erichto necromante

Erichto: il Rituale di Necromanzia più dark dell’Antica Roma

La necromanzia di Erichto e il suo rituale per resuscitare schiere di morti dai campi di battaglia: la magia nera che spaventava gli Dèi.

“Abitava nelle tombe abbandonate ed occupava i sepolcri dopo averne cacciato le ombre, grazie ai favori accordatile dalle divinità infernali: né gli dèi superni né il fatto di esser viva le impedivano di percepire la turba dei trapassati silenziosi, di conoscere le sedi stigie e i segreti del sotterraneo Dite.

Pharsalia, Libro VI, di Marco Anneo Lucano (39-65 d.C.)

La protagonista di questa macabra storia è Erichto, una strega della Tessaglia, la regione della Grecia famosa per essere la patria delle fattucchiere più pericolose e potenti del mondo antico.

Chi era Erichto: la strega più crudele della Tessaglia

Erichto non è una maga comune. Lei pratica la necromanzia, che letteralmente significa predire il futuro comunicando con i morti. Ma Erichto va oltre. Lei non vive tra i vivi, ma abita nelle tombe abbandonate e nei sepolcri. Ha cacciato via i fantasmi dei defunti per prendersi il loro spazio. Il suo legame con le divinità infernali, cioè gli dèi che governano il mondo sotterraneo come Plutone o Proserpina, è così forte che può ignorare le leggi della natura.

A narrare la storia di Erichto è il Pharsalia, o De bello Civili, un poema latino di Marco Anneo Lucano, del I secolo. Dico “tratta” di necromanzia per via di una piccola parte del suo contenuto, da considerarsi fonte d’ispirazione per il genere horror del XX secolo e non solo. Il suo scopo originario, ovviamente, era tutt’altro: la rappresentazione della guerra civile tra Cesare e Pompeo.

Occupandomi di storie fantastiche, fra la scrittura di romanzi e la produzione degli articoli qui sul blog, non posso che essere felice quando trovo materiale succulento come questo. Perché all’interno del poema fa la comparsa una delle necromanti più sanguinarie che mi sia mai capitato di leggere nelle fonti antiche. Preparatevi perché sarà un viaggio straordinario nelle fonti antiche, che voglio riportare testualmente il più possibile, per immergervi nel testo milleniario all’origine dell’horror.

Ma facciamo un passio indietro e cominciamo dall’inizio.

La guerra civile fra Cesare e Pompeo Magno dilaniava le province romane da Oriente a Occidente ormai da anni. I due uomini più potenti di Roma, vincitori di numerose campagne militari, schieravano le proprie legioni uno contro l’altro per ottenere il dominio dell’intero mondo conosciuto.

Tutto ebbe inizio con la celebre traversata del Rubicone di Cesare, che pronunciando la frase “alea iacta est” (il dado è tratto) diede inizio alla guerra e, come sappiamo, la vinse, guadagnandosi il titolo di dictator e imperator. Presto la Repubblica sarebbe caduta per lasciar spazio all’epoca dei grandi imperatori…

A margine della guerra civile, nel pieno degli scontri, si muoveva il figlio di Pompeo: Sesto. La sua fazione aveva appena riportato una vittoria sui cesariani e il giovane comandante vagava per il campo di battaglia, accompagnato dal lamento dei feriti e dal silenzio dei morti. Il suo intento era quello di trovare Erichto, la strega più potente della Tessaglia. Ed era certo di trovarla, poiché laddove i cadaveri toccavano il suolo lei era sempre presente.

