streghe di tessaglia

Streghe di Tessaglia: l’Oscura Magia della Tessaglia Antica

Dall’Asino d’oro di Apuleio (Le metamorfosi) alle storie fantastiche di stampo medievale: l’antica magia delle streghe di Tessaglia.

La Tessaglia, la più grande regione dell’Antica Grecia, celebre per i suoi leggendari cavalli (fra i quali si ricorda Bucefalo, destriero di Alessandro Magno) ma soprattutto per i riti occulti svolti al tramontar del sole, fra orridi sepolcri e tenebrosi boschi di tasso. L’origine della stregoneria sta tutta lì, in quella terra esoterica, dove le storie mitologiche danno vita a personaggi ancora oggi famosi per i loro filtri incantati, rituali di necromanzia e magia nera: le streghe, o meglio, le streghe di Tessaglia.

Tessaglia Antica: Perché era considerata la culla della magia nera?

Nell’antichità, dire “Tessaglia” significava evocare poteri oscuri. Questa regione non era solo famosa per i suoi cavalli imbattibili, ma era vista come una terra di confine tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti. Il paesaggio stesso, fatto di pianure brulle e montagne imponenti, alimentava storie di erbe velenose e riti notturni. Per un greco o un romano, la magia tessala non era un trucco da fiera, ma una forza brutale capace di tirare giù la luna dal cielo o risvegliare i morti.

Aglaonice, l’astronoma che sapeva nascondere la luna1; Erichto, la necromante mangia cadaveri; Canidia, la maga che sacrificava bambini per produrre filtri d’amore2: queste sono solo alcune delle streghe di Tessaglia, donne capaci di poteri sovrannaturali che perfino gli dei temevano.

Se dovessimo ricercare l’origine della stregoneria e dell’archetipo di un personaggio fantastico sopravvissuto allo scorrere dei millenni, protagonista di quel fenomeno della caccia alle streghe che dal Rinascimento in poi si diffuse in tutta Europa, dobbiamo cominciare proprio dall’Età Antica e dal mondo greco-romano, con i suoi miti e leggende immortali. E più precisamente dall’opera che ha diffuso l’immaginario letterario della strega: “le Metamorfosi” di Apuleio, chiamata anche l’asino d’oro.

L’opera scritta nel tardo II secolo viene definita “romanzo” per via della scrittura in prosa e dell’intreccio narrativo di una modernità affascinante. Sicuramente un modello d’ispirazione (specialmente per me che amo scrivere narrativa), pieno di dettagli così vividi che si fa fatica a credere che abbia quasi duemila anni.

Il protagonista de l’asino d’oro è un giovane di nome Lucio, appena arrivato nella terra delle streghe di Tessaglia, spinto dalla voglia di conoscere i misteri che caratterizzano la meta più esoterica di tutta la Grecia. Le sue avventure vanno ad abbracciare svariati aspetti della magia antica, a cominciare dalla maledizione che lo condanna a una trasformazione bestiale, in asino: un asino che però conserva la consapevolezza di sé e il raziocinio umano.

All’interno dell’opera affiorano vere e proprie chicche da letteratura dell’orrore, episodi fantastici spesso incentrati sulle temute streghe di Tessaglia, di cui fra poco conosceremo le gesta. La prima storia ci viene narrata dallo sventurato Telifrone durante una sontuosa cena a casa di Birrena, zia del protagonista.

Il furto di organi e il patto di cera: Il racconto di Telifrone

Vi era un ragazzo giovane, con pochi soldi in tasca e tanta voglia di esplorare. Si trova in Tessaglia, regione della Grecia che nell’antichità era famosa per essere la terra della magia e delle streghe. Il ragazzo arriva in una città chiamata Cania, ma ha un grosso problema: ha finito i risparmi e non sa come proseguire il viaggio.

Mentre cerca disperatamente un modo per guadagnare qualcosa, arriva in una piazza e vede una scena incredibile. C’è un vecchio altissimo seduto su un pietrone che urla alla folla. Chiede se qualcuno vuole essere pagato per fare la guardia a un morto. Il ragazzo non capisce e chiede spiegazioni a un passante. Gli sembra assurdo: perché mai qualcuno dovrebbe scappare da un cadavere?

Il passante lo guarda come se fosse un alieno. Gli spiega che si trova a Candia, un luogo dove le streghe sono ovunque. Queste donne malvagie hanno un’abitudine terribile: cercano di staccare a morsi pezzi di carne dal viso dei morti per usarli nei loro incantesimi magici. Per questo serve qualcuno che sorvegli il corpo tutta la notte.

