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L’Automa d’Argilla Ebraico: La Vera Storia del Golem

Scopri la leggenda del Golem. Come un automa d’argilla ebraico ha dato vita al mito della creatura artificiale. Tra esoterismo, fango e segreti antichi.

Il Golem non è solo una statua. È il primo vero esempio di automa d’argilla della tradizione ebraica. Secondo la leggenda, i rabbini usavano il potere delle lettere sacre per animare la terra informe. Non servivano ingranaggi o vapore, ma solo fango e parole. Questo legame tra creazione divina e tecnologia artificiale rende il Golem il nonno spirituale di tutti i robot moderni.

L’automa d’argilla ebraico: le origini occulte del Golem

A differenza degli automi greci fatti di bronzo e ingranaggi, l’automa d’argilla ebraico non risponde alle leggi della fisica. Il Golem nasce dalla terra informe, plasmato dalle mani di chi conosce i segreti dell’alfabeto sacro. È una macchina spirituale. Non servono viti o contrappesi: basta un foglio di pergamena con sopra scritto il nome di Dio. Se gli togli quella parola, il gigante torna a essere un semplice mucchio di polvere.

Tuttavia la sua origine affonda le radici in un passato lontano, dove la meccanica cercava di imitare la vita. Fra le meraviglie partorite dalle menti più geniali del mondo greco antico vi sono infatti i precursori di questi giganti: gli automi.

Fra le meraviglie partorite dalle menti più geniali del mondo greco antico vi sono, tra le altre cose, pure gli automi. Non bastava l’invenzione dei princìpi di filosofia, matematica, psicologia, drammaturgia, fotografia (già nel IV secolo a.C. Aristotele accennò i principi della camera oscura1, e c’è mancato poco così dall’avere un suo selfie).

Sono moltissime le materie padroneggiate dagli antichi greci su cui ancora oggi basiamo le nostre conoscenze, tra le quali vi era persino il tentativo di riprodurre meccanicamente i movimenti animali e umani attraverso congegni autonomi. La parola stessa “automa” deriva dall’antico greco, e significa infatti “che agisce da sé”, autonomamente.

Un esempio di automa greco

Facciamo un salto indietro nel tempo, fino al IV secolo avanti Cristo. Siamo a Taranto, una delle città più potenti della Magna Grecia, ovvero quella zona del sud Italia colonizzata dai greci. Qui viveva un uomo straordinario di nome Archita. Era un vero genio: faceva il matematico, il filosofo e il politico, ma soprattutto oggi lo ricordiamo come il padre della meccanica. La meccanica è quella scienza che studia come costruire macchine e farle muovere.

Secondo i racconti degli antichi, Archita fece qualcosa di incredibile. Riuscì a costruire il primo automa della storia. Un automa è in pratica un antenato dei nostri robot, cioè un oggetto meccanico capace di muoversi da solo. Archita costruì una colomba di legno che era in grado di volare davvero. Secoli dopo, uno scrittore romano di nome Aulo Gellio descrisse questa invenzione con grande stupore. Spiegò che la colomba era bilanciata perfettamente con dei pesi e che al suo interno nascondeva un meccanismo segreto.

Ma come faceva a volare? Gli studiosi moderni hanno cercato di capire il trucco. Probabilmente dentro il legno c’era una vescica animale, una sorta di palloncino naturale, piena d’aria compressa. Quando si apriva una valvola, l’aria usciva con forza verso l’esterno. Questo creava una spinta propulsiva, lo stesso principio che fa schizzare via un palloncino se lo lasciate andare senza chiuderlo. Pare che la colomba riuscisse persino a muovere le ali durante il volo.

Era un’invenzione geniale e divertente, ma nell’antichità queste macchine non erano sempre dei semplici passatempi. Se passiamo dalla storia vera ai racconti della mitologia, troviamo qualcosa di molto più spaventoso. Esistono infatti storie di giganti d’oro o di bronzo, costruiti non per giocare, ma per combattere come veri soldati meccanici dalle dimensioni colossali.

L’automa Talos

Talos era il gigante di bronzo forgiato da Efesto, posto a guardia di Creta, contro cui Giasone e i suoi argonauti si scontrarono una volta giunti sull’isola. Pattugliava la costa per attaccare gli invasori con il lancio di massi e l’utilizzo del proprio pesante corpo metallico, talvolta arroventato nel fuoco per bruciare e schiacciare chiunque vi entrasse in contatto.