Il volto dell’orrore: l’aspetto di Erichto secondo Lucano

Eritto indossa un abito di vari colori e di strana foggia, al modo delle Furie; la chioma, tirata indietro, fa apparire il volto e gli irti capelli sono stretti da serti di vipere. (…) Una magrezza spaventosa dominava nel volto dell’empia e sul suo viso, circondato da chiome scarmigliate e che non aveva mai conosciuto il cielo sereno, gravava orribilmente un pallore infernale…”

Il suo aspetto è fatto apposta per spaventare a morte chiunque la incontri. Indossa un abito strano, cucito con tessuti di mille colori diversi che ricordano lo stile delle Furie. Le Furie erano divinità mostruose della mitologia classica che avevano il compito di perseguitare e tormentare i colpevoli di gravi crimini. Proprio come queste creature vendicatrici, Erichto tiene i capelli tirati all’indietro per lasciare scoperto il viso. Ma non sono capelli normali. Tra le ciocche agitate e sporche spuntano infatti delle vipere vere che lei usa come se fossero delle corone o dei lacci.

La cosa più impressionante è il suo volto. È di una magrezza spaventosa, quasi come se fosse uno scheletro ricoperto di pelle. Non c’è un briciolo di salute in lei. La sua carnagione ha un colore grigio e malaticcio che viene definito pallore infernale. Questo perché Erichto evita la luce del sole e vive nelle zone d’ombra, tra le tombe e le grotte, dove l’aria è pesante e non arriva mai il cielo sereno. È una donna che ha scelto di vivere ai confini del mondo dei vivi, circondata costantemente dal marcio e dal buio, tanto che la sua pelle ha preso il colore della morte stessa.

Abitava tombe abbandonate e occupava i sepolcri“: comincia così la descrizione della regina della necromanzia. Eppure Erichto era viva, un essere umano mortale, caratteristica che viene sottolineata fin da subito per rimarcare la sua natura malvagia. Perché non esiste giustificazione divina per una tale crudeltà: solo il male fine a sé stesso.

“Se i nembi e le nere nuvole sottraggono la vista delle stelle, la maga tessalica esce dai vuoti sepolcri e si impadronisce delle folgori notturne. Calpesta, bruciandoli, i semi di una messe feconda e con il suo respiro rende pestifera l’aria, che fino a quel momento non era certo mortale.

Non prega i numi e non chiede, con supplice invocazione, l’aiuto del dio né conosce le viscere propiziatrici: si rallegra nel porre sugli altari fiamme funeste e incenso, che strappa ai roghi accesi. Alle prime parole della sua preghiera, gli dèi permettono qualsiasi nefandezza ed hanno paura di ascoltare una seconda invocazione.”

Non appena scende l’oscurità, Erichto emerge dalla tomba per impadronirsi delle folgori notturne, probabilmente un accenno all’antica credenza che i fulmini caduti sulla Terra lasciassero le loro “punte” di pietra, le ceraunie, che dal Medioevo e dal Rinascimento in poi vengono associate da alcuni autori alle punte di selce neolitiche1. Distrugge le colture come faranno poi le streghe che compaiono nei manuali inquisitoriali cinquecenteschi (ad esempio il Malleus Maleficarum) e, soprattutto, con la lingua della necromanzia spaventa perfino gli déi.

“Ella seppellisce nei sepolcri anime ancora in vita e che ancora sostengono i corpi, mentre la morte è costretta a presentarsi per altri, cui il fato aveva assegnato anni di vita; sconvolgendo i riti funebri, fa tornare il corteo dal cimitero: i cadaveri si alzano dal letto funebre.

Lei strappa dalle fiamme dei roghi le ceneri fumanti e le ossa ardenti dei giovani e perfino la fiaccola, che i genitori ancora impugnano, e raccoglie i frammenti del letto funebre svolazzanti tra il nero fumo, le vesti che si trasformano in cenere e le braci, che odorano ancora di membra.”

La necromanzia di Erichto sconvolge i riti funebri, perché questa donna si diverte a seppellire anime ancora in vita confondendo pure la Morte; i cadaveri si alzano dal letto funebre, i cortei tornano dai cimiteri e il Tristo Mietitore si vede costretto a presentarsi a coloro che invece avrebbero dovuto vivere ancora a lungo, esigendo la sua ricompensa.