Il lavoro però è una vera sfida. Il passante avverte il giovane che non potrà chiudere occhio nemmeno per un secondo. Dovrà tenere lo sguardo fisso sul morto senza mai distrarsi. Le streghe della Tessaglia sono famose per essere delle mutaforma, cioè persone capaci di trasformare il proprio corpo in quello di un animale. Possono diventare uccelli, cani, topi o addirittura mosche per avvicinarsi senza farsi notare.

Queste streghe usano anche dei filtri magici e delle formule per far cadere le guardie in un sonno profondissimo, quasi una nebbia che offusca la mente. E tutto questo sforzo per cosa? Per una paga misera, appena quattro o sei monete d’oro. Ma il vero rischio è un altro e fa venire i brividi. C’è una regola ferocissima: se la mattina dopo il corpo non è integro, la guardia deve rimediare. Se manca un pezzo di carne dal viso del morto, il guardiano è obbligato a farselo tagliare dal proprio volto per riattaccarlo al cadavere.

Le streghe di Tessaglia erano conosciute per la loro insaziabile fame di carne morta e organi. Per procurarseli vagavano di sepolcro in sepolcro, anche se preferivano di gran lunga i morti più “freschi”, quelli ancora da seppellire, presentandosi alle cerimonie funebri o al termine dei processi, arrampicandosi sui pali della forca per azzannare i condannati che ancora penzolavano3.

Strix e mutaforma: Le creature che terrorizzavano la Tessaglia

Quando sente il banditore gridare una proposta rischiosa, non ci pensa due volte. Si fa avanti con un coraggio incredibile e accetta la sfida. Ma di cosa si tratta esattamente? Deve fare il guardiano notturno a un cadavere. In quel tempo e in quei luoghi, non era un lavoro normale. Esisteva la credenza che delle creature mostruose chiamate arpie, ovvero demoni con il corpo di uccello e il volto di donna, cercassero di rubare pezzi di carne dai morti per i loro rituali magici. Proteggere un corpo significava rischiare la vita contro forze soprannaturali.

Il banditore lo avverte subito che il morto è il figlio di un uomo molto importante della città. Gli dice chiaramente di stare attento a quelle maledette arpie. Il nostro protagonista però risponde con una battuta e si vanta di essere un uomo d’acciaio. Dice di avere una vista migliore di Linceo e di Argo. Questi erano due personaggi della mitologia greca famosi per i loro occhi eccezionali: Linceo poteva vedere attraverso le pietre e Argo aveva cento occhi sparsi su tutto il corpo. In pratica, il giovane sta dicendo che nulla potrà sfuggirgli perché lui non dormirà mai.

A quel punto viene portato in una casa misteriosa. Le porte sono sprangate e per entrare devono usare un passaggio secondario molto piccolo. Lo portano in una stanza buia, con porte e finestre serrate. Qui incontra una donna distrutta dal dolore, vestita tutta di nero. È la vedova. Lei è bellissima nonostante le lacrime e i capelli spettinati per la disperazione. Gli chiede con voce tremante di fare il suo dovere con estrema vigilanza. Il giovane, con una certa faccia tosta, le risponde di non preoccuparsi, a patto che poi lei si dimostri generosa con una ricompensa extra per il disturbo.

La donna accetta e lo conduce finalmente nella camera dove giace il marito defunto. Ci sono sette testimoni presenti, perché la questione è seria e servono prove legali. Lei solleva i veli che coprono il corpo e comincia a controllare ogni singola parte del viso seguendo un elenco scritto su un foglio. Controlla che il naso sia intero, che gli occhi ci siano tutti e due, che le orecchie siano sane e che le labbra e il mento siano al loro posto. In quel periodo era fondamentale che il corpo restasse integro per la sepoltura, altrimenti l’anima non avrebbe trovato pace. I cittadini presenti devono confermare che il morto è ancora intatto prima che inizi la guardia.

Una volta terminato il controllo, il foglio viene sigillato per evitare imbrogli. La donna sta per andarsene, ma il ragazzo la ferma. Le chiede alcune cose fondamentali per passare la notte: una lampada grande con tanto olio per fare luce fino all’alba, dell’acqua, un fiasco di vino e qualcosa da mangiare, magari gli avanzi della cena. La vedova però si arrabbia e lo chiama pazzo. Gli spiega che in una casa dove si piange un morto non si cucina e non si accende il fuoco per fare festa. Non è il posto adatto per mangiare e bere in allegria. Alla fine, però, ordina a una serva di portargli almeno la lampada e l’olio. Poi esce, chiude la porta a chiave e lascia il giovane da solo nel buio con il cadavere.