Talos era invincibile, nessuna arma poteva ferirlo. O quasi. Perché come da perfetta tradizione mitologica possedeva un punto debole sulla caviglia dove affiorava l’unica vena visibile dell’intero corpo bronzeo. Ed è proprio lì che venne colpito dagli argonauti, e nello specifico da un incanto di Medea, la quale lo tramortì fino a fargli sbattere il malleolo contro le rocce, proprio sul punto debole. Il gigante metallico non poté più reggersi in piedi e, ferito a morte, precipitò “con gran fracasso”. Il mito chiarisce la sua natura magico-meccanica, quindi artificiale, lontana dal mondo naturale, poiché dalla vena ferita fuoriuscì sangue simile a “liquefatto piombo2”.

Efesto nelle stesse Argonautiche costruisce un altro prodigio metallico, questa volta a forma di furioso toro sputafiamme. Siccome non lo considerava abbastanza pericoloso, ne fece due. I tori bronzei però son poca cosa per Giasone, che grazie a una pozione magica, preparata sempre da Medea, riesce a soggiogarli, legandoli a un aratro d’adamantio.

Automi e alchimia

Col trascorrere dei secoli moltissimi inventori di svariati paesi del mondo, da Al-Jazari (e i suoi straordinari automi meccanici) a Leonardo da Vinci (col suo automa cavaliere), si son cimentati nella difficile riproduzione del movimento tramite la meccanica.

In particolare, sul confine tra mondo antico e mondo medievale si muovevano quegli autori arabi che attingevano alle fonti greche per tradurre, trascrivere e produrre nuova conoscenza. Uno dei più celebri è Jabir ibn Hayyan (latinizzato in Geber), vissuto nel VIII secolo, cui sono state attribuite così tante opere nel corso del tempo da riempire un’intera libreria. Si tratta perlopiù di leggende appartenenti alla sottocultura esoterica, legate alla stregoneria moderna e, soprattutto, all’alchimia.

Jabir afferma nel suo “Libro delle pietre” che lo scopo dell’alchimista è “confondere e indurre in errore tutti tranne coloro che Dio ama e provvede!3“ Infatti le conoscenze alchemiche e in particolare quelle di Jabir sono state scritte secondo un codice che solo gli iniziati possono comprendere (ma più probabilmente si tratta di una scusa per giustificare le molte lacune di tali conoscenze, e il motivo per cui non funzionano mai). Il lavoro di questo autore aveva come obiettivo ultimo il Takwin, termine arabo che sta a indicare la creazione di minerali, piante e animali in via artificiale, e la creazione della vita stessa, compresa quella umana4.

L’idea alla base della generazione della vita artificiale deriva dalla classificazione naturale dei quattro elementi, che secondo le concezioni esoteriche servono come fondamenta per la creazione: se è possibile in natura, allora lo si può fare anche in laboratorio. Jabir racconta di uno stregone “che riuscì a creare un essere umano, che, però, non possedeva i poteri della ragione e della parola e non poteva mangiare. Menziona anche l’argilla di una certa montagna, che aveva il potenziale per produrre spontaneamente corpi senza vita e sarebbe stata usata per creare esseri viventi; questi, tuttavia, non vissero mai più di un giorno5“.

Dal Takwin alchemico al fango di Benevento

Ed è proprio a questo punto che dall’automa antico, autonomo ma senza vita, si passa a creazioni ben più elaborate, più vicine a creature vere e proprie, per quanto artificiali. La menzione dell’argilla nelle fonti medievali fa subito venire in mente un noto personaggio dell’esoterismo ebraico, creato tramite le conoscenze più segrete della Cabala. Mi riferisco, naturalmente, al golem.

In una cronaca del XII secolo, scritta in Italia da un autore (Ahimaaz ben Paltiel) membro di un’importante comunità ebraica, si racconta di un fatto straordinario avvenuto a Benevento. 

Le origini dell’automa d’argilla ebraico

Benevento, alto Medioevo. In quel tempo, la città era un centro importantissimo, il cuore di un potente ducato longobardo dove viveva una comunità ebraica molto attiva e numerosa. Un grande maestro spirituale arriva in città e l’intera popolazione corre ad accoglierlo con un entusiasmo incredibile. È sabato, il giorno sacro per gli ebrei dedicato al riposo e alla preghiera, e tutti sono riuniti in sinagoga.