“Quando invece, allorché i corpi vengono sepolti nelle tombe, gli umori interni svaniscono e i cadaveri si induriscono, dal momento che non ci son più le parti più immediatamente corruttibili, allora Eritto incrudelisce avidamente su tutte le membra, immerge le mani nelle orbite e si inebria nel cavarne fuori gli occhi gelidi e rosicchia le pallide escrescenze delle mani rinsecchite.

Spezza con i denti le corde e i nodi mortali, fa scempio dei corpi penzolanti, strappa dalle croci i cadaveri di quelli che vi sono stati inchiodati, afferra le viscere percosse dai nembi e le midolla ormai essiccate dal sole che vi penetra, divelle i chiodi conficcati nelle mani togliendo via la putredine che cola per il corpo e l’umore rappreso e addenta i nervi, rimanendovi appesa, quando essi resistono.

Si pone a sedere presso i cadaveri che giacciono insepolti, precedendo le bestie feroci e gli avvoltoi, e non preferisce fare a pezzi i corpi con il ferro o con le mani, ma attende che i lupi addentino le membra dei cadaveri, per strapparle dalle loro gole fameliche.”

Erichto è guidata da un’inarrestabile fame di carne in decomposizione. Lucano non ci risparmia la descrizione dettagliata della strega che si lancia sui cadaveri per strapparne gli occhi e rosicchiare la pelle dalle mani rinsecchite. I pasti provengono prevalentemente dai condannati a morte, appesi per il collo o inchiodati alla croce, dove lei si arrampica per tirarli giù e fare a gara con i lupi e gli avvoltoi; creature abiette con le quali condivide gli orridi banchetti. Ma non si limita solo a presentarsi quando la cena è bella che servita.

“Le sue mani non rifuggono dall’uccidere, se c’è bisogno di sangue fresco, il primo che zampilli da una gola squarciata, e non si trattiene dall’ammazzare, se i rituali esigono sangue appena sgorgato e le funeree mense richiedono viscere che ancora si muovono.

Così pone sugli altari ardenti un feto, dopo averlo strappato da una ferita inferta sul ventre e non attraverso la via naturale, e, ogni volta che ha bisogno di anime forti e impetuose, si procura lei stessa i corpi.

Utilizza ogni tipo di morte: strappa la prima peluria dalle guance degli adolescenti e recide con la sinistra la chioma ai giovanetti che stanno spirando; non poche volte, perfino, durante il funerale di un congiunto, la spietata strega tessalica si getta sulla cara salma e, imprimendovi baci, ne mutila la testa ed allarga con i denti la bocca irrigidita del cadavere, sì che, mordendo la parte anteriore della lingua che aderisce all’arido palato, infonde tra le labbra gelate un mormorio ed invia un empio messaggio alle ombre dello Stige…”

Erichto uccide senza esitazione quando ha bisogno di sangue appena sgorgato per la sua necromanzia o di viscere che ancora si muovono per i macabri rituali. E lo fa pure alla luce del sole, durante i funerali, avventandosi sulla salma per mutilarne la testa e sussurrare empi messaggi alle ombre dello Stige.

Queste descrizioni non hanno bisogno di commenti. Ribadisco che si tratta di brani tratti da un poema del I secolo, esempio lampante di quanto le storie fantastiche in uso ancora oggi, soprattutto nei videogiochi, giochi di ruolo e, in questo caso specifico, nei film horror, peschino a piene mani da una tradizione di cultura esoterica millenaria.

La descrizione della necromanzia di Erichto è degna di una pellicola da proiettarsi nei cinema moderni a tema stregonerie e maledizioni, delle avventure di Dungeons and Dragons a caccia di tesori nelle cripte infestate o di qualsiasi romanzo dark fantasy. Perché, allora come adesso, provoca sentimenti di timore e disgusto.

