cannone navale

portata di un cannone: come puntare e colpire tra le onde

Come faceva un cannone navale a colpire il bersaglio tra onde, vento e tempeste?

E’ facile immaginare due velieri che si scontrano in mezzo all’oceano prendendosi a cannonate. Ciò che viene spesso sottovalutato però è l’enorme difficoltà nel puntare simili pezzi d’artiglieria mentre tutto è in movimento, compreso il bersaglio.

Fino alla metà dell’Ottocento gli strumenti di puntamento del cannone navale erano assai semplici e il risultato affidato all’abilità dei cannonieri, che per centrare il bersaglio necessitavano di un solo importante fattore: la distanza ravvicinata.

La portata di un cannone: quanti metri copriva un colpo di ferro?

La portata di un cannone non era solo una questione di polvere nera. Un pezzo da 24 libbre poteva sputare ferro a più di 1.000 metri, ma a quella distanza colpire un legno nemico era un miracolo. La vera “portata utile” era di poche centinaia di metri. Oltre, l’aria frenava la palla e la gravità la trascinava in acqua. Per uccidere davvero, dovevi vedere il bianco degli occhi dei marinai avversari.

Un pezzo d’artiglieria poteva essere movimentato sul piano orizzontale (brandeggio) e sul piano verticale (elevazione). Il brandeggio permetteva di sparare a diverse angolazioni rispetto al profilo dello scafo, l’elevazione invece serviva a stabilire la gittata del proiettile e, di conseguenza, quanto sarebbe andato lontano.

I cannoni avevano una portata basata sul peso della palla e la quantità di carica di lancio (esplosivo) e risentivano molto della resistenza aerodinamica: una sfera genera approssimativamente una resistenza superiore di nove volte rispetto a un oggetto dal profilo appuntito di eguale spessore1: questo significa che le palle di cannone tendevano a spegnersi rapidamente, perdendo energia.

cannone navale
Linee di tiro, traiettorie e angoli di elevazione da distanze diverse. [Instructions of Gunnery – La Marina da Guerra, G.S.Mazzini]

Puntamento navale: l’arte di colpire tra le onde

Ma a parte questo vi era un problema ben peggiore per il corretto puntamento di un pezzo d’artiglieria: l’oscillazione. Il cannone navale poggiava su una superficie soggetta a continui cambiamenti di inclinazione dovuti all’andamento del veliero, alle onde, al vento e a numerosi altri fattori; talvolta le condizioni erano così estreme da impedire perfino il “tiro ad alzo zero”, ovvero il tiro sul piano perfettamente orizzontale.

Il tiro ad alzo zero e l’inclinometro

Verso la metà del XVIII secolo era largamente utilizzato uno strumento chiamato inclinometro a pendolo che serviva a misurare l’inclinazione della nave, il dato veniva poi trasmesso ai cannonieri che dovevano compensare aggiustando l’elevazione dei pezzi d’artiglieria. Insomma, un bel casino. Senza contare che tutto questo doveva essere svolto sotto il fuoco nemico mentre volavano schegge di legno e brandelli di carne insanguinata.

cannone navale
A sinistra, inclinometro a pendolo.
A destra, orizzontalità del tiro: I bordo sottovento (alzo positivo); II bordo sopravento (alzo negativo); III assetto normale (alzo 0°)2

Ed ecco che torniamo alla domanda iniziale: come faceva un antico cannone navale a colpire il bersaglio prima dell’avvento di precisi strumenti di misurazione? Semplice, lo faceva a distanza ravvicinata. Fino al XIX secolo i velieri erano obbligati ad affiancarsi l’uno con l’altro poiché se si fossero sparati da lontano i colpi sarebbero andati quasi tutti a vuoto. A confermarlo è lo stesso Lord Horatio Nelson, l’ammiraglio che spazzò via la Marina di Napoleone in più di un’occasione:

“Le nostre navi potessero, di norma, avvicinarsi tanto al nemico da non sbagliare mai un colpo.”[2. Naval Gunnery, Garbett – 1897]

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Shape and Flow: The Fluid Dynamics of Drag, Ascher H. Shapiro ↩︎
  2. La Marina da Guerra, G.S. Mazzini ↩︎
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