Prisco contro Vero: il gladiatore più forte

Gladiatori Famosi: Chi era il più forte? Prisco contro Vero

Il combattimento tra Prisco e Vero: gladiatori famosi per abilità, coraggio e voglia di entrare nella leggenda.

Chi fu il più forte gladiatore di Roma? Per scoprirlo bisogna tornare indietro all’anno 80 d.C, e ai 100 giorni di giochi per l’inaugurazione dell’Anfiteatro Flavio, detto anche Colosseo. Là, si sfidarono due gladiatori famosi, tra i più celebri dell’epoca, per uno spettacolare scontro ricordato nei secoli a venire: Prisco contro Vero, entrambi pronti a morire per il titolo di campione di Roma e, quindi, del mondo.

Chi erano i gladiatori famosi più amati dal popolo?

Quando pensiamo ai gladiatori famosi, il primo nome che viene in mente è Spartaco, il trace che fece tremare Roma. Ma l’arena ha sfornato vere leggende come Caroforo, il “re delle bestie” capace di abbattere un rinoceronte con una lancia, o Spiculo, il pupillo di Nerone che ricevette in dono palazzi e ricchezze. C’erano poi guerrieri come Flamma, un siriano che rifiutò la libertà per ben quattro volte pur di continuare a combattere. Ognuno di loro era un idolo delle folle, proprio come i nostri campioni sportivi.

Ma nella storia di oggi voglio narrarvi di due di loro, in particolare. Due gladiatori famosi che si scontrarono per la gloria eterna in un duello che non ha avuto eguali nella storia di Roma.

Nell’anno 80 d.C. a Roma furono inaugurati 100 giorni di giochi. L’imperatore Tito li aveva proclamati per inaugurare l’Anfiteatro Flavio, che qualche secolo più tardi sarebbe stato rinominato dalla popolazione “Colosseo”, per via delle sue dimensioni e per la vicinanza con una colossale statua di Nerone, lì di fianco. 100 giorni di giochi straordinari, di cui sono state tramandate poche testimonianze scritte, ma tutte che concordano sulla magnificenza e sulla spettacolare violenza di simili giochi. 

Combattimenti tra bestie esotiche e condannati a morte, rievocazioni di vere battaglie, tra cui si pensa vi fossero anche battaglie navali e, naturalmente, combattimenti tra gladiatori.

Tutto per celebrare la realizzazione del Colosseo, opera monumentale che superava in bellezza e grandiosità le piramidi, i giardini pensili di Babilonia, il Mausoleo di Alicarnasso e tutte le altre meraviglie del mondo antico. Così era detto, e così si scrisse, soprattutto nel Liber de Spectaculis, scritto da Marziale, autore vissuto proprio in quegli anni, e probabile spettatore, testimone oculare, di quei grandiosi 100 giorni di giochi. Fu lui a descrivere per primo quel che avveniva lì dentro, compreso l’epico duello tra Prisco e Vero, permettendoci di scorgere, anche solo superficialmente, gli spettacoli nell’arena.

Sì, perché erano spettacoli, di fatto. Molti dei quali vere e proprie rappresentazioni. I temi principali riguardavano la mitologia, come ad esempio l’episodio di Pasifae, la regina di Creta nonché moglie di Minosse, che si congiunse con un toro sacro per dare alla luce il minotauro. Alcuni storici, studiando l’opera di Marziale, ritengono che tale mito fosse stato rappresentato nel Colosseo in maniera del tutto sanguinaria, ovvero facendo impersonare la regina a una condannata a morte, la quale si trovò alla mercé di un toro infuriato, e finì malissimo.

Il sangue sembrerebbe il filo conduttore di tutti questi spettacoli. Partendo dal mito di Pasifae per giungere a quello del titano Prometeo, che dopo aver rubato il fuoco per donarlo agli uomini, finì inchiodato alla rupe del Caucaso, dove si faceva divorare il fegato da una gigantesca aquila, ogni giorno, per sempre; ecco, tale mito, indovina un po’, sembrerebbe esser stato replicato nel Colosseo legando un condannato a morte per farlo divorare da qualche bestia esotica.

Un’altra “spettacolare” condanna a morte, messa in scena per il grande pubblico, fu quella di Orfeo, che nel mito, dopo aver perso la ragione per la morte dell’amata Euridice, finì dilaniato dalle baccanti, letteralmente fatto a pezzi. Ed ecco che nel Colosseo tutto ciò vide la luce grazie a un fortunato condannato a morte, legato a un palo e sbranato da un orso.

Non solo condanne di sventurati criminali, ma anche combattimenti tra bestie e uomini: elefanti contro tori, rinoceronti contro orsi e orsi contro guerrieri addestrati (alcuni dei quali finirono male, malissimo). Spettacoli acquatici, quando il Colosseo veniva adacquato per permettere ad abili nuotatori e attori di inscenare delle rappresentazioni forse per la prima volta innocue, senza che ci morisse nessuno, ma chi lo sa.