La sua necromanzia era così potente che “se avesse tentato di resuscitare dai campi di battaglia tutte le schiere e restituirle alla guerra, le leggi dell’Èrebo sarebbero state infrante ed un popolo – tolto, per un potente prodigio, allo stigio Averno – avrebbe combattuto“. Erichto dunque è probabilmente la prima necromante mortale della storia letteraria ad essere in grado non solo di riportare in vita i morti, ma di svuotare lo stigio Averno (l’Oltretomba) per tirar su un’armata.

Il figlio di Pompeo, Sesto, sapeva bene queste cose. Ed era di certo intimorito da una simile fama (o fame). Per aiutare suo padre a vincere la guerra contro Cesare però era disposto a tutto, perfino a consultare la regina della necromanzia, chiedendole di guardare a fondo delle anime perdute e predire il futuro.

Ed ecco che ci viene regalata la descrizione di un rituale di magia nera fra i più dettagliati e truculenti della storia.

Il rituale di Erichto: come risvegliare un cadavere

La necromanzia di Erichto non era una semplice evocazione spirituale, ma un atto di violenza sulla natura. Per richiamare l’anima, la strega doveva rendere il corpo di nuovo “accogliente” attraverso un processo di inversione della decomposizione. Non si limitava a sussurrare formule: usava ganci, lacci e sangue caldo per costringere lo spirito a rientrare in un involucro che la morte aveva già iniziato a reclamare. Era una pratica proibita, che rompeva i confini tra il mondo dei vivi e l’abisso profondo del Tartaro.

“Alla fine sceglie un cadavere, gli pone un laccio intorno al collo e, infilato un uncino nel cappio funesto, si trascina dietro lo sventurato corpo, destinato a rivivere, su rocce e sassi, portandolo sotto l’alta rupe di una montagna incavata, che la ferale Erictho aveva consacrato ai suoi riti sinistri.

Non lontano dagli oscuri antri di Dite, la terra si abbassa e sprofonda: in quel punto una livida selva inclina verso il basso i suoi rami ed un fitto e impraticabile bosco di tassi – in cui non giunge la luce del sole e dalle cui cime non si riesce a scorgere il cielo – getta le sue ombre. In quella selva tenebre putride e muffe livide – provocate nelle caverne da una notte continua – non ricevono luce se non per mezzo di un incantesimo.

Non così immobile ristagna l’aria nelle gole del Tènaro: lì c’è il triste confine fra il mondo dell’oltretomba e il nostro, dove i re del Tàrtaro non avrebbero esitazione a mandare i Mani. Infatti – per quanto la maga tessala faccia violenza ai fati – è incerto se lei scorga le ombre stigie, perché le ha trascinate lì o perché sia lei ad essere discesa fin nel regno sotterraneo.

La regina della necromanzia accalappia un cadavere e lo trascina ai piedi di una rupe circondata da un bosco di tassi, gli alberi della morte famosi fin dall’Antichità per la fabbricazione di dardi e per la loro tossicità. Il luogo è uno degli ingressi per l’Oltretomba, da cui entrano ed escono le anime dei defunti. Non si sa bene da cosa tragga i suoi poteri Erichto, se dalle sue spaventose invocazioni o dal fatto che lei stessa sia discesa agli Inferi.

Ingredienti macabri e magia tessalica

Appena vide gli uomini di Sesto pietrificati dallo spavento e lui stesso ridotto a una larva, con gli occhi spalancati e il viso pallido, la maga non perse tempo. Erichto disse loro di calmarsi e di scacciare quel terrore che li stava mangiando vivi. Guardò quegli uomini con disprezzo e li chiamò vigliacchi.

Chiese loro cosa avrebbero fatto se lei avesse deciso di mostrare visioni ben più terribili. Citò le paludi dello Stige, che nella mitologia è il fiume nero che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Citò le rive che bruciano tra le fiamme e le Eumenidi, che sono le Furie, creature mostruose con i capelli fatti di serpenti che perseguitano chi si macchia di crimini orribili.