La notte scorre lenta e l’atmosfera si fa pesantissima. Verso le cinque del mattino, nel momento di massimo silenzio, appare una donnola. Questo piccolo animale fissa il protagonista con un’insistenza inquietante. Non è una coincidenza, perché nel folklore antico si credeva che le streghe amassero trasformarsi proprio in donnole. Il ragazzo prova a scacciarla con cattiveria, urlandole contro, e la besticciuola finalmente se ne va. Ma appena l’animale sparisce, un sonno improvviso e pesantissimo lo colpisce. È un sonno magico, quasi un incantesimo, che lo lascia completamente privo di sensi proprio accanto al morto.

Quando il guardiano si sveglia all’alba, è terrorizzato. Controlla subito il corpo e vede che è intatto. Poco dopo entra la vedova insieme a dei testimoni per verificare che tutto sia in ordine. La donna è sollevata, bacia il marito defunto e ordina al maggiordomo di pagare il ragazzo. Ricevere la paga, che all’epoca consisteva in pesanti monete d’oro chiamate ducati, lo rende euforico. Il giovane, tutto contento per il guadagno inaspettato, ringrazia la padrona e le dice che sarebbe pronto a servirla ancora in futuro.

Tuttavia, queste parole scatenano un caos totale. In quel contesto storico, augurare a qualcuno di aver ancora bisogno di un “guardiano di morti” era considerato un insulto gravissimo o un terribile augurio di sventura. I servitori della casa interpretano la sua frase come una maledizione verso la famiglia e gli saltano addosso. Lo riempiono di pugni sul viso, gomitate sulla schiena e calci. Lo trascinano per i capelli e gli strappano i vestiti, riducendolo a una maschera di sangue. Alla fine, il povero ragazzo viene scaraventato fuori di casa in condizioni pietose, proprio come il mitico Orfeo che, secondo la leggenda, finì fatto a pezzi dalla folla.

Mentre cerca di calmarsi, vede passare un corteo funebre incredibile, pieno di sfarzo e decorazioni. Stanno portando un ragazzo morto verso la sepoltura, che all’epoca era un rito sacro e solenne per permettere all’anima di trovare pace nell’aldilà. Dietro la bara cammina un vecchio disperato, con i capelli bianchi e il viso rigato dalle lacrime.

Il vecchio inizia a urlare alla folla e chiede giustizia a gran voce. Accusa apertamente una donna, la moglie del defunto, di essere una criminale senza cuore. Secondo lui, lei ha avvelenato il marito per potersi godere i soldi dell’eredità insieme al suo amante. In quel tempo, l’adulterio non era solo un tradimento amoroso, ma un reato gravissimo che rovinava l’onore delle famiglie. La folla, sentendo queste accuse pesanti, si infuria subito. La gente inizia a gridare che la donna merita il rogo e incita persino i bambini a prenderla a sassate. Lei però si difende piangendo e giurando su tutto ciò che ha di più caro di essere innocente.

A quel punto il vecchio decide di giocare la carta definitiva e propone di affidarsi al giudizio divino. Dice che lì vicino c’è un uomo straordinario, un certo Zacla. Si tratta di un profeta egizio, un sacerdote esperto in arti magiche molto particolari. Gli egizi erano famosi in tutto il mondo antico per la loro conoscenza dei misteri della morte e dell’occulto. Il vecchio ha pagato a questo profeta una cifra altissima per compiere un miracolo mai visto: richiamare l’anima del defunto dall’inferno e rimetterla nel corpo, anche solo per pochi istanti.

Zacla si fa avanti nel mezzo della piazza. È un giovane vestito in modo strano, con un abito di tela grezza, la testa rasata e sandali fatti di fibre di palma. Il vecchio gli si butta ai piedi, lo abbraccia e lo supplica in nome di tutte le forze della natura e dei segreti dell’Egitto. Non chiede che il ragazzo torni in vita per sempre, perché sa che la morte deve ricevere il suo tributo. Chiede solo un piccolissimo intervallo di luce per quegli occhi ormai spenti, giusto il tempo di scoprire la verità e vendicarsi.

Il profeta non dice una parola, ma inizia il suo rituale magico. Prende una strana erbetta e la appoggia tre volte sulla bocca del cadavere e una volta sul petto. Poi si gira verso Oriente per pregare il Sole, che per gli antichi era la fonte di ogni vita e potere. Tutti i presenti restano col fiato sospeso a guardare questa scena incredibile. Anche il nostro protagonista, spinto dalla curiosità, si arrampica su un grosso sasso vicino alla bara per non perdersi neanche un dettaglio di quello che sta per succedere.

