Uno scontro medievale denso di cariche di cavalleria, tattiche ingegnose e risse a mani nude: la spettacolare battaglia di Tagliacozzo
Il 23 agosto del 1268, in una vasta pianura della Marsica settentrionale abruzzese, si disputò una battaglia campale fra due agguerriti eserciti: i ghibellini di Corradino di Svevia e i guelfi di Carlo I d’Angiò. Fu uno scontro spettacolare, colmo di tattiche ingegnose, colpi di scena e gesta eroiche: un mix avventuroso che non ho potuto ignorare nella fase di documentazione del mio ultimo romanzo “La Stirpe delle Ossa”, dove il ferro affilato e le manate in faccia la fanno da padrone. Perciò, mettetevi comodi, perché sto per raccontarvi dell’affascinante battaglia di Tagliacozzo.
- 1. Corradino di Svevia: l’ultimo sogno degli Hohenstaufen
- 2. L’inganno di Alardo di Valéry: la trappola che cambiò l’Italia
- 3. La battaglia di Tagliacozzo: cronaca di una disfatta
- 4. Lotta a mani nude: il corpo a corpo finale degli Spagnoli
- 5. La fine dei Ghibellini: dal campo di battaglia al patibolo
Corradino di Svevia: l’ultimo sogno degli Hohenstaufen
Corradino non era solo un giovane pretendente. Era l’ombra di un impero che non voleva morire. La sua discesa in Italia fu una scommessa disperata: reclamare il Regno di Sicilia e riportare il nome degli Svevi al vertice del mondo. Ma il destino ha i denti stretti. Il ragazzo si trovò schiacciato tra l’odio del Papa e l’ambizione d’acciaio degli Angioini. Tagliacozzo non fu solo uno scontro di ferro, fu il capolinea di una dinastia.
Corradino di Svevia era il nipote di Federico II, nonché ultimo degli Hohenstaufen regnanti. Un lignaggio importante quanto gravoso, soprattutto al livello politico, poiché il mantenimento del potere richiedeva azioni di forza contro valenti nemici, nel caso di questo episodio storico, ben rappresentati dai guelfi di Carlo I d’Angiò. La ragione che fece scontrare queste due casate reali riguardava la città di Lucera, allora chiamata anche Luceria Saracenorum, località pugliese in cui dimorava una vera e propria colonia saracena.
I saraceni pugliesi furono una trovata del grande Federico II, che dalla Sicilia araba deportò i musulmani per organizzare un insediamento tutto per loro, lontano dai cristiani e dagli scontri religiosi, garantendo libertà sociali, culturali e, soprattutto, spirituali. Si dice che a Lucerna vi fossero pure animali esotici, fra cui i rapaci tanto cari allo Stupor Mundi, appassionatissimo falconiere (per approfondire, “La caccia nel Medioevo”). Tutto questo, però, al papa non piaceva affatto. Per questo comandò una crociata che lo stesso Carlo I d’Angiò si propose di guidare.
Ed ecco che arriviamo all’agosto dell’anno 1268 quando Corradino, erede di Federico II, organizzò un esercito per marciare verso la Puglia e fermare i crociati angioini che ponevano sotto assedio la perla saracena di Lucera.
Corradino radunò un esercito mettendo su 5.000 cavalieri fra tedeschi e italiani, coadiuvati dagli 800 cavalieri di Enrico di Castiglia, celebre condottiero che portava con sé i corazzatissimi spagnoli, di cui ammireremo le gesta fra poco.
Giovanni Villani, nella sua Cronaca, rimarca il fatto che l’erede di Federico II spogliò Roma per finanziare l’esercito, nonostante gli stessi romani accolsero con grande felicità l’arrivo dello svevo ghibellino. Può sembrar strano, ma in quel frangente il papa dovette andar via da Roma per rifugiarsi a Viterbo, mentre il suo nemico veniva acclamato dai cittadini della Città Eterna.
L’esercito ghibellino si mise in marcia seguendo la via delle montagne “tra l’Abruzzi”, in direzione di Lucera. Ma il nemico guelfo non aveva intenzione di attenderlo in Puglia: levò l’assedio dalla città saracena e si diresse a nord, per intercettarlo tra le pianure marsicane e dare il via alla vera e propria battaglia di Tagliacozzo, nei pressi della località omonima.
Carlo I d’Angiò, consigliato dai suoi fedelissimi, attraversò le montagne e cercò lo scontro campale col nemico ghibellino, nonostante fosse in inferiorità numerica. Perché, stando al Villani, gli angioini potevano contare solo su 3000 cavalieri tra francesi e italiani, circa la metà di quelli raccolti da Corradino. Tuttavia, avevano dalla loro parte messer Alardo di Valery, eroico cavaliere crociato di notevole esperienza, che seppe consigliare un ingegnoso stratagemma ispirato alle tattiche saracene di Terra Santa: stratagemma che si dimostrò letale per i ghibellini di Corradino.