Un giovane molto stimato sale sul leggio per guidare la preghiera. Inizia a cantare e ha una voce bellissima che incanta i presenti. Arriva però il momento di pronunciare la formula solenne “Barechu et Adonai hammevoroch”, che significa letteralmente “Benedite il Signore che è benedetto”. È un invito alla preghiera fondamentale nella liturgia ebraica. All’improvviso succede qualcosa di inquietante. Il ragazzo allunga il suono della voce, quasi a voler prendere tempo, ma non riesce a pronunciare il nome di Dio. Si blocca completamente.

Il maestro, che ha una sensibilità fuori dal comune, capisce subito che c’è qualcosa di soprannaturale e terribile nell’aria. Intuisce che quel giovane non è vivo, ma è un morto che cammina tra i vivi. Secondo le antiche credenze di questa cultura, infatti, chi è morto non può lodare Dio né partecipare ai riti dei vivi perché appartiene ormai a un’altra dimensione. Il maestro urla di fermarsi e ordina al ragazzo di non continuare, perché un defunto non ha il permesso di recitare preghiere davanti al Creatore.

Il ragazzo infatti era morto.

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A quel punto il maestro inizia a interrogarlo con forza. Gli chiede di non aver paura e di confessare la verità davanti a tutta la congregazione. Gli spiega che solo ammettendo le sue colpe potrà finalmente trovare pace nel “mondo a venire”, ovvero l’aldilà dove le anime giuste ricevono la loro ricompensa. Il giovane, messo alle strette, crolla. Ammette di aver peccato gravemente e di essersi ribellato alle leggi divine, ma pone una condizione per parlare. Dice che confesserà tutto solo se i presenti saranno disposti a condividere con lui il peso spirituale delle sue colpe.

La comunità, mossa da una compassione profonda e dal desiderio di purificare quel luogo sacro, accetta di farsi carico della sua trasgressione. Solo allora il ragazzo racconta la sua incredibile storia e rivela i segreti oscuri di ciò che gli è accaduto dopo la morte, liberando finalmente la sua anima tormentata davanti agli occhi sbalorditi di tutta Benevento.

Il segreto del nome: come animare la materia inerte

Il giovane disse d’aver conosciuto, molto tempo prima, un ebreo che era stato per 2 volte in pellegrinaggio a Gerusalemme, portando sempre con sé 100 monete d’oro da donare ai teologi che erano là e studiavano la Cabala.

Quando l’uomo decise di partire per la terza volta, chiese al ragazzo di venire con lui. Viaggiare da Brindisi verso la Terra Santa era un’impresa folle. In quegli anni c’erano le Crociate, ovvero una serie di guerre sanguinose tra cristiani e musulmani per il controllo dei luoghi sacri. Il mare e le strade erano posti pericolosissimi. Per convincere la madre del giovane a lasciarlo partire, l’uomo fece un giuramento solenne. Promise davanti a Dio di riportarlo a casa sano e salvo.

Una volta arrivati a Gerusalemme, i due andarono a pregare insieme agli studiosi del posto. Durante la preghiera, un vecchio saggio iniziò a piangere all’improvviso. Disse di aver visto il futuro del ragazzo proprio tra le parole della sua preghiera. La profezia era terribile perché il giovane sarebbe morto di lì a poco. L’uomo che lo accompagnava si disperò e si stracciò i vestiti per il dolore. Sapeva che se il ragazzo fosse morto, lui avrebbe infranto il suo giuramento sacro e sarebbe stato maledetto.

A quel punto gli studiosi decisero di intervenire con un rituale magico. Incisero la pelle del braccio del giovane e infilarono dentro la ferita un piccolo oggetto con sopra scritto il nome segreto di Dio. Poteva essere un pezzetto di pergamena o una tavoletta di legno. Questo oggetto serviva come un amuleto potentissimo per ingannare il destino. Grazie a questo trucco, il ragazzo riuscì a scampare alla morte e tornò davvero da sua madre. Da quel giorno visse per moltissimi anni, viaggiando ovunque, finché non si stabilì definitivamente a Benevento.