Prisco e Vero: il duello leggendario dell’80 d.C.

Ma il momento topico, il grandioso spettacolo cui tutta Roma voleva assistere, ebbe luogo il primo giorno, e non necessitava di alcuna bestia esotica o complicati congegni; tutto ciò che serviva erano muscoli bene addestrati e il ferro affilato: mi riferisco al duello tra Prisco e Vero. Costoro erano due gladiatori famosi, conosciuti già da tempo in tutte le province, rispettivamente campioni imbattuti e amati moltissimo dal pubblico. Insomma, vere e proprie star, come potrebbero esserlo oggi i calciatori, la cui aspettativa di vita non era neppure bassa, nonostante tutto.

Perché, contrariamente a quanto si pensa, era raro che un gladiatore professionista finisse ucciso. Si trattava di atleti costosi da addestrare e mantenere, veri esperti dell’intrattenimento, e non potevano essere gettati via così. Però, un combattimento è pur sempre un combattimento, e capitava che qualcuno ci rimettesse la pelle. Cosa che poteva capitare anche quel primo giorno di giochi, visto che gli sfidanti erano tra i duellanti più forti dell’epoca, vere e proprie macchine da guerra.

Il combattimento, dunque, ebbe inizio, al cospetto di Roma e dell’imperatore stesso, Tito, presente all’apertura dei cento giorni dei giochi, pronto a ricoprire di onori colui che si sarebbe alzato dalla terra dell’arena in quanto vincitore, nonché gladiatore più forte del mondo. Prisco e Vero cominciarono a combattere e purtroppo non sappiamo con quali armi, né quali ruoli interpretavano.

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Mirmilloni, Reziari e donne guerriere: chi scendeva nell’arena?

La prassi, infatti, era che i gladiatori impersonassero tipologie di guerrieri ben precise, codificate nelle armi e nello stile di combattimento. I mirmilloni, ad esempio, dei quali il più celebre fu decisamente Spartaco, combattevano con il gladio, lo scutum, il grande scudo simile a quello dei legionari, il caratteristico parabraccio e un grande elmo metallico che gli copriva interamente il volto, decorato con creste e penne colorate. I reziari si contraddistinguevano per l’uso della rete e del tridente, molto caratteristici, che li ha resi gladiatori famosi ancora oggi. Ma vi erano anche le gladiatrici, donne guerriere che presero parte anche ai cento giorni di giochi per l’inaugurazione del Colosseo. E come loro moltissimi altri tipi di gladiatori. 

Tornando a Prisco e Vero, però, purtroppo non sappiamo niente di tutto questo. Quel che è certo è che combatterono a lungo senza mai prevalere l’uno sull’altro. Combatterono strenuamente per un tempo infinito, tanto che il pubblico cominciò a chiedere di congedarli. Il duello si protraeva così tanto, senza che nessuno riuscisse ad abbattere l’altro, che gli spettatori ormai patteggiavano per entrambi: i celebri guerrieri si erano conquistati il favore della folla alla pari.

Ma l’imperatore Tito, che aveva appena stilato un regolamento per i giochi gladiatori, e non voleva disattenderlo proprio il primo giorno, non poté fare altro che farli proseguire. La legge, da lui stesso stabilita, imponeva che si combattesse finché uno dei due, deposto lo scudo, alzasse il dito per arrendersi: non sappiamo quale dito, ma così si doveva fare per concludere lo scontro, ed uscirne sconfitti. Prisco e Vero, quindi, continuarono a combattere.

Combattevano, i più forti di Roma. E furono mandati loro doni, e grossi cumuli di denaro su grandi piatti d’argento, là sotto, nell’arena, proprio per incitarli a concludere, mostrando loro cosa attendeva colui che avrebbe prevalso sull’altro. Tuttavia, ad un certo punto, entrambi caddero al suolo. 

Il silenzio scese sul Colosseo. Stando a Marziale, non era mai accaduto sotto nessun imperatore, che lo scontro finisse così. E siccome i due avevano regalato a Roma uno dei combattimenti più gloriosi della sua storia, l’imperatore Tito, compiacendo anche il pubblico, decise di premiarli entrambi. Mandò loro il bastone del congedo e la palma della vittoria, declamandoli vincitori. Entrambi.

Il premio della Rudis: come i gladiatori ottenevano la libertà

Il bastone del congedo era una spada di legno, come quella che veniva utilizzata per addestrarsi, come riportato da alcuni storici. In questo contesto, però, al termine di una brillante carriera, veniva usata per concedere il congedo, ovvero la concessione della libertà. Ed è così che vogliamo ricordare questi eroi del passato, stelle dell’intrattenimento, e sanguinari showmen antelitteram: ricchi sfondati, pieni di cicatrici, ma con un futuro di riposo e sfarzo dinnanzi a loro.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

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