Il cadavere inizia a muoversi, il petto si gonfia e il battito torna a farsi sentire nelle vene. L’anima è appena rientrata nel corpo. Il giovane morto si tira su e parla, ma non è affatto felice. Chiede perché lo abbiano riportato indietro dopo che aveva già bevuto l’acqua del Lete. Nella mitologia greca e romana, il Lete è il fiume dell’oblio che scorre nell’Oltretomba: chi beve la sua acqua dimentica completamente la vita passata per trovare la pace. Il ragazzo ha già attraversato anche la palude Stigia, ovvero lo Stige, il fiume dell’odio che divide il mondo dei vivi da quello dei morti. Non vuole tornare a soffrire, vuole solo riposare.

A quel punto interviene il profeta, una sorta di sacerdote egizio esperto di magia nera. Con un tono un po’ arrabbiato, lo minaccia. Gli ordina di raccontare a tutti la verità sulla sua morte, altrimenti userà i suoi incantesimi per scatenare le Furie, divinità terribili che tormentano le anime, e gli farà provare dolori atroci. Il giovane, spaventato dalle minacce, si mette seduto sulla bara e vuota il sacco davanti alla folla. Dice chiaramente di essere stato ucciso dai veleni di sua moglie. Lei lo ha avvelenato per far posto in casa al suo amante.

La moglie però non ci sta. Reagisce con arroganza, nega tutto e dice che il marito sta mentendo. La gente intorno inizia a urlare e a dividersi. Alcuni vogliono seppellire viva la donna insieme al marito morto, altri invece pensano che non ci si possa fidare delle parole di un cadavere o dei trucchi magici di un egiziano. Ma il morto ha una prova schiacciante e decide di raccontare un segreto che nessuno può ignorare.

Indica un uomo lì presente, che era stato pagato per fare la guardia al suo cadavere durante la notte. Spiega che delle vecchie streghe volevano rubare pezzi del suo corpo per i loro rituali magici. Queste streghe avevano provato a trasformarsi in animali per entrare nella stanza, ma la guardia era stata attenta. Allora hanno usato la magia per farlo addormentare profondamente e hanno iniziato a chiamare il nome del morto. Il problema è che la guardia e il morto avevano lo stesso nome.

La guardia, pur dormendo, si è alzata come un’ombra ed è uscita da un piccolo buco nella porta. Le streghe, convinte che fosse il cadavere, gli hanno tagliato il naso e le orecchie. Per non far accorgere nessuno del danno, hanno ricostruito le parti mancanti con della cera e le hanno riattaccate alla guardia. Il poveretto è rimasto lì tutto il tempo convinto di essere integro, senza sapere che quello che tocca sul suo viso non è vero corpo, ma solo un pezzo di cera.

Telifrone si porta la mano al volto per toccarsi il naso e, con un colpo secco, il naso gli cade letteralmente tra le dita. Sconvolto, prova a toccarsi le orecchie per capire se sia un incubo, ma anche quelle si staccano di netto, restandogli in mano come se fossero di cera.

Dovete sapere che nel mondo antico esisteva una credenza molto diffusa legata alle streghe, chiamate spesso “strix”. Si pensava che queste creature potessero rubare parti del corpo ai morti o ai vivi durante la notte per i loro rituali magici, sostituendole con pezzi di paglia o di fango che mantenevano la forma originale solo finché nessuno li toccava con sospetto.

Mentre il poveretto realizza di essere stato vittima di un incantesimo del genere, la folla intorno a lui esplode. Non c’è pietà, ma solo una risata collettiva e crudele. Tutti lo indicano, ridendo di quel volto diventato improvvisamente liscio e deforme. Lui cade in preda a un sudore freddo, quel brivido gelato che ti blocca il respiro quando capisci che la tua vita è appena andata in frantumi.

Senza più il coraggio di guardare nessuno, scappa via, infilandosi tra le gambe della gente per sparire nell’oscurità. Il finale è amaro e psicologicamente pesantissimo. Quest’uomo, mutilato dalla magia e umiliato pubblicamente, decide di non tornare mai più a casa. La vergogna di mostrarsi senza naso e senza orecchie, trasformato in una macchietta ridicola, è così forte da spingerlo all’esilio volontario, sparendo per sempre dalla sua vecchia vita.