L’inganno di Alardo di Valéry: la trappola che cambiò l’Italia
La tattica ordita da messer Alardo di Valery prevedeva la suddivisione dell’esercito guelfo in tre schiere. La prima, comandata dallo stesso Carlo I, con l’aiuto di Alardo, era formata da 800 cavalieri disposti in un avvallamento del terreno, nascosti al nemico e pronti a intervenire a battaglia inoltrata, come riserve. La seconda schiera era guidata da Gianni di Crarì e Guglielmo Stendardo, composta rispettivamente da cavalieri francesi e italiani. La terza e ultima schiera, composta da cavalieri toscani, lombardi, laziali e francesi, invece, era guidata da Arrigo di Cosance (Henry de Cousances), armato per l’occasione con le insegne reali per assomigliare in tutto e per tutto al re e, come avrete già indovinato, fare da esca.
Il sacrificio di Henry de Cousances: l’esca reale
“Curradino dall’altra parte fece di sua gente tre schiere: l’una de’ Tedeschi, ond’egli era capitano col dogi d’Osteric, e con più conti e baroni; l’altra degl’Italiani, onde fece capitano il conte Calvagno con alquanti Tedeschi; l’altra fu di Spagnuoli, ond’era capitano don Arrigo di Spagna loro signore.
Anche Corradino divise il suo esercito in tre schiere: la prima coi cavalieri tedeschi comandata da egli stesso, la seconda coi cavalieri italiani capitanati da Calvagno (Galvano Lancia) e l’ultima con i cavalieri spagnoli comandati da Enrico di Castiglia. E così divisi, diedero inizio alla battaglia di Tagliacozzo.
Carlo I, nascosto coi sui 800 cavalieri dietro un avvallamento, schierò messer Henry a guardia di un ponte, unico punto di accesso e, di conseguenza, luogo in cui si sarebbe combattuto il grosso della battaglia. Henry, vestito come il sovrano di parte guelfa, si trovò quindi in primissima linea a fronteggiare le tre schiere dei ghibellini di Corradino, le quali, scorgendo il falso sovrano a guardia del ponte, non si lasciarono sfuggire l’occasione.
Corradino, con i suoi cavalieri tedeschi, assieme a Galvano Lancia alla testa degli italiani, caricò frontalmente, verso il ponte, mentre gli spagnoli di Enrico di Castiglia guadarono il fiume poco lontano, per aggirare messer Henry vestito da sovrano e prenderlo alle spalle. La carica fu devastante e la superiorità numerica fece il resto: Henry e i suoi cavalieri a guardia del ponte, tra cui gli italiani, furono schiacciati in una morsa: lo stesso Henry “colle ’nsegne del re Carlo abattute, e egli morto e tagliato”.
La morte del finto Carlo I d’Angiò sembrava aver posto fine allo scontro. Il massacro nei pressi del ponte avvenuto nelle primissime fasi della battaglia di Tagliacozzo non lasciava spazio a interpretazioni: colui che vestiva le insegne reali era morto sul campo, e l’intero esercito ghibellino vi si era avventato contro.
La battaglia di Tagliacozzo: cronaca di una disfatta
Una delle tre schiere dei guelfi era stata annientata, e la seconda, comandata da Gianni di Crarì e Guglielmo Stendardo, dopo aver assistito al massacro si diede alla fuga.
Restava solo Carlo I, quello vero, nascosto dietro un avvallamento con gli ultimi ottocento cavalieri che gli erano rimasti, come da consiglio di Alardo di Valery. Cosa mai avrebbero potuto fare 800 cavalieri contro i 5000 dei ghibellini che banchettavano sui resti di Henry de Cousances, armato con le insegne reali? Apparentemente niente, ma questa è la battaglia di Tagliacozzo e le sorprese non sono ancora finite.
I 5000 ghibellini dello svevo Corradino credevano d’aver vinto una grande battaglia e, dunque, come al termine di ogni grande battaglia, si sparsero sul campo in lungo e in largo per saccheggiare, depredare e far prigionieri. Carlo I, ancora nascosto, aveva visto ogni cosa. Aveva visto il massacro dei cavalieri Toscani, Lombardi e francesi guidati dal fedele Henry, sul ponte, e più volte si era detto di partire alla carica in loro soccorso. Ma Alardo di Valery, lo spietato tattico crociato, che aveva combattuto in Terra Santa e ne aveva viste di tutti i colori, aveva fatto desistere il sovrano. Poiché quelle perdite erano necessarie per mettere in atto il diabolico stratagemma, lo stesso che aveva visto fare ai saraceni e che avrebbe concesso loro la vittoria.