Continuò a sfidarli parlando di Cerbero, il cane a tre teste che fa la guardia all’inferno, e dei Giganti, creature colossali che avevano sfidato gli dei e che ora si trovano prigionieri con le mani legate dietro la schiena.

Il figlio di Pompeo, Sesto, e i suoi accompagnatori sono terrorizzati. Erichto nota il loro pallore e li prende in giro, dicendo che non c’è niente di cui aver paura, dopotutto deve solo riportare in vita un morto. Se invece dovesse spalancare l’Inferno mostrando loro tutti i suoi temibili abitanti (cosa che saprebbe fare), allora sì che ci sarebbe da aver paura.

A questo punto Eritto, per prima cosa, riempie il petto del morto con sangue caldo – infondendovelo attraverso nuove ferite da lei stessa inferte -, pulisce le parti interne dalla putredine e vi aggiunge spuma lunare in abbondanza. A questa mistura mescola insieme tutto quel che la natura produce con parti sinistri: non mancano bava di cani affetti da idrofobia, viscere di lince, vertebre di iena feroce, midolla di cervi, che si sono nutriti di serpenti, la remora, che è in grado di tener ferma una nave in alto mare, anche quando l’euro tende le corde, occhi di serpente, le pietre, che emettono suoni quando sono riscaldate da un’aquila che cova, il serpente volante degli Arabi, la vipera nata presso le acque del Mar Rosso e che custodisce le conchiglie preziose, la pelle di un rettile libico ancora vivo, le ceneri della fenice deposta sull’altare orientale.”

Quando Erichto comincia a tirar fuori i disgustosi ingredienti per cerimoniare la sua necromanzia, ecco che ci ritroviamo davanti le origini mitiche delle superstizioni e della cultura magica che ancora oggi sono ben radicate nelle nostre menti. La strega che rimescola nel suo calderone bava di cani affetti da idrofobia e midolla di cervi che si sono nutriti di serpenti rappresenta alla perfezione l’archetipo letterario (e non solo) che ha calcato la storia dei due millenni successivi, dai processi inquisitoriali del Rinascimento alla caccia alle streghe d’epoca moderna.

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Nota interessante l’aggiunta di remora, il pesce che gli antichi romani credevano capace di attaccarsi alla chiglia delle navi per rallentarle nonostante la spinta del caldo vento dell’euro. Le pietre riscaldate dalla cova delle aquile sono menzionate da Plinio il vecchio e si chiamano aetites2, pietre magiche in grado di proteggere la nidiata. E la vipera nata presso le acque del Mar Rosso è una credenza che riguarda le ostriche e la presenza di vipere sottomarine a guardia delle perle in esse contenute.

Dopo ch’ebbe mescolato a tutte queste cose ingredienti velenosi sia di poco conto che rinomati, aggiunse fronde impregnate da un sacrilego incantesimo, erbe, sulle quali, al momento della nascita, la maga aveva sputato con la sua bocca spaventosa, e tutti i veleni, che lei aveva apprestato per il mondo.

Allora la sua voce, più potente di ogni filtro ad evocare gli dèi infernali, emise in un primo momento mormorii confusi e molto differenti dalla lingua degli uomini: in quella voce erano presenti latrati di cani, gemiti di lupi, i lamenti del gufo pauroso e del notturno barbagianni, strida e ululati di fiere, sibili di serpenti, perfino il frastuono delle onde, che si infrangono sugli scogli, il rumore dei boschi e il tuono delle nuvole squarciate: quell’unica voce era composta di tanti elementi!

L’incantesimo finale e il risveglio del soldato

Con la voce distorta alla maniera dei filtri computerizzati dei moderni film horror, Erichto pronuncia una serie di parole incomprensibili, miscuglio di versi animaleschi tra i più spaventosi. Dopodiché, comincia la sua necromanzia.