Telifrone, dunque, è stato maledetto per colpa del suo stesso nome, identico a quello del defunto, dal momento che le streghe di Tessaglia lo avevano chiamato a gran voce per rubare gli organi di morto ritrovandosi, invece, con quelli di un vivente. Tastandosi il viso si rende conto d’essere stato privato di naso e orecchie, che le megere avevano sostituito con copie di cera. E la storia si conclude così, con un brutale colpo di scena.

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Meroe e il cuore strappato: La vendetta delle streghe tessale

La seconda storia dell’orrore che vede protagoniste le diaboliche streghe di Tessaglia è strutturata come le moderne opere di narrativa fantastica grazie a un elemento drammaturgico che oggi definiremmo cliffhanger, o finale in sospeso, poiché nel corso della narrazione, quando tutto sembra essersi risolto per il meglio, viene a galla la verità, rivelando il tragico finale. Gli estratti che seguono provengono da una traduzione più moderna di quella cinquecentesca dell’Agnolo da Firenzuola, di pubblico dominio su web.

Aristomene, nostro nuovo protagonista, incontra un vecchio amico che non vedete da una vita. Solo che quest’amico, Socrate, è ridotto malissimo. Non parlo del famoso filosofo, ma di un uomo comune che ritroviamo in una scena degna di un film d’avventura ambientato nell’antica Grecia. Il poveretto se ne sta seduto per terra, avvolto in un mantello che cade a pezzi, pallido e magro da far paura. Sembra uno di quei mendicanti che hanno perso tutto.

Aristomene, il protagonista che racconta questa storia, si avvicina quasi con paura. Gli chiede cosa diavolo sia successo, perché a casa sua lo credono morto da tempo. La situazione è tragica: i giudici hanno già nominato un tutore per i suoi figli e sua moglie ha pianto così tanto da restare quasi cieca. Tutti pensano che sia nell’oltretomba, e invece eccolo lì, ridotto a un fantasma che vaga tra i vivi. In quel mondo antico, se sparivi per mesi senza dare notizie, la tua famiglia doveva voltare pagina per sopravvivere, spesso cercando un nuovo marito per mandare avanti la casa.

Socrate però si nasconde il viso per la vergogna. Quando Aristomene cerca di aiutarlo a rialzarsi, scopre che sotto quegli stracci l’amico è praticamente nudo. È la sfortuna che ha vinto, dice Socrate con un filo di voce. Aristomene non lo abbandona. Lo trascina alle terme, un luogo fondamentale per i greci e i romani, dove non ci si lavava solo per igiene, ma si seguiva un vero rituale con oli e massaggi. Lo ripulisce da mesi di sporcizia, gli dà i suoi vestiti e lo porta in una locanda. Finalmente, dopo un letto caldo e un pasto decente, Socrate ricomincia a parlare e a scherzare, ma all’improvviso crolla di nuovo nella disperazione.

Racconta che tutto è iniziato per la voglia di vedere uno spettacolo di gladiatori. Socrate era andato in Macedonia per lavoro e gli affari erano andati benissimo. Stava tornando a casa con la borsa piena di soldi quando, vicino alla città di Larissa, è finito in un’imboscata. I briganti lo hanno rapinato di tutto, lasciandolo solo con la vita. È riuscito a raggiungere la locanda di una donna chiamata Meroe. Lei sembrava gentile, lo ha sfamato e poi lo ha sedotto. Ma quella che sembrava fortuna si è trasformata in una trappola peggiore dei briganti.

Da quel momento, Socrate è diventato schiavo di questa relazione. Ha iniziato a darle ogni centesimo che guadagnava facendo i lavori più umili, come il facchino, finendo letteralmente in mutande. Aristomene si arrabbia e lo rimprovera: come si fa a ridursi così per una donna del genere invece di tornare dalla propria famiglia? Ma Socrate terrorizzato lo azzittisce subito. Spiega che Meroe non è una semplice locandiera, ma una maga potentissima.

Socrate descrive poteri che vanno oltre ogni immaginazione. Dice che lei è una strega capace di comandare la natura stessa. Può far cadere il cielo, fermare lo scorrere delle acque o sciogliere le montagne. Addirittura sostiene che possa evocare le divinità dell’inferno e far precipitare quelle del cielo. Cita il Tartaro, che nella mitologia antica è la parte più profonda e oscura degli inferi, dove finiscono le anime malvagie o i nemici degli dei. Per Socrate, quella donna può illuminare persino quel buio eterno. È un potere divino e terribile, e lui ne è rimasto intrappolato come una mosca in una ragnatela magica.

