Brughiere del Dartmoor: dove la terra trema e il mito divora la storia
Le brughiere del Dartmoor non sono solo terra e roccia. Sono un organismo vivo che respira sotto la pioggia battente del Devon. Chi cammina tra queste distese di erica sente il peso di secoli di isolamento. Qui il fango inghiotte i passi e la nebbia cancella i punti di riferimento, trasformando un’escursione in una lotta per l’orientamento. È in questo vuoto desolato che il mito prende forma, dove il confine tra realtà e superstizione svanisce nel buio.
Nelle desolate brughiere del Dartmoor, nel sud-ovest dell’Inghilterra, si aggira un’orrenda bestia nera.
Ha le sembianze di un cane nero, con pelo irsuto e occhi fiammeggianti. Vaga per le colline ventose, al crepuscolo, in cerca di viaggiatori solitari e sventurati; udire l’eco dei suoi latrati o il calpestio delle sue zampe equivale a una condanna: nessuno sopravvive alla sua caccia.
Il richiamo del vuoto: perché queste brughiere infestano i sogni da secoli
C’è qualcosa di ancestrale che grida tra i venti del Dartmoor. Non è solo il vento che fischia tra i tors granitici. È il ricordo di un tempo in cui l’uomo non era il predatore, ma la preda. Il folclore locale si nutre di questo terrore puro, tramandando storie di mastini infernali non per spaventare i bambini, ma per avvertire i viaggiatori: la brughiera non perdona chi sottovaluta la sua fame.
Sono convinto che avrei affrontato le brughiere del Dartmoor con aria meno spensierata se avessi conosciuto la leggenda in anticipo. Questa storia terrificante mi è stata raccontata in una locanda a Postbridge, un minuscolo insediamento nel cuore del parco naturale. Nonostante il boccale di birra appena scolato e l’atmosfera accogliente, confesso di aver rabbrividito un po’ pensando che solo un’ora prima passeggiavo per le vaste distese di erica scattando fotografie, da solo, al tramonto.
Quella del black dog è una leggenda inglese fra le più affascinanti. Perfino lo scrittore Arthur Conan Doyle decise di narrare una storia sul cane nero e lo fece ambientandola proprio nelle spettacolari lande del Dartmoor. Il titolo del romanzo è “Il mastino dei Baskerville” ed è probabile che molti di voi lo conoscano bene. La trama è semplice: Sherlock Holmes viene ingaggiato per risolvere il mistero della maledizione che affligge gli eredi maschi della famiglia Baskerville, ritrovandosi sulle tracce di una bestia soprannaturale per le brughiere desolate. Probabilmente il giallo che preferisco, pieno di avventura, mistero e un pizzico di angoscia. Un altro romanzo dove ritroviamo questa leggenda del folclore inglese è il terzo capitolo della saga di Harry Potter, in cui il gramo assume un ruolo centrale per la storia.
Oltre la nebbia: i segreti nascosti nel fango del Devon
Sotto il suolo acido del Dartmoor riposano segreti che risalgono all’Età del Bronzo. Resti di capanne circolari e monoliti solitari testimoniano che queste terre erano abitate quando il mondo era ancora giovane e selvaggio. Oggi, quel passato riemerge sotto forma di ombre inspiegabili e silenzi troppo densi. Il fango del Devon custodisce la memoria di ogni anima che ha osato sfidare le paludi, senza mai farvi ritorno.
Tornato in camera, dopo aver salutato gli altri viaggiatori, mi sono buttato sul letto e ho ripreso in mano la macchina fotografica. Ho scorso le fotografie scattate in cima all’Hookney Tor, uno degli affioramenti rocciosi che emergono sulle creste delle colline e per un attimo ho sentito un brivido sulla nuca. Sul margine destro della foto si intravede un’ombra, come se ci fosse qualcosa nascosto dietro le rocce.
Sicuramente era la mia immaginazione, niente più che uno scherzo della mente; la birra doveva aver fatto il suo effetto. Perciò ho messo via la macchina fotografica, spento la luce e mi sono subito addormentato cullato dal silenzio del Dartmoor.
Prima però mi sono sincerato che la finestra fosse ben chiusa perché, insomma, non si sa mai.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