Non appena i ghibellini furono così dispersi sul campo, smontati e impegnati in ogni genere di saccheggio post-battaglia, Alardo di Valery disse al re: “Fa’ muovere le bandiere, ch’ora è tempo.”
“E uscendo la detta schiera della valle, Curradino né’ suoi non credeano che fossono nimici, ma che fossono di sua gente, e non se ne prendeano guardia. E vegnendo lo re con sua gente stretti e serrati, al diritto se ne vennero ov’era la schiera di Curradino co’ maggiori di suoi baroni, e quivi si cominciò la battaglia aspra e dura.”
Carlo I scese in campo con i suoi 800 cavalieri ben schierati, stretti e serrati, dritti contro la schiera di Corradino, per dare inizio al momento centrale della battaglia di Tagliacozzo, dove tutto si sarebbe deciso. Potrebbe sembrare una carica folle, quasi suicida, ma non fu affatto così. Perché le schiere di Corradino erano sparse per tutto il campo, colte alla sprovvista, stanche per aver combattuto al ponte. Mentre i cavalieri guelfi, per quanto pochi, erano freschi e veementi.
La mischia fu aspra, ma breve. Carlo I si scontrò contro le schiere sparse e confuse dei ghibellini, azione che gli permise di riguadagnare il comando di quei cavalieri francesi che si erano allontanati dal campo dopo la batosta del ponte: la seconda schiera che non aveva mai combattuto, infatti, vedendo che il loro sovrano si era lanciato in battaglia ed era in procinto di vincere, cambiò direzione e si aggiunse alla carica. L’azione suggerita da Araldo di Valery, ripresa dai saraceni durante le crociate, si rivelò un successo: l’esito della battaglia di Tagliacozzo si ribaltò completamente.
Corradino, dietro consiglio dei suoi fedelissimi, lasciò il campo, in fuga con i suoi baroni e i dogi e i conti. A questo punto della battaglia avrebbe potuto prendere forma la delicatissima fase dell’inseguimento, aspetto della tattica militare che poteva concedere immensi onori e ricompense, poiché è proprio durante l’inseguimento che si ottengono i benefici più grandi (e gli stermini più ingenti). Lo abbiamo già visto per quanto riguarda la battaglia di Cascina del 1364, in cui i condottieri furono bene attenti a scegliere il momento migliore per lanciarsi nel grande inseguimento finale (per approfondire leggi l’articolo dedicato: la battaglia di Cascina).
In questo caso, Carlo I si sarebbe lanciato volentieri all’inseguimento di Corradino per farla finita una volta per tutte, ma ancora una volta l’esperienza di Araldo di Valery, lo spietato crociato di Terra Santa, si rivelò vincente. Egli, contro ogni aspettativa, pregò il re di restare fermo e di chiamare a raccolta le sue schiere: invece di lanciarsi all’inseguimento di Corradino e dei suoi cavalieri, ormai vinti, era necessario riorganizzarsi. Scelta più che mai azzeccata, poiché non tutti i nemici erano sconfitti.
Enrico di Castiglia, il condottiero al comando degli 800 spagnoli bene armati e corazzati, tornò sul campo dopo aver dato la caccia ad alcuni francesi e italiani per le vallate marsicane. Trovando i cavalieri di Carlo I riorganizzati nei pressi del ponte, a prima vista, credette fossero le armate ghibelline di Corradino. Ma non appena si fece più vicino identificò le insegne reali degli angioini, quelle vere, e subito si schierò in formazione serrata, da battaglia, poiché, ci fa sapere il Villani, era un bravo condottiero e “valente signore”.
Carlo I e i suoi cavalieri, appena riorganizzati dopo la mischia sanguinosa, videro la nuova minaccia farsi largo fra i colli. Enrico di Castiglia, nonostante Corradino fosse fuggito, non aveva alcuna intenzione di mollare. Perciò Carlo I, per fronteggiarlo, schierò i suoi in formazione serrata, rivolta agli spagnoli, e si mise in attesa, senza lanciare una nuova carica. Rimasero così, uno davanti all’altro. Entrambe le formazioni, infatti, erano stanche e provate dalla lunga battaglia di Tagliacozzo, spettacolare scontro che, nonostante tutto, doveva regalare ancora delle sorprese. Perché il buon Alardo di Valery, ormai analogo all’Ulisse acheo in quanto astuzia, ne sapeva una più del diavolo.