Stiamo parlando di una strega potentissima di nome Meroe. Non immaginarla come la classica vecchina delle fiabe, questa è una donna pericolosa che usa la magia per vendicarsi di chiunque osi farle un torto. In quel periodo la gente credeva davvero che esistessero persone capaci di manipolare la realtà con dei sortilegi, e Meroe era la regina di queste arti oscure.

Pensa che per lei far innamorare follemente uomini che vivono dall’altra parte del mondo, perfino agli antipodi, è solo un gioco da ragazzi. Gli antipodi sono quei luoghi che si trovano esattamente dal lato opposto della Terra rispetto a noi. Per i greci e i romani erano posti misteriosi e quasi irraggiungibili, ma la magia di Meroe arrivava fin lì senza problemi. Il vero terrore però iniziava quando qualcuno la faceva arrabbiare.

Un suo amante decise di lasciarla per un’altra donna e lei non la prese affatto bene. Lo trasformò in un castoro. C’è un motivo preciso dietro questa scelta bizzarra. All’epoca si credeva che il castoro, quando veniva braccato dai cacciatori, si staccasse i testicoli da solo per salvarsi la vita. Meroe voleva proprio questo, ovvero che il suo ex perdesse la sua virilità per punirlo del tradimento.

Poi toccò a un oste, un suo vicino di casa che le faceva concorrenza negli affari. Lei lo trasformò in un rospo. Adesso quel poveraccio vive immerso fino alla gola nel fondo melmoso delle sue botti di vino e cerca di attirare i clienti gracidando in modo rauco. Non risparmiò nemmeno un avvocato che aveva parlato male di lei in tribunale. Lo trasformò in un montone e ora lui continua a difendere i suoi clienti belando.

La cattiveria di Meroe raggiunse il massimo con la moglie di un suo amante. Questa donna le aveva detto qualche parola di troppo e la strega decise di bloccarle il parto. La poveretta era incinta e rimase bloccata in quello stato per otto anni. Immagina il dolore di portarsi in grembo un peso enorme, gonfiandosi sempre di più senza poter mai dare alla luce il bambino.

A un certo punto la gente della città non ne potè più di queste torture. Decisero di condannarla alla lapidazione, che era una punizione terribile dove il popolo lanciava pietre contro il colpevole fino a ucciderlo. Ma Meroe era troppo furba. Come la mitica Medea, la maga dell’epica greca che distrusse una reggia con il fuoco magico, anche lei scatenò il suo potere. Usò i sortilegi fatti su una tomba e invocò dei demoni per sigillare l’intera città.

Per due giorni nessuno riuscì a uscire di casa. Le porte e le serrature erano come incollate. Gli abitanti, terrorizzati, dovettero chiederle scusa e giurare che l’avrebbero protetta per sempre. Solo allora lei sciolse l’incantesimo, ma non aveva finito con il capo della rivolta. Prese l’intera casa di quest’uomo, con lui dentro, e la fece volare per cento miglia. La scaraventò sopra una montagna deserta e senza acqua, lasciando il suo nemico isolato dal resto del mondo.

Aristomene ha i brividi: teme che quella donna, grazie ai suoi poteri divini, possa sentire i loro discorsi anche a distanza. Nelle leggende antiche, le streghe non erano solo vecchiette che facevano pozioni, ma creature capaci di manipolare la realtà e ascoltare i pensieri.

Così, preso dal panico, Aristomene convince l’amico a barricarsi in camera. Chiude la porta, sposta il letto contro l’uscio per fare da barriera e prova a dormire. Ma Socrate, stanco e un po’ brillo per il vino, crolla subito in un sonno profondo. Aristomene invece resta sveglio, con gli occhi sbarrati nel buio. Solo verso mezzanotte cede alla stanchezza, ma il riposo dura un istante.

All’improvviso, un boato pazzesco scuote la stanza. È un rumore molto più forte di quello che farebbero dei normali ladri. I battenti della porta volano via, i cardini si spezzano di netto. Il letto di Aristomene, vecchio e tarlato, si ribalta per l’urto e lo schiaccia a terra. È una scena quasi comica nel mezzo del terrore: Aristomene si ritrova sepolto sotto il materasso, proprio come una tartaruga sotto il suo guscio.

Dallo spiraglio del letto, vede entrare due donne anziane. Una tiene una lampada, l’altra una spugna e una spada sguainata. Sono Meroe e sua sorella Pantia. Si avvicinano a Socrate, che dorme ancora ignaro di tutto. Meroe lo guarda con un misto di odio e amore malato. Lo chiama con nomi mitologici: “Il mio Ganimede”, “il mio Endimione”. Sono nomi di giovani bellissimi amati dagli dei, ma qui suonano come una condanna. Meroe si sente tradita, come la ninfa Calipso quando Ulisse la lasciò sola sull’isola di Ogigia. Socrate voleva scappare, voleva lasciarla, e lei non può permetterlo.

