lui. La tensione sale quando i contadini massacrano un’intera guarnigione di soldati professionisti; a quel punto, Götz capisce che nessuno è più al sicuro, nemmeno la sua famiglia, con la moglie che sta per partorire.

In questo caos succede un fatto incredibile. Götz aspetta disperatamente una lettera dal suo signore, il Conte, che dovrebbe dirgli come comportarsi nei confronti dei contadini. La lettera arriva, ma Götz non la vedrà mai. Perché sua suocera l’ha intercettata e, terrorizzata che il genero possa finire nei guai o farsi uccidere, proibisce alla figlia (la moglie di Götz) di fargliela leggere. Götz resterà all’oscuro di tutto, una mancanza di informazioni che gli costerà carissima. Quando anni dopo scoprirà il tradimento, caccerà la suocera di casa per sempre. E qui abbiamo un grande insegnamento, signore e signori masnadieri: mai mettersi in casa la suocera. MAI. Vi avverto. Non lo fate.

Senza ordini dai suoi superiori, Götz viene convocato dai capi dei contadini. Lui non vorrebbe andare, ma i suoi servi non gli obbediscono più e teme per la vita dei suoi figli. Appena arriva alla locanda, incontra una sua vecchia conoscenza, ovvero il nobile che lo aveva tradito, anni prima. Esatto, quello cui gli aveva detto di leccargli il culo.

Il nobile, vedendolo all’incontro coi capi dei rivoltosi, gli lancia una bomba: “Götz, devi diventare il loro Capitano!”. Götz inorridisce: “Dio me ne scampi! Che lo faccia il diavolo!”.

Perché era proprio questa la natura dell’incontro. I rivoltosi vogliono un nobile esperto di guerra per guidare la loro massa disordinata, e hanno scelto proprio lui: Mano di Ferro. Il traditore è lì per mediare e prega Gotz di accettare, sostenendo che se un nobile come lui prende il comando, potrà forse limitare le violenze e salvare la pelle a tutti gli altri aristocratici della regione. L’idea è quella di fare il doppio gioco, insomma.

Götz non ne vuole sapere: sa che guidare una rivolta contro l’Imperatore e i Principi significa rischiare il patibolo per tradimento. Però, al tempo stesso, è alle strette: se rifiuta, i contadini distruggeranno la sua casa e la sua famiglia.

Con il “cuore triste e afflitto”, Götz cede. Pronuncia quel giuramento che lo segnerà per sempre, diventando ufficialmente il capitano di un esercito di ribelli che in realtà disprezza. In quel momento, confessa nelle sue memorie, avrebbe preferito trovarsi prigioniero nelle peggiori prigioni della Turchia (che all’epoca erano considerate l’inferno in terra) piuttosto che in mezzo a quella folla inferocita.

Götz guidò i contadini per circa un mese, cercando segretamente di limitare i danni e proteggere i castelli degli amici, finché non riuscì a fuggire approfittando di una distrazione. Tuttavia, una volta sedata la rivolta, i principi non dimenticarono il suo “tradimento”. Passò anni tra processi, arresti domiciliari e battaglie legali per dimostrare che era stato costretto con la forza.

Nonostante tutto, la sua leggenda lo protesse. Götz von Berlichingen era davvero una leggenda vivente, con la sua mano di ferro e il suo coinvolgimento nelle guerre di mezza Germania. Per questo, fu assolto e visse fino a 82 anni.

La sua “mano di ferro” è conservata oggi in un museo, simbolo eterno di un uomo che non si è mai arreso. E per quanto fosse un sanguinario, violento, e spietato, per certi versi dovrebbe essere di ispirazione in quanto forza di volontà, di qualcuno che non si arrende mai.

L’Eredità di Acciaio: perché studiare Götz nel 2026

Götz von Berlichingen impugnava la spada con la mano di ferro. Ma a tenerla salda davvero era la sua volontà. Oggigiorno, in un mondo che anche senza guerre cerca di farci a pezzi comunque, tra società allo sfascio, caos e martellamento mediatico continuo, l’unico modo per restare integri è farsi ispirare da quei modelli di resistenza, di autocontrollo. Modelli che possono insegnarci una cosa che si sta perdendo, ed è fondamentale in ogni epoca: l’integrità, il senso dell’onore e, soprattutto, una disciplina d’acciaio. Perché oggi più che mai, solo chi sa tenere duro e mantiene il totale controllo di sé stesso, può sopravvivere e vincere.

È anche per questo che vi racconto queste storie. Perché, a margine del fatto che sono belle e appassionanti, io credo che siano di grande ispirazione. Nobile, ed edificante. In queste cronache si nascondono sempre dei messaggi profondi, che sono di grande aiuto oggigiorno, e che voglio trasmettervi. Passo dopo passo.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Götz von Berlichingen, Mein Gottfriden von Berlichingen zw Hornberg vhedt vnd handlungen, 1567 ↩︎
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