Alardo di Alery suggerì a Carlo I di scegliere 30-40 fra i suoi migliori cavalieri e farli uscire dalla schiera, al galoppo con le loro insegne, per far credere al nemico che stessero lasciando il campo. E così fu fatto. Gli spagnoli videro che molte insegne lasciavano le schiere di Carlo I e abboccarono all’amo: cominciarono una carica rompendo le linee, che in principio erano state ben serrate dal valente Enrico di Castiglia. Ed è probabile che molti di questi spagnoli si lanciarono di propria spontanea volontà, come accadeva spesso in guerra, senza attendere degli ordini precisi (vedi l’articolo: l’insubordinazione nella guerra medievale).
Una volta che le schiere spagnole si aprirono in una carica al galoppo, Carlo I lanciò il contrattacco richiamando anche quei 30-40 cavalieri che avevano fatto finta di andarsene, dando inizio a una manovra a tenaglia.
Lotta a mani nude: il corpo a corpo finale degli Spagnoli
Le due formazioni di cavalieri si scontrarono così nel grandioso atto finale della battaglia di Tagliacozzo, per decidere le sorti dell’epico scontro.
“Ma gli Spagnuoli erano bene armati, per colpi di spade non gli poteano aterrare, e spesso al loro modo si rannodavano insieme. Allora i Franceschi cominciarono con gridare ad ire, e a prendelli a braccia, e abattergli de’ cavagli a modo de’ torniamenti; e così fu fatto, per modo che in poca d’ora gli ebbono rotti, e sconfitti, e messi in fugga, e molti ve ne rimasono morti.”
I cavalieri spagnoli di Enrico di Castiglia, sebbene fossero pochi e circondati, erano forti e “bene armati”. Infatti, probabilmente per via di armature a piastre di ferro migliori di quelle di francesi e italiani, il cronista racconta che non potevano essere atterrati a colpi di spada. Fu a quel punto che tra i cavalieri di Carlo I, che non riuscivano ad avere la meglio sul nemico circondato, si levò un grido per “prendelli a braccia, e abattergli de’ cavagli a modo de’ torniamenti.”
Esattamente come accadeva nei grandi tornei, di cui abbiamo affascinanti resoconti grazie ai campioni come Guglielmo il Maresciallo, i francesi si trovarono a utilizzare le tecniche “sportive” di lotta e di presa: le stesse che servivano per abbattere i corazzatissimi avversari che partecipavano alla giostra e al duello cavalleresco.
Una mossa, questa, che suona ancora più spettacolare in un contesto di guerra, poiché la battuta attribuita ai cavalieri francesi fa riferimento al mondo torneistico, per rimarcare il fatto che si trattava di una specialità da festa d’armi, dei quali ognuno di loro era probabilmente un grande esperto.
“L’inattesa mossa si rivelò risolutiva e consentì loro di raggiungere infine la difficile vittoria. L’originalità dell’episodio consiste nel fatto che qui la lotta a braccia a cavallo viene praticata con successo non da un combattente isolato(…), ma da un intero gruppo di cavalieri fra loro in stretto coordinamento.”
Antologia militare, Fascicolo 2 / N.5 (2021), A. A. Settia, “Prendelli a braccia e abattergli de’ cavagli”
L’esperienza di Araldo di Valery, il valore dei cavalieri francesi di Carlo I d’Angiò e il sacrificio di Henry di Cousances con i suoi provenzali, Toscani e Lombardi, permise ai guelfi di guadagnare il campo, quel giorno, nella battaglia di Tagliacozzo del 23 agosto 1268, nonostante l’inferiorità numerica. Poiché, una volta abbandonate le spade per agguantare i nemici spagnoli a forza di braccia, i cavalieri angioini riuscirono a buttarli giù di sella e vincere lo scontro: “in poca d’ora gli ebbono rotti, e sconfitti, e messi in fugga, e molti ve ne rimasono morti.”
Corradino aveva già lasciato la battaglia e il suo coraggioso alleato, Enrico di Castiglia, fu preso prigioniero. Carlo I rimase sul campo, armato e a cavallo, fino al calar della sera, per radunare i suoi e assicurarsi la piena vittoria (saccheggiando e facendo prigionieri). Per celebrare la vittoria e i caduti della battaglia di Tagliacozzo, lo stesso Carlo I d’Angiò fece erigere una “ricca badia per l’anime della sua gente morta”. E così avvenne, il 23 d’agosto del 1268.
La fine dei Ghibellini: dal campo di battaglia al patibolo
Il massacro della battaglia di Tagliacozzo non finì tra le polveri del campo. Corradino, tradito durante la fuga, finì nelle mani di Carlo I d’Angiò. La sua esecuzione a Napoli segnò la morte definitiva del sogno ghibellino in Italia. Un monito di sangue per chiunque osasse sfidare l’ordine guelfo: sul campo di Tagliacozzo non morirono solo i cavalieri, morì un’epoca intera, lasciando spazio a un nuovo, feroce dominio.
Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi…