Poi Meroe punta il dito verso il letto ribaltato. Ha visto Aristomene. Lo insulta, lo chiama ficcanaso e complice di quella fuga. Aristomene, sotto il letto, trema così forte da far ballare il mobile che lo copre. Le due streghe discutono su cosa fargli. Pantia vorrebbe farlo a pezzi come facevano le Baccanti, le seguaci del dio Dioniso che durante i loro riti sacri smembravano prede vive a mani nude. Ma Meroe decide di risparmiarlo: vuole che rimanga vivo per seppellire l’amico.

A quel punto, la scena diventa brutale. Meroe piega la testa di Socrate e gli conficca la spada nel collo fino all’impugnatura. Raccoglie tutto il sangue in un piccolo contenitore di pelle, senza sprecarne una goccia. Ma non finisce qui. Seguendo un rituale magico preciso, infila la mano nella ferita, fruga dentro e strappa il cuore di Socrate. Il pover uomo emette un ultimo sibilo strozzato attraverso il buco nella gola.

Per chiudere il rito, Pantia infila una spugna nella ferita recitando una formula magica: dice alla spugna, nata nel mare, di non attraversare mai l’acqua di un fiume. Questo è un dettaglio fondamentale per la magia antica, dove l’acqua corrente spesso rompe gli incantesimi. Finite le loro oscure manovre, le due streghe spostano il letto, si mettono sopra il povero Aristomene e, in un ultimo gesto di disprezzo assoluto, gli urinano addosso, lasciandolo sommerso dal fetore prima di sparire nel nulla.

Il rito della spugna e il potere dei fiumi nella magia antica

Aristomene e Socrate si trovano in una locanda sperduta, un posto decisamente poco raccomandabile. Prima di scappare via da quel luogo che sentono maledetto, decidono di affogare la paura nel vino. Si ubriacano pesantemente e crollano in un sonno profondo. Ma a mezzanotte succede il finimondo. La porta della stanza viene buttata giù con una violenza inaudita. Entrano due donne che non sono comuni viaggiatrici, ma streghe della Tessaglia. La Tessaglia, nell’antichità, era una regione della Grecia famosa in tutto il mondo per la stregoneria e i veleni. Le due donne sono Pantia e Meroe. Quest’ultima entra in scena con una spada e una spugna in mano.

Meroe guarda Socrate che dorme e inizia a insultarlo pesantemente. Lo prende in giro usando nomi di grandi eroi del mito. Lo chiama Endimione, che era un giovane bellissimo amato dalla Luna e condannato a un sonno eterno per restare sempre giovane. Poi lo chiama Ganimede, un ragazzo talmente splendido che persino Zeus, il re degli dei, lo rapì per portarlo sull’Olimpo. Infine lo paragona a Ulisse, l’astuto eroe dell’Odissea che scappò dalla ninfa Calipso. Ovviamente Meroe sta scherzando in modo crudele. Il povero Socrate è brutto e malandato, l’esatto opposto di questi modelli di bellezza classica.

Le due streghe non sono lì per parlare, ma per compiere un rito magico di sangue. Meroe colpisce Socrate alla gola con la spada. Poi compie un gesto terrificante: infila il braccio nella ferita e fruga dentro il corpo del poveruomo finché non gli strappa via il cuore. A quel punto Pantia chiude lo squarcio usando la sua spugna e recita una formula magica. Dice alla spugna, che viene dal mare, di non toccare mai l’acqua di un fiume. Questo è un incantesimo terribile: se la ferita dovesse toccare l’acqua dolce, la magia si scioglierebbe.

Appena le streghe escono, accade una cosa incredibile. La porta, che era stata distrutta, si rimonta da sola. I cardini e i bulloni tornano al loro posto come se nulla fosse successo. Aristomene rimane solo nella stanza, nudo e terrorizzato. È coperto di urina per lo spavento e trema come una foglia. Inizia a farsi prendere dal panico. Pensa che nessuno crederà alla storia delle streghe. Tutti penseranno che sia stato lui a uccidere il suo compagno di viaggio. Immagina già di finire sulla croce, che era la pena di morte più crudele e umiliante dell’epoca.