A quel punto Erichto inizia a recitare le sue formule magiche e lancia il cosiddetto incantesimo tessalico. Le parole della maga sono così potenti da sprofondare giù nel Tartaro, che per i greci e i romani non era un semplice inferno, ma l’abisso più profondo e oscuro dove venivano rinchiusi i nemici degli dèi.

Inizia a chiamare a raccolta tutte le potenze del male. Invoca le Eumenidi, che sono le divinità della vendetta incaricate di tormentare i colpevoli, e il Caos, ovvero il vuoto primordiale che esisteva prima della creazione di tutto. Si rivolge poi a Plutone, il re degli inferi che soffre perché, essendo un dio, non può morire e deve restare per sempre bloccato in quel regno d’ombra. Chiama in causa lo Stige, il fiume dell’odio che circonda il mondo dei morti, e persino i Campi Elisi, il paradiso degli eroi che lei sa bene di non poter mai visitare.

La strega continua la sua preghiera rivolgendosi a Persefone, la regina dell’oltretomba che odia la luce del sole, e a Ecate, la dea della magia che permette ai vivi di parlare con i Mani, cioè le anime dei defunti. Invoca perfino il cane Cerbero e Caronte, il vecchio traghettatore che trasporta i morti sulle sue barche attraverso fiumi di fuoco. Per farsi ascoltare, lei ricorda a queste creature oscure tutti gli orrori che ha compiuto. Dice chiaramente di aver mangiato carne umana, di aver offerto loro cervelli ancora caldi e i corpi di bambini appena uccisi.

Tutto questo sangue serve a convincere gli dèi oscuri a farle un favore speciale. Lei però non vuole un’anima che è morta da tanto tempo e che si è già abituata al buio dell’aldilà. Vuole lo spirito di un soldato appena caduto in battaglia, che si trova ancora sulla soglia dell’Orco, il limite estremo tra la vita e la morte. Questo fantasma deve tornare indietro solo per un attimo per rivelare il futuro di Pompeo, il grande generale romano. Erichto chiede questo privilegio come ricompensa per tutti i morti causati dalla guerra civile che sta insanguinando Roma.

Tutti loro saranno costretti ad ascoltare gli scongiuri nella lingua della necromanzia per riportare in vita lo spirito del soldato morto da poco, il quale dovrà rivelare il destino di Pompeo al figlio Sesto.

Erichto ha appena pronunciato un incantesimo terribile e davanti a lei succede l’impensabile.

L’anima del soldato morto si alza in piedi sopra il proprio cadavere disteso a terra. Ma non è un ritorno felice. L’anima è terrorizzata perché vede il suo vecchio corpo ridotto a un ammasso di carne squarciata dalle ferite. Per lei quel corpo è come una prigione odiata e non vuole assolutamente rientrarci. Qui c’è il dramma vero di questo povero spirito: gli viene negato l’unico vantaggio della morte, ovvero il fatto di non poter morire mai più. Ora è costretto a tornare indietro per soffrire ancora.

Erichto però non ha pazienza e si infuria perché il destino sta perdendo tempo. Inizia a picchiare il cadavere immobile usando un serpente vivo come se fosse una frusta. Urla contro i Mani, che sarebbero le anime dei defunti che abitano l’oltretomba, e spacca il silenzio del regno dei morti con le sue grida. Ce l’ha con le Furie, creature mostruose chiamate Tisifone e Megera che hanno il compito di perseguitare le anime. Le accusa di essere pigre e minaccia di trascinarle alla luce del sole per umiliarle davanti a tutti.