Finito di raccontare la storia, il giovane non-morto si disse disposto a rivelare il luogo del suo corpo dove era stato nascosto il nome di Dio. Così gli portarono le vesti funebri, praticarono l’incisione e gli tolsero il nome. Il manoscritto descrive così quel che gli accadde:

“Il suo corpo divenne senza vita e il cadavere si sgretolò in decomposizione, poiché dalla dissoluzione di molti anni, la carne tornò alla polvere.”

Questa che apparentemente sembra una comune storia di morti redivivi come abbiamo imparato a conoscere in vari episodi di Storia della Magia, nasconde in sé il seme della leggenda del golem vero e proprio. Partendo dal dettaglio del nome inserito nella carne, molto simile alle stregonerie cucite sotto le ascelle degli eretici in ambito cristiano, le tradizioni popolari ebraiche (spesso filtrate da autori cristiani in età moderna) si arricchirono di costrutti animati dalla parola: una parola divina e magica allo stesso tempo, e anche materiale, da scrivere e inserire nel corpo inanimato, in grado di far vivere golem plasmati nell’argilla. La leggenda più celebre, che racchiude in sé tutto questo, è di certo quella del golem di Praga.

In una delle prime versioni della storia, si dice che nella seconda metà del Cinquecento, nella soffitta della Sinagoga Vecchia di Praga fossero conservate alcune reliquie di un illustre rabbino, tra cui un golem. Il rabbino “Rabbi Liwa”, che la gente chiamava “hohe Rabbi Löw” (l’alto Rabbi Löw) aveva dato vita a un vero e proprio automa d’argilla ebraico grazie alla sua conoscenza cabalistica: animandolo grazie al nome di Dio inserito nella sua bocca, diverso per ogni giorno della settimana.

Ogni sera il rabbino toglieva il biglietto per far riposare la creatura, ma un venerdì successe il finimondo. Dovete sapere che per la religione ebraica il venerdì sera segna l’inizio dello Shabbat. Lo Shabbat è il giorno del riposo assoluto, un momento sacro in cui non si può compiere alcun lavoro o attività faticosa. Proprio mentre in sinagoga iniziavano i canti sacri, il rabbino si rese conto di un errore fatale. Si era dimenticato di spegnere il Golem.

Appena iniziarono le preghiere, il gigante impazzì. Non era cattivo, ma senza una guida e con l’energia spirituale del giorno sacro che nell’aria diventava fortissima, perse totalmente il controllo. Iniziò a distruggere tutto quello che trovava nella soffitta della sinagoga. Il pavimento tremava e le mura oscillavano come se ci fosse un terremoto. La gente sotto era terrorizzata. Le preghiere si fermarono di colpo e il rabbino dovette correre ai ripari prima che l’edificio crollasse.

Riuscì a raggiungere il mostro e, con un gesto fulmineo, gli infilò di nuovo il nome di Dio in bocca per calmarlo e riportarlo all’obbedienza. Ci vollero quindici minuti per riportare la calma. Ancora oggi, a Praga, i fedeli ricordano questo evento con un’usanza particolare. Durante le preghiere del venerdì fanno una pausa precisa dopo il primo salmo, proprio per commemorare quei quindici minuti di puro panico vissuti secoli fa.

Questa storia ci affascina ancora perché parla del desiderio umano di creare la vita. Anche se la leggenda è antica, è diventata famosissima solo tra l’Ottocento e il Novecento. Molti scrittori hanno ripreso questi racconti per creare storie moderne. Pensate che l’idea del Golem, un essere artificiale che sfugge al controllo del suo creatore, è la stessa che ha ispirato personaggi come il mostro di Frankenstein o persino i robot della fantascienza che vediamo oggi al cinema.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. “conservare la configurazione del sole e della luna, guardati attraverso un foro di qualunque forma” Jean-A. Keim, Breve storia della fotografia, pag 4 ↩︎
  2. Argonautiche, Apollonio, Libro IV, vv. 2210 ↩︎
  3. Libro delle pietre, Jabir ibn Hayyan ↩︎
  4. The alchemical creation of life (takwin) and other concepts of genesis in medieval Islam, O’Connor, Kathleen Malone, Ph.D., University of Penssylvania, 1994 ↩︎
  5. “Takwin”, Encyclopedia of Islam, new edition, vol. X ↩︎
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