Appena sorge l’alba, Aristomene cerca di scappare. Prova ad aprire la porta ma ora è chiusa a chiave e fatica tantissimo a sbloccarla. Quando finalmente esce, urla al portinaio di aprirgli il portone principale. Il portinaio però è un tipo pigro e sospettoso. Gli dice che è troppo presto e che le strade sono piene di briganti. Aristomene insiste, dicendo che lui è povero in canna e non ha nulla da farsi rubare. Ma il portinaio lo gela con una domanda. Gli chiede se per caso non stia scappando dopo aver ucciso il suo amico.

Aristomene sente il mondo crollargli addosso. Pensa di essere ormai spacciato e destinato al Tartaro, che per gli antichi era la parte più profonda e terribile dell’oltretomba, dove venivano puniti i malvagi. Crede che Meroe lo abbia lasciato vivo solo per farlo condannare dal tribunale degli uomini. Torna in camera disperato e decide di uccidersi. Non trova armi, così stacca le corde di cuoio che reggono il materasso del letto. Crea un cappio, lo attacca a una trave della finestra e si lancia nel vuoto.

Ma la fortuna, o forse il destino, ha altri piani. La corda è vecchia e marcia, si spezza subito. Aristomene cade con tutto il suo peso proprio sopra il corpo di Socrate. In quel momento entra il portinaio urlando. Il rumore della caduta e le grida dell’uomo svegliano Socrate. Il poveretto si alza come se nulla fosse successo, lamentandosi del baccano e dicendo che gli albergatori sono tutti dei gran maleducati che non lasciano riposare i clienti. Sembra un miracolo: l’uomo a cui era stato strappato il cuore è vivo e vegeto.

Quando si sveglia e vede l’amico vivo, inizia ad abbracciarlo forte. Socrate però lo spinge via con schifo perché l’uomo puzza davvero in modo terribile, proprio come se fosse stato bagnato da una latrina. Per non raccontare la verità imbarazzante, il protagonista inventa una scusa e convince l’amico a partire subito per approfittare del fresco mattutino.

Mentre camminano sotto il sole, il protagonista non riesce a stare tranquillo. Osserva continuamente il collo di Socrate. Cerca il segno della ferita o della spugna che, nel suo incubo, le streghe avevano infilato nello squarcio per fermare il sangue. Non vede nulla e inizia a convincersi di essere stato solo ubriaco. Pensa che il troppo vino e il cibo pesante gli abbiano fatto fare un brutto sogno. Lo dice anche a Socrate, ridendo del fatto che si sente ancora addosso l’odore di quell’incubo. Socrate però non ride. Dice di aver fatto un sogno simile e di sentirsi debolissimo, come se gli mancasse il fiato e le gambe non lo reggessero più.

Si fermano a riposare sotto un platano, un grande albero che nell’antichità offriva ombra ai viandanti. Il protagonista offre all’amico pane e formaggio. Mentre Socrate mangia con una fame incredibile, succede qualcosa di spaventoso. Il suo viso diventa improvvisamente pallidissimo, quasi bluastro. Il protagonista si spaventa così tanto che un pezzo di pane gli resta bloccato in gola. In quel momento si accorge che non c’è nessuno intorno a loro. Se Socrate morisse lì, tutti penserebbero che sia stato lui a ucciderlo.

Socrate ha molta sete dopo aver mangiato e si avvicina a un ruscello lì vicino. L’acqua è limpidissima. Non appena Socrate si china per bere e le sue labbra toccano la superficie, la ferita del sogno si riapre davvero. Il collo si spacca in un solco profondo. Dallo squarcio cade fuori la spugna usata dalle streghe e un po’ di sangue. Socrate cade a terra, morto sul colpo. Il protagonista riesce a malapena a tirarlo fuori dall’acqua per evitare che la corrente lo porti via. Sotto shock e terrorizzato dalle conseguenze, scava in fretta una buca nella sabbia e lo seppellisce. Da quel giorno, pur essendo innocente, inizia a scappare come un criminale, abbandonando la sua casa e la sua patria per vivere in esilio, tormentato dal ricordo di quella notte magica e maledetta.

Il rituale delle due streghe di Tessaglia aveva fatto diventare il povero Socrate un non-morto a tutti gli effetti, che prima di avvicinarsi all’acqua del fiume si era potuto godere un’ultima colazione a base di pane e formaggio, trangugiata avidamente per lenire quella spossatezza tipica delle anime che si apprestano a immergersi nelle paludi stige.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Plutarco, Coniugalia praecepta, De defectu oraculorum ↩︎
  2. Orazio, Epodo V ↩︎
  3. Farsaglia, Lucano, libro VI, I secolo ↩︎
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