La strega è un fiume in piena e attacca persino le divinità più potenti. Se la prende con Ecate, la dea della magia, dicendo che svelerà il suo vero aspetto pallido e marcio agli altri dèi. Poi minaccia Ennea, che è un altro nome per Proserpina, la regina degli inferi. Dice che racconterà a tutti i segreti dei suoi banchetti sotterranei e dei suoi amori oscuri con il re della notte, motivi per cui sua madre Cerere, la dea dei raccolti, non l’ha più voluta con sé.

Infine, Erichto lancia la minaccia definitiva contro il re dell’universo sotterraneo. Dice che farà crollare le grotte per far entrare la luce del sole e accecarlo. Se non ubbidiscono subito, lei chiamerà un essere ancora più misterioso e potente di tutti loro. Parla di un’entità segreta che abita nel Tartaro, la parte più profonda e buia dell’abisso, una zona così bassa che nemmeno le Furie riescono a vederla. È un potere così immenso che persino la terra trema al solo pensiero.

Il sangue, che ormai era diventato solido e freddo, inizia a scaldarsi di colpo. Si muove di nuovo dentro le vene e raggiunge le mani e i piedi. Immaginate il cuore che ricomincia a battere dentro un petto gelido. È un momento terribile perché la vita si scontra con la morte dentro lo stesso corpo. I nervi si tendono all’improvviso. Il cadavere non si alza con calma, ma scatta in piedi tutto d’un pezzo, come se una forza invisibile lo avesse spinto via dal terreno.

Quando riapre gli occhi, la scena è agghiacciante. Non ha l’aspetto di una persona normale. È pallido, rigido e ha lo sguardo perso di chi non capisce perché si trovi di nuovo nel mondo dei vivi. La sua bocca è ancora bloccata dal rigor mortis, ovvero quell’indurimento dei muscoli che avviene dopo il decesso. Non può parlare per piacere, ma solo perché la magia lo obbliga a rispondere alle domande della strega.

Erichto a quel punto gli parla in modo diretto e brutale. Gli promette una ricompensa se dirà la verità. Gli assicura che, dopo aver parlato, lo brucerà su un rogo speciale usando legni e formule magiche potentissime. Questo serve a proteggere la sua anima per sempre. Una volta tornato nel regno dei morti, nessun altro mago potrà mai più disturbarlo o richiamarlo sulla terra. La strega cita il Lete, che nella mitologia antica era il fiume dell’oblio. Chi beveva le sue acque dimenticava la vita passata per riposare in pace. Erichto gli promette proprio questo: il silenzio eterno.

La strega non vuole profezie vaghe o misteriose come quelle dei vaticini, cioè le previsioni che i sacerdoti leggevano nei templi. Lei vuole la verità nuda e cruda. Vuole sapere i luoghi e i fatti precisi del futuro, perché non ha paura di interrogare i morti. Per essere sicura che il soldato sappia tutto, aggiunge un altro incantesimo che dona all’anima una conoscenza totale. A quel punto il cadavere, con una tristezza infinita e le lacrime agli occhi, inizia finalmente a parlare.

L’eredità di Erichto: dalle fonti antiche al Dark Fantasy

Tra le lacrime, al termine della necromanzia, il cadavere rivelerà a Erichto il destino di Pompeo: la sconfitta e la morte. Ed è esattamente quello che accadrà.

Il poema di Lucano è un tripudio di immagini fantastiche che, nonostante le licenze poetiche come l’aver ambientato una battaglia in Tessaglia durante la guerra civile fra Cesare e Pompeo (cosa che non è mai avvenuta) vista dagli occhi del comandante Sesto (che in quel momento si trovava da tutt’altra parte), ha gettato le basi del significato della parola necromanzia (o negromanzia) in uso ancora oggi.

Spero che questo testo dal sapore d’Oltretomba mitologico vi sia piaciuto.

Le leggende non muoiono mai, cambiano solo forma. Se vuoi immergerti in un mondo dove il mito incontra la realtà storica, devi solo seguirmi

  1. Michele Mercati 1541-1593 ↩︎
  2. Naturalis historia,30,130 ↩